Novelle (Bandello, 1910)/Parte I/Novella XXX

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Novella XXX - Diversi detti salsi della viziosa e lorda vita d’un archidiacono mantovano

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Novella XXX - Diversi detti salsi della viziosa e lorda vita d’un archidiacono mantovano
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IL BANDELLO

a l’illustrissimo signore

pirro gonzaga

marchese e signore di Gazzuolo

salute


Era, come sapete, mio costume, quando in Mantova dimorava, mentre che madama Issabella da Este marchesa al suo amenissimo palazzo di Diporto si teneva, andar due o tre volte la settimana a farle riverenza, e quivi tutto il giorno me ne stava, ove sempre erano signori e gentiluomini che di varie cose ragionavano, ora a la presenza di quella ed ora tra loro, secondo le occasioni. Avvenne un di che subito dopo desinare quella con le sue damigelle in camera si ritirò. Onde essendo quei signori e gentiluomini che v’erano restati soli, il nostro festevolissimo signor Gostanzo Pio di Carpi disse: — Signori miei, noi qui siamo e, per quanto intendo, madama stará buona pezza prima che rivenga. Io lodarei che per fuggir il caldo che fa che noi ci ritirassimo nel boschetto di pioppi che ella ha piantato in memoria del duca Ercole suo padre, e quivi su le rive del ruscello che ci corre ne la minuta e fresca erbetta sedessimo e ragionassimo di quello che piú ci diletterá. — Piacque a tutti la cosa e lá di brigata andammo. Come tutti fummo assisi, il signor Alessandro Gonzaga rivolto al signor Gostanzo disse: — Cugino, tu ci hai qui condotti e tu ci intertieni, e narraci qualche novelletta. — Il signor Gostanzo alora, che è, come meglio di me conoscete, bel parlatore e faceto, ridendo disse: — Poi che vi piace che io, come si dice, mi metta la piva in bocca, io sonerò e vi narrerò una piacevolezza che questi di è accaduta. — E quivi cominciò a narrar certe cose di un archidiacono, e dopo lui altri fecero il medesimo stando tutti su ’l [p. 414 modifica]ridere, fin a tanto che madama venne fuori. Io il tutto, come fui in Mantova, scrissi e in forma d’una novella ridussi. E perché voi assai sovente avete di belle cose di lui dette e la sua vita sapete quanto alcun che ci sia, ho voluto questa novella darvi, imitando i poveri contadini, i quali, quando vengano a la cittá, per non apparir dinanzi al padrone a man vòte e non avendo altro che recare, porteranno duo capi d’aglio ed una cipolla, che talora saperanno meglio al padrone che non fanno i capponi. Se poi vi sovverrá che alcuna cosa degna d’esser scritta di lui ci fosse, da quei signori non raccontata, come anche infinite ce ne saranno, voi un di me le direte ed io le scriverò a ciò che la lorda vita di questo arcifanfalo meglio sia conosciuta, il quale giá fu la favola de la corte romana. State sano.


NOVELLA XXX

Diversi detti salsi de la viziosa e lorda vita d’un archidiacono mantovano.


