Memorie di Carlo Goldoni/Parte terza/V

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CAPITOLO V.

Vo alla Commedia Francese per la prima volta. — Rappresentazione del Misantropo. — Alcune parole sopra quest’opera e su gli attori. — Il padre di famiglia, del signor Diderot. — Aneddoti riguardanti quest’autore e me. — I Domenicali, società letteraria.

La prima volta che andai al Teatro francese vi si recitava il Misantropo, e il signor Grandval vi sosteneva la parte di Alceste. Quest’attore abilissimo, sommamente amato e stimato dal pubblico, [p. 276 modifica] terminato il suo tempo, volle ritirarsi e godere la sua pensione. Dopò alcuni anni gli ritornò la voglia del teatro, ed era appunto quello il giorno nel quale compariva nuovamente in scena. Furono immensi gli applausi che riscosse al suo primo presentarsi sulla scena, e ciò dava a conoscere il conto che il pubblico faceva di lui; ma in una certa età, spiritus promptus est, caro autem infirma; onde non restò sul teatro comico che poco tempo, e quest’appunto è la ragione, per la quale io non ho fatto menzione di lui nel capitolo precedente. In quanto a me, io lo trovava eccellente, e lo preferiva a molti altri, a motivo della sua bella voce; e siccome il mio orecchio non era ancor troppo famigliare con la lingua francese, perdevo molto nelle conversazioni, ed assai più al teatro. Per buona sorte la commedia del Misantropo non m’era ignota, essendo appunto quella fra le composizioni del Molière, che stimavo sopra ogni altra come lavoro di una perfezione senza pari, e che, indipendentemente dalla regolarità della sua condotta e da tante altre sue particolari bellezze, aveva il merito dell’invenzione e della novità dei caratteri. Gli autori comici così antichi come moderni avevano fin allora messo in iscena i vizi e i difetti dell’umanità in generale; il solo Molière fu il primo, che ardì esporre i costumi e le ridicolezze del suo secolo e del suo paese.

Con piacere infinito vidi rappresentare in Parigi questa commedia da me tanto lodata ed ammirata in patria, e quantunque non comprendessi a fondo quello che dai comici si diceva, e molto meno da quelli che più spiccavano per una certa leggerezza che io vedeva applaudire, e che era per me incomodissima, con tutto ciò comprendevo abbastanza per ammirare la giustezza, la nobiltà e la forza dell’azione di quegli attori incomparabili. Ah! (dicevo allora tra me) se potessi anch’io vedere una delle mie composizioni rappresentata da simili attori, benchè la migliore delle mie opere non equivalga all’ultima del Molière, ciò non ostante lo zelo, l’attività dei Francesi la farebbero spiccare assai più che nella mia patria. A dir vero, questa potea dirsi una scuola di declamazione: nulla di forzato nel gesto e nell’espressione; il passo, il moto delle braccia, gli sguardi, le scene mute sono studiate: sotto il prestigio della naturalezza l’arte occulta lo studio. In una parola escii incantato dal teatro, e desideroso di veder riuscire una di queste due cose: o di giungere a dare ai Francesi una delle mie commedie, ovvero di vedere i miei compaesani in istato d’imitarli. Ora, quale di queste due cose poteva mai essere la più difficile ad avverarsi? Al tempo solo era riserbata la soluzione di tale problema.

