Or che Sirio in Ciel risplende

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Giuseppe Paolucci

1833 D Indice:Zappi, Maratti - Rime I.pdf Canzoni Letteratura Della stessa
AGLAURO. Intestazione 1 settembre 2014 75% Canzoni

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Rime dell'avvocato Gio. Batt. Felice Zappi e di Faustina Maratti sua consorte

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GIUSEPPE PAOLUCCI

della stessa

AGLAURO.


Or che Sirio in Ciel risplende,
     Di quel biondo almo lieo,
     Che sì brilla, e d’òr s’accende,
     M’empi il nappo, o Alfesibeo.
     Ma nò: quel, ch’è del colore
     Del rubin, sarà migliore:
     Questo io voglio: il nappo pieno
     8Fammen sì, che n’empia il seno.
 Vedi qui come zampilla,
     E col sole i raggi mesce:
     Io non vuo’ lasciarne stilla,
     Tal desio di sè m’accresce:
     Beviam dunque: e sia di quella
     In onor, ch’è la più bella:
     Ecco già, che al labbro io l’ergo,
     16E le viscere n’aspergo.
Oh di qual nuovo piacere
     Sento l’alma inebriarsi!
     Empi l’altro, ch’io vuo’ bere,
     Finchè tempri il caldo, ond’arsi
     Morde, è ver: ma la ferita
     A riber più dolce invita.
     Oh felice il suol, che dato
     24N’ha liquor sì nuovo e grato!
Io non so se Giove, e il resto
     Della Plebe degli Dei
     Ebber mai simile a questo
     Dolce nettar, ch’or bevei:
     O se pur tal’anche sia
     Quell’ambrosia, onde per via
     Febo suol le nari e ’l morso
     32Ai destrier spruzzar nel corso.
E ben sento anch’io nel petto

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     Nuovo arder crescermi e lena
     Ed il sangue al cuor ristretto
     Sciolto gir di vena in vena.
     Chi mi porge quella Lira?
     Chi quei bischeri v’aggira,
     Perchè possa indi alle corde
     40La mia voce unir concorde?
Venga poi Tirsi in tenzone,
     O chi fama ha più nel canto,
     Ch’io non temo il paragone:
     Tale ardir mi siede accanto.
     Di Te poi, ch’illustre, e chiaro
     Già ten vai d’ogn’altro a paro
     Tacerò: ch’i pregi tuoi
     48Vanti eguale a i primi Eroi.
Dirò ben di lei, che sola
     Tutto ha il Bel, che un dì fu in Ida:
     E ad ogni altra il pregio invola,
     Dolce parli, e dolce rida:
     Nè sai dir se dardi scocchi
     Più dal labbro o da’ begli occhi
     Se tai quindi escon piaghe
     56Crude più, quanto più vaghe.
Or di tante e qual bellezza
     Avverrà, che prima io mostri?
     Poi chi sa se a tanta altezza
     Giungeranno i versi nostri?
     Veggio Amor però lontano
     Farmi cenno con la mano,
     Perchè agli occhi io volga i carmi,
     64Che fur primi a saettarmi.
O che bel veder quei rai
     Quando Amor ne tien governo!
     Così Venere giammai
     Sfavellar in Ciel non scerno.
     Ma che fia, se poi ritrosi
     Gli raggira o pur sdegnosi?

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     Nel mirarli così scuri,
     72Non v’è cuor che s’assicuri.
Pur sì forte in me s’accende
     Il piacer di vagheggiarli,
     Che maggiore in me si rende
     Il desio di celebrarli.
     Ma pur temo, e vorrei solo,
     Ape industre andarne a volo
     Sovra il fior degli altri pregi,
     80Raccogliendo i più bei fregi.
Labbra tenere, e vezzose,
     Vostre lodi or voi ridite,
     Giacchè tanta il Ciel ripose
     Grazia in voi, qualor v’aprite:
     E ben quindi escon parole
     Da fermar nel corso il Sole,
     Tanto più quanto son use
     88A parlar coll’alte Muse.
Nè men dolce, o vago è ancora
     Quel bel volto, o meno alletta,
     Se co’ gigli ivi talora
     Suol fiorir la violetta.
     Anzi queste son le spoglie,
     Ove Amor cela sue voglie:
     E tal forse quando ardea
     96Per Adon fu Citerea.
O bel sen di neve pura,
     Delle Grazie albergo, e stanza,
     Ove il Ciel pose, e Natura
     II più bel d’ogni speranza,
     Di lodarvi in me non manca
     Il voler, nè voglia ho stanca;
     Ma mi turban quei severi,
     104Ch’ascondete, alti pensieri.
Quei pensier, ch’io veggio accesi
     Ne i bei rai d’aspro talento,
     A ribatter forse intesi

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     La baldanza e l’ardimento:
     Tal però non è disdegno,
     Nè rigor, ma solo è segno,
     Che vorrian ristretto un cuore
     112Fra speranza e fra timore.
Neri crin, s’ultimi andate
     Fra le lodi, e ’l canto mio,
     Non è già, perchè voi siate
     Meno cari al mio desìo.
     So, ch’il biondo è bel, ma poi
     Anche il nero ha i pregi suoi;
     Belle sono in Ciel le Stelle,
     120Perchè l’ombre le fan belle.
Non v’è crin, che non diffonda
     Quel fulgor, che all’òr simiglia,
     Talchè treccia aurata, e bionda,
     Più non reca maraviglia:
     Bianco volto, e capei bruni
     Non son fregi sì comuni:
     E quaggiù quanto bellezza
     128ara e più, vie più s’apprezza.
Non fu già vanto volgare
     Della Giovane Amiclèa
     Bruna chioma, ch’alle rare
     Sue bellezze aggiunta avea:
     Con quei crini Amor più forte
     Formò i nodi a sue ritorte:
     E veder ne fè le pruove,
     136Quando prese, e avvinse Giove.
Ma tu bevi, e a me che roco
     Già son fatto, più non pensi!
     Di quell’altro or dammi un poco,
     Che stillar l’uve Cretensi:
     Vuo’ veder se sia bastante
     Quell’ambrifoco spumante
     A far sì, ch’io poi senz’ale
     144Spieghi un volo alto immortale.

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