Novelle (Bandello, 1853, IV)/Parte IV/Novella II

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Novella II - Uno si finge esser Baldoino conte di Fiandra e imperadore di Costantinopoli, che diciotto anni innanzi in Oriente era morto. Suscitò questo falso Baldoino gran rumori in Annonia, provincia che fu del vero Baldoino. Ma alla fine per un truffatore fu dalla contessa del paese fatto pubblicamente impiccare
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[p. 232 modifica]sua scelleraggine impunita, fecero prendere esso Giulio, il quale confessò l’omicidio come era seguito. Onde avendoli fatto scavezzare le braccia, le cosce, le gambe, e rotto il petto, lo tesero in una ruota, ove fra due dì meritamente se ne morì. Ma per ultimare, si può dire che chi ben pensa la fine delle azioni sue, di rado opera male; e chi non ci pensa, vive e muore come una bestia. Onde si può affermare questa nostra vita essere un fluttuante oceano pieno di ogni miseria. Mi piace anco di dirvi che messer Giovanni il Biondo, che tradusse di latino in francese le croniche del Carioue, nelle addizioni sue fa brevemente menzione di questo orrendo caso, nominando Simone Turchi e Geronimo Deodati, acciò non si creda che io solo narri questo esecrabile assassinamento.




IL BANDELLO

AL MAGNIFICO E LEALE MERCATANTE

messer

CARLO FORNARO

genovese


Andai, non è motto, a far riverenza agl’illustrissimi eroi signori miei, il signor Federico Gonzaga di Bozolo e il signor Pirro Gonzaga di Gazuolo suo fratello, die tornavano tutti due alla corte in Francia, e alloggiati erano in casa del molto illustre signore Alfonso Visconti il cavaliere loro cognato. Erano allora detti signori in camera de’ signori figliuoli del signor cavaliere e della signora Antonia Gonzaga; e stavano ad udire il dotto e gentile messer Alfonso Toscano, precettore di essi fanciulli, che loro leggeva in, Valerio Massimo (metta parte, ove tratta della somiglianza degli aspetti di alcuni uomini, che tra loro sono cos’i simili, che con difficoltà si riconosce l’uno dall’altro. Io entrai in camera, e salutati quelli miei signori, dopo le gratissime accoglienze da loro a me fatte, il signor Pirro mi disse: Bandella mio, il precettore diquesti nostri nipoti ha letto che in Roma furono due di aspetto così a Pompeo Magno simili, che a tutti rappresentavano rsso Pompeo: cosa che mi pare meravigliosa. Non è gran meravìglia questa, signor mio, risposi io, perchè degli altri assai ce ne sono: e non e molto che qui in Milano erano due fratelli mercatanti genovesi, Gasparo e [p. 233 modifica]Bracelli, che tanto si rassembravano, che non io molte fiate non li sapeva descernere l’uno da l’altro, ma quelli di casa loro assai spesso vi restavano ingannati. Egli è ben vero che Melchio, essendo giovanetto e volendo imparare schermire, fu alquanto graffiato nel naso su la narice, che li fece restare uno segnaluzzo, picciolo come mezzo cece, il quale, a chi ci metteva mente, lo faceva riconoscere per Melchio; ma pochi ci avevano avertito. Voglio, signor mio, che veggiate se eglino erano di sembianza grandissima. Si trovarono questi fratelli a Vinegia a fare li traffichi loro de la mercanzia. Melchio si fece fare uno giubbone di raso cremisino veneziano da uno sartore, e gli ordinò che la dominica mattina glielo portasse, chè in letto lo attenderebbe. Quella mattina Gasparro levò forte a buona ora e si mise a passeggiare per la sala. Arrivò in quella il sarto e, come lo vide, lo prese per Melchio e disse: – Magnifico, perdonatemi se sono stato tanto tardi a recarvi il giubbone, perchè io mi credeva che voi non levassi così a buona