Signori miei, poi che qui ridotti siamo e ci manca la compagnia de le donne, che suole tuttavia tener allegra la brigata, noi possiamo piú liberamente parlare che quando siamo a la presenza loro, servando perciò sempre il decoro del tempo e del luogo. Non è qui persona che per udita non abbia inteso la poco onesta vita del nostro archidiacono, il quale, per quello che tutta Mantova dice, sempre fin da fanciullo s’è sommamente dilettato di dar le pèsche e di torle. Nondimeno, come tutti sapete, egli è si pazzerone e tanto sfacciato che di cosa che di lui si dica punto non si cura, anzi come un bufatone se ne ride. Egli venne lunedi passato a San Sebastiano raso di fresco che pareva un mellone, e con la veste sua di ciambellotto e col rocchetto indosso entrò in camera del signor marchese. Come il signore cosi polito il vide, ancora che egli nel letto fosse dai suoi soliti dolori aggravato, non si puoté perciò contenere che scherzando non gli domandasse quanto era che egli non aveva fatto piantar ravanelli nel suo orto. Il pecorone si mise a ridere stendendo quei suoi occhioni di bue, che proprio pare, come è chiamato, un [p. 415 modifica]arcifanfalo, non gli bastando l’animo di negar ciò che sa che tutti sanno. Fu domandato dapoi fuor di camera e andò in sala ove sono dipinti i divini trionfi di Giulio Cesare imperadore di mano d’Andrea Mantegna, con tanti altri bellissimi quadri di pittura eccellentissima. Quivi venne un notaio con testimoni, perciò che il pecorone voleva far certo contratto d’una vendita. Ed ecco arrivare in questo il signor mio zio, il signor Giovanni Gonzaga, il quale, intendendo ciò che si trattava, s’accostò festevolmente al notaio e cosí gli disse: — Aspetta e intendimi bene prima che stipuli questo contratto, se vuoi che sia valido. Non sai tu che non lece a la moglie senza il consentimento del marito o dei piú propinqui parenti o col decreto del prencipe far contratto di vendita? Io qui vedo la moglie — e pose la mano su le spalle a l’arcifanfalo, — ma non ci veggio il marito né parenti né alcuno dei magistrati marchionali. — Quanti in sala erano tutti risero de l’arguto e mordace detto del signor Giovanni, essendo manifesto il vivere disonestissimo de l’amico. Ma egli, come se inteso non avesse, al signor Giovanni ridendo rispose: — Signore, voi sempre scherzate e séte su le burle. — Il signor mio zio ridendo questa risposta a lui rivolto fece: — Quello che io ho detto è stato tutto per beneficio ed util vostro, perciò che io non vorrei che voi fossi astretto a rifare un’altra volta questo contratto, non avendo voi licenzia d’ubligarvi. — Ma il castrone punto non si mosse, e pur vedeva che quanti erano in sala smascellatamente ridevano. Detto questo tacque il signor Gostanzo, quando il signor Alessandro Gonzaga cominciò a dire: — Signori miei, noi siamo entrati in un cupo e largo mare, se crediamo in cosí poco tempo come ora abbiamo poter narrare la millesima parte de le vertu di cotestui. Elle sono tali e tante, che non ci basterebbe un’etá, non che cosí breve ora, a dirle. Ma se ne dirá qualcuna di quelle che prima occorreranno a la bocca. Ed io seguitando dico che innanzi al conseglio marchionale s’agitava piatendo una lite tra un nostro mantovano e madonna Lodovica Torella, donna di grandissimo ingegno e d’animoso core. Favoriva l’arcifanfalo quanto a lui era possibile l’avversario di madonna Lodovica, ed in ogni cosa che poteva offender questa gentildonna, [p. 416 modifica]il faceva molto volentieri. Il che essendole manifesto, tentò piú volte voler intendere la cagione perché il pecorone le fosse cosi acerbamente contrario; ma altro non intese se non che egli era amicissimo di colui che seco piativa. Onde si deliberò nel publico consiglio farli conoscere che la sua vita era a tutti nota. Il perché ritrovandosi un di innanzi ai signori di conseglio, l’arcifanfalo non si puoté contenere che fuor di proposito non dicesse non so che contra madonna Lodovica. Ella, che ò bella parlatrice ed audace, modestamente sorridendo ai signori consiglieri si rivoltò e con piena voce disse: — Non vi meravigliate, signori, se monsignor l’archidiacono si fieramente mi perseguita e in ogni azione a me pertinente m’è contrario, e se me che donna sono cerca egli di cacciar de la possessione dei miei beni paterni; perciò che egli fa secondo il suo consueto, il quale sono molti anni che, come tutti sapete, ha levato il loro ufficio a le donne, e per quanto è in lui vorrebbe che tutte le donne fossero morte. — Con queste parole parve a la gentildonna assai onestamente aver la viziosa vita del suo nemico scoperta e quello acerbamente morso, se egli avesse temuto vergogna. Ma il valentuomo era cornacchione di campanile, che per sonar che facciano le campane non si muove. Avendo il signor Alessandro al parlar suo posto fine, messer Alessandro Baesio compagno d’onore di madama marchesana, uomo molto attempato ma molto piacevole, cosí disse: — E’ mi rincresce pur assai che messer Mario Equicola, precettore di madama nostra, non sia qui, perché ragionandosi di questo pazzerone averebbe mille belle cosette da dire. Egli subito dopo desinare è andato a Mantova e non ritornerá fin a l’ora di cena, e quando saperá di questa compagnia e del ragionamento che si fa si vorrá disperare che non sia stato anch’egli a dir la sua. Egli, come tutti sapete, è uno di quegli uomini dei quali tutte le corti vorrebbero esser piene, perciò che oltra che è un archivio di lettere e fin da fanciullo in molte corti nodrito, è poi soavissimo compagno, arguto, faceto, pronto, buon parlatore e di quelli che mai a la brigata non lascia