Frattanto io non lasciava mai i Francesi; essi avevano rappresentato l’anno avanti Il Padre di famiglia del signor Diderot, commedia nuova e che aveva avuto incontro, quantunque comunemente si andasse dicendo in Parigi esser ella un’imitazione della commedia da me composta sotto questo titolo, e già stampata. Volli adunque vederla, ma non vi riconobbi somiglianza alcuna con la mia; onde dal pubblico a torto si accusava di plagio questo poeta filosofo, questo autore stimabile; ed era un foglio dell’Annata Letteraria che aveva dato motivo a questa supposizione. Poco tempo avanti il signor Diderot aveva dato in luce una commedia intitolata Il figlio naturale, della quale il signor Fréron aveva già fatto menzione nella sua opera periodica, ed aveva trovato in essa molta somiglianza col Vero Amico del Goldoni; furono trascritte dal medesimo perfino scene intiere francesi, e poste accanto alle italiane. Da questo confronto sembrava che le une e le altre discendessero da una sorgente medesima, e il giornalista finiva quest’articolo dicendo: che [p. 277 modifica] dall’autore del Figlio naturale era stata fatta la promessa anche di un Padre di famiglia, che dal Goldoni n’era parimente stato già esposto uno, per lo che ®i sarebbe veduto se il caso li avrebbe anche in questa occasione combinati fra loro. Però il signor Diderot non aveva bisogno di mendicar soggetti comici al di là dei monti per sollevarsi dalle gravi sue scientifiche occupazioni. In fatti a capo a tre anni diede un Padre di famiglia, che non aveva nessuna analogia col mio. Per esempio, il mio protagonista era un uomo soave, saggio, prudente, del quale sia la condotta come il carattere possono servir d’istruzione e d’esempio; quello del signor Diderot all’opposto era un uomo duro ed un rigido genitore, che nulla perdonava, e che ad ogn’istante malediceva il proprio figlio... Era questi uno di quegli esseri disgraziati, che in natura si danno pur troppo, ma che io per altro mai e poi mai avrei ardito d’esporre sulla scena. Resi dunque la dovuta giustizia al signor Diderot, e nel tempo stesso mi diedi tutta la cura per disingannare coloro, i quali erano di parere, che il suo Padre di famiglia ricavato fosse dal mio, non facendo però parola del Figlio naturale. Fra tanto l’autore, di queste due commedie era in collera, e col signor Fréron, e con me; onde volendo dare sfogo al suo sdegno, nella determinazione di farlo cadere sull’uno o l’altro di noi due, diede a me la preferenza, pubblicando con le stampe un discorso sulla poesia drammatica, nel quale, per vero dire, sono trattato un poco aspramente.

«Carlo Goldoni, egli dice, ha composto una commedia italiana, o piuttosto una farsa di tre atti...» E in un altro luogo: «Carlo Goldoni ha scritto una sessantina di farse...» Si vede bene che il signor Diderot in conseguenza della stima che aveva per me, e per le mie opere, mi chiamava Carlo Goldoni, come è chiamato Pietro le Roux nell’opera di Rosa e Colas. Egli è il solo scrittore francese, che non m’abbia onorato della sua benevolenza. Mi rincresceva, a dir vero, che un uomo di tanto merito fosse mal disposto contro di me; onde feci il possibile per avvicinarmi a lui, non già perche io volessi fargli lagnanze, ma solamente per convincerlo che non ero meritevole della indignazione di lui. A questo fine procurai di introdurmi in alcune case, ove egli andava continuamente, ma non potei mar avere la sorte d’incontrarlo. Finalmente annoiato di più aspettare, vo a prenderlo in casa. Eccomi dunque un giorno nell’abitazione del signor Diderot scortato dal signor Duni, uno de’ suoi amici. Ci facciamo annunziare, e siamo ricevuti. Il musico italiano mi presenta come letterato suo compaesano, bramoso di far conoscenza con gli atleti della letteratura francese. Erano vani gli sforzi del signor Diderot per occultare l’impaccio in cui lo aveva posto il mio introduttore; contuttociò non potè dispensarsi dall’usare quelle garbatezze e quei riguardi che esige la buona e civile società. Si parla di varie cose; poi cade il discorso sopra l’opere drammatiche. Cui il signor Diderot mi dice con schiettezza, che qualcheduna delle mie composizioni gli aveva recato molto dispiacere; ed io coraggiosamente gli rispondo che pur troppo me n’era accorlto. — A voi però è ben noto, o signore (egli riprese), che cosa voglia dire un uomo d’onore ferito nella parte più delicata e sensibile. — Si, signore (soggiunsi) lo so benissimo, v’intendo, ma non ho per questo cosa alcuna da rimproverarmi. — Su via, su via (prese allora a dire il signor Duni interrompendoci) questi sono pettegolezzi letterari, che non debbono condurre a conseguenza alcuna; seguitate entrambi il consiglio del Tasso: Ogni trista memoria omai si taccia. E pongansi in oblio le andate cose, — A questa uscita, il siguor Diderot che [p. 278 modifica] intendeva l’italiano bastantemente, dà segno di uniformarsi di buon animo al consiglio del poeta italiano: in una parola, si pon fine alla conversazione con usarci garbatezze ed atti d’amicizia scambievolmente, partendo il signor Duni ed io contentissimi, l’uno e l’altro. Mi sono trovato nel tempo di mia vita a stare a fronte di alcuni, che avevano buone o cattive ragioni per fuggirmi; ogni qualvolta però mi è riuscito di guadagnar la stima d’un uomo mal disposto a mio riguardo, ho sempre riguardato un tal giorno, come un trionfo per me.

