Nostalgie/Parte I/Capitolo II

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Capitolo II

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II.


Allo svegliarsi, la mattina dopo, Regina si trovò sola nel gran letto duro.

Pioveva: una penombra grigia e melanconica rendeva la camera ancora più triste. Fuori rumoreggiavano le carrozze, i tram passavano stridendo, e avevano come un mugolìo di vento tempestoso che destò in Regina un’impressione di tristezza indimenticabile. Le parve che tutta la città fosse pervasa da un uragano, attraverso il quale risuonavano mille rumori diversi: tutto un rombo di vita affannosa, tetro sotto la pioggia incessante. [p. 29 modifica]

Allora ella si guardò attorno, stringendo le palpebre per distinguere bene gli oggetti.

Sì, tutto era volgare; anche la tela del cuscino e delle lenzuola, sui cui risvolti serpeggiavano ricami grossolani: e quel soffitto grigio, e quelle tre finestre grigie, — specialmente quella ai piedi del letto, — le parvero quasi lugubri.

E Antonio dov’era? Nel suo malumore Regina gli fece torto d’essersi alzato senza far chiasso per non svegliarla, e di averla abbandonata sola nell’immensità di quel letto sconosciuto; ma subito l’uscio fu spinto delicatamente e Antonio guardò.

— Ah, — disse con vezzo biricchino, vedendo aperti gli occhi di lei, — ci sono, ci sono gli occhioni!

Entrò, prese lo slancio e andò agilmente a piombare proprio con le sue labbra sulle labbro di Regina.

— Ah, ti sei svegliata, piccinina? Sei sveglia?

— Mi pare di sì! — ella rispose, con voce un po’ rauca, cingendogli il collo con un braccio.

— Piove?

— Piove sì, purtroppo! — diss’egli sospirando esageratamente. — Ma cesserà.

— Speriamo bene! Apri gli scuri.

— Oggi è domenica, — egli proseguì, andando ad aprire. — Sai che a Roma la domenica piove sempre, per effetto della maledizione papale sul travettismo italiano. Basta, cesserà: ti assicuro che cesserà. Rimani a letto un altro po’: ora ti faccio portare il caffè.

— No... no! — diss’ella, spaventandosi alla [p. 30 modifica]idea di rivedere la suocera. — Ora mi alzo: scriverò a casa.

— Appena cessa di piovere usciremo, — riprese Antonio. — Se non ti dispiace ci farà compagnia Gaspare che s’intende d’archeologia: andremo al Foro.

— Al Foro! — diss’ella, rallegrandosi di una gioia profonda.

— Sì, cara, al Foro! Pensa, al Foro! Sai dove ti trovi?

Ella gli sorrise, senza rispondere. Egli s’era cambiato, aveva messo un colletto lucente, una stupenda cravatta verdolina: s’era arricciato i baffi; era fresco, fragrante, bellissimo.

La luce era entrata con lui, e Regina lo guardò con amore, con gioia; lo attirò a sè, gli baciò i capelli che emanavano un profumo speciale — di fiori bruciati, ella diceva — ; poi finse di dirgli qualche cosa in segreto, all’orecchio, e invece mise un piccolo grido infantile.

Ed egli finse di trasalire, di spaventarsi, e la minacciò e la scosse tutta; e risero, scherzarono e dimenticarono ogni cosa che non fosse la loro felicità.

— Dove ti sei svegliata, dì, levrotin?1 — egli chiese usando uno dei nomignoli graziosi che aveva appreso nel paese di lei, dove era stato tre mesi commissario regio. — Ma dove? Ieri a quest’ora eravamo a Parma, oggi qui. Pensa che distanza! E tre mesi fa non ci conoscevamo neppure! Ti ricordi il primo giorno che ci siamo conosciuti sull’argine? Quel gran sole cremisi dietro il bosco! Il maestro ci guardava, [p. 31 modifica]e sorrideva: egli sapeva già che dovevamo sposarci!

— Ecco il signor Antonio Venutelli, vice-segretario al Ministero del Tesoro; ecco la nobile signorina Regina Tagliamari, — proseguì Antonio, imitando la voce nasale del vecchio maestro che aveva preparato il suo primo incontro con Regina. — Una vera Regina di bontà e d’ingegno, degna di regnare nella Città Eterna. Roma intangibile! Ci andremo e ci resteremo!

— Povero vecchio! — disse Regina di nuovo seria. — Sì, certo, a lui dobbiamo il nostro incontro.

— E a casa tua cosa diranno, ora? Diranno: Regina ora è a Roma, ed è ancora a letto, pigrona; e non è stata ancora a messa, scomunicata. Essere a Roma e non andare a messa!

— Ma guarda! — ella disse, battendo le mani e imitando l’accento un po’ comico del marito. Ma non era più allegra, no. Una cara visione le struggeva il cuore: vedeva la sua mamma, la sua buona e delicata mamma, e la sua sorellina graziosa, e il fratello più piccolo, il suo prediletto, che uscivano per andare alla messa delle nove. Il villino sull’argine rimaneva deserto, velato di nebbia, tra i pioppi nudi, come una Casina fantastica in fondo a uno scenario; nell’interno il gran camino ardeva; il gattino nero contemplava il fuoco; il quadro del Baratta si illuminava di tinte grigie e rosate che gli davano un rilievo suggestivo.

Un suono di campana, purissimo, si spezzava con vibrazioni metalliche nell’aria rigida, e tutto un paesaggio nordico, attraversato da un gran fiume serpeggiante, azzurrognolo come una [p. 32 modifica]vena enorme sul biancore della pianura nivale, stendevasi sotto il cielo vaporoso. Silenzio, immensità misteriosa, vapore di sogno.

Ma da quella visione nostalgica, che pur le dava un piacere melanconico, vista così attraverso le carezze di colui per il quale ella aveva tutto abbandonato, la strappò l’entrata cauta della signora Anna. La vecchia signora s’avanzò ansando, sospirando, tutta composta sotto l’aureola dei capelli ancor più neri e più oleosi del solito, tutta tonda ed enorme nell’abito da camera di lana rossa. Regina arrossì: tolse le braccia dal collo di Antonio, e si coprì vivamente.

— Ma che fai? — disse il giovine, sollevando la coperta. — Fa invece veder subito subito le tue belle braccine. Guardate, mamma, guardate com’è bianca la mia Regina!

— No! no! Lasciami! — ella disse, nascondendosi sotto la coperta.

Ma la vecchia signora s’avvicinò, ajutò Antonio a sbottonare i polsini della camicia di Regina, passò un dito sulle braccia bianche e infantili della sposa.

