Orlando innamorato/Libro primo/Canto nono

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Libro primo

Canto nono

../Canto ottavo ../Canto decimo IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poemi epici

Libro primo - Canto ottavo Libro primo - Canto decimo

 
1   Odito aveti la sozza figura
     Che avea la fiera orribile e deserta,
     Qual con Ranaldo alla battaglia dura,
     E come li ha di man tolto Fusberta.
     E lui lasciamo in quella gran paura,
     Ché bisogna che altrove io mi converta:
     Or de una dama lo amoroso caldo
     Contar conviensi, e poi torno a Ranaldo.

2   Voi vi doveti, segnor, racordare
     Di Angelica, la bella giovanetta,
     E come Malagise ebbe a lasciare;
     E giorno e notte stava alla vedetta.
     Or quanto gli rencresce lo aspettare,
     Sappialo dir colui che il tempo aspetta:
     Dico che aspetta promessa d’amore,
     Perché ogni altro aspettare è rose e fiore.

3   Ella guardava verso la marina,
     Verso la terra, per monte e per piano;
     Se alcuna nave vede, la meschina,
     O scorge vela molto di lontano,
     Lei, compiacendo a se stessa, indivina
     Che dentro vi è il segnor di Montealbano;
     Se vede in terra bestia o ver carretta,
     Sopra di quella il suo Ranaldo aspetta.

4   Ed ecco Malagise a lei ritorna
     (E già non ha Ranaldo in compagnia),
     Pallido, afflitto e con barba musorna:
     Gli occhi battuti alla terra tenìa;
     Non ha di drappo la persona adorna,
     Ma par che n’esca alor di pregionia.
     La dama, che in tal forma l’ebbe scorto,
     - Ahimè, - cridava - il mio Ranaldo è morto! -

5   - Anci non è già morto per ancora, -
     Rispose Malagise alla donzella
     - Ma non puotrà già far lunga dimora,
     Che non sia occisa la persona fella.
     Che maledetto sia quel giorno e l’ora
     Che fece una alma sì de amor ribella! -
     Poi conta tutto a lei, di ponto in ponto,
     Come alla rocca crudel l’avea gionto;

6   E come ad ogni modo vôl che ’l mora,
     E che quel mostro l’abbia divorato.
     Non domandati se la dama acora,
     Che quasi il spirto al tutto li è mancato.
     Ella parea di vita al tutto fora,
     Con gli occhi vòlti e col viso agiacciato;
     Ma, poi che fu tornata in suo vigore,
     A Malagise disse: - Ahi traditore!

7   Traditor, crudo, perfido, ribaldo,
     Che ancora ardisci a dimorarmi a canto,
     Ed hai condotto il tuo cugin Ranaldo
     Vicino a morte, con periglio tanto!
     Ma se l’aiuto non gli dài di saldo,
     Non ti varan demonii, né tuo incanto;
     Ché incontinente ti farò bruciare,
     E la tua polver gettarò nel mare.

8   Non pigliar scusa, falso truffatore,
     De aver ciò fatto per la mia querella.
     Ora non era partito megliore
     Che, avendo uno a morire, io fossi quella?
     Lui di beltate e di prodezza è il fiore,
     Io vile e sciagurata feminella.
     Ma, oltra a questo, non debbi pensare
     Che senza lui io non puotria campare? -

9   Diceva Malagise: - Ancor soccorso,
     Volendo tu, se li potrà donare;
     Ma te bisogna prender questo corso,
     E tu sia quella che il vada a campare;
     Ché, benché sia crudel più che alcuno orso,
     A suo dispetto converratti amare;
     Sì che spazzati pure e sii ben presta,
     Ché nostra indugia forse lo molesta. -

10 Così dicendo li porge una corda,
     Di lacci ad ogni palmo ragroppata,
     E una gran lima, che segava sorda,
     E uno alto pan di cera impegolata:
     Come le debbia adoprar li racorda.
     Angelica dal vento è via portata,
     Sopra a un demonio, che ha la faccia nera;
     A Crudel Rocca gionse quella sera.

11 Ora voglio a Ranaldo ritornare,
     Che era condutto a caso tanto scuro,
     Che della morte non potea campare:
     Perduto ha il brando che ’l facea sicuro.
     Fuggendo intorno, ogni cosa ha a guardare;
     Ed ecco avanza, quasi a mezo ’l muro,
     Un travo fitto dece piedi ad alto.
     Prese Ranaldo un smisurato salto,

12 E gionse al travo, e con la man l’ha preso,
     Poi con gran forza sopra li montava;
     Così tra celo e terra era sospeso.
     Or quel mostro crudel ben furïava;
     Avenga che sia grosso e di tal peso,
     Spesso vicino a Ranaldo saltava,
     E quasi alcuna volta un poco il tocca:
     Pare a Ranaldo sempre esserli in bocca.