ora, massimamente il giorno de la festa. – Gasparro, o si accorgesse che il sartore l’avesse preso in fallo, o fosse che sapesse alcuna cosa del giubbone, senza cangiarsi in viso li rispose: – Questo è stato poco fallo. Aiutamelo pure a vestire. – E dispogliatosi, si vestì il nuovo giubbone, perchè non solamente essi dui fratelli erano simili di volto, ma pareano fatti in una medesima forma di grandezza e grossezza di persona. Vestitosi Gasparro il giubbone, pagò al maestro la manifattura, e se ne andò a messa e per la città diportandosi sino a l’ora del disinare. Melchio, poi che vide il maestro col giubbone sì tardi ancora non comparire, rincrescendogli stare tanto in letto, si vestì. E andato a messa, poco dopoi rincontrò il sarto e li disse: – Maestro, voi non sète venuto a vestirmi il giubbone. Che vuole dire cotesto? – Come magnifico! – rispose il sarto. – Voi mi date la baia. Che dite voi? Io non sono trasognato nè tanto fore di memoria, che non mi ricordi come stamane, in la vostra sala dove presi la mesura di quello, ve lo vestii. Eccovi per segno li marchetti che mi desti per la manifattura. – S’avvisò subito Melchio devere essere stato suo fratello che per burla si avesse fatto vestire il giubbone, e disse al sartore che andasse. Si partì il sartore, e non era ito cento passi che si ricontrò in Gasparro, che avea il giubbone indosso. E come li fu appresso, si fece il segno de la croce. Gasparro, che lo conobbe, il dimandò se avea veduto il diavolo con le corna, a farsi tanti segni di croce, e che cosa avea. – Io non so, per san Marco di oro, ove mi sia, se forse non patisco l’infermità de le [p. 234 modifica]traveggole. Or ora, non longe di qui uno tratto di mano, vi ho incontrato, e non avevate già questo giubbone che stamane vi vestii, e mi sgridaste che non ve l’avea recato, e ora qui ve lo veggio indosso. Che cosa è questa? Aiutimi Iddio! Io non so se dormo o che cosa mi faccia. – Gasparro allora li disse: – Maestro, fatemi questo piacere: venite stamane a disinar meco, e vi chiarirete che voi punto non vi sognate. – Promise il sarto, di estremo stupore pieno, andarvi. Gasparro allora, presa una gondola a uno di que’ tragitti, si fece subito condurre a casa, e subito si spogliò il giubbone se ne vestì uno altro nero. Nè guari stette che venne Melchio e li dimandò se dal sarto avea avuto il giubbone. Cui Gasparro disse di sì, e come avea invitato il sarto a disinare. – Sia con Dio, – rispose Melchio; – ridiamo pure per uno pezzo. – In quella montò le scale il sarto, e come vide li dui fratelli, restò quasi fora di sè, non sapendo discernere l’uno da l’altro. Li dimandarono i dui fratelli a quale di loro aveva la mattina vestito il giubbone. Egli come smemorato guardava e riguardava, e come mutolo se restava. A la fine, avendoli data la baia, li dissero che infiniti come egli si erano ingannati, per essere essi dui fratelli tanto simili, quanto dire si possa. – Mentre che io questo narrava, voi sovraveniste per vostri affari che avevate col signore Federico e faceste testimonio verace a quanto io narrato aveva, come colui che lungamente con li Bracelli trafficato avevate. Onde il signore Federico allora disse una istoria che in Fiandra avenne, per uno che si faceva signore del paese, per essere molto simile al signore che di molti anni innanzi era morto. Essa istoria fu da me scritta e al nome vostro intitolata, acciò che al mondo faccia fede de l’amicizia nostra, da chi infiniti piaceri tutto il dì ricevo. State sano.

NOVELLA I


Uno si finge essere Baldoino conte di Fiandra e imperadore di Constantinopoli,


che diciotto anni innanzi in Oriente era morto.