— Ah! — disse, sospirando. — Dio ti benedica: sei davvero bella!

— Dio! Dio! Lasciatemi! — gridò Regina, tuttavia lusingata.

— Non è vero che è bella? — insistè Antonio, baciandole le braccia carine.

— Bella, ben fatta! Brava! — approvò soddisfatta la suocera, quasi Regina si fosse fatta da sè. — Anch’io ero bianca e ben fatta, una volta! Ora son vecchia, ma da giovane anch’io ero ben fatta. [p. 33 modifica]

— Piacere! — pensò Regina, guardando le grosse mani della suocera, brune, screpolate, puzzanti d’aglio, che contrastavano sul candore venato di viola delle sue braccia delicate.

— Vuoi il caffè? Vuoi del latte? Ora ti porterò il caffè, il latte, una frollata, un po’ di panna...

— Per carità! Non voglio niente.

— Alzati! — disse Antonio. — Comincia a spiovere: usciremo.

— Tu vuoi farla uscire con questo tempo! — protestò la suocera. — Sei matto: ella rimarrà a letto. Quando ero giovane, — si rivolse a Regina, — io rimanevo a letto tutta la mattina: ora i tempi son mutati. Allora le donne di servizio erano fedeli, attive, intelligenti, e la padrona poteva far la signora anche se non lo era. Io, grazie a Dio, potevo farlo...

— Anche ora potreste farlo! Che cosa vi manca? — disse gentilmente Regina.

— Dio! Con le donne di servizio di ora! Ladre, poi, false, ingrate! Sono il tormento, il veleno della nostra vita. Un tempo io le amavo come persone di famiglia: ora non le amo più, non lo meritano. Questa che ho ora mi fa venire il mal di cuore, certe volte, per i dispiaceri che mi dà...

— Alzati, — ripetè Antonio.

Ma Regina non volle alzarsi finchè non la lasciarono sola: allora si buttò dal letto, e rimase un istante ritta nella sua lunga camicia, nella luce grigia che penetrava dalle tre orribili finestre. Guardò desolatamente il caos degli oggetti sparsi per la camera, e tremando fece una triste scoperta: a Roma c’era più freddo che al suo paese! [p. 34 modifica]

Si vestì e si lavò malamente, tutto era incomodo, dal lavabo alla specchiera dell’armadio coperta da una densa cortina. Ella sollevò la cortina: guardandosi nello specchio si vide livida, disfatta, brutta, e si rannuvolò.

Non vedendola più comparire, Antonio rientrò: ella aveva dispoticamente rialzato tutte le tende, tutte le cortine, e cercava di riordinare la roba delle valigie.

— Andiamo, che fai? — egli disse un po’ impaziente. E la prese per mano e l’attirò nella stanza da pranzo, ove la signora Anna l’aspettava davanti alla tavola apparecchiata per due, ma. con una quantità di roba sufficiente per dieci persone.

— Io voglio solo un po’ di caffè nero, — disse Regina.

— Caffè nero solamente? Tu sei pazza, mia cara, pazza così per dire, scusami, sai. A Roma bisogna mangiare. Ecco il caffè nero: vuoi metterci un po’ di cognac?

— No: non mi va, non mi piace.

— Ebbene, prova. Vedrai che ti piacerà.

— No, no.

— Sì, sì. Altrimenti mi fai dispiacere.

Ella dovette bere il caffè col cognac, e poi dovette prendere il caffè e latte, e poi la frollata, e mangiare il pane col burro, e i biscotti e il pane. In ultimo le vennero le lagrime agli occhi; le insistenze della suocera l’opprimevano: per confortarla la signora Anna le chiese se voleva anche una tazza di brodo e un’ala di pollo.

— Ma voi volete farmi morire! — ella gridò comicamente disperata. [p. 35 modifica]

Antonio mangiava e rideva.

Fortunatamente s’udì un fracasso in cucina, e la signora corse, tutta affannata e traballante nel suo gran vestito rosso: allora Regina tornò in camera, si mise una bella cravatta bianca, un cappellino nero con un nastro rosa, che a lei sembrava molto elegante, e s’incipriò. Ah, le pareva che tutti dovessero guardarla, come al suo paese!

— Ma guardate quanto è bella la mia Regina! — disse Antonio, un po’ sul serio, un po’ scherzando, quando ella ricomparve nella stanza da pranzo. — E il suo cappellino, guardate!

Gaspare, tutto chiuso nel suo soprabito nuovo, grasso, tondo, roseo e pensieroso, aspettava sull’uscio. Guardò Regina alla sfuggita, poi la salutò e disse gravemente:

— Eh, sembra un nido di rondine, il tuo cappello!

— Che cosa te ne intendi tu, di cappelli! — esclamò Antonio. — Se non guardi mai le donne!

— Io non prenderò mai moglie, — dichiarò Gaspare, — ma se dovesse succedermi una tale disgrazia non le permetterei mai di rendersi ridicola.

— Ridicola chi, la disgrazia? — disse Regina con ironia.

Gaspare non si degnò rispondere.

Uscirono. Regina non perdonò mai ad Antonio di aver permesso a Gaspare di accompagnarli in quella loro prima passeggiata romana.

— Scendiamo per via Cavour, andiamo al Foro, ritorniamo per piazza Venezia e per via [p. 36 modifica]Nazionale, — propose Antonio, guardando l’orologio; — è già tardi.

Il tempo si rasserenava; dagli alberi dei giardini di via Torino piovevano grosse goccie d’acqua brillante: ancora tutta umida, grigia e rosea, con la scalinata bagnata, Santa Maria Maggiore delineavasi sul cielo turchino, lontana, in alto come sopra una montagna.

— Santa Maria Maggiore, — disse Gaspare puntando l’ombrello verso la chiesa.

Regina guardò con indifferenza: la gran chiesa le parve brutta.

Scesero per via Cavour: il selciato andava rapidamente asciugandosi, e Regina osservò che le mattonelle non erano lucide, come la sera prima le erano apparse.

— Ci vorrebbe altro! — disse Gaspare, che qualche volta raschiava e si voltava indietro per sputare. — Le donne vedono sempre delle cose ben strane: tutto il contrario della realtà.

— Anche gli uomini, spesso! — ribattè Regina.

— Gli uomini più che le donne! — aggiunse Antonio per farle piacere.

— Eh, non dico, qualche volta! — disse Gaspare con un cattivo sorriso.

