Opere (Lorenzo de' Medici)/I. Epistola a don Federico d'Aragona

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I. Epistola a don Federico d’Aragona

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I. Epistola a don Federico d’Aragona
Frontespizio I. II. Comento del magnifico Lorenzo de' Medici sopra alcuni de' suoi sonetti
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I

EPISTOLA A DON FEDERICO

D’ARAGONA


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Allo illustrissimo signore Federico d’Aragona

figliolo del re di Napoli


Ripensando assai volte meco medesimo, illustrissimo signor mio Federico, quale in tra molte e infinite laudi degli antichi tempi fussi la piú eccellente, una per certo sopra tutte l’altre esser gloriosissima e quasi singulare ho giudicato: che nessuna illustre e virtuosa opera né di mano né d’ingegno si puote immaginare, alla quale in quella prima etá non fussino e in publico e in privato grandissimi premi e nobilissimi ornamenti apparecchiati. Imperocché, sí come dal mare Oceano tutti li fiumi e fonti si dice aver principio, cosí da quest’una egregia consuetudine tutti i famosi fatti e le maravigliose opere degli antichi uomini s’intende esser derivati.

L’onore è veramente quello che porge a ciascuna arte nutrimento; né da altra cosa quanto dalla gloria sono gli animi de’ mortali alle preclare opere infiammati. A questo fine adunque a Roma i magnifici trionfi, in Grecia i famosi giuochi del monte Olimpo, appresso ad ambedue il poetico ed oratorio certame con tanto studio fu celebrato. Per questo solo il carro ed arco trionfale, i marmorei trofei, li ornatissimi teatri, le statue, le palme, le corone, le funebri laudazioni, per questo solo infiniti altri mirabilissimi ornamenti furono ordinati; né d’altronde veramente ebbono origine li leggiadri ed alteri fatti e col senno [p. 4 modifica]e con la spada, e tante mirabili eccellenzie de’ valorosi antichi, li quali sanza alcun dubbio, come ben dice il nostro toscano poeta, non saranno mai sanza fama,
                                        se l’universo pria non si dissolve.
Erano questi mirabili e veramente divini uomini, come di vera immortal laude sommamente desiderosi, cosí d’un focoso amore verso coloro accesi, i quali potessino i valorosi e chiari fatti delli uomini eccellenti con la virtú del poetico stile rendere immortali; del quale gloriosissimo desio infiammato il magno Alessandro, quando nel Sigeo al nobilissimo sepulcro del famoso Achille fu pervenuto, mandò fuori suspirando quella sempre memorabile regia veramente di sé degna voce:

Oh fortunato che sí chiara tromba
trovasti, e chi di te sí alto scrisse.

E sanza dubbio fortunato: imperocché, se ’l divino poeta Omero non fusse stato, una medesima sepultura il corpo e la fama di Achille averebbe ricoperto. Né questo poeta ancora, sopra tutti gli altri eccellentissimo, sarebbe in tanto onore e fama salito, se da uno clarissimo ateniese non fusse stato di terra in alto sublevato, anzi quasi da morte a sí lunga vita restituto. Imperocchè, essendo la sacra opera di questo celebratissimo poeta dopo la sua morte per molti e vari luoghi della Grecia dissipata e quasi dimembrata, Pisistrato, ateniese principe, uomo per molte virtú e d’animo e di corpo prestantissimo, proposti amplissimi premi a chi alcuni de’ versi omerici gli apportassi, con somma diligenzia ed esamine tutto il corpo del santissimo poeta insieme raccolse, e sí come a quello dette perpetua vita, cosí lui a sé stesso immortal gloria e clarissimo splendore acquistonne. Per la qual cosa nessun altro titulo sotto la sua statua fu intagliato, se non quest’uno: che dell’insieme ridurre il glorioso omerico poema fussi stato autore. Oh veramente divini uomini, e per utilitá degli uomini al mondo nati!

Conosceva questo egregio principe li altri suoi virtuosi fatti, comeché molti e mirabili fussino, tutti nientedimeno a quest’una [p. 5 modifica]laude essere inferiori, per la quale e a sé e ad altri eterna vita e gloria partorissi. Cotali erano adunque quelli primi uomini, de’ quali li virtuosi fatti non solo ai nostri secoli imitabili non sono, ma appena credibili. Imperocché, essendo giá in tutto i premi de’ virtuosi fatti mancati, insieme ancora con essi ogni benigno lume di virtute è spento, e, non facendo gli uomini alcuna cosa laudabile, ancora questi sacri laudatori hanno al tutto dispregiati. La qual cosa se ne’ prossimi superiori secoli stata non fussi, non sarebbe di poi la dolorosa perdita di tanti e sí mirabili greci e latini scrittori con nostro grandissimo danno intervenuta. Erano similmente in questo fortunoso naufragio molti venerabili poeti, li quali primi il diserto campo della toscana lingua cominciorono a cultivare in guisa tale, che in questi nostri secoli tutta di fioretti e essendo noi nel passato anno nell’antica pisana cittá venuti in ragionare di quelli che nella toscana lingua poeticamente avessino scritto, non mi tenne punto la tua Signoria d’erba è rivestita.

Ma la tua benigna mano, illustrissimo Federico, quale a questi porgere ti sei degnato dopo molte loro e lunghe fatiche, in porto finalmenti gli ha condotti. Imperocché il suo laudabile desiderio nascoso: ciò era che per mia opera tutti questi scrittori le fussino insieme in un medesimo volume raccolti. Per la qual cosa, essendo io come in tutte le altre cose, cosí ancora in questo, desideroso alla tua onestissima volontá satisfare, non sanza grandissima fatica fatti ritrovare gli antichi esemplari, e di quelli alcune cose meno rozze eleggendo, tutti in questo presente volume ho raccolti, il quale mando alla Tua Signoria, desideroso assai che essa la mia opera, qual ch’ella si sia, gradisca, e la riceva sí come un ricordo e pegno del mio amore in verso di lei singulare.

