Monete di Gio. Battista Falletti

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Vincenzo Promis

1890 M Indice:Rivista italiana di numismatica 1890.djvu Rivista italiana di numismatica 1890

Monete di

Gio. Battista Falletti

conte di Benevello Intestazione 20 marzo 2018 75% Numismatica

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MONETE

di


GIO. BATTISTA FALLETTI


CONTE DI BENEVELLO1


Nella rara Tariffa stampata a Gand nel 16462 è riportata per la prima volta, a quanto mi risulta, una curiosa moneta d’oro che fu sinora un enigma pei numismatici italiani ed esteri. A pagina 96 tra altre Croonen e coll’indicazione di Beneventen si dà il disegno del nostro scudo. Ha nel diritto l’aquila bicipite con grande corona imperiale ed in giro * CAROLVS * IMPERATOR *, e nel rovescio una croce fiorata nel campo, somigliante a quella che scorgesi su alcune monete d’oro contemporanee di Carlo V come re di Spagna e delle Due Sicilie, con attorno la leggenda * IO * ANTO * FA * COMES * BENE preceduta da uno scudetto caricato di due leoni passanti a destra. Trovai susseguentemente questo pezzo riportato in altre due Tariffe di Gand del 16623, in quella di Amsterdam del [p. 130 modifica]15664 ed in quelle di Anversa del 16755, 16896, 16277, 16338, queste due ultime coll'indicazione di Pistolet de Benevente. L’Hoffmann9 ripubblicò scorrettamente questo ducato sulla fine del secolo XVII, indicandolo semplicemente come Gold Krone Italienische. Sul disegno di una delle Tariffe di Gand del 1662 e su quello dell’Hoffmann descrisse nel secolo scorso il pezzo in questione Gio. Tobia Köhler nel volume II del suo Ducaten Cabinet10, a pagina 830, N. 2608, aggiungendovi l'attribuzione seguente: “Vermuthlich ist dieser Ducate von dem Grafen von Bene, oder Bena, naheam Tanaro in Piemontesischen.„ Finalmente il Rentzmann nel suo Numismatisches Legenden [p. 131 modifica]Lexicon11, sotto la indicazione di Iohannes Antonius mit Familiennamen, cita: “Io. Ant. Fa ― Bene.„

Malgrado tutto questo, l’incertezza continuava sempre, e le lettere BENE, principio certo di un titolo feudale che dapprima non si indicava se tedesco od italiano ed in seguito si attribuiva alla nostra Penisola, non conducevano ad alcuna plausibile spiegazione. Il tipo della moneta era comune alla Germania ed all’Italia; il piccolo stemma non si poteva blasonare in modo sicuro: l’aquila imperiale, come sul nostro pezzo, si trova pure su molti altri battuti per concessione dell’imperatore ed anche su numerose contraffazioni. Occorreva quindi attendere che qualche nuova scoperta valesse a gettar lume sulla questione; restandosi sempre pel passato nel dubbio se questo bello scudo d’oro si avesse a classificare tra le monete italiane o non si dovesse piuttosto attribuire a qualche zecca ignota di Germania. Questo fu il motivo per cui non osai inserirlo nelle mie Tavole Sinottiche12.

Se non prendo abbaglio, ritengo poter finalmente presentare una soddisfacente soluzione della leggenda suesposta. Nei primi mesi del corrente anno acquistai pella Collezione del Re un pezzo d’argento, di titolo alquanto basso e del peso di grammi 2,900, nel quale, pur ravvisando una certa relazione collo scudo d’oro delle antiche Tariffe, scoprivo poi una nuova difficoltà nella diversità dello stemma incisovi. Porta nel diritto nel campo sotto la data 1537 uno scudo caricato di una banda scaccheggiata di tre tiri senza i colori, ed attorno leggesi: Cross-Bottony-Heraldry.svg MONETA · NOVA · IO · ANT · FA · CO · BE. Nel rovescio scorgesi un’aquila bicipite con corona imperiale e caricata in petto dello scudetto austriaco d’argento ad una fascia di rosso, eziandio [p. 132 modifica]senza indicazione degli smalti, con in giro: Cross-Bottony-Heraldry.svg · KAROLVS · ROMAMOR · IMPERA · La data 1537 che vi è inscritta ha una grande importanza perchè stabilisce pure l’età del ducato summenzionato sinora sconosciuto in originale e solo noto pei disegni delle Tariffe ed opere che più sopra ho indicate. Fissata l’epoca cui appartener dovevano i due pezzi in questione, occorreva ancora scoprire a quale personaggio potessero esattamente adattarsi le prime lettere del nome e cognome IO • ANT • FA •; quale fosse il feudo che in Italia (poiché italiane si volevano le nostre due monete) cominciasse con BENE) e portasse titolo comitale; a chi appartenessero i due stemmi che ho descritti; dove i medesimi pezzi possano essere stati coniati; e finalmente in quale occasione ed in forza di quale diritto.

