Novelle (Bandello, 1910)/Parte III/Novella XXXIV

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Novella XXXIV - Il signor Girolamo della Penna in Polonia chiede ostie per pigliar delle pillole; e per non l’intendere, a tutti i modi vogliono comunicarlo

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Novella XXXIV - Il signor Girolamo della Penna in Polonia chiede ostie per pigliar delle pillole; e per non l’intendere, a tutti i modi vogliono comunicarlo
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IL BANDELLO

a l’illustre signora

ippolita marchesa di scaldasole

salute


Accadono spesso certi casi impensati, che inducono molti in grandissimi perigli, e massimamente se l’uomo talora si ritruova tra gli stranieri e non intenda la lingua loro né si sappia far intendere. E ragionandosi di questi accidenti in Milano in casa de la molto illustre e vertuosa signora Ginevra Bentivoglia, moglie de l’illustrissimo signor Galeazzo Sforza signor di Pesaro, ove fu detto d’un soldato italiano che in Bertagna, per non esser inteso né sapendo parlar bertone, fu ferito e in gran periglio de la vita, messer Federico Crivello, giovine nobilissimo e discreto, narrò uno strano accidente avvenuto al signor Girolamo de la Penna, essendo esso Federico in Polonia con l’illustrissimo signor Prospero Colonna. Onde avendolo io scritto, il nostro messer Vincenzo Attellano m’ha pregato per parte vostra ch’io ve ne volessi far copia. Onde essendovi di molto maggior cosa tenuto, non solo di questa novella vi faccio copia, ma quella al vertuoso vostro nome dono e consacro, la quale degnarete umanamente accettare. Ma che prego io? Se voi séte la umanitá istessa e la cortesissima de le piú cortesi, non m’accade dubitare che voi queste mie ciancie non riceviate umanissimamente. State sana. [p. 336 modifica]336 PARTE TERZA NOVELLA XXXIV Il signor Girolamo de la Penna in PoIIonia chiede ostie per pigliar de le pillole e, per non 1* intendere, a tutti i modi vogliono communicarlo. Devete sapere, valorosa signora e voi altre graziose donne, che questi anni passati il signor Prospero Colonna, uomo per tutte quattro le parti del mondo per vertù, per arme, per libe¬ ralità ed infinite altre sue doti famosissimo, fece compagnia da Napoli fin nel regno di PoIIonia a madama la reina de la Pol- lonia, che fu figliuola del duca di Milano Giovan Galeazzo Sforza e de la signora Isabella di Ragona. Esso signor Prospero, come sempre ha di costume, condusse seco gran numero di gentil¬ uomini e servidori, tra i quali io, suo creato, ci andai. Accom¬ pagnata che ebbe e al re presentata la reina, e fatte le nozze, le quali in vero furono de le più celebri e pompose che a’ nostri giorni si siano fatte, deliberò il magnanimo Colonnese di ritor¬ narsene in Italia. Ed essendo già a l'ordine per far il viaggio, il signor Girolamo de la Penna perugino, cavaliero valoroso ed antico partegiano di casa Colonna, infermò gravemente; il che alquanto tardò la partita. Era altresì in PoIIonia l’illustrissimo e reverendissimo monsignor lo cardinale da Este, venuto anco egli con onorata corte per onorar le dette nozze; il quale, inten¬ dendo la infermità del cavaliero, l'andò a visitare. Era con lui il medico suo italiano, che a l’infermo fece di molti rimedi; di maniera che cominciò a prevalersi ed uscir di pericolo. Onde veggendo il signor Prospero che l’infermo prendeva gran me- glioramento, se ne venne verso Italia. Il signor Girolamo con i suoi servidori, provisto di quanto gli bisognava, rimase in casa d’un pollacco. Aveva il medico del cardinale lasciata certa pasta di pillole a l’infermo e commessogli che una fiata la set¬ timana ne pigliasse una, d’un’ora innanzi cena. E cosi, secondo l'ordine lasciatogli dal medico, volendone prender una, disse ad uno dei suoi servidori che andasse per un’ostia, a ciò che più facilmente, coprendo la pillola con l’ostia, la potesse inghiottire. Avete da sapere che né l'infermo né alcuno dei suoi servidori » [p. 337 modifica]NOVELLA XXXIV 337 sapevano pur un motto de la lingua pollacca, se non qualche pa- roluccia, come è « pane », « vino », « carne », « biada » e simili parole, che mille volte il di per uso del vivere si dicono. Quanto al reggimento de l’infermo, il medico aveva lasciato in iscritto il tutto a lo speziale. Il famiglio a'dunque che per il padrone voleva un’ostia, accennato uno di quelli de la casa ove erano albergati, tanto con cenni ed atti fece che il pollacco intese pur che il lombardo voleva un’ostia per l’infermo, ma altrimente ap¬ prese la cosa che non era il bisogno. Egli intese che l’infermo fosse nel male tanto peggiorato che si volesse communicare; il