con i suoi piacevoli motti rincrescere. Ora avvenne che l’anno passato egli ebbe alcuni termini di terzana semplice, ed essendo tutto il dí [p. 417 modifica]da gentiluomini e cortigiani visitato, andammo a visitarlo di brigata messer Francesco Tritapali segretario del signore, il gentilissimo e da bene messer Gian Giacomo Calandra castellano di Mantova, e il nostro messer Benedetto Capilupo segretario di madama ed io. Ove ragionando di varie cose, come si costuma a le visitazioni degli infermi, venne anco in quel tempo quello di cui si parla, il quale, forse avendo mal dormito la precedente notte o che altro se ne fosse cagione, non faceva tuttavia se non forte sbadigliare, ed ogni volta si faceva in bocca quattro e sei segni de la santa croce. Mario, veggendo questo, al pecorone rivolto disse: — Che vuol dire, monsignor, cotesto segno? hai forse paura che il diavolo, che tante volte per l’uscio di dietro è entrato in casa tua, esca per la porta dinanzi? Metti giú questo timore, perciò che egli non farebbe mai altra via che la sua consueta. — Se vi fu che ridere, pensatelo. Cominciarono tutti ridendo a dargli la caccia e proverbiarlo, ma egli di tutti si burlava e mostrava non sentir gli acuti morsi che il trafiggevano fin su ’l vivo. E perché, come giá di lui scrisse il satirico messer Agostino Coppo, esso arcifanfalo è temerario, presuntuoso e sfacciato, e a Roma era giocolare de la corte assai scioccamente, non si curando di cosa che si dicesse a suo vituperio, entrò in altri ragionamenti. — In questo fini messer Alessandro, quando il valoroso messer Benedetto Mondolfo sorridendo disse: — Veramente egli fu tempo che io mi meravigliai molto d’alcune cose che a Roma udii dir di questo omaccione, essendo io lá col signor duca d’Urbino. Ma ora questi signori, che di lui hanno detto ciò che tutti inteso avete, mi levano la meraviglia e mi fanno credere che ciò che a Roma io pensava esser detto per malevolenza fosse detto per veritá. Vi dirò adunque ciò che io ne udii dopo il ritorno del papa da la Mirandola. Sapete tutti che Giulio li sommo pontefice venne a la Mirandola quell’anno che fu il freddo tanto grande ed intenso che tutti i fiumi di Lombardia durissimamente congelarono, e tra gli altri si forte il Po si agghiacciò che fu in mille luoghi a piè, a cavallo ed in carretta passato. E mi ricordo che madama qui di Mantova lo passò per iscontro a Borgoforte due volte in carretta, essendo io venuto a fare che di Mantovana si [p. 418 modifica]portasse vettovaglia in campo. Ora avvenne un di che andando il papa a torno al campo vide un vivandiera che aveva i piú belli e grossi porri che mai si vedessero. Si fermò il papa e volle sapere di che luogo quei porri erano stati recati. Il vivandiere disse che era mantovano e che in Mantovana erano stati còlti. Venne voglia al papa di mangiarne e ne fece pagar alquanti e gli trovò molto buoni e saporiti. Onde disse a l’ambasciator mantovano: — Tu non scriveresti mai al signor marchese che quando ci manda indivia bianca ed altre simili insalatucce, che anco ci mandasse di questi bellissimi porri? — Il signor marchese, avuta la lettera del suo oratore, fece cercare i piú belli e i piú grossi che fossero ne la contrada e ne fece caricar un mulo, e volle che questo nostro arcidiavolo oratore gli accompagnasse e fosse quello che gli presentasse ad esso papa. Piacque sommamente il dono al papa e senza fine lodava la beltá e grossezza di quei porri. Avvenne in questo che il Proto da Lucca, il quale devete conoscere e saper quanto per le sue piacevolezze a tutti è grato, sovragiunse e per la libertá che ha di scherzar col papa ne prese un mazzo e disse: — Padre santo, questi sono i maggiori che io vedessi mai. Ove diavolo gli avete voi pescati cosí belli e cosí grossi? — L’oratore, non aspettando che il papa rispondesse, né conoscendo il Proto, dal quale ottimamente era conosciuto, pensò che Proto, perché era gran le e vestito da prelato, ancor che avesse un occhio un poco stralunato, fosse qualche cubiculario apostolico, attesa la domestichezza che vedeva aver col papa, e disse: — Monsignore, io gli ho fatti venire e per parte del signor marchese di Mantova gli ho presentati a nostro signore. — Bene sta — disse il Proto — e mi piace grandemente. Ma egli sono pur molto grossi; io non ne vidi mai di cosí fatti, e pur ho cerco del mondo la parte mia. — Questo è — soggiunse l’oratore — perciò che il nostro buon terreno grasso gli ha prodotti, e noi gli ripiantiamo tre e quattro fiate e gli diamo del letame pur assai e gli innacquiamo. — Tu dici il vero — rispose subito Proto. — Per la fede mia ch’io riconosco ora, ché prima non ti aveva conosciuto. Egli deverebbero esser di quei porri che tu quando stavi a Bologna a studio [p. 419 modifica]facevi piantare nel tuo orticello, che era cosí grasso, morbido e benissimo coltivato. — Il papa con tutti quelli che erano presenti, che erano pur assai e grandi uomini, di cosí mordace motto risero grandemente, perciò che il Proto soggiunse che quando l’oratore era in Bologna serviva tutti gli scolari che di mangiar carne di capretto assai si dilettavano. Ed il pecorone sentendosi rinfacciar cosí enorme vizio né piú né meno arrossi come averebbe fatto un asino. — Avendo il Mondolfo finito di parlare, e sovra le dette cose tutti ragionando e qualch’altro bel fioretto volendo alcuno de la compagnia dire, si sentirono i cagnoletti abbaiare; segno che madama era venuta fuori. Onde tutti levati, ce n’andammo colá ove ella giá s’era sotto la loggetta del giardino assisa, e quivi con lei si cominciò di varie cose a ragionare.

fine del volume primo.