Sebbene Antonio l’avesse avvertita che Gaspare era un tipo, i modi rozzi del cognato indispettivano Regina; ma ben presto ella si distrasse e si immerse nella contemplazione delle cose nuove che vedeva.

La giornata si rasserenava; solo qualche nuvola argentea solcava ancora il cielo turchino. La gente passava rapida, con l’ombrello sotto il braccio; per l’aria umida e luminosa errava [p. 37 modifica]l’odore delle castagne arrostite. Sì, quella strada larga e piena di luce era veramente grandiosa: in una vetrina stavano esposti cinque cappelli che attirarono l’attenzione e l’ammirazione di Regina, più che non l’avesse fatto Santa Maria Maggiore. Ma ad un tratto i due fratelli lasciarono Via Cavour e attirarono Regina in una strada melanconica, dalle case antiche, dai giardini pensili su alte muraglie umide simili a bastioni, che saliva e scendeva, senza marciapiedi, senza negozi, animata da una folla meschina e sucida di rivenditori, d’erbivendole, di monelli. Cammina e cammina la melanconica strada non finiva mai; Regina si stancò, s’appoggiò al braccio di Antonio e ricominciò a sentire un cupo senso di tristezza. Quella era Roma?

Antonio e Gaspare ebbero il torto di credere che Regina potesse camminare a lungo come loro, e la trascinarono sino al Foro, dove ella con gli occhi velati di stanchezza, non vide che un campo di rovine umide, un luogo triste, un cimitero sopra il quale le nuvole guardavano dal cielo turchino, ed avvolgevano gli archi e le colonne con veli d’ombra melanconica. Gaspare parlava: ella non l’udiva. Un gran numero di occhiali e di vestiti inglesi tirati su da spilli e da salvagonne, animava la tragica solitudine dell’immenso cimitero; e i frantumi gloriosi, ancora umidi di pioggia, parvero a Regina ossa gigantesche, disotterrate da un popolo di bimbi curiosi, che voleva semplicemente divagarsi profanando l’enorme sepolcro di una civiltà morta.

Dal Foro i Venutelli ritornarono verso piazza [p. 38 modifica]Venezia. Era quasi mezzogiorno; la folla prendeva d’assalto i tram: una fiumana di gente, composta per lo più di signore eleganti, veniva giù da via Nazionale, spandevasi per la piazza, risaliva per il Corso: un rombo confuso, di tram, di automobili, di carrozze, di voci, risuonava per l’aria sempre umida, ma inondata da una viva luminosità. Regina sentiva una specie di vertigine; ella, che vedeva poco da lontano, cominciò a veder confusamente anche da vicino, stordita sopratutto da quel rombo incessante fatto di mille rumori, fra i quali il mugolìo degli automobili le sembrava l’urlo di belve in fuga e le dava quasi una sensazione di terrore.

Ella fissava gli occhi spalancati sulla piazza, affascinata dal via-vai della folla come dall’ondeggiamento d’un fiume: poi guardava in alto, e le pareva che la rete dei fili telefonici velasse il cielo attraversato da nuvole lucenti. Tuttavia, se ella si sentiva stanca ed oppressa, credeva di non essere meravigliata. L’eleganza delle donne la colpiva sopra ogni cosa; ella ne provava invidia e nello stesso tempo disgusto. Era impossibile che esistessero tante donne così ben fatte e così belle: dovevano essere imbottite e tinte. Oh, ella lo sapeva bene, ella sapeva quanta corruzione, quanta falsità, quanta miseria occulta portava con se quella folla il cui primo contatto, in quell’incerto mattino autunnale, sotto la rete dei fili metallici, le destava un misterioso sentimento d’avversione e di compassione.

— Montiamo in carrozza, — propose Antonio, che vedeva una stanchezza sempre più grave disegnarsi sul viso di sua moglie. [p. 39 modifica]

— Perchè non in tram? — chiese Gaspare.

Antonio disse che era meglio prendere una

carrozza per arrivare più presto, ma in realtà perchè, almeno per il primo giorno, egli voleva trattare signorilmente Regina. Gaspare insistè per il tram.

— Andiamo a piedi, — disse Regina.

— Tu non sai quel che dici. Non vedi che caschi di stanchezza! — esclamò il cognato.

— E allora prendiamo la carrozza, — ella rispose, per fargli dispetto.

— Come siete aristocratici! — proruppe il rozzo nemico delle donne.

Presero una carrozza e risalirono per via Nazionale, che cominciava a sfollarsi. Sotto la luce biancastra del cielo fattosi tutto argenteo, in lontananza, nello sfondo un po’ vaporoso di piazza ’Termini, il getto della fontana pareva un enorme flore di cristallo. In quell’ora, sotto quel cielo tenero e melanconico, con quello sfondo grandioso, la magnifica via, sempre più deserta, un po’ sonnolenta, era d’una bellezza squisita; ed Antonio guardò Regina per scorgere finalmente negli occhi di lei un raggio di ammirazione: ma i grandi occhi pieni di stanchezza e d’ombra seguivano solo le insegne fuggenti e non distinguevano altro.

Giunti presso via Napoli, egli disse:

— Vediamo un po’ se in una di queste vie traversali riconosci la nostra via, Reginotta.

— Da questa parte io non l’ho vista ancora, e l’avessi pur vista non la riconoscerei che fra tre mesi. Tu sai che non ci vedo.

— No, è che non badi!

— E sia pure! A che serve badare? [p. 40 modifica]— E a che serve avere gli occhi, allora? — disse Gaspare.

— Sì, a che serve? Tanto c’inganniamo lo stesso! — ella rispose; ma Gaspare parve non capire, e si contentò di sputare fuor della carrozza, pensando che le donne sono tutte o pazze o civette.

Fin da quel giorno egli mise Regina nella «valanga», — espressione sua, — delle donne pazze, con Arduina, la serva ed altre donne di sua conoscenza. Un intenso disprezzo reciproco regnò per tutta la vita fra i due cognati.

Durante la colazione, che la signora Anna disse «pronta, pronta, pronta», mentre si fece aspettare più di mezz’ora, Regina dovette minutamente raccontare alla suocera tutto ciò che aveva veduto. I tre fratelli, intanto, discutevano di politica con idee abbastanza disparate: Gaspare era un forcajuolo della più bell’acqua, intransigente e crudele; Massimo socialista tolstojano, nemico dell’esercito quanto il fratello era nemico della libertà e delle donne; Antonio liberale, un tantino opportunista.

