Memorie di Carlo Goldoni/Parte terza/XX

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Carlo Goldoni - Memorie (1787)
Traduzione dal francese di Francesco Costero (1888)
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CAPITOLO XX.

L’Avare fastueux, commedia di cinque atti. — Suo estratto.

Dopo il fortunato successo del mio Bourru bienfaisant non avevo composto verun’altra cosa, poichè scherzando dicevo di voler riposare tranquillamente all’ombra de’ miei allori; ma in sostanza era il timore di non riuscire la seconda volta in egual modo bene della prima, che mi tratteneva d’arrendermi ai desiderii degli amici e di soddisfare me medesimo. Contuttociò cedetti finalmente alle altrui sollecitazioni, e agl’impulsi del mio amor proprio.

Posi gli occhi sopra l’Avare fastueux. Un carattere simile è tanto in natura, che non mi dava fastidio, se non per la quantità troppo grande di originali; onde credetti bene di ricavare il mio [p. 317 modifica] protagonista dalla classe delle persone divenute facoltose per guadagni, a fine evitare così il rischio d’offendere i grandi. Questa commedia pochissimo nota, e che molti avrebbero desiderato conoscere, fu soggetta a singolari peripezie. N’esporrò prima il soggetto, e parlerò degli aneddoti che la riguardano.

Il signor di Casteldoro, divenuto ricchissimo, aveva col variare di sua sorte variato anche nome. L’avarizia aveva contribuito alla sua ricchezza, e questa al suo fasto. Egli è giovine, egli può ammogliarsi, ma troppo lo sgomenta la spesa indispensabile al matrimonio. Avendo per altro comprato una carica che lo nobilitava, crede di aver male impiegato il suo danaro, quando non abbia successione; onde si determina di accasarsi, ed eccolo perplesso sulla scelta della sposa; contuttochè la nobiltà fomenti il suo orgoglio, la vince però l’interesse. Dorimene, sua sorella, prende l’assunto di trovargli un partito. Conoscendo ella la signora Araminta, che ha cento mila scudi da dare in dote a sua figlia, fa venire entrambe a Parigi, e le alloggia in casa sua al secondo piano nella medesima abitazione sua e del fratello. La sua mediazione è felice, poichè pare che le due parti vadano d’accordo, ma la singolarità del contratto forma l’azione principale della commedia. Apre la scena il signor di Casteldoro, fa osservazioni che mettono al fatto il pubblico del suo stato e dei suoi disegni, e chiama Frontino suo cameriere, suo agente, e uomo di sua fiducia. Trattasi di dare un pranzo; occorre far grande sfoggio di apparecchio, ma molta economia nei piatti: intanto fa chiamare Dorimene, e Frontino esce.

Il fratello e la sorella discorrono intorno al matrimonio; Dorimene ha sommamente caro di esser riuscita in quest’affare, contuttochè tema che Eleonora non sia per essere troppo contenta dello sposo. Casteldoro scherza su questo proposito, e fa conoscere che i centomila scudi gli stanno a cuore assai più che l’affetto della signorina; poi la informa del magnifico pranzo, e questa esce.

Entra Frontino, ed annunzia che è arrivato il sarto nella sua carrozza. L’equipaggio di costui spaventa Casteldoro, ma io avrò (egli dice fra sè) ricchi abiti, e tutti si rallegreranno con me: converrà nominare la persona che li ha fatti. Comparisce il sarto. Casteldoro fa l’ordinazione di quattro abiti di panno con ricami sfarzosissimi, ma posti in maniera da poterli staccare; e propone al sarto di restituirglieli nello spazio di otto giorni, pagandogli la somma convenuta. Quest’artiere, venuto in carrozza, sdegna la vile proposizione, onde l’avaro manda a chiamare il suo sartuccio ordinario, e così termina il primo atto.

Il secondo atto è cominciato da Eleonora e Dorimene, alla quale è riuscito di allontanare per poco l’altra dal fianco di sua madre affine di interrogarla sulla sua inclinazione. La giovine vorrebbe occultarsi, ma Dorimene la circuisce con tal’arte e destrezza, che finalmente Eleonora è forzata a confessare di avere il cuore già occupato. Giunge Araminta, la quale si lagna di sua figlia ch’è divenuta insopportabile per la sua malinconia, la rimprovera e le dà insegnamenti relativi al nuovo stato che è per abbracciare. Ecco pertanto il signor di Casteldoro con uno scrignetto in mano, seguito da un mercante di gioie; apre lo scrigno, mostra ad Araminta i diamanti che ha intenzione di acquistare, e le dimanda il suo consiglio. Ella se ne intende assai, avendo mercanteggiato anche in questo genere. Li trova bellissimi, stupendamente assortiti, ma giudica che il loro prezzo debba essere eccessivo, e lo consiglia a non fare la pazzia di comprarli. Il signor di Casteldoro allora parla [p. 318 modifica] sotto voce al gioielliere, lo prega di affidargli i diamanti per qualche giorno; il gioielliere acconsente, e se ne va. Casteldoro adunque presenta ad Eleonora lo scrignetto, essa lo ricusa; Araminta non può astenersi dal condannare la prodigalità del suo futuro genero, ma siccome i diamanti son già comprati, persuade la figlia ad accettare il dono del suo futuro sposo. Regalati i diamanti, Casteldoro prega Eleonora di comparire con i medesimi al sontuoso pranzo di quel giorno. Araminta trova ridicola quest’ostentazione, e l’uomo fastoso la trova necessaria per comparir ad un pranzo di trenta persone. Questa sontuosità la irrita maggiormente, perchè crede di aver a fare con un dissipatore, ed è in timore per sua figlia. Ecco nuovamente Frontino, che consegna al padrone una lettera. È scritta dal marchese di Courbois, che è per giungere in quel giorno a Parigi in compagnia del visconte suo figlio, e gli domanda da cena. Gradirebbe egli sommamente che il marchese pure si trovasse al suo banchetto, e prova dispiacere che il suo arrivo sia di sera. Partecipa alle dame l’arrivo del marchese e di suo figlio, e questi appunto è il giovine amante di Eleonora. Ella si turba, e parte con Dorimene; Araminta la segue, e torna un momento dopo. Ecco una scena che forse al lettore non dispiacerà di veder recata per intiero.

