Oreste (Euripide - Romagnoli)/Terzo episodio

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Terzo episodio

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Euripide - Oreste (408 a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1930)
Terzo episodio
Secondo stasimo Terzo stasimo
Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta I poeti greci tradotti da Ettore Romagnoli

Indice dellopera, volumi I / VI

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Tragedie di Euripide (Romagnoli) V-0198.png


Esce dalla reggia Elettra.


ELETTRA
Lungi da queste case è andato, amiche,
vinto dal suo delirio, Oreste misero?
CORIFEA
No, non delira: al popol d’Argo ei mosse.
al fatale cimento in cui deciso
sarà se voi morir dobbiate o vivere.
ELETTRA
Ahimè, che fece? A ciò chi mai l’indusse?
CORIFEA
Pílade. E presto questo araldo, sembra,

quanto gli accadde tutto ci esporrà.

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Giunge un aialdo.


ARALDO
Q sventurata, o misera del duce
Agamènnone figlia, assai son tristi
le notizie che udrai, nobile Elettra.
ELETTRA
Ahi, siam perduti, il tuo discorso è chiaro:
di tristi nuove ambasciatore giungi.
araldo
Deciso fu per voto dei Pelassi
che tu, che tuo fratello oggi moriate.
ELETTRA
Ahimè, l’evento è pur seguito, ch’io
temea da tanto, e mi struggeva in ululi.
Ma fra gli Argivi, di’, quale il cimento,
quali i discorsi furono, per cui
fummo abbattuti, condannati a morte?
O vecchio dimmi, lapidata devo
lo spirito esalare, oppur trafitta,
o che del mio fratello i guai partecipi?
ARALDO
Ero dunque dai campi appena entrato
dentro le mura, per aver notizie

e d’Oreste e di te, ché sempre affetto

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al padre tuo mi strinse, e la tua casa
mi manteneva, povero, e devoto
a servire gli amici. Ed una turba
muovere vidi, e sopra il colle accogliersi
dove per primo, si racconta, Dànao
nel giudizio convenne a cui lo aveva
chiamato Egisto, e il popolo adunò
in assemblea. Veduta quell’accolta,
a un cittadino io domandai: «Che c’è
di nuovo in Argo? Alcun messaggio forse
di nemici pervenne, ed eccitò
dei Danai la città?» — Quegli rispose:
«Non vedi Oreste là, che il passo affretta
al cimento fatale?» — Oh, che spettacolo
io vidi allor! Mai non l’avessi visto!
Veniano insieme il tuo fratello e Pílade:
l’un dal morbo disfatto, a ciglio basso;
e l’altro, a guisa di fratello, afflitto
dell’amico non men, lo sosteneva
nel male, e lo guidava a mo’ di pargolo.
E poi che fu tutto adunato il popolo,
surse un araldo e favellò: «Chi vuole
proposta far pel matricida Oreste,
o di vita o di morte?» — E a tal dimanda
Taltibio surse, che sconfisse, insieme
con tuo padre i Troiani; e ligio, come
sempre, ai potenti, con parola ambigua
magnificò tuo padre, e al tuo fratello
lode non die’, perché sancita contro
ai genitori avea trista una legge;
e bei fregi tesseva a iniqui detti,
e sorridente ognor l’occhio volgeva

agli amici d’Egisto. È tale ognora

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la genia degli araldi: ai fortunati
sempre voltarsi; e loro amico è sempre
quei chiè potente ed occupa le cariche.
Dopo lui, prese la parola il principe
Diomede; e né te, né tuo fratello
morti volea, ma che osservata fosse
la pietà, punendovi col bando.
Ed alcuni, tra plausi alti, gridarono
che ben parlato avesse, altri negarono.
E a questo punto, un uomo si levò,
di lingua senza fren, che l’impudenza
ha ognor per arma, Argivo e non Argivo,
fra i cittadini intruso, uso a fidare
nella ciancia ignorante e nel subbuglio,
persuasivo a spinger chi l’ascolta
in qualche danno, o prima o poi. Ché, quando
un uom soave di parole, e tristo
di cuor, la folla persuade, è grave
il mal della città: quanti con senno
invece, ognor buoni consigli porgono,
utili alla città, pur se non subito,
riescono. Convien volgere gli occhi
su questi, quando scegliere si vuole
chi regga la città: ché sono in simili
condizioni l’oratore e l’uomo
di governo. — E costui disse che uccidere
sotto le pietre te bisogna e Oreste:
lo subornava a tali detti Tindaro,
alla vostra condanna. E un altro surse
a parlar contro lui, non avvenente,
ma generoso, un uom che poco suole
la città frequentar, poco la piazza,

un contadino — sono questi gli uomini

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che tutelan la patria, ineccepibile
nella sua vita, senza macchia, ed abile
quando volesse, a disputare. E questi
disse che Oreste, il figlio d’Agamènnone,
coronar convenia, che vendicato
aveva il padre, ed uccisa una donna
iniqua ed empia, per cui colpa niuno
degli uomini piú vuole impugnar l’armi,
muovere a campo, abbandonar la casa,
quando quelli che restano corrompono
le loro spose, macchiano le case.
E parve ai buoni che parlasse bene,
e niuno piú parola aggiunse. E allora
s’avanzò tuo fratello, e cosí disse:
«Abitatori della terra d’Inaco,
o Pelasgi in antico e poi Danàidi,
quando la madre uccisi, io voi difesi,
non men che il padre mio: perché, se lecito
fosse alle donne uccidere lo sposo,
non molto andrebbe che morreste, o servi
delle donne sareste: onde il contrario
di quanto occorre avete fatto. Adesso
è morta quella che tradiva il letto
del padre mio: se voi m’ucciderete,
sciolta sarà la legge, e differire
niuno potrà la propria morte, quando
rara piú non sarà simile audacia».
E ben sembrò che favellasse: eppure
l’assemblea non convinse; e trionfò
quel tristo che alle turbe iva dicendo
che te conviene e tuo fratello uccidere.
Ed il misero Oreste appena ottenne

di non morir sotto le pietre: spento

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di propria mano, insiem con te promise
che la vita oggi abbandonata avrebbe.
E dal consesso, lagrimando, Pilade
qui lo conduce, e in pianto l’accompagnano
gli amici, che di lui senton pietà.
Una misera vista, uno spettacolo
amaro a te giungerà presto. Un ferro
or tu prepara, o per la gola un laccio
ché tu lasciar devi la luce: a nulla
la nobiltà non ti giovò, né il Pizio
che sul tripode siede; anzi ti strusse.
CORIFEA
O misera fanciulla, o come al suolo
coperto il viso avvalli, e taci, come

romper dovessi in lagrime ed in gemiti...!

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