Suscitò questo falso Baldoino gran romoriin Annonia,


provincia che fu del vero Baldoino.


Ma a la fine per uno truffatore fu da la contessa del paese


fatto publicamente impiccare.


Teneva lo scettro del reame de la Francia Lodovico, re di questo nome ottavo, che fu padre di Lodovico nono, il quale, per la santità de la vita essendo in Africa a la ossidione di Tunesi per esaltazione de la [p. 235 modifica]fede e religione cristiana, rese l’anima al suo Creatore e fu poi per santo da la Chiesa canonizzato. Al tempo adunque di Lodovico ottavo si trovò uno di tanta audacia e temerità che, governando Gioanna quelli paesi di Fiandra e Annonia che erano stati di suo padre, – che sopra quelli, fu anco imperadore di Constantinopoli, – ebbe ardire di presentarsi in Annonia, terreno nativo di Baldoino, e affermare sè essere il vero Baldoino, che di molti anni avanti in Oriente era già morto. Eragli altre volte stato persuaso che egli grandemente a Baldoino era simile. E ancora che persona non ci fosse tra tutti gli annòni che lo conoscesse, nondimeno appo quei popoli, cui il governo di madama Gioanna non piaceva, ritrovò alcuni che per lo vero Baldoino il raccolsero, e lo seguivano come loro vero nativo e proprio signore. Veggendosi questo falso Baldoino essere agli annòni accetto e il simile sperando li devesse avenire in Fiandra, da alcuni accompagnato intrò, monstrando ne le azioni sue una gran gravità e parlando con tanta maiestà quanta a uno imperadore di Constantinopoli pareva che si convenisse. Come la contessa Gioanna intese questo, non volendo che egli più innanzi passasse, per non mettere mutinazione ne la provincia, mandò ad incontrarlo a le confini il presidente del suo segreto consiglio con alcuni consiglieri seco. Esso presidente, come fu arrivato ove il falso Baldoino era, a questo modo cominciò a interrogarlo a la presenza di quanti ci erano. Disse adunque: – Se tu sei il vero imperadore di Constantinopoli e padre di madama Gioanna, nostra contessa e signora, con quale ragione mosso ti sei a lasciare la cura di quello glorioso e dignissimo imperio, che a la tua fede, tra tanti eccellentissimi eroi che colà erano, ti fu commesso? Ora che del tuo consiglio, de la tua prudenza e del tuo valore esso imperio ha più che mai bisogno, come ti ha dato il core, come hai potuto sofferire che quelli baroni, li quali te fra tanti altri grandi signori elessero e collocarono tanto amorevole e onoratamente ne lo seggio imperiale, senza te siano restati in bocca di barbari così contrari e fieri nemici al nome di Francia? Io veramente porto ferma opinione che quando tu fussi il vero Baldoino, poi che tanto tempo nascosto a tutti stato sei e nulla cura hai preso di quello imperio orientale, che meglio assai fatto averessi a non ti volere con queste tue mal composte fizzioni fare Baldoino, essendo a l’uno e a l’altro imperio chiaro e manifestissimo che sono circa venti anni che egli morio e tutti noi per morto pianto l’abbiamo. Vorrei anco da te sapere per quale cagione, avendo tu il carico tutto de le cose orientali, e così mal [p. 236 modifica]governate che per tuo pessimo governo sono tombate in roina, hai finto di essere morto? Che premio, che lode aspettavi tu di questa sciocca simulazione? E se hai voluto che ciascuno, così greco come latino e di ogni altra nazione, credano la tua morte, con quale colore di ragione vuoi tu che noi ora crediamo che tu sia vivo, essendo stato fora de la cognizione di tutto il mondo circa venti anni? Con quale velo di tenebre hai tenuto tanto tempo ascosa la maiestà del tuo volto, a tutti così nota? con ciò sia cosa che per ispacio di quattro lustri nessuno ti abbia veduto e tu non sia stato in veruno luoco che si sappia. Che vuole dire che, vivendo il re Filippo Augusto e molti de li suoi baroni e signori fiandresi, che ti potevano convincere per bugiardo, non sei a casa ritornato e non sei risorto fora de la sepoltura? che nuova forma hai tu assunta, ingannando con mentite larve tante persone? Dimmi: essendo già così lungo tempo trascorso che il vero Baldoino per morto