Quasi impossibile cosa era il rispondere alla prima questione quando non si conosceva che il ducato d’oro senza data, il quale in ogni caso però chiaramente appariva imitazione di monete note e contemporanee. Mai ho potuto trovare una spiegazione plausibile dello stemma dei due leoni che vi si scorge, come non la trovavo pel nome del Casato e pel feudo, che sempre ritenni essere tutt’altra cosa che la nostra Bene Vagienna, secondo la supposizione del Köhler. Fui però ognora convinto trattarsi di monete lavorate non in Italia ma in Germania. Quella in argento or ora acquistata venne a confermare pienamente la mia opinione col genere d’intaglio che ci presenta, e mi fissò sulla data, lasciandomi ancora dubbioso sulle altre questioni. Sempre col pensiero che, secondo l’idea generalmente accolta, il pezzo con BENE fosse italiano e forse anche piemontese, in seguito a nuove indagini mi accorsi che lo stemma della banda scaccata poteva corrispondere alle iniziali FA del nome, qualora si potesse stabilire che i Falletti, nobili d’Alba, in qualche circostanza avessero avuto il diritto di zecca. Continuando le ricerche più in manoscritti che in libri a stampa, riescii a formare un piccolo albero genealogico di questa illustre famiglia, nota nei documenti sin dal secolo XII, e che, a datare dal fine del decimoterzo fu investita successivamente nei varii suoi rami dei feudi [p. 133 modifica]di Pocapaglia, Ruffia, Racconigi, La Volta, La Morra, Barolo, Villa, Votignasco, Villanova, ecc. Il primo di questo casato che risulta in modo certo come stipite dei diversi rami, ridotti attualmente al solo dei conti di Villafalletto, discendenti da Simondino o Simonino signore di Villa e Votignasco nel 1337, è Giacomo, che nel 1300 aveva la signoria di Pocapaglia, e che ebbe tra altri figli Pietrino, da cui i marchesi di Barolo, Leone signore di Ruffia, Simondino suddetto ed Emanuele Signore di Villanova. Trovai poscia che nel secolo XV alcuni discendenti di Leone di Ruffia acquistarono dai loro parenti del ramo di Pietrino di Barolo e La Morra alcuni punti della giurisdizione di Benevello, pure nel contado d’Alba, la quale posteriormente si riunì in gran parte nel 1451 nella persona di Bernardo, padre di Filippo, il cui figlio Giov. Antonio assunse il titolo di conte di Benevello. Ritengo perciò le enigmatiche leggende si possano spiegare: IOannes ANtonius FAlettus COMES BENEvelli e MONETA NOVA IOannis ANTonii FAletti COnitis BEnevelli.

