Notizie della vita e degli scritti di Luigi Pezzoli/XII. Traduzioni dal latino, ed altre poesie

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XI. Scuole private XIII. Malinconia, e concentramento delle idee religiose
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XII. TRADUZIONI DAL LATINO, ED ALTRE POESIE.



A questa maniera, non che le altre cose originali, composte gli venivano, ciò che sembrerà più stupendo, le traduzioni di classici latini, alle quali si era in questi anni appunto applicato. Così cominciò e condusse a fine il volgarizzamento delle Eroidi d’Ovidio, di cui alcuni saggi videro la luce, altri conservo manoscritti, altri da ultimo forse si troveranno fra le carte di esso rimaste agli eredi, fino al compimento di tutta l’opera, che tutta di fatti compì. In proposito della qual traduzione mi piace notare che l’aver preso a volgarizzare Ovidio, anzichè altro poeta, come vedremo di Quinto Curzio, a preferenza d’altro storico, mi è indizio che l’anima sua sentivasi naturalmente inclinata, ciò che notai da principio, al magnifico e all’immaginoso; e il metodo e il carattere del volgarizzamento mi danno a divedere per altra parte quella stessa naturale inclinazione falsata, o per lo meno contraddetta dalla forza che gli fu fatta dai casi. Non aggiugne il Pezzoli nella sua traduzione la corrispondenza col testo che mirabilmente seppe ottenere il Pompei, in onta di liberare l’originale dalle soverchie licenziosità di alcuni passi, in cui il Veronese, scrupolosissimo nel rifare il disegno, smorza alcun poco della vivezza del colorito; ma prevale al Pompei nel calore e nell’ornamento: [p. 200 modifica]e dove sovrasta al Nannini, o Remigio Fiorentino se meglio piace, nella concisione e nella fedeltà, gli rimane secondo nella scorrevolezza, e in quella abbondanza di stile che fu pure il grande pregio del Sulmonese, e meritarono al Fiorentino l’onore di molte ristampe, e l’inserimento nelle due raccolte del Parnaso de’ traduttori in Venezia e del Supplimento a’ classici moderni di Pisa. Anche in questo caso la scelta del metro non avrà lodatori, e nelle traduzioni delle Eroidi, meglio degli sciolti, che prima il Nannini indi il Pezzoli credettero opportuno impiegare, saranno adoperate le terzine, non sciolte come nella sua compiuta versione il Pompei, ma quali le usarono il Pindemonte ed il Nicolini, quello nella eroide di Penelope a Ulisse, questi nell’inarrivabile, e senza dubbio primissima all’altre tutte, di Saffo a Faone.

La traduzione di Curzio non mai terminò, e nemmanco quella delle orazioni di Cicerone, che non oltre produsse delle Catilinarie, nelle quali traduzioni, e in quest’ultima specialmente, molto del vigore mostrava, e della perizia in maneggiare la lingua, ch’esser dovevano familiari allo scrittore dei sermoni. Ai quali tornando, poich’erano pur questi a cui sempre riconducevasi il Pezzoli, con intendimento migliore e più nuovo quanto all’universalità del concetto, ma non so se con pari felicità quanto al particolare dell’esecuzione, altri ne dettò: uno a me diretto sopra la vanità degli studii, e alla stravaganza dei [p. 201 modifica]giudizii del mondo, sermone riprodotto colle stampe più volte in parecchi giornali; e un secondo che intitolò i Matematici, e in cui, per impeto di sovrabbondante amicizia, metteva in derisione, oltre quanto comporta giustizia, il linguaggio e le deduzioni del calcolo. Di questo, mentre poco favorevoli parlavano, o, meglio, facevansi parlare le gazzette, sentenziava Vincenzo Monti esser tale da conoscersi per esso nel Pezzoli chi possedeva il nerbo giuvenalesco congiunto alla vivacità dello stile oraziano. Ciò in una lettera del Monti a Vittore Benzone da me veduta.