abbiamo amaramente pianto, ti pare egli conveniente che così di liggiero madama la contessa, figliuola sua legittima e erede degli ampli suoi dominii, e tutti noi ti debbiamo credere che tu sia il vero Baldoino? Non si sa egli altre volte essere stati uomini ignobilissimi che hanno avuto ardire di fingere essere di reale sangue nati? Di cotesti inganni, di queste simulate fizzioni assai se ne sono viste, e dentro li buoni autori de l’una e l’altra lingua tutto il dì molti se ne leggono. Il perchè non bisogna essere troppo credulo, fin che a qualche chiara certezza non si pervenga. Tu deveresti ben sapere che dapoi che il vero Baldoino partì di queste contrade e navigò in Levante, li danni, le desolazioni e li dirubamenti e le roine di varii luoghi, che l’Annonia e la Fiandra in tante crudeli e sanguinose guerre hanno sofferto. Ma tu, in tante nostre afflizioni e travagli, in tanti gravissimi disturbi, che alleggiamento, che soccorso, che refrigerio ne hai tu apportato? Tu vuoi adunque che questa terra, coteste contrade, questo paese di Annonia e Fiandra abbino da riconoscerti per loro cittadino, per loro conte e vero signore, non avendo tu ne li bisogni loro urgentissimi, ne le tribulazioni loro voluto mai in conto alcuno riconoscerli per patria, per vassalli, nè per amici? Che rispondi a queste ragioni che dette ti sono? – Egli allora, punto non smosso nè cangiato in viso, pieno di una audace costanza, non come reo dinanzi al giudice rispose, ma, come naturale e vero signore che riprendesse e accusasse li suoi sudditi, così audacemente li disse: – Cotesto mio infortunio è veramente, più di quello che io mi persuadeva, grandissimo. E come può egli essere maggiore? O me sfortunato! o me tra [p. 237 modifica]tutti gli infelici infelicissimo! Io ne la casa mia propria, ne la patria mia nativa, ne l’avito e paterno mio dominio ritrovo ora li miei vassalli e sudditi vie più crudeli che non ho fatto fore di qui li nemici. Quando si fece il fatto di arme là ad Andrinopoli, io, valorosamente combattendo per l’onore de la patria mia e di quei cittadini che al presente mostrano non mi riconoscere e così contrari e ingrati contra me si discopreno, perchè l’evento de la battaglia suole esser dubbio, avendo io fatto officio di provido capitano e non meno di prode soldato, cominciarono li miei commilitoni voltare vituperosamente le spalle e fuggire. Per questo io fui còlto nel mezzo de li nemici, e per essere da tutti li miei abbandonato, poi che vidi che indarno me affaticava o per restituire la battaglia o per levarmi vivo fora de le mani de’ li nemici, fui forzato, avendo già alcune ferite ricevute, rendermi prigione. E in quella misera calamità tanto di bene pure mi avenne, che la maiestà del mio volto e l’essere conte di Fiandra mi salvò, e di modo a quelli da li quali fui preso venerabile mi rese, che io da loro non ebbi nè ingiuria nè disonore alcuno, anzi per lo spazio di anni diciotto fui, de la libertà in fuori, assai ben trattato. Volsi più e più volte mettermi a pagare la taglia per liberarmi, ma non ne volsero parola ascoltare già mai, e meno mi volsero dare commodità che io potessi a nessuno de li miei scrivere. A lungo poi andare, veggendomi non essere più con tanta solenne custodia tenuto come da principio solevano, mi deliberai fuggire. Indi, pigliata uno dì la occasione, là, cerca mezza notte, che ogni cosa era quieta, me ne fuggii. Ma di novo fui da alcuni barbari, che non mi conoscevano, fatto prigionero. A me non parve di scoprirmi loro ciò che io mi fossi. Così eglino mi condussero in la Asia e mi vendettero per vile schiavo a certi soriani, con li quali per ispazio di dui anni dimorai, lavoratore di campi, lavorando e zappando la terra, tagliando legna, attignendo acqua, e altri servigi rusticani a la meglio che poteva facendo; di modo che con queste mani, con le quali tante fiate avea onoratamente combattuto e vinti gli avversari e con imperiale scettro tanti popoli governato, facea tutti gli esercizii de la villa. Finalmente, avendo nostro signore Iddio compassione a la mia lunga e faticosa