perché accennò al servidore de l’infermo che anderebbe per quanto era richiesto. Onde subito andò a ritrovare il sacerdote parrocchiano, e disse a lui come uno gentiluomo italiano venuto ad accompagnare madama la reina era gravissimamente infermo e che voleva quella matina la santa communione. Il parrocchiano, messo ad ordine il tutto, col santo sacramento de l’altare in mano, accompagnato da molti torchi accesi e col campanello avanti, s’inviò a la casa ove l’infermo giaceva. Il pollacco, che era ito a la chiesa per prender l’ostia, avvisò tutti i suoi di casa come l’infermo voleva ricever il sacratissimo corpo di Cristo e che il prete parrocchiano veniva per communicarlo. Erano in quell’ora a caso tutti i servidori de l’infermo fuor di casa, chi per una cosa e chi per altra. Quelli de la casa, uomini e donne, sentendo venir il parrocchiano col sacramento de l’al¬ tare, tutti gli andarono riverentemente a l’incontro e il corpo del nostro Signore con gli altri a la camera de l’infermo ac¬ compagnarono. Il signor Girolamo, sentendo questa processione che in camera con torchi accesi entrava, si meravigliò forte; pur attese a che fine simile spettacolo riuscisse. Ma come vide entrare dentro il sacerdote con la cotta indosso, la stola al collo e il tabernacolo in mano, assai più si meravigliò; pur, a la meglio che puoté, si levò sentone e, scopertosi il capo, adorò con somma riverenza il santo sacramento. E volendo il prete dirgli non so che e communicarlo, egli, parlando italiano, disse che alora non voleva prender il Corpus Domini, si perché non s’era dei suoi peccati confessato ed altresi perché non era si gravemente infermo M. Bandeli.o, Novelle. 22 [p. 338 modifica]33S PARTE TERZA che gli bisognasse prender il viatico del santo corpo di Cristo. Onde perciò che egli né pollacco né Ialino sapeva parlare, quando disse che non era dei suoi falli confessato, per fargli meglio intendere e capace di ciò che diceva, si percosse due e tre volte il petto in atto di contrizione. Il che veggendo il sacerdote, imaginò che egli dicesse sua colpa, come è costume in tal atto di fare, e che si preparasse a la recezione del santo sacramento. Indi, cominciata una sua diceria in pollacco e fatti mille segni di croce, prese in mano il Corpus Domini per darlo a l'infermo. Ma egli facendo tuttavia cenno che noi voleva prendere, teneva pur detto:—Messere, voi non m’intendete: nolo Corpus Domini.— Queste tre parole ialine intese dal sacerdote, gli diedero a credere che l’infermo fosse fuor di sé e vaneggiasse. Il signor Girolamo, che da fanciullo era sempre stato nodrito ne le arme e sola¬ mente sapeva leggere, non sapeva altrimenti parlar latino, e quelle tre parole gli erano di bocca uscite non so come. E non sapendo più chiaramente esprimere il suo concetto, si meravi¬ gliava meravigliosamente di questo caso e non sapeva imagi- narsi la cagione di quello. Mentre erano in questo conflitto, arrivò il servidore che aveva accennato al pollacco che voleva un’ostia, e visto questo apparato, s’avvisò che male era stato inteso. E fattosi innanzi e veduto quello che a la chiesa era ito, li fece segno che mal aveva appreso le parole sue. Poi, presa in mano la pasta de le pillole, voleva dar ad intendere al prete a che fine aveva richiesta l’ostia, e teneva detto al sacerdote che a la chiesa se ne ritornasse, perché suo padrone non era per communicarsi. Il prete, veggendo quella pasta di pillole e non intendendo che cosa si fosse, pensò che volessero fare qualche maleficio col sacramento e che il padrone e i servidori fossero grandissimi ribaldi. Il perché, con questa mala credenza, rivolto a quelli che lo avevano accompagnato, cominciò a dire mille mali de l'infermo e dei famigli: che erano malvagi uomini ed incantatori e che quello che in letto giaceva voleva morirsi come un cane. — Cacciategli — diceva egli — di casa, a ciò che Dio insieme con loro non vi faccia pericolare. — Erano già quasi mezzo mutinati quei pollacchi per fare un male scherzo a [p. 339 modifica]NOVELLA XXXIV 339 l’infermo e servidori, quando sopragiunse uno del paese, che era stato lungo tempo a Roma e intendeva assai bene la lingua nostra. A costui narrò il servidore de l'infermo il caso de l’ostia; i! che egli dichiarò a tutti i circonstanti. Del che il tutto si risolse in riso, ed il prete, ridendo anco egli, se ne tornò a la chiesa e mandò un’ostia grande a l’infermo per pigliar le pil¬ lole. Il quale, in breve guarito, se ne ritornò in Italia, e spesso fa, narrando il caso come fu, rider chi l’ascolta, confessando che in effetto ebbe una grandissima paura di non esser su la strada come un cane gittato. i ■ . [p. 340 modifica]ata