La signora Anna s’immischiava in modo affatto speciale nelle discussioni dei suoi tre figliuoli: se, per esempio, si faceva il nome d’un uomo politico, ella tirava fuori la storia del matrimonio o nominava l’amante del personaggio in questione: e pareva molto bene informata.

Dopo colazione Regina si ritirò, si coricò e s’addormentò. Quando si svegliò sentì che pioveva ancora, dirottamente; e di nuovo, nel ritrovarsi sola su quel gran letto duro, sotto quel soffitto grigio, nella penombra cupa della [p. 41 modifica]camera fredda, provò un senso di tristezza e quasi di disperazione. S’alzò e volle scrivere a casa sua. Antonio la condusse davanti a uno scrittojo, nella camera della signora Anna, ed ella cominciò la lettera.

«Piove; sono molto triste...»

Ma che, era pazza? Perchè rattristare la sua mamma con delle inutili querele?

— Sono io che l’ho voluto, — pensò, lacerando l’angolo del foglietto. — Chi mi costringeva a cambiare stato, a lasciare la famiglia e la patria? Oramai sono sola. Sola! Anche se mi lamento nessuno può comprendermi.

S’appoggiò allo scrittojo e cominciò a filosofare amaramente.

— Ho diritto di lamentarmi? No. D’altronde ogni lamento è inutile, quando la ragione del malessere è in noi stessi. La mia anima è malata; è un cespuglio strappato dal luogo ove è nato, e ogni piccolo urto la strazia. Perchè lamentarmi? Con chi lamentarmi? A che serve? Nessuna cosa per ora può guarirmi: nemmeno l’amore d’Antonio. La pioggia cesserà; verrà il bel tempo, avrò una casa tutta mia, dove non avrò a subire la compagnia di nessuno: ma allora sarò contenta? E chi lo sa? Ma del resto che importa? Bisogna soltanto accettare la vita come è, e rassegnarsi, e procurare di vivere soli. Io non capisco questa smania che tutti abbiamo della compagnia. Non è possibile viver soli? Non è meglio? Quale miglior compagnia di noi stessi? Del resto, — concluse, — tutto passerà; dobbiamo morire.

Le parve di rassegnarsi, e decise di scrivere ai suoi una lettera piena di pietose menzogne: [p. 42 modifica]ma guardando nel cassetto in cerca d’una busta, vide le lettere che Antonio aveva indirizzato alla sua famiglia durante i tre mesi ch’era stato commissario regio a C*** e una viva curiosità la spinse a leggerne qualcuna. Nelle prime lettere Antonio descriveva con rapidi tocchi il paese e ne lodava gli abitanti alacri, allegri, arguti. In una lettera diceva: «Sto a pensione presso una buona famiglia. Il padre è maestro di scuola in un paesello vicino, ma vive qui per poter mandare all’Istituto Tecnico i suoi due figli, Gabriele, un ragazzo svelto, attivo, ambizioso, e Gabriella una fanciulla intelligentissima che vuol diventare scrittrice. Il maestro, che tutti chiamano el guendol perchè non sta quieto un momento, è un bel tipo; parla continuamente di Raffaello e di Michelangelo, con criteri artistici suoi particolari: per esempio, parlando di Raffaello, al quale non manca mai di dare il cognome, dice «quello che ha dipinto la Madonna delle Seggiole» ecc.».

Un poscritto di questa lettera diceva: «Il maestro mi ha fatto una proposta di matrimonio. Signorina nobile, di famiglia una volta ricchissima, ora decaduta: 23 anni, non bella nè brutta, intelligentissima; 30 mila lire di dote».

In un’altra lettera Antonio, che si vantava d’esser teneramente guardato da parecchie signorine del paese, diceva che il maestro insisteva nella sua proposta. «La famiglia Tagliamari è delle più distinte del paese: possiede ancora un 200 mila lire, da dividersi in quattro: per ora dà 30 mila lire di dote alla figlia [p. 43 modifica]maggiore. La signora T... è una donna distintissima, vedova d’un nobile che ai suoi bei giorni si divorò un patrimonio di mezzo milione. Il maestro mi dipinge la signorina come un’arca di scienza e di bontà.

— È fine, sa, — mi dice, — fine, fine, fine! È stata educata a Parma, nel collegio dei nobili. Bisogna portarla via di qua, portarla a Roma: là è il suo posto.

«Povero maestro, — commentava Antonio, — si immagina che un vice segretario al Ministero del tesoro sia un principe, da sposare e portar via una signorina fine, fine, fine».

«Certo — scriveva in una lettera del 20 settembre — trenta mila lire non sono da disprezzarsi; ma bisogna conoscer prima la signorina».

La lettera seguente descriveva l’incontro con Regina, sull’argine del Po, davanti al villino dei Tagliamari:

«Non è bella, ha un musino da gatto, ma è molto graziosa, istruita, intelligentissima. Il maestro deve averle parlato di me, perchè ella arrossiva e mi guardava in un certo modo!...

«M’ha chiesto s’è vero che io sono segretario d’una principessa e credo che questo titolo mi renda ai suoi occhi molto più interessante che quello di vice-segretario al Ministero del tesoro.

«Ieri sono stato nel villino Tagliamari. La signora è la più simpatica delle donne: una vera signora. Mi ha raccontato (forse con intenzione, ma con modi delicati) tutta la storia della sua vita. Ella appartiene a una distintissima famiglia; suo marito era molto ricco, [p. 44 modifica]ma, — ella mi disse, — speculazioni fallite, l’inondazione dell’80 ed altre disgrazie lo rovinarono».

— Che fai, Regina? — chiese Antonio, affacciandosi all’uscio.

— Ah, — ella disse, sollevando la testa, — ho scoperto dei documenti umani curiosissimi. — E gli fece vedere le lettere.

Egli arrossì lievemente, si slanciò e volle riporre nel cassetto le lettere; ma poi cambiò pensiero e cominciò anch’egli a rileggerne qualche brano.

— Non ti vergogni? — ella disse. — «Una signorina fine, fine, fine!» «Trenta mila lire non sono da disprezzarsi». «Il titolo di segretario d’una principessa mi rende ai suoi occhi più interessante», eccetera, eccetera. Va, sei abbominevole.

— Leggi qui! Leggi qui! — insistè Antonio. — Vedi cosa dico qui, dopo?

Ma ella si alzò e andò a guardarsi nello specchio.

— Sì, rassomiglio davvero ad un gatto.

— Leggi qui! — ripetè Antonio, inseguendola, con una lettera in mano.

— Leggeremo poi; ora lasciami scrivere, — diss’ella, ritornando allo scrittojo.