servitù, passando per quei luoghi, ove io in un boschetto tagliava legna, alcuni mercanti tedeschi, perchè era tregua tra latini e orientali, mi raccomandai loro; li quali, mossi del caso mio a compassione, non mi conoscendo per altro che per uno povero fiammengo, con picciolo prezzo mi riscattarono e mi donarono anco danari da poter più commodamente ridurmi a casa. [p. 238 modifica]Ma, lasso me! quanto mi era meglio che io la mia vita avesse in quella cattività finita, che essere venuto in casa mia a udirmi dire da li miei soggetti su il viso che io sono uno truffatore e che non sono il vero Baldoino. Questo non aspettava io già mai. E tuttavia sento qui dirmi vituperii e cose tanto ingiuriose, che mai non ebbero ardire dirmi in modo alcuno li greci, cui contra le vittoriose armi io più volte mossi. Medesimamente li popoli de la feroce Tracia finitimi al mio imperio, nè gli sciti fieri e crudelissimi che più del ferino tengono che de l’umano, nè i barbari de la Soria cui, venduto per ischiavo, sì lungo tempo ho servito, furono mai sì sfrenati di lingua contro me come io al presente provo li miei sudditi, li quali, quando altri mi ingiuriasse, se ragione, se umanità, se riverenza e se punto di civilità fosse in loro, deveriano in mio favore contro tutto il mondo prender l’arme per difendermi e mantenermi ne lo stato mio, ne la mia nativa patria. Ma spero in Dio che vi aprirà gli occhi. Io non vuo’ correre a furia in porre mano a l’arme. Ora ditemi: quando fu chi mai vedesse le cose de la Fiandra più fiorire e appo tutti li finitimi e ogni altra nazione essere in maggiore stima, in più riputazione e credito e in più riverenza, di quello che erano quando io quella reggeva e governava? Mai più non fu la gloria del nome fiammengo in tanta sublimità nè in tanta eccellenza in quanta si è veduta al tempo che io il tutto amministrava. Ahi patria veramente a me ingrata! ingrati e perfidi vassalli miei! Sono queste le grate accoglienze, l’onorato e caro ricevimento che al vostro prencipe fate? così mi ricevete? Adunque io ritorno con sì infausti auspicci, con così contraria fortuna che debbia, dopo tanti miei perigliosi viaggi, dopo tanti danni, tanti infortunii e travagli e dopo superate tante difficoltà, essere da li miei proprii sudditi oltraggiato? Non sono già questi gli antichi buoni e lodevoli costumi, le benigne usanze e gli antichi modi e ospitali careccie che al partire mio di qui io ci lasciai. Gli uomini cangiati e tralignati si sono da la integrità e modestia de li santi avoli. Non è meraviglia adunque se io trovo la Fiandra così afflitta e male anzi pessimamente governata, poi che non uomini qui ritrovo, ma fiere crudeli, superbe, inumane e scelerate. – Egli nel dire si riscaldava e pareva che in malediche parole fosse per disnodare la lingua e commovere qualche tumulto, quando il presidente del consiglio gli impose con agre e minacciose parole silenzio, dicendogli: – Io con questi signori senatori riferirò il tutto che detto ci hai a madama la contessa Gioanna, nostra signora e padrona, senza il cui parere il nostro [p. 239 modifica]consiglio nulla determineria. Ma considera bene il caso tuo, chè altre prove ci vogliono a farci credere che tu sia il vero Baldoino. Tra tanto sotto pena de la vita ti commandiamo che tu ti ritiri in qual si sia luogo de l’Annonia, e non attenti cosa alcuna di nuovo, fin che chiaro non sia se tu sei Baldoino o no. A voi altri che lo seguitate, io vi commando, sotto la detta pena e confiscazione de li beni, che debbiate ritirarvi a le case vostre e non pratticare più con costui, che non sappiamo ancora chi si sia, nè darli favore in conto veruno. – A questo commandamento molti si partirono, chi in qua, chi in là. Alcuni pochi villani, che averebbero voluto vedere la provincia in tumulto per dirubare e fare del male, restarono con lui. Andò il presidente con li senatori a parlare a la contessa, e le disse il successo del tutto. Ella che sapeva di certo il padre essere morto, avendo già gustata la dolcezza del governare tanti popoli ed essere signora, non averebbe voluto