13 Era venuta già la notte bruna.
     Stassi Ranaldo a quel legno abracciato,
     Né sa veder qual senno o qual fortuna
     Lo possa di quel loco aver campato.
     Ed ecco, sotto il lume de la luna,
     Però che era sereno e il cel stellato,
     Sente per l’aria non sa che volare:
     Quasi una dama ne l’ombra li pare.

14 Angelica era quella, che venìa
     Per dar soccorso al franco cavalliero;
     Poi che in faccia Ranaldo la vedia,
     Gettarsi a terra prese nel pensiero,
     Perché tanto odio a quella dama avia,
     Che più non li dispiace il mostro fiero:
     Ello esser morto stima minor pene
     Che veder quella che a campare il viene.

15 Ella si stava ne l’aria sospesa,
     E ingenocchiata diceva: - Barone,
     Sopra d’ogni altra doglia il cor mi pesa
     Che tu sia gionto qui per mia cagione.
     Ben ti confesso ch’io son tanto accesa,
     Ch’io potrebbi uscir fuor d’ogni ragione;
     Ma che nocer potessi a tua persona,
     Questo pensiero al tutto lo abandona.

16 Fu la mia stima che con tuo diletto,
     Con apiacere e riposo e con zoglia
     Fussi condotto avanti al mio cospetto;
     Ora te vedo de cotanta noglia
     E da periglio estremo sì costretto,
     Che quasi mi ne uccido di gran doglia;
     Ma sia ogni timor pur da te rimosso,
     Ch’io il seppi ad ora che campar ti posso.

17 Non te rincresca de venirmi in braccio,
     Che via per l’aria te possa portare.
     Vedrai di terra uno infinito spaccio
     Sotto a’ tuoi piedi in un punto passare;
     Te potrai far de un alto disio saccio,
     Se mai ti venne voglia di volare.
     Vien, monta sopra a me, baron gagliardo:
     Forse non son peggior del tuo Baiardo. -

18 Era Ranaldo tanto addolorato,
     Che con gran pena la puoteva odire.
     Pur li rispose: - Per lo Dio beato,
     Più son contento di dover morire,
     Che per tuo mezo vederme campato;
     E quando non ti vogli pur partire,
     Di questo loco me voglio gettare:
     Or statte e vanne, e fa come ti pare. -

19 Non crediati che sia maggior iniuria
     Che alla donna che chiede, esser sprezzata.
     Tutte hanno in odio che la sua lussuria
     Gli possa essere in viso improperata;
     Ma questa dispettosa e trista furia
     Angelica non mosse in questa fiata:
     Tanto portava a quel barone amore,
     Che ogni sua ingiuria a lei parea minore.

20 Ella rispose: - Io farò il tuo volere,
     E se altro far volessi, io non potrei:
     S’io pensassi morendo a te piacere,
     Adesso con mia man me occiderei.
     Ma tu m’hai bene in odio oltra al dovere!
     A ciò me en testimonii omini e dei;
     Sol il sprezarmi è ’l mal che mi pôi fare,
     Ma che io non te ami, non me pôi vetare. -

21 Così dicendo nel campo discende,
     Ove rugiava lo animal spietato,
     E la corda alaciata giù distende,
     Poi quel pan della cera ebbe gettato.
     Quel crudel mostro in bocca presto il prende:
     L’un dente e l’altro insieme è impegolato;
     Mugia saltando e cerca uscir de impaccio:
     Al primo salto fu gionto nel laccio.

22 Così legato il lasciò la donzella,
     E lei si dipartì subitamente.
     Era levato già la chiara stella
     Che vien davanti al sole in orïente:
     Vede Ranaldo quella bestia fella,
     Che ha la bocca di pece piena e il dente;
     E poi legata per cotal maniera,
     Che mover non si può dal loco ove era.

23 Subitamente salta gioso al piano,
     Dove è la fiera fera di natura,
     Che facea un crido tant’orrendo e strano,
     Che al mur de intorno potea far paura.
     Ranaldo prende sua Fusberta in mano,
     E de assalire ’l mostro si assicura;
     Ma quella bestia si scote sì forte,
     Che par che debbia romper le ritorte.