Araminta e Casteldoro.

Ara. Niente, niente, grazie al cielo, spero non sarà niente.

Con. Ho piacere che la signorina stia bene; ma conviene aver cura della sua salute. Ho mandato ad avvertire i convitati, e li ho pregati per questa sera.

Ara. E avrete trenta persone alla vostra cena?

Con. Così spero, signora.

Ara. Permettete ch’io parli a cuore aperto, e ch’io vi dica tutto quello ch’io penso.

Con. Anzi mi fate un piacere grandissimo.

Ara. Non è una follia manifesta il dar da pranzo o da cena a trenta persone, delle quali venti almeno si burleranno di voi?

Con. Si burleranno di me?

Ara. Sì, senza dubbio. Non crediate ch’io sia una femmina avara; grazie al cielo, non ho questo difetto, ma non posso soffrire che si getti il denaro male a proposito.

Con. Ma, signora mia, in un giorno come questo, in una tal circostanza...

Ara. Sono vostri parenti quelli che avete invitati?

Con. No, signora. Noi avremo della nobiltà, dei letterati, delle persone togate, infine una compagnia scelta, tutte persone di merito e di distinzione.

Ara. Male, malissimo: vanità, ostentazione, follia. Amico, voi non conoscete il valor del denaro.

Con. Io non conosco il valor del danaro? (con ammirazione).

Ara. No, non lo conoscete. Vostra sorella mi ha fatto credere che voi eravate economo, ed io l’ho creduto. Se avessi saputo la verità non avrei accordato mia figlia ad un uomo che getta il suo denaro come voi fate.

Con. Voi credete ch’io getti il mio denaro?

Ara. Oh! Me ne sono accorta quando ho saputo che avevate speso una somma considerevole per comprare un titolo che non rende che della vanità, e niente di benefizio reale.

Con. Come! Non vedete voi con piacere, che il titolo ed il rango [p. 319 modifica] da me acquistato imprimeranno un carattere rispettabile nel sangue di vostra figlia.

Ara. Tutto al contrario. Vi avrei dato mia figlia più volentieri quando eravate il signor Anselmo Colombani, antico negoziante, piuttosto che ora che siete divenuto il conte di Casteldoro, gentiluomo novello.

Con. Ma, signora mia...

Ara. I vosti antichi hanno accumulato, e voi distruggete.

Con. Distruggo?... Io? Voi siete in errore, voi non mi conoscete.

Ara. Sì, sì, vi conosco. Scommetto che senza avere alcuna cognizione di diamanti, e senza consigliarvi con chi potrebbe istruirvi, voi sarete solennemente gabbato dal gioielliere.

Con. Oh circa a que’ diamanti...

Ara. Oh! circa a que’diamanti... So quel che volete dirmi. Sono destinati per l’ornamento della contessa di Casteldoro. E che cos’è la signora contessa di Casteldoro? Mia figlia, signore, è stata allevata bene, comodamente, ma modestamente. Noi abbiamo sempre accordato tutto, e con abbondanza alla convenienza, alla decenza, e niente al fasto, niente alla vanità. L’ornamento di mia figlia è sempre stata la modestia, l’obbedienza, il rispetto; e son certa ch’ella non si scorderà mai l’educazione ch’io ho procurato di darle.

Con. Ma, signora... (un poco alterato).

Ara. (con calore). Ma, padron mio... (raddolcendosi un poco). Vi domando scusa. Mi riscaldo un poco troppo forse, ma vi vedo ingolfato in un eccesso di spese che mi fan tremare. Si tratta di mia figlia; le do centomila scudi di dote.

Con. (in un tuono un poco alto). Non ho io fondi bastanti per assicurarla?

Ara. Sì, sì, de’ fondi. I fondi si mangiano. Voi principalmente che avete la vanità di esser grande, magnifico, generoso.

Con. Ma vi replico, madama, voi non mi conoscete.

Ara. Eh! Se voi foste differente da quel che siete, aveva in idea di proporvi il più bel progetto del mondo. Grazie al cielo, ho venticinque mila lire di rendita per me sola. Mi sarei accomodata con voi; avrei vissuto con mia figliuola, e avremmo fatto di due famiglie una sola famiglia; ma con un uomo come voi, il ciel me ne guardi!

Con. (da sè). (Mi farebbe dar la testa nelle muraglie.) Ascoltatemi di grazia (ad Araminta). Voi mi prendete in isbaglio. Vi sono pochi al mondo che conoscano l’economia come io la conosco, e voi vedrete e toccherete con mano... (piano e con ansietà).

Ara. Non vedrò niente. Voi vorreste darmi ad intendere una cosa per l’altra, ma non ci riuscite. Circa a mia figlia... l’ho promessa... le parlerò... vedremo... ma non fate alcun capitale sopra di me. Non vorrei, per tutto l’oro del mondo, aver a fare con un uomo che ha le mani forate, che spende a rotta di collo, come voi fate (parte).

Con. Non avrei mai creduto di dover passare per un prodigo (parte).

Fine dell'atto secondo.

Vedremo il resto nel seguente capitolo.