se non per morte deporre così bella signoria. Intendendo poi che molti nobili fiammenghi, cui non piaceva di essere governati da una donna, andavano spargendo per la plebe che colui di certo era il vero Baldoino loro signore naturale, di modo che già quelli popoli, che di natura sono inclinati a far movimenti, cominciavano a tumultuare; il che vedendo, la contessa, subito ispedì al re Lodovico ottavo a fargli intendere il tutto. Il re, che sapeva certo Baldoino essere morto, fece con prestezza per uno araldo citare il nuovo falso Baldoino a la corte innanzi a sè con pene gravissime, e mandògli salvocondutto di andare e di tornare. Avuta il simulatore la citazione, si mise in camino e menò seco assai onorata compagnia di fiammenghi e anco di annòni. Presentossi poi innanzi al re e come a suo signore li fece riverenza. Il re allora così li disse: – Se noi non ti raccogliamo come conte di Fiandra e signor di Annonia, non ti devi meravigliare, perchè ancora non sappiamo con quale nome, a noi e a te convenevole, debbiamo appellarti, nè con quale accoglienza riceverti. Baldoino, conte di Fiandra e di Annonia e imperadore constantinopolitano, fu mio zio e de’ tempi suoi uno de li più nobili e vertuosi cavalieri che si trovassero, così ne le opere de la milizia come de la cortesia e altre meravigliose doti che in lui fiorivano. Onde io, per essere suo nipote, certificato de la morte sua, amaramente il piansi. Ben mi saria di grandissima contentezza se possibile fosse che questo mio zio, padre di madama Gioanna mia cugina, a casa se ne tornasse, se non è morto. E se morto è, come si sa che miracolosamente resuscitasse? Ora tu che vuoi darci ad intendere che tu sia il vero Baldoino, egli ti conviene con evidenti e chiari [p. 240 modifica]argomenti sgannarne e farne capaci che non morisse e che tu sia il vero Baldoino già imperadore di Constantinopoli, perchè a noi non potrebbe avenire cosa più grata, più lieta e di maggior contentezza che conoscere chiaro che noi abbiamo pianto quello Baldoino fora di proposito, che in vero quanto padre amavamo e onoravamo. Ma attendi e rispondi a ciò che noi t’interrogaremo, chè forse questo nostro quesito adesso ti renderà testimonio e giudice in tanto importante negozio e sgannerà il mondo cerca li casi tuoi. Orsù, rispondeci: chi fu che ti investì del feudo de la Fiandra, e con quali condizioni fusti fatto feudatario di sì onorata provincia? in che luogo ricevesti il feudo? a quale tempo? chi ti portò li reali privilegi? quali furono li testimoni? chi ti fece cavaliere aurato e ti pose gli speroni? quale fu la madama che prendesti per moglie? chi condusse questo tuo matrimonio? ove si fecero le nozze? che solennità? che feste? che bagordi? Tutte queste cose il vero Baldoino mio zio saperia molto ordinatamente dire. Che pensi? che strani movimenti sono quelli che fai? – Il povero, che come il corbo voleva vestirsi de le belle piume del pavone, ansando e sospirando, si storceva nè sapeva a cosa veruna, che il re interrogato l’avesse, dare risposta. Il re li replicò che rispondesse, dicendogli: – E come ti sono già queste cose uscite di mente? – Vòlto poi il re a li circostanti: – Eccovi, – disse, – come più tosto il bugiardo si giunge che non fa il zoppo, perchè le bugie hanno corti li piedi. Questo tristo uomo non solamente vacilla e si cangia di colore, ma non sa dire uno motto. Io ti prometto, truffatore che tu sei, che se non ti avesse assicurato col mio salvocondutto, che io ti farei dare tale gastigo quale la tua temeraria presonzione e le tue menzogne mertano. – La contessa avertita del successo, come il ribaldo fu in Annonia, subito fu da la giusticia con alcuni de li suoi seguaci, che seco erano, preso; e fatto il processo e confessato che non era Baldoino, fu vituperosamente impiccato, e seco molti de li suoi. La contessa poi destramente oggi uno, dimane dui faceva pigliare di quelli che avevano il falso Baldoino seguitato e favorito; di modo che in poco tempo si levò dinanzi dagli occhi tutti quelli che li erano stati contrarii. E cotal fu la fine del bugiardo.