24 Ranaldo non li lascia prender fiato,
     Or la ferisce in capo, or nella panza,
     Or da il sinestro, ora da il destro lato;
     Il ferir de quel mostro era una cianza.
     Egli avrebbe una pietra, un fer tagliato,
     Ma quella pelle ogni durezza avanza.
     Per ciò non è Ranaldo sbigotito,
     Ma subito pigliò questo partito:

25 A quella bestia salta sopra al dosso,
     La gola ad ambe man gli ebbe a pigliare,
     E le genocchie strenge a più non posso:
     Mai non se vide il più fier cavalcare.
     Era il barone in faccia tutto rosso:
     Quivi ogni suo valor convien mostrare;
     E quivi più che altrove l’ha mostrato,
     Ché con le mani il mostro ha strangolato.

26 Poi che la bestia al tutto è suffocata,
     Pensa Ranaldo della sua partita;
     Ma quella piazza intorno era serrata
     De un grosso muro e de altezza infinita.
     Sol di verso il castello era una grata,
     Che de travi accialin tutta era ordita;
     Ben la assagiò Ranaldo con la spata,
     Ma troppo è sua grossezza smisurata.

27 Ora Ranaldo se vide pregione,
     Che già di questo non pensava in prima,
     E del suo scampo manca ogni ragione,
     Ché di morir di fame lui se estima.
     Guarda d’intorno per ogni cantone,
     Ed ha veduta in terra la gran lima,
     La lima che la dama avea portata;
     Stima il baron che Dio l’abbia mandata.

28 Con quella lima la pregione apriva,
     E poco manca che non possa uscire.
     Ciascuna stella nel cel se copriva,
     E cominciava il giorno ad apparire;
     Ed eccoti un gigante quivi ariva,
     Ma de venire a lui non ebbe ardire;
     Anci, come il barone ebbe veduto,
     Fugge, forte cridando: - Aiuto! aiuto! -

29 In questo avea Ranaldo sbarattato
     Tutto il serraglio, e quella grata aperta;
     Ma per il crido di quel smisurato
     Gionge la gente crudele e diserta.
     E già Ranaldo fuora era saltato;
     Or li conviene adoperar Fusberta,
     Ché intorno a lui de gente crescìa il ballo:
     Già son più che seicento senza fallo.

30 Nulla ne cura quel franco barone,
     Se ben sei tanto fosse il populaccio.
     Davanti a gli altri stava un gigantone,
     Quel proprio che Ranaldo prese al laccio.
     Mai non fu visto il più falso poltrone;
     Ma ben presto Ranaldo gli diè il spaccio:
     Sotto il genocchio un colpo li disserra,
     E senza gambe il fie’ cadere in terra.

31 Quivi lo lascia, e tra gli altri se caccia,
     E sua Fusberta mena con ruina;
     Presto a lui sol rimase quella piaccia,
     Via ne fuggia la gente saracina.
     Chi senza capo va, chi senza braccia,
     Piena è di sangue la piaza meschina.
     La vecchia nel palazo era serrata,
     E dentro ha con lei molta brigata.

32 L’altro gigante ancora è dentro chiuso;
     Gionge Ranaldo, e già non sta a guardare:
     Rompe la porta e favi entro un gran buso,
     Poi con la man la prende a dimenare.
     Il gran gigante se vede confuso,
     Tema e vergogna il fanno dubitare.
     Da capo a piedi egli era tutto armato:
     Apre la porta, e fuora fu saltato.

33 E nella gionta mostra molto ardire;
     Sopra a Ranaldo un gran colpo ha donato.
     Ridendo quel baron li prese a dire:
     - Io son contento di averti onorato.
     Il sir de Montealban te fa morire:
     Giù nello inferno tu serai lodato;
     Ché ben lì trovarai gran compagnia,
     Che io li ho mandato con Fusberta mia. -

34 Così dicendo quel baron valente
     Mena un gran colpo fuor de ogni misura,
     Fende al gigante il capo insino al dente;
     Or fuggon gli altri tutti con paura.
     Intra Ranaldo, e occide l’altra gente;
     Ma quella vecchia dispietata e scura
     Stava assettata sopra de un balcone;
     Giù si gettò, come vide il barone.

35 Ben cento pedi quel balcone era alto:
     Se la vecchia se occise, io nol domando.
     Quando Ranaldo vide quel gran salto,
     - Va - disse - al diavol, ch’io te racomando. -
     Fatta è la sala già di sangue un smalto:
     Sempre mena Ranaldo intorno il brando.
     Acciò che tutto il fatto a un ponto scriva,
     Non rimase al castello anima viva.