Antonio prese tutte le sue lettere e si mise a rileggerle, sprofondato in un angolo dell’ottomana: ogni tanto, mentre Regina scriveva rapidamente egli dava in esclamazioni e in piccole risate: poi, ad un tratto, si fece serio, quasi suggestionato dal vivo ricordo degli ultimi giorni passati a C***, delle sue nozze e della sua felicità. [p. 45 modifica]Più tardi i due sposi salirono da Arduina, presso la quale dovevano pranzare. La scrittrice abitava all’ultimo piano del palazzo, in un appartamentino arredato con gusto un po’ strano: vi si notava un disordine che a Regina parve artificiale.

Arduina venne incontro ai cognati strillando di gioia; indossava un lungo camice bianco, di cui teneva le maniche rimboccate sulle braccia gialle e scarne.

— Su, — disse nascondendo le mani dietro la schiena, — dammi un bacio. Regina.

Regina la baciò senza entusiasmo. Antonio disse:

— Io le diceva che tu, per poter scrivere il tuo giornale, prepari la colazione ed il pranzo dalle cinque del mattino. Dio sa che pasticci ci darai.

— Ecco la prova contraria! — disse Arduina, mostrando le mani impiastricciate di farina. — Qualche volta, sì, siccome io scrivo facilmente, a qualsiasi ora e in qualsiasi luogo, quando la inspirazione viene, mi metto a scrivere in un angolo del tavolo di cucina, e mi esalto tanto che l’arrosto brucia. Ma che vuol dire? — aggiunse poi, ridendo del suo riso un po’ scemo, che tuttavia pareva beffardo. — L’arrosto è l’arrosto, l’arte è l’arte. Ma venite qui, accomodatevi; guarda questi giornali, cara. Io vado a torno. Mi dirai poi quelle notizie sulla beneficenza femminile nel Mantovano.

— Lasciala in pace! — ripetè Antonio.

— Lasciala fare, tu! Nessuno, meglio di me, vuol bene a tua moglie. Io l’adoro. Io l’adoro, — ripetè, volgendosi a Regina: — mi pare di [p. 46 modifica] conoscerti da tanti anni. Mi piaci anche perchè ti chiami Regina. Hai già visto la Regina?

— Già, stanotte in sogno!

— È vero, sei qui appena da ier sera. Ma c’è tempo. Dove siete stati questa mattina? Al Colosseo? Ah, io adoro il Colosseo: vorrei viverci. Hai letto Quo Vadis? Come, tu non conosci ancora questo che è il più bel libro moderno? Te lo farò leggere; ti farò leggere tanti libri, ti farò conoscere tanti scrittori: ti condurrò nei salotti intellettuali, alle feste dell’arte, alle conferenze, dappertutto ove si vive non di solo pane...

— E che, viviamo di solo pane, qui? — disse Antonio, comicamente minaccioso. — Spero almeno non farai scriver Regina nel tuo giornale.

— Perchè no?

— Ed io ti ammazzo, ti faccio arrestare.

Regina rise; Arduina andò in cucina.

Rimasti soli, Antonio condusse Regina vicino allo specchio.

— Non siamo belli, — disse, abbracciandola, — ma formiamo un bel gruppo. Guarda; e ridi, come facevi poco fa. Tu non sai che malumore mi assale quando ti vedo scontenta.

— Io non sono scontenta, — ella rispose, ponendogli le mani sul petto.

— Ma non sei neppure contenta. Non sei più la Regina dell’argine; hai il viso lungo, guardi sempre lontano. Non pensi che sei a Roma, in questa Roma che sognavi tanto?

— È il tempo, è il tempo, — ella disse con voce monotona.

— Il brutto tempo passerà, — disse Antonio, [p. 47 modifica]avvicinandosi alla finestra. — Vedrai come Roma è bella quando il tempo è bello: ed è quasi sempre bello, e non fa mai freddo. Vedrai quanti giardini. Anche qui, in via Torino, c’è tanto verde; vuoi che guardiamo un po’ dalla finestra? Non piove più.

Aprì le imposte umide: Regina si affacciò tra i vasi di rachitiche pianticelle le cui rade foglie avevano il triste riflesso del cielo grigio, e guardò nella via bagnata e deserta.

Accoccolata sotto l’arco d’una porta chiusa, una vecchierella vestita di nero, con un cestellino di limoni a fianco, scalzettava rapidamente, livida, e tremante di freddo.

Regina l’aveva notata sin dalla mattina, ed ora, invece di contemplare i palazzi e i giardini, riprese a fissarla, socchiudendo gli occhi per distinguerla meglio da quell’altezza di quinto piano, mentre Antonio additava il Costanzi, dicendo, che per la stagione di carnevale si aspettava la Bellincioni.

— Pensa, piccinina! Sentirai la Bellincioni.

Ma Regina guardava il marciapiedi fangoso, vigilato dalla vecchietta nera, il cui patrimonio consisteva tutto in quei sette limoni che avevano un’aria melanconica; e le pareva di non aver diritto di rallegrarsi pensando alle gioie che offre una grande città, quando in questa grande città, negli angoli delle vie, mentre piove, si vedono ancora delle vecchierelle nere, tremanti di freddo, la cui anima deve essere agra e melanconica come i limoni che formano tutto il comico patrimonio, tutto il guadagno e il totale della loro lunga vita di lavoro e di dolore. [p. 48 modifica]

— Esser poveri e vecchi! — ella disse, esprimendo la sua impressione al marito.

— Ma che credi? — egli rispose. — Tu credi che quella donnina soffra? È abituata a questa vita, e se la togliessero dalle sue abitudini, anche offrendole un’esistenza migliore, sarebbe infelice.

Regina pensò al suo caso, domandandosi se Antonio non avesse ragione: ma le bastò ricordare che a casa sua, in quell’ora, la luce del fuoco cominciava a indorare il crepuscolo della vasta sala da pranzo, per sentirsi ancora più triste lassù, in quel salottino freddo e disordinato.

La distolse dalla sua nostalgia una notizia portata da Arduina.

— La principessa viene; me lo aveva promesso, ma credevo che con questa brutta giornata non osasse neppure uscire. Ma è tanto buona, tanto intelligente... Io l’adoro. Bisogna che mi vesta. Mario, — gridò poi, andando incontro al marito che rientrava, — viene, viene! Mettiti almeno il thait.