Passo ora agli altri dubbi, Gio. Antonio Falletti, consignore di Pocapaglia, conte di Benevello e signore di Mombarchero, nato verso la fine del secolo XV, compare col titolo comitale in documenti del 1520, 1528, 1530 e già era passato ad altra vita nel 1554, nel quale anno trovasi, Gio. Battista figlio del fu Gio. Antonio ed esso pure conte di Benevello. Monsignor Francesco Agostino Della Chiesa nella sua inedita Descrizione del Piemonte13 ci porge lume per sciogliere la questione. Parlando egli di vari feudi dei Falletti, dice di due di essi: “Borgomale e Benevello furono prima, quello d’alcuni che de Borgomale si dicevano, e questi della casa di Bevello, onde che trovasi qualmente Manfredo detto Piola e Ottone fratelli de Revello vendetene nel 1270 la loro portione di Benevello ad Alberto consignore di Borgomale, ma essendo poi tanto l’uno che l’altro in potere de’ marchesi Del Carretto [p. 134 modifica]signore di Cortemiglia, passare ne facevano costoro la fedeltà al comune d’Asti, onde furono indi fra quelle terre compresi, le quali il marchese Oddone in compagnia di Manfredino suo figliuolo dal Conte Amedeo di Savoia come signore d’Asti, in virtù del privilegio fattogli da Henrico settimo imperatore, riconobbe; ma passarono poi a’ sudetti Faletti figliuoli di Petrino signore della Morra, de’ quali Antonio14, che Benevello con titolo di Contado possedeva, avendo seguito l’armi francesi con cui trovossi in molte segnalate fattioni contro gl’Imperiali, fu di quel suo Castello dagli Spagnuoli privato, donandolo l’imperatore Carlo quinto con Mombarchero, ch’era parimente dell’istesso conte Antonio, a D. Alvaro di Sanchies spagnuolo. Ma essendo indi venuto in potere di certo Zuccone, l’ha così ceduto agli Asinari signori di Casasco, che hoggidi lo possedono (cioè sulla metà del secolo XVII) prettentendovi però ragioni il conte di Pocapaglia come prossimiore agnato nella successione del conte Antonio che ne fu spogliata.„ Meglio chiarisce il fatto il Casalis nel suo Dizionario corografico degli Stati Sardi15, dicendo che Carlo V tolse Benevello e Mombarchero ad Antonio Falletti perché abbandonato il servizio dell’imperatore, nel cui esercito comandava un reggimento di fanti italiani, passò a quello di Francia. Ciò deve essere avvenuto poco dopo il 1660.

Riassumendo quanto sopra, credo che l’unica spiegazione possibile di questo fatto curiosissimo nella storia numismatica piemontese sia la seguente. Giovanni Antonio Falletti, recatosi, come tanti altri della nobiltà piemontese [p. 135 modifica]all’estero per ivi prendere servizio militare, quando nei calamitosi tempi del duca Carlo II la nostra infelice patria era da un capo all’altro scorazzata e malmenata da amici e da nemici, si pose agli stipendi dell’imperatore Carlo V, per cui comandò un corpo di Italiani. Probabilmente egli si distinse tanto da entrare in modo affatto speciale nelle grazie dell’imperatore, sino al punto di ottenere dal medesimo qualche diploma onorifico così ampio da permettergli l’uso di moneta segnata al proprio nome. Ciò sarebbe stato verso il 1537, data che si legge sulla moneta d’argento. Dove questa e l’altra in oro siano state battute non risulta in modo chiaro; ritengo però che i loro conii siano opera di quegli artefici girovaghi, i quali si mettevano al servizio di chiunque intendesse di far lavorare principalmente pezzi contraffatti alla moneta che in un dato luogo aveva miglior corso, cercando solo che e tipo e leggende fossero combinate in modo da lasciar travedere il meno possibile l’inganno, cosa che, se ora è difficile ad ottenere, era assai facile nell’epoca di cui trattiamo. Più che un vero diploma di concessione della zecca, sino a prova contraria, credo però si tratti d’un puro abuso d’un diritto sovrano, spediente questo di cui forse il nostro Falletti si valse per poter più facilmente mantenere i soldati che aveva a’ suoi ordini, sapendosi in modo preciso che in Francia ed in Spagna a que’ tempi le paghe correvano tutt’altro che regolarmente, e le truppe per lo più vivevano a spese delle popolazioni vinte, quando non trattavano con eguale imparzialità amici e nemici. Ma che più probabilmente siano i pezzi in discorso usciti da officine di Germania ed ivi abbiano avuto corso, mettendovi talora lo stemma vero del casato e talora uno immaginario come sull’oro (se pure non è un quarto dello stemma dei Caresana di Carisio, di Vercelli, coi quali forse potè il nostro Falletti aver vincolo di parentela), ne ho una prova nel fatto che lo scudo che solo sinora si conosceva non trovasi inserto se non in Tariffe dei dominii di Carlo V, quali Gand, Anversa e Amsterdam, e la moneta d’argento ora per la prima volta ci viene da quella regione, e nulla ha che fare con quella di puro tipo [p. 136 modifica]italiano, mentre si accosta alle numerose contraffazioni tedesche e svizzere. Ciò proverebbe pure la loro rarità come accade per altre di consimile provenienza; rarità che sarebbe confermata dall’aver il Falletti verso il 1550 abbandonato il servizio imperiale per passare a quello di Francia, cadendo così in totale disgrazia presso Carlo V, che tosto lo privò dei due principali suoi feudi di Benevello e Mombarchero, dei quali fu gratificato il capitano spagnuolo Alvaro de Sanchez.