36 Da poi se parte, e torna alla marina:
     Non ha più voglia nel naviglio entrare,
     Ma così a piedi nel litto camina;
     Ed una dama venne a riscontrare,
     Che dicea: - Lassa! misera! tapina!
     La vita voglio al tutto abandonare. -
     Ma parlar più di ciò lascia Turpino,
     E torna a dir de Astolfo paladino.

37 Era partito Astolfo già di Franza:
     Baiardo il buon destrier menato avia;
     L’arme ha dorate, e dorata ha la lanza,
     E va soletto e senza compagnia.
     Già passato ha il paese di Maganza,
     E già la Magna grande e la Ongaria;
     Passa il Danubio nella Transilvana,
     La Rossia bianca, ed è gionto alla Tana.

38 Alla man destra volta giuso al basso,
     E ne la Circasia fece la intrata.
     Or quella regïone era in conquasso,
     Tutta la gente se vedeva armata;
     Però che Sacripante, il re circasso,
     Una gran guerra aveva incominciata
     Contra Agricane, re di Tartaria;
     L’uno e l’altro segnor gran possa avia.

39 La cagione era di questo rumore
     Non odio antiquo o zelosia di stato,
     Né lo confin di regno o disonore,
     Né lo esser per vittoria reputato;
     Ma l’arme li avea posto in mano Amore,
     Perché Agricane al tutto è destinato
     Angelica per moglie di ottenire:
     Essa ha proposto più presto morire.

40 Ed ha mandato in ogni regïone,
     Presso e lontano, e per ogni paese;
     O sia re grande, o sia picciol barone,
     Invita ciascaduno a sue diffese;
     E già molte migliaia di persone,
     Per aiutar la dama, han le armi prese;
     Ma prima assai de gli altri Sacripante,
     Che lungamente li era stato amante.

41 Egli era innamorato oltra a misura
     Della donzella, e lei lui poco amava;
     Ma questa è più d’amor la gran sciagura,
     Che il non essere amato non disgrava.
     Or, per non far più lunga la scrittura,
     Re Sacripante sua gente adunava,
     E già se stava nel campo attendato,
     Quando li venne Astolfo apresentato.

42 Perché aveva quel re fatto ordinare
     Per ogni passo e per ogni sentiero
     Dove persone potea capitare,
     Che ciascun, paesano o forastiero,
     Avanti a lui se debba appresentare;
     E se de lui li faceva mestiero,
     Con bono accordio seco il retenia;
     Non se accordando, andava alla sua via.

43 Venne Astolfo da lui sopra Baiardo,
     E fu da Sacripante assai mirato;
     E ben lo stimò fior de ogni gagliardo,
     Tanto lo vede gentilmente armato.
     Già non aveva la insegna da il pardo,
     Ma sopravesta e scudo avea dorato;
     E perciò sempre per quel tenitoro
     Nomossi il cavallier da il scudo d’oro.

44 Disseli Sacripante: - Sir valente,
     Che soldo chiedi per la tua persona? -
     Rispose Astolfo: - Tutta la tua gente,
     Quanta ne è in campo sotto tua corona.
     Altro partito non voglio nïente:
     Così mi piglia, o così me abandona;
     In altro modo non sapria servire,
     Perché io so comandar, non obedire.

45 Ma acciò che pensi se me la dei dare
     (Perché forse me stimi per un paccio),
     Voglio una prova nel presente fare:
     Che me leghi di dietro il manco braccio;
     Questo esercito poi voglio pigliare,
     Da tua persona a l’ultimo ragaccio;
     E perché meraviglia non te mova,
     Adesso adesso ne farò la prova. -

46 Il re, rivolto a’ soi baron, dicia
     Che li incresciva di quel cavalliero,
     Che a tal partito il senno perso avia;
     E che potrebbe anco esser de legiero
     Che lo intelletto li ritornaria,
     Quando di lui se pigliasse pensiero.
     Altri diceva: - Deh! lasciamlo andare!
     Poco de un paccio se può guadagnare. -

47 E così Astolfo fu licenziato,
     E via cavalca senza altro pensiero.
     Quel re di Circasia molto ha guardato
     L’arme dorate e Baiardo il destriero;
     E ne l’animo suo si ha destinato
     De andar soletto dietro al cavalliero:
     Poca fatica a quello alto re pare
     L’arme ad Astolfo e quel caval levare.