Il Bandello al magnifico e valoroso cavaliere


il signor Aloise Gonzaga salute

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Quanti errori e strabocchevoli scandali provengono da la ignoranzia di quelli sacerdoti che odeno le confessioni sacramentali de li penitenti, che almeno la quadragesima si vanno a confessare, tante volte si è veduto che superfluo mi pare dirne più lungo sermone. E in vero non si deverebbe così di liggero permettere la udienza de le confessioni a ogni sacerdote, sia prete o frate, se non si conosce scienziato almeno in quelle cose che appertengono a la cura de le anime, essendo questo uffcio di tanta importanza quanta si può considerare. Se l’uomo non è infermo, cerca a la cura del corpo avere il più eccellente medico che si trovi. Ma quanti ce ne sono che, mortalemente infermi de l’anima, vorrebbero, quando se confessano, trovar uno sacerdote che fosse cieco e sordo e anco ignorante, acciò che da peccato a peccato non facesse differenza, ma del tutto assolvesse, come se tale assoluzione fosse valida, che non assoluzione ma dannazione eterna de l’uno e l’altro si deve chiamare. Di questi ignoranti e temerarii sacerdoti ragionandosi questi dì a Diporto ne l’amenissimo giardino di madama Isabella marchesa di Mantova, ove anco voi eravate e molti altri signori e gentiluomini, si parlò di quello religioso che assolse uno suo figliuolo spirituale da una scommunica papale, e non sapeva il misero ciò che si fossen nè casi nè scommuniche. Di questo voi sapete ciò che io ne dissi a l’illustrissimo signor marchese, quando insieme con voi, con messer Tomaso degli Strozzi e messer Alberto Cavriana andassemo al palazzo di San Bastiano a parlarli. Devete anco ricordarvi tutto quello che io nel detto luogo nel giardino ne discorsi a madama, e del gastigo che meritava quello buffalone. Ora, poi che io mi tacqui, il nostro gentilissimo messer Benedetto Capi di Lupo e di essa madama segretario, a proposito di quanto si diceva, narrò una piacevole novella, che a tutti sommamente piacque e alquanto ridere ci fece. Onde madama, a me rivolta, mi disse: – Bandello, questa a istoria è una di quelle che non istarà male tra cotante che tu a la giornata scrivi. – Il perchè io le promisi di scriverla. Ora, mettendo insieme esse mie novelle e