Il sor Mario entrò, serio, paffuto, ansante: strinse la mano di Regina, sbuffò, e alle insistenze della moglie andò a vestirsi. Regina non potè capire se egli era contento o no che la principessa onorasse il loro pranzo: dal canto suo, ella era curiosa ed un pochino anche ansiosa di conoscere una dama autentica o almeno milionaria, per quanto Antonio gliene avesse già disegnato un ritratto poco lusinghiero. E non pensava che la principessa in questione, per quanto milionaria, doveva essere una «dama» non molto autentica se si degnava di andare a pranzo da Arduina. [p. 49 modifica]

— È vecchia e sorda, — le aveva detto Antonio. — Si dà aria di intellettuale, e protegge o almeno riceve e visita i peggiori imbrattacarte di Roma. Ma già, questi scrittori! Penetrano dappertutto, come le mosche. Bella cosa l’ingegno: quasi quasi vale più del denaro.

— Certo, — aveva risposto Regina, — perchè con l’ingegno si acquista anche il denaro: e se non si riesce ad acquistarlo lo si disprezza!

— Andiamo a cambiarci anche noi, — disse Antonio, pensieroso.

— Non per lei, — aggiunse subito, — ma per noi stessi.

Ridiscesero e Regina indossò il suo vestito di seta avana, mise la cravatta, il fermaglio, gli anelli; s’incipriò e seguì il consiglio di Antonio di gonfiare un po’ i capelli sulle tempie.

— Ah, così stai bene! — egli le disse con compiacenza. — Sembri un’altra.

Anch’egli si cambiò, poi si arricciò i baffi accuratamente.

— Tu vuoi fare il ganimede! — disse Regina scherzando. — Vuoi sedurre quella signora, coi tuoi baffi!

— Va là, sei una gran burlona! Chi vuoi che s’innamori di me? Neanche la veccia corna!2

— Mi sono innamorata io!...

— Ma è davvero che ti sei innamorata? — egli disse, correndo ad abbracciarla. — Vedi, io non ci credo!

— Sei tu che non ti sei innamorato! «Una signorina fine, fine, fine». E poi: «Trentamila lire di dote non sono da disprezzarsi!». «Un musino...» [p. 50 modifica]— Sì, musino! Musino, musino e musino... — egli disse, come i bimbi che sostengono un loro insulto infantile.

Quando uscirono, la signora Anna corse a veder Regina abbigliata; palpò la stoffa del vestito, guardò se era foderato di seta: lunghi e penosi sospiri le gonfiavano l’enorme petto rosso. In cucina s’udiva Gaspare borbottare contro Marina.

Regina provò un senso di gioja nel pensare che Gaspare e la suocera non prendevano parte al pranzo di Arduina; ma risalita nel salotto della cognata, mentre si attendeva madame, provò ancora un senso di tristezza penosa.

La sera calava rapidamente: l’ombra si addensava come una nebbia impalpabile, fuligginosa.

Arduina stava nel salottino da pranzo; il sor Mario, sprofondato in una poltrona, coi pantaloni tirati tirati sulle ginocchia, sbuffava benevolmente; Antonio taceva, ridiventato pensoso. Nessuno pensava ad accendere i lumi nel salotto.

Regina sentì qualche cosa di triste, di tetro aleggiare nell’anima. Che cosa era? L’ombra, l’oppressione del crepuscolo in quel luogo ignoto e lontano ove il destino l’aveva attirata; o il riflesso dell’insolita serietà di Antonio? S’avvicinò ai vetri, e cercò di scorgere ancora la vecchietta nera: i lampioni brillavano, bianchi e gialli nel crepuscolo torbido; il marciapiedi brillava: una tristezza infinita, un mistero di ombre paurose calava dal cielo sempre più nero.

— Regina, — disse la voce mutata di [p. 51 modifica]Antonio, — Mario mi domanda se a Casalmaggiore tu conosci un certo Vincini.

— Vincini? — ella disse, volgendosi. — Non lo conosco.

— Un appaltatore: un uomo grosso, con un occhio di vetro...

Squillò il campanello: entrò precipitosamente la serva e accese il gas appena in tempo per l’ingresso di madame.

In quella luce improvvisa Regina vide la principessa, e provò una disgustosa delusione. La figura alta e grossa aveva, anche nelle vesti non sostenute dal busto, e nel cappello lobbia fissato con un elastico sotto il cercine dei capelli neri appiccicato alla nuca, qualche cosa di maschile. Due grosse labbra grigiastre, un piccolo naso volto all’insù, due occhietti metallici, d’un verde giallognolo, disegnavano il gran viso cascante, pallido, immobile. Una volta veduta quella figura non si dimenticava più.

Bon soir, — ella disse entrando. — La sua vocina armoniosa contrastava stranamente con quel suo grosso corpo deforme. Proseguì in francese, mentre Arduina le toglieva servilmente il cappello e la borsetta: — Ho tanto piacere di rivedervi, monsieur Venutelli. Ho ricevuto la vostra lettera. Questa è la vostra sposa? Molto gentile.

Antonio s’inchinò; Regina la guardava coi grandi occhi un po’ stupiti.

— Troppo buona, signora... — mormorò.

— Scusi?... — domandò madame volgendo l’occhio sinistro verso Regina.

Allora questa ricordò come Antonio imitava la principessa sorda, ed ebbe voglia di ridere; [p. 52 modifica]ma la signora Makuline le aveva preso la mano e diceva, infilandole nell’anulare un bellissimo anello con una pietra azzurra:

— Mi permette? E mille auguri.

— Oh, grazie; troppo buona, — gridò allora Regina, veramente commossa per la gentilezza di madame. Anche Antonio guardò l’anello e ringraziò; poi sedettero, e la principessa si levò i guanti bianchi sporchi, denudando, con meraviglia di Regina, due piccole mani da bimba, coperte di anelli luminosi.

— Che brutto tempo! — diceva madame, senza guardar nessuno coi suoi occhietti felini; — da molti anni che io sono a Roma non ho mai visto un autunno simile. Dicono che non si deve parlare del tempo, in una conversazione per bene, ma come si fa, quando il tempo diventa qualche cosa come la nostra salute? Io credo che il tempo influisca su noi più che gli avvenimenti importanti della nostra vita.

Monsieur Antonio, questo tempaccio vi guasterà la luna di miele, — disse allora Arduina, credendo di scherzare. Ma Regina borbottò qualche parola di protesta.

— Scusi?....

— Arduina ha ragione, — disse Antonio; — mia moglie, infatti, è di pessimo umore.

— Di pessimo umore?

— Non è vero! — protestò Regina. — Io sono invece allegrissima.