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GIACOMO FALLETTI
Signore di Pocapaglia, 1300
Pietrino
Sig. di Racconigi,
La Volta,
La Morra, Barolo
1340
Leone
Sig. di Ruffia
1325-1345
Consignore
di Pocapaglia
Simondino
Sig. di Villa
e Votignasco
1337-1340
Emanuele
Sig. di Vilianova
1325-1345
Giovannino
Consignore
di Rama, ecc.
1366-1889
Corrado
Sig. di Villanova
1360-1378,
già † 1407
Antonio
1390-1402,
già † 1423
Giorgio
1409-1438,
già † 1442
Corrado
Leone
Bernardo
1442-1483 investito di parte
di Benevello
per
compera da suoi cugini
Giovanni
1437-1467
Filippo
1473, già † 1528
Giovanni
1473
GIO. ANTONIO
1520-1530, già † 1554.
Nel 1530 acquista in Asti
da Andrea suo cugino
la sua parte di Pocapaglia.
Nel 1529
compare come Conte di Benevello
Gio. Filippo
cede nel 1528 al fratello
i suoi diritti
Gio. Battista
1554
Conte di Benevello

NB. Questa genealogia, tutta tratta da documenti e da manoscritti, contiene solamente le persone che provano la discendenza ed i possessi di Giacomo Falietti sino al figlio di Gio. Antonio, in cui pare la linea sua siasi estinta.




Note

  1. Questa memoria fa pubblicata per la prima volta negli Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino (1888, Vol.XXIV).

    (Nota della Direzione).

  2. Der Cooplieden Hanboucxkin. Ghedruckt te Ghend by Ioos Lambrecht m. d. xlvj. in 12’, pag. 95.
  3. Ordonnance, statut, et permission de l’imperiale M. des espèces d’aur et d’argent, ayant cours an pais de par deça. Publiée l’an m. d. xlviij. Le xvij de Juillet. Imprimé à Gand, par Josse Lambert, Tailleur de lettres. L’an m. d. lij, in 12°, pag. 33. Le Billon d’aur et d’argent, de plusieurs Royaumes, Ducés, Contés, Seignenriés. Païs et villes. Imprimé à Gand, par Josse Lambert, Taylleur de lettres. Anno m. d. lii, in 12°, pag. 46.
  4. Ordonnantie, statuyt, ende permissie der K. M. vanden gouden, ende silveren pinninghen cours ende gauck kobbende over alle sine Laeden van herwaerdts over Gepublice ordt int Jaer m. d. acht enveertich den xvij dack Julij (Aemstelredam, 1566), in 12,° pag. 83.
  5. Dongheuslverde gouden ende silveron Munte van diveersche Coninckrijschen et Tantwerpen, By Christoffel Plantijn, inden gulden Passer, 1575, in 8° piccolo, pag. 80.
  6. Hot Threscereft schat van alle do specien, figuren en sorten van gouden ende silveren munten et Gheprint Tantwerpeu op die Lombaerde veste, inden Gulden Pellicaen by Guilaem van Parijs. m. d. lxxx in 8° piccolo, pag. 149.
  7. Placcart du Roy nostro Sire contenant deffence da cours des Florins d’or d’Allemaigne, et de quolques autres especes. Anvers, chez Hierosme Vordussen, etc. 1527, in 4°, pag. 75.
  8. Ordonnance et Instruction pour les Changeurs. Anvers, chez Hierosme Vordussen, etc. 1633, in 4°, pag. 67.
  9. Alter und Neuer Münz-Schlüssel, etc. Nürnberg, 1692, in 4° Tav. 12. annessa a pag. 288, n. 125.
  10. Hannover, 1760, in 8.°
  11. Erster Theil. Alphabetisch-chronologische Tabellen der Münzherren und verzeichniss der auf. Münzen vorkommenden Heiligen. Berlin, 1865, in 8, pag. 96.
  12. Torino, 1868, in 4.°
  13. Autografo nella Biblioteca di S. M. Tomo I, foglio 215 recto.
  14. A questo punto il Della Chiesa si sbaglia, poichè il nostro Gio. Antonio non discende da Pietrino della Morra e di Barolo, ma da Leone suo fratello e signore di Ruffa, come egli stesso dimostra nel vol. II a foglio 819 recto. Appare però che i rami suddetti di questi illustri casati avevano giurisdizione in comune su alcuni dei loro antichi feudi, sebbene il solo Gio. Antonio e suo figlio abbiano preso il titolo di conti di Benevello.
  15. Vol. II. Benevello.