Nell’escire dalla casa del signor Diderot mi congedai dall’amico Duni, e passai subito ad una letteraria adunanza, della quale ero socio, e dove appunto dovevo in quel giorno stare a pranzo. Questa società non era molto numerosa; infatti non eravamo che nove cioè il signor de la Place, che allora faceva il Mercurio di Francia, il signor de la Garde, che lavorava egli pure in quell’opera per quello che concerneva la parte degli spettacoli, il signor Louis, segretario perpetuo dell’Accademia reale di chirurgia, il signor abate de la Porte, autore di parecchie opere letterarie, il signor Crebillon figlio, e finalmente i signori Favart e Jouen. Quest’ultimo non figurava molto per coltura, ma primeggiava per la squisitezza della sua tavola. Ogni membro della società riceveva a vicenda in casa propria i suoi confratelli, e dava loro da pranzo; e siccome tali sedute succedevano sempre in domenica, si chiamavano le Domenicali, e noi perciò i Domenicali. Non avevamo altri statuti che quelli della buona e civile società: a tale effetto eravi la convenzione di non ammetter donne nell’adunanze, essendo a noi troppo noto il potere delle loro attrattive, e temendo noi le dilettevoli distrazioni delle quali è causa il bel sesso. Un giorno si teneva la Domenicale nel palazzo della marchesa di Pompadour, della quale era segretario il signor de la Garde. Quando appunto eravamo per andare a tavola, entra nel cortile una carrozza; vedesi dentro una signora, e si riconosce per un’attrice dell’Opera, la più stimabile per il suo ingegno, la più ragguardevole per la sua vivacità, e la più amabile in conversazione. Scendono subito due de’ nostri confratelli, le danno di braccio, ed ella sale, e ridendo e scherzando, domanda di pranzare. Era mai possibile negarle posto? Le avrebbe ognuno certamente ceduto il proprio, ed io non sarei stato degli ultimi. Una signorina di tal sorte era fatta per piacere e per incantare: durante il pranzo, chiede di essere ammessa nella nostra società, ed epiloga in modo sì nuovo e sì elegante la sua domanda, che ell’è bentosto ammessa con acclamazione generale. Alle frutta, si guarda per caso l’orologio, e si vede che sono quattr’ore e mezzo: per buona sorte la nostra novella socia non aveva parte quel giorno sul teatro, voleva bensì andare all’Opera, e quasi tutti i confratelli erano disposti a seguirla. Io solo non dimostrava la medesima disposizione. — Ah ah! signor Italiano (dissemi allora sorridendo la nostra bella), voi adunque non siete portato per la musica francese? — A dire il vero non son per anche stato all’Opera. Ma si canta per tutto, e pei tutto sento dell’ariette, che fanno venir male. — Com’è così (ella soggiunse), vediamo se mi riuscisse di guadagnare sull’animo vostro qualche cosa in favore della nostra musica. Incomincia a cantare, e mi sento rapito, penetrato, estatico. Che voce incantatrice! non forte, ma giusta, espressiva, deliziosa! ero fuori di me. Terminato il suo canto — Venite (ella mi disse), datemi il braccio, e venite con noi all’Opera, — Le do il braccio, e vado all’Opera,