Novelle (Bandello, 1910)/Parte II/Novella LVII

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Novella LVII - Uno si giace con la propria moglie, non conosciuto da lei, ed insegna altrui a far il medesimo assai scioccamente

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Novella LVII - Uno si giace con la propria moglie, non conosciuto da lei, ed insegna altrui a far il medesimo assai scioccamente
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IL BANDELLO

a l'illustre signor

enea pio da carpi


Si come tutto il di veggiamo per prova avvenire che tutti quei fanciulli, che sono dai parenti loro mandati a le scole per imparare grammatica, non riescono tutti buoni grammatici, anzi il piú di loro restano ignoranti e a pena sanno talora legger una lettera che loro sia da alcuno amico scritta, e meno sanno riscrivere e sottoscrivere il nome proprio e bisogna che ad altrui facciano scrivere; cosí anco avviene di quei giovini che a Pavia, a Padova, a Bologna od altrove vanno per farsi filosofi o de la ragione civile e pontificia o di medicina dottori. Ché se tutti, che negli Studi generali se ne stanno e vanno ad udire ogni giorno due e tre lezioni, facessero profitto e divenissero dottori, diverrebbero, come si dice, piú gli sparvieri che le quaglie, cioè che piú sarebbero i dottori che i clientoli. Ma pochi son coloro che riescono dotti, come anco negli altri essercizi avviene, dove se in una cittá o castello si trovano dui o tre eccellenti in un mestiero è bene assai. Ora tra gli altri mestieri, a me pare che ne l’arte de la cortegiania infiniti si mettano, ma che molti pochi come ella deve esser essercitata l’apparino, perciò che ne le corti di vari prencipi, cosí in Italia come fuori, si trovano uomini pur assai che professione fanno d’esser cortegiani, e chi loro con diligenza essaminasse, si vederebbe che ancora non sanno ciò che importi questo nome di « cortegiano ». Bene si spera che il nostro signor conte Baldessar Castiglione fará conoscer l’errore di questi magri cortegiani come faccia imprimer l’opera sua del Cortegiano. E di questo ragionandosi non è molto qui in Milano in casa de la gentilissima signora vostra sorella, la signora Margarita Pia e [p. 100 modifica]IO0 PARTE SECONDA Sanseverina, vi si ritrovò il costumatissimo e splendidissimo cava¬ liere messer Angelo da Santo Angelo, che a caso era da Crema venuto per certi suoi affari. Era la signora Margarita a stretto ra¬ gionamento con l’eccellente iureconsulto messer Benedetto Tonso ed altri avvocati consultando sovra i meriti d’una lite, quando d’alcuni inetti cortegiani si favellava; onde messer Angelo a questo proposito narrò una ridicola e piacevole novella a molti gentiluomini che presenti erano, che fece insiememente e ridere e meravigliare chi l’udi. Il perché avendovi io sempre trovato gentile e pratico cortegiano, avendo voi i megliori anni vostri consumati in corte, m’è paruto, avendola scritta, di farvene un dono, non perché ella sia degna cosa per voi, ma perché leg¬ gendola veggiate quanta sia talora la melensaggine e trascura¬ tezza di molti che si pensano d’esser Salomoni. State sano. NOVELLA LVII Uno si giace con la propria moglie non conosciuto da lei ed insegna altrui a far il medesimo assai scioccamente. Il ragionamento, signori miei, che ora voi fate mi fa sov¬ venire d’un cortegiano, cioè d’uomo che stava in corte e forse ancora vi sta, che in una pazzia che fece dimostrò assai leg¬ germente che quando il suo parrocchiano gli diede il santo bat¬ tesimo gli pose molto poco sale in bocca. Né so io come sia possibile che si truovi alcuno che ne le corti pratichi, che in tutto venda il pesce e gli resti si vota la zucca, come volgarmente si dice, che niente di cervello gli resti in capo. Il che nel vero avvenne a questo mio magro e scemonnito cortegiano, di cui io ora intendo favellarvi. Ché forse quando la nostra signora Mar¬ garita fosse qui in sala, io non so ciò che mi facessi, perciò che per riverenza di lei penso che lascerei da parte la novella di costui, ancor che non si disdica d’udir le cose che a la gior¬ nata, od oneste o disoneste che siano, occorrono; anzi porto io ferma openione che assai di giovamento rechino l'azioni umane quando s’intendono, imparando ciascuno da quelle, se buone [p. 101 modifica]NOVELLA LVII sono, a seguir il bene, se male e disoneste, ad astenersi da quelle. Saper il male non è male, ma farlo è quello che condanna chi 10 fa, secondo che sapere il bene e non metterlo in essecuzione non fa perciò l’uomo buono, ma l’operdzioni buone e vertuose rendono l’uomo riguardevole e da bene. Ché io per me — e gio¬ vami credere che molti di cotal animo siano — ogni volta che intendo un gentiluomo far cosa meno che degna de la sua nobiltà e che gliene veggio seguir infamia e biasimo, mi confermo nel viver politico e civile, come desideroso di schifare ogni biasimo, e mi innanimo a caminar per la strada de le vertù, la quale sento tutto il di dagli scrittori esser commendata e dagli uomini in¬ tegri e di buoni costumi ornati veggio seguirsi. Ma venendo oggimai a la nostra novelletta, vi dico che in una corte molto onorala era un gentiluomo di nobile famiglia è dei beni de la fortuna copiosamente dotato, il quale ancora che assai tempo avesse in corte praticato e che si reputasse esser molto avve¬ duto ed accorto, era nondimeno di natura de’ navoni e rape, che quanto più si stanno in terra tanto più s’ingrossano. Egli era tondo come una balla ed ogni di de le sue sciocchezze dava da ridere a la brigata. Aveva costui per moglie una giovane più tosto bella che altrimenti, ma per altro piacevole e festevole molto, la quale, sentendo le pappolate che il marito diceva e conoscendo la poca levatura di quello, più e più volte seco se ne rammaricò; ma il tutto era indarno, non si volendo egli rico¬ noscere e meno emendarsi, del .che la buona donna se ne viveva in pessima contentezza. Ora, o che il marito la notte fosse cosi da poco con la moglie come era il giorno con i compagni, o che pure a la donna piacesse il giambo, è openione d’alcuni che essendo da molti buon compagni vagheggiata, praticando alcuni domesticamente in casa col marito, ella, come pietosa, nessuno ne facesse morir disperato, avendo di tutti compassione; di maniera che assai chiara fama era per la città che ella abon- devolmente provvedesse di lavoratori e zappatori a la sua vigna. E perché il marito non era da tanto che i fatti suoi e de la moglie vedesse né sapesse dargli rimedio, ella, che si vedeva 11 campo libero a' suoi piaceri, attendeva a darsi il più bel [p. 102 modifica]102 PARTE SECONDA tempo del mondo, non osservando mai né vigilie né quattro tempora né quadragesima né festa; ma tutto il di faceva inac¬ quare il suo giardino. Era il tempo de la State e i caldi face¬ vano grandissimi ; il perché la moglie del cortegiano se ne stava la sera fin passate le due ore in un cortile molto fresco per ¡scontro la porta de la casa. Il marito una sera trovandosi tutto solo senza servidori, essendo stato a diporto per la città, se ne venne verso casa. Era la notte già molto oscura e la moglie ancora dimorava a basso a godersi il fresco del cortile. Entrò il marito in casa e pian piano andando e conoscendo la mo¬ glie essere quivi, sovrapreso da uno strano capriccio, senza far motto se le accostò e, postole le mani a dosso, lei, che punto non fece resistenza, appoggiò al muro ed alzandole i panni cacciò il diavolo in inferno, e senza lasciarsi conoscere, gio¬ cando a la mutola, due volte inacquò il suo terreno. Si parti poi per far ben l’avvisto ed accorto, e data una volta per la strada a casa se ne ritornò, trovando ancor la moglie ove senza staffe cavalcata l’aveva. La quale, per mio giudicio, deveva esser avvezza a quell’ore senza lanterna andar per lo piovoso e forse anco per l’asciutto. Come il marito giunse nel cortile, tutto allegro diede la buona notte a la moglie, e fattosi recar da bere andarono a riposare. Pareva al buon uomo d’aver fatta la più bella cosa del mondo e tra se stesso se ne gloriava, non dormendo tutta la notte d’allegrezza, e parevagli un’ora mill’anni che venisse il giorno per narrar in corte questa sua gloriosa impresa; onde come fu la matina in corte, subito disse quanto la sera fatto aveva. E venuta la cosa a l'orecchie del prencipe, egli la volle da lui udire, parendogli pur troppo di strano che colui fosse cosi sciocco che queste pazzie narrasse. Ma l’accorto cortegiano si tenne per ben avventuroso quando seppe che il suo signore voleva la cosa intendere; onde cosi lietamente la narrò, come averebbe fatto un eccellente capitano che l’oste del nemico avesse a battaglia campale gloriosamente vinto. Sentendo il signore la cosa e conoscendo la poca levatura del suo corte¬ giano, disse: — Veramente, amico, tu hai fatto una bella impresa ed hai aperto gli occhi a molti, che le tue pedate seguiteranno. — [p. 103 modifica]NOVELLA LVI1 103 Rise !o scemonnito e non intese: che molti, sentendo la no¬ vella, si misero in prova di far ciò che egli fatto aveva; il che successe loro. Ma sono alcuni che dicono che la donna conobbe molto bene il marito e molto si meravigliò de la sua poca con¬ siderazione e conobbe meglio che prima la dapocaggine di quello. Or ecco che la signora Margarita esce di camera, ed io vado a farle la debita riverenza [p. 104 modifica]. /