Ma durante il pranzo madame s’ostinò a osservare che Regina parlava poco.

— Io amo tacere! — disse alfine la sposa, alquanto seccata. — Amo ascoltare.

— Ciò è molto bello. — osservò allora [p. 53 modifica] madame. — Vi è un certo cachet in una donna giovane che tace: s’intravede sempre un mistero, qualche cosa d’occulto, di dolce, nel silenzio d’una donna. Georges Sand parlava poco, e un mio zio, che è stato suo amico intimo, mi diceva che Georges taceva apposta.

— Ella ha conosciuto la Sand? — chiese Massimo, poco galantemente.

— No, — rispose madame senza scomporsi.

— Oh, avrà conosciuto la madre! — mormorò Antonio.

— Scusi...

— Qualche tempo fa, — egli disse a voce alta, — ho letto un articolo sulla madre di Georges Sand: interessantissimo. — Era una donna d’ingegno ardente, e di cuore anche ardente, le cui avventure influirono certo sulla fantasia di Georges...

— Dov’è quest’articolo? — domandò Arduina. — Si potrebbe riprodurre.

Il sor Mario scosse la testa curva sul piatto, emettendo un lieve forse involontario mugolìo.

Parlarono stucchevolmente delle avventure e dei romanzi di Giorgio Sand; ma Arduina dichiarò che questi non le piacevano: ella amava le cose moderne, ma sopratutto il Quo vadis?

— Dio mio, — disse Antonio, — non potresti lasciarci in pace col tuo Quo vadis? che poi non è affatto moderno?

Regina taceva e ascoltava. Non si parlò d’altro che di libri, di teatri, d’autori: la principessa raccontò qualche aneddoto su Tolstoi, — che ella conosceva personalmente, — e in fine [p. 54 modifica]di pranzo s’accese fra Massimo e Arduina una scottante discussione su un grande romanziere e poeta italiano.

— Pace! pace! — disse Antonio ridendo.

Ma una cosa straordinaria avvenne: il sor Mario parlò. Egli non aveva mai letto una riga del poeta, eppure ne parlava male.

— Una volta lo vidi ad Anzio, — raccontò; — passava lungo la spiaggia, tutto vestito di bianco, col cappello e i guanti bianchi, sopra un cavallo bianco...

— Il cappello e i guanti bianchi erano sopra un cavallo bianco? — chiese Massimo, ridendo nervosamente e scrollando la testa: i capelli gli si scompigliarono come quelli di un bambino infuriato.

— Pace, pace! — ripeteva Antonio.

Verso le nove, mentre Arduina serviva il caffè, arrivò la signorina di compagnia di madame. Vestita di grigio, piccola e secca, con due occhietti neri lucenti e un lungo musetto nel piccolo viso maligno, questa bizzarra creatura diede a Regina una strana impressione: le parve non un essere umano, ma qualche cosa d’ibrido, di fenomenale: una donnina-topo, nata da un connubio contro natura.

E infatti, appena entrata la signorina, il salottino fu come animato dal brusìo e dalle corse d’un topo: strilli sottili, esclamazioni, baci, strette di mano che parevano morsi; interrogazioni ed osservazioni, risate e grida, e sopratutto sguardi che a Regina sembravano curiosi, ansiosi, beffardi e investiganti.

— Marianna, — disse Arduina, mentre la signorina toccava con ambe le mani la fronte [p. 55 modifica]della principessa, — se volete una tazza di caffè servitevi.

— Scottate, — diceva Marianna alla principessa. — Avete mangiato molto? Che cosa avete mangiato? Che cosa le avete fatto mangiare? — chiese poi ad Arduina. — Sì, prenderò il vostro caffè, sebbene sia così cattivo. Come sono piccoline le vostre tazze! Rassomigliano a me!

Regina intanto guardava la signorina, ricordando d’aver sentito dire da Antonio che molti credevano Marianna figlia illegittima della principessa.

— È proprio il caso del sorcio partorito dalla montagna, — pensò.

E le parve che Marianna indovinasse il suo pensiero, perchè volse la testolina come un topo sorpreso da un lieve rumore, poi le si avvicinò, con la tazza sulla palma della mano, e le disse maliziosamente:

— È un cattivo soggetto suo marito, sa: lo tenga d’occhio se vuole che non gliene faccia di tutti i colori.

— Mi pare. — rispose Antonio, — che il cattivo soggetto, in questo momento, sia lei! Perchè vuol destare dei sospetti nell’anima di mia moglie?

— Perchè ne ho pietà!

— Perchè? — chiese Regina.

— Perchè si è sposata, semplicemente. Ecco un altro cattivo soggetto, — disse Marianna, additando Massimo, che si era avvicinato. — Del resto tutti cattivi soggetti, gli uomini! Ma sono meglio i cattivi che i buoni: i buoni sono stupidi. A me piace gli uomini cattivi, terribili, anzi, purchè abbiano ingegno e molta volontà. [p. 56 modifica]— Avessi almeno questi requisiti! — disse Massimo, fissandola coi suoi occhi insolenti.

— Non potete averli, perchè un uomo d’ingegno non si metto mai la pomata nei capelli, come fate voi! È impomatato, non è vero, signora?

— Ma... io non so, — disse Regina. — A me pare di no!

— Oh poverina, lei non può accorgersi: non si accorgerà mai di niente!

— Come è matta! — pensò Regina.

— Ella crederà ch’io sia ingenua o sciocca, — disse Marianna: — ma senta; mi son dimenticata di dirle una cosa che faccio sapere a tutte le persone che incontro per la prima volta.

— Sappiamo cosa è! — dissero Massimo e Antonio; tuttavia Marianna raccontò:

— Una volta, sette anni fa, a Odessa, s’incendiò la casa dove io abitavo. Io mi trovai circondata dall’incendio, in una delle camere più alte della casa. Impossibile salvarmi: il fumo già mi accecava e affogava: udivo la fiamma avvicinarsi. Allora, come ora, non credevo in Dio; eppure sentii il bisogno di rivolgermi a un essere soprannaturale, a una potenza occulta e onnipotente. E feci un voto: «Se mi salvo prometto di dire sempre la verità!» In quel momento il pavimento crollò: io svenni, e quando riaprii gli occhi mi trovai, sana e salva, fra le braccia d’un pompiere orribilmente brutto. — Come è stato? — chiesi. — Così e così, — egli mi raccontò come mi aveva salvata, con pericolo della sua vita. — Va bene, — io dissi, — mi pare che esageriate un pochino, ma [p. 57 modifica]io vi sono grata lo stesso e mi ricorderò sempre di voi, tanto più che siete d’una bruttezza indimenticabile!