Né sia però nessuno che questa toscana lingua come poco ornata e copiosa disprezzi. Imperocché se bene e giustamente le sue ricchezze ed ornamenti saranno estimati, non povera questa lingua, non rozza, ma abundante e pulitissima sará reputata. Nessuna cosa gentile, florida, leggiadra, ornata; nessuna acuta, distinta, ingegnosa, sottile; nessuna alta, magnifica, sonora; nessuna finalmente ardente, animosa, concitata si puote immaginare, [p. 6 modifica]della quale non pure in quelli duo primi, Dante e Petrarca, ma in questi altri ancora, i quali tu, signore, hai suscitati, infiniti e chiarissimi esempli non risplendino.

Fu l’uso della rima, secondo che in una latina epistola scrive il Petrarca, ancora appresso gli antichi romani assai celebrato; il quale, per molto tempo intermesso, cominciò poi nella Sicilia non molti secoli avanti a rifiorire, e, quindi per la Francia sparto, finalmente in Italia, quasi in un suo ostello, è pervenuto.

Il primo adunque, che dei nostri a ritrarre la vaga immagine del novello stile pose la mano, fu l’aretino Guittone, ed in quella medesima etá il famoso bolognese Guido Guinizelli, l’uno e l’altro di filosofia ornatissimi, gravi e sentenziosi; ma quel primo alquanto ruvido e severo, né d’alcuno lume di eloquenzia acceso; l’altro tanto di lui piú lucido, piú suave e piú ornato, che non dubita il nostro onorato Dante, padre appellarlo suo e degli altri suoi

                                        miglior, che maiFonte/commento: Purg. XXVI, 98
rime d’amore usâr dolci e leggiadre.

Costui certamente fu il primo, da cui la bella forma del nostro idioma fu dolcemente colorita, quale appena da quel rozzo aretino era stata adombrata. Riluce dietro a costoro il delicato Guido Cavalcanti fiorentino, sottilissimo dialettico e filosofo del suo secolo prestantissimo. Costui per certo, come del corpo fu bello e leggiadro, come di sangue gentilissimo, cosí ne’ suoi scritti non so che piú che gli altri bello, gentile e peregrino rassembra, e nelle invenzioni acutissimo, magnifico, ammirabile, gravissimo nelle sentenzie, copioso e rilevato nell’ordine, composto, saggio e avveduto, le quali tutte sue beate virtú d’un vago, dolce e peregrino stile, come di preziosa veste, sono adorne. Il quale, se in piú spazioso campo si fusse esercitato, averebbe sanza dubbio i primi onori occupati; ma sopra tutte l’altre sue opere è mirabilissima una canzona, nella quale sottilmente questo grazioso poeta d’amore ogni qualitá, virtú e accidente descrisse, onde nella sua etá di tanto pregio fu giudicata, che [p. 7 modifica]da tre suoi contemporanei, prestantissimi filosofi, fra li quali era il romano Egidio, fu dottissimamente commentata. Né si deve il lucchese Bonagiunta e il notaro da Lentino con silenzio trapassare: l’uno e l’altro grave e sentenzioso, ma in modo d’ogni fiore di leggiadria spogliati, che contenti doverebbono stare se fra questa bella masnada di sí onorati uomini li riceviamo. E costoro e Piero delle Vigne nella etá di Guittone furono celebrati, il quale ancora esso, non senza gravitá e dottrina, alcune, avvenga che piccole, opere compose: costui è quello che, come Dante dice:

                           tenne ambe le chiavi
del cor di Federigo, e che le volse,
serrando e disserrando sí soavi.

Risplendono dopo costoro quelli dui mirabili soli, che questa lingua hanno illuminata: Dante, e non molto drieto ad esso Francesco Petrarca, delle laude de’ quali, sí come di Cartagine dice Sallustio, meglio giudico essere tacere che poco dirne.

Il bolognese Onesto e li siciliani, che giá i primi furono, come di questi dui sono piú antichi, cosí della loro lima piú averebbono bisogno, avvenga che né ingegno né volontá ad alcuno di loro si vede essere mancato. Assai bene alla sua nominanza risponde Cino da Pistoia, tutto delicato e veramente amoroso, il quale primo, al mio parere, cominciò l’antico rozzore in tutto a schifare, dal quale né il divino Dante, per altro mirabilissimo, s’è potuto da ogni parte schermire. Segue costoro di poi piú lunga gregge di novelli scrittori, i quali tutti di lungo intervallo si sono da quella bella coppia allontanati.

Questi tutti, signore, e con essi alcuni della etá nostra, vengono a renderti immortal grazia, che della loro vita, della loro immortal luce e forma sie stato autore, molto di maggior gloria degno che quello antico ateniese di chi avanti è fatta menzione.

Perocché lui ad uno, benché sovrano, tu a tutti questi hai renduto la vita. Abbiamo ancora nello estremo del libro (perché cosí ne pareva ti piacessi) aggiunti alcuni delli nostri sonetti e canzone, acciò che, quelli leggendo, si rinnovelli nella [p. 8 modifica]tua mente la mia fede e amore singulare verso la Tua Signoria; li quali, se degni non sono fra sí maravigliosi scritti di vecchi poeti essere annumerati, almeno per fare alli altri paragone e per fare quelli per la loro comparazione piú ornati parere, non sará forse inutile stato averli con essi collegati.

Riceverá adunque la Tua illustrissima Signoria e questi e me non solamente nella casa, ma nel petto e animo suo, sí come ancora quella nel core ed animo nostro giocondamente di continuo alberga. Vale.