Regina si mise a ridere.

— Mi pare di leggere un racconto russo! — disse.

— Ma è vera questa storiella? — chiese Massimo; e Antonio aggiunse:

— A me, se ricorda, l’ha raccontata con qualche leggera variante!

— Ecco che volete far dello spirito! Fiato sprecato, — disse Marianna, — perchè lo spirito si fa solo per le donne a cui si vuol piacere, e so che a me voi non volete piacere affatto.

— Oh, io voglio piacervi! — disse Massimo. — È l’unico scopo della mia vita.

— In verità, non mi importa niente delle vostre beffe! Vi sono delle donne molto inferiori a me alle quali voi non riuscirete mai a piacere.

— A delle superiori sì, però?

— Credo ci sieno poche donne superiori a me; e voi non le avvicinerete giammai.

— Io dunque sarei inferiore a lei? — chiese Regina, tanto per dire qualche cosa.

— Sì, perchè si è sposata. Una donna superiore non si sposa mai: o se si sposa, durante un periodo d’incoscienza, se ne pente presto. Se volessi farle un complimento le direi che la credo già pentita.

— Perbacco! — disse Antonio, — questa qui non scherza!

— E alla principessa dice sempre la verità? — chiese Regina. [p. 58 modifica]— Ella mi ha preso con sè solo per questo, — disse Marianna, guardando con affetto madame, che raccontava ad Arduina la storia di una sua zia.

— Era la donna più elegante e bella di Parigi. Vi ho raccontato la storia del suo matrimonio: a quindici anni le fecero sposare l’amante d’una signora che per dieci anni fu la sua amica, la sua confidente, la sua guida. Per dieci anni ella non si accorse di niente...

Il sor Mario ascoltava, sprofondato in una poltroncina, lottando contro il sonno e contro il desiderio di stuzzicarsi i denti.

Marianna sparlava di Nietzsche e delle sue opinioni sulla donna, ma Regina ascoltava più volentieri il racconto di madame che le arrivava attraverso gli strilli e le insolenze della signorina.

— ... Se la donna lo capisce deve ammetterlo, — diceva Massimo: — se non lo approva vuol dire che non lo capisce.

— Oh, fa qualche cosa di più: lo discute!

— Se ci fosse Gaspare troncherebbe la questione, — disse Antonio.

Regina sentì un’ombra passarle sull’anima al ricordo di Gaspare, della suocera, della serva.

— Il secondo marito, — raccontava la principessa, — era uno spagnolo, un bellissimo uomo, amico di tutti i letterati del suo tempo. Ma un libertino! Tutte le cameriere e le governanti di mia zia eran sue vittime. Una notte mia zia...

— L’educazione della donna non è ancora incominciata — diceva Marianna, rivolgendosi a Regina. — Solo quando l’uomo dirà la verità [p. 59 modifica]alla donna, questa comincierà a diventar cosciente.

— Ma qual’è la verità? — chiese Massimo. — La verità fra un uomo e una donna, scoppia soltanto quando essi litigano.

— Questo è vero fino ad un certo punto. Io penso sempre perchè mai la verità riesca così sgradevole a tutti. A me dicono che sono pazza perchè non dico mai bugie; ma nessuno mi vuol male perchè, dopo tutto, le mie parole non interessano a fondo le persone con cui parlo. Se però, mettiamo, la signora volesse dire a suo marito tutto ciò che pensa, il concetto vero che ha di lui, dei parenti, degli amici, son certa che il signor Antonio ne farebbe una malattia...

— Regina! — gridò Antonio, comicamente spaventato. — Fia vero?

Regina rise; ma pensò che Marianna aveva ragione.

— Jeanne, disse mia zia, battendo all’uscio della camera ov’erano il marito e la cameriera, passatemi il Figaro... — raccontava madame. — Null’altro.

— E risposero? — chiese il sor Mario, raddrizzandosi ad un tratto, con lo stecchino fra le dita.

— Ma no, — disse Arduina, mortificata. — Come puoi fare certe domande?

Prima di andar via, la principessa invitò Regina ai suoi venerdì; e Regina ringraziò e promise di andare; ma quando fu a letto, cullata dal tepore e dalla dolcezza del primo dormiveglia, disse:

— Sai, Antonio?... Non dormi?

— No. Cosa? [p. 60 modifica]— Quella principessa mi desta una strana ripugnanza.

— Perchè? È una gentilissima persona.

— Sì: ma non so... vedi...

— Cosa?

Ella tacque; poi riprese, con voce assonnata:

— Ricordi quella domatrice di leoni, che abbiamo veduto a Parma? Guardava le donne in un modo strano. Non sapevo a chi rassomigliava la principessa... pensavo... pensavo... Gli occhi son simili a quelli della domatrice... Hai visto come mi guardava fisso?

— Ebbene? Le sei riuscita simpatica: chissà che non ti lasci qualche centinaio di mila lire, quando muore!...

— Ma è ricca davvero?

— Diamine! È milionaria.

— Aveva i guanti sporchi.

— Ma hai visto che anelli?

— Che m’importa degli anelli, quando i guanti sono sporchi?

Regina tacque: poi rise piano piano, poi s’addormentò. Sognò di trovarsi nel bosco, sulle rive del Po, verso Viadana. Un molino scrosciava sulle acque lucenti, e questo molino era un castello con grandi sale parate di rosso, appartenente a madame Makuline. La principessa era morta, ma la sua anima stava arrampicata su un pioppio, attraverso il cui fogliame argenteo brillava il fiume, d’un color viola cristallino. Il molino scrosciava come un tuono; e Regina seduta sulla scalinata del castello, si lavava i piedi con l’acqua verdognola che copriva i gradini; un’anitra bianca veniva a beccarle il dito mignolo del piede destro e rideva. [p. 61 modifica]Anche Regina rideva: sapeva confusamente di sognare, perchè anche in sogno analizzava i suoi sentimenti e sapeva che un molino è un molino, e un’anitra non può ridere, e un’anima non può stare arrampicata, su un pioppio; ma una paura misteriosa e un senso di ripugnanza e di tristezza la opprimevano.

Antonio la sentì ridere ancora, d’un riso vago e strano che saliva dalla profondità del sogno come una voce da un pozzo.

— Fa un bel sogno: è contenta la mia piccinina, — egli pensò, quasi commosso.



Note

  1. Piccola lepre.
  2. Spauracchio, nel Mantovano.