48 De sopra a l’elmo trasse la corona,
     Ché già non voleva esser cognosciuto;
     Lo usato scudo e le insegne abandona.
     Era questo re grande e ben membruto,
     E forte a meraviglia di persona,
     Molto avisato in guerra e proveduto:
     Ma poi racontaremo sue prodece
     Nella gran guerra che a Albraca se fece.

49 Lui segue Astolfo, come è sopra detto,
     Che era davanti bene una giornata,
     E cavalcava via tutto soletto.
     Ed ecco scontra a mezo della strata
     Un Saracin, che un altro sì perfetto
     Non ha la terra, che è dal mar voltata;
     Sua gran virtù conviene che se scopra
     A quella guerra ch’io dissi di sopra.

50 Quel saracino ha nome Brandimarte,
     Ed era conte di Rocca Silvana;
     In tutta Pagania per ogni parte
     Era sua fama nobile e soprana.
     Di torniamenti e giostra sapea l’arte;
     Ma, sopra tutto, la persona umana
     Era cortese, il suo leggiadro core
     Fu sempre acceso di gentile amore.

51 Costui menava seco una donzella,
     Alor che con Astolfo se scontrava,
     Che tanto cara gli è quanto era bella,
     E di bellezza le belle avanzava.
     Or come Astolfo il vide in su la sella,
     Subitamente a giostra lo invitava:
     - Prendi del campo, - Astolfo li dicia
     - O ver lascia la dama, e va a tua via. -

52 Diceva Brandimarte: - Per Macone,
     Prima vi voglio la vita lasciare;
     Ma io te aviso, franco campïone,
     Poi che donzella non hai a menare,
     Che, se io te abato, te torò il ronzone,
     E converratti a pedi caminare;
     E già non stimo farti villania:
     Tu non hai dama, e vôi tormi la mia. -

53 Aveva quel barone un gran destriero,
     Che fu ben certo delli avantaggiati.
     Or volta l’uno e l’altro cavalliero,
     Da poi che insieme fôrno desfidati,
     E ritrovârsi al mezo del sentiero,
     E de gran colpi se fôrno atrovati.
     Ma Brandimarte cadde con tempesta,
     E scontrarno e destrier testa per testa.

54 Morì quel del barone incontinente:
     Baiardo non curò di quella urtata.
     Ciò non estima il cavallier valente;
     Ma di perder la dama delicata
     Al tutto se dispera nella mente,
     Ché più che ’l proprio cor l’aveva amata.
     Poi che ha perso ogni bene, ogni diletto,
     Trasse la spada per darse nel petto.

55 Astolfo, che a quello atto ben comprese
     Che il cavallier moriva disperato,
     Subitamente di Baiardo scese,
     E con parole assai l’ha confortato.
     - Credi, - diceva - ch’io sia sì scortese,
     Ch’io te toglia quel ben che hai tanto amato?
     Teco giostrai per vittoria e per fama:
     Mio sia l’onore, e tua sia questa dama. -

56 Il cavallier che a piedi l’ascoltava,
     E prima di dolor volea morire,
     Or di tanta allegrezza lacrimava,
     Che non poteva una parola dire,
     Ma e piedi al duca e le gambe baciava,
     E forte singiottendo disse: - Sire,
     Or se radoppia la vergogna mia,
     Poi ch’io son vinto ancor di cortesia.

57 Ed io ben son contento tutta fiata
     Di avere ogni vergogna per tuo onore;
     Tu m’hai la vita al presente campata:
     Sempre perder la voglio per tuo amore.
     Io non posso mostrarti mente grata,
     Ché di servirti non aggio valore;
     E tu sei de ogni cosa sì compiuto,
     Che a l’altri servi, e tu non chiedi aiuto. -

58 Mentre che stanno in questo ragionare,
     Re Sacripante ariva alla foresta;
     E quando la fanciulla ebbe a mirare,
     Destina di lasciar la prima inchiesta,
     Ché quella dama volìa conquistare,
     Fra sé dicendo: "Oh che ventura è questa!
     Io feci aviso avere arme e destriero;
     Or far meglior guadagno è di mestiero."

59 Con alta voce crida il Saracino:
     - Di qualunche di voi la dama sia,
     A me la lascia, e vada al suo cammino,
     O che si prova alla persona mia. -
     - Tu non sei cavallier, ma sì assassino, -
     Il franco Brandimarte li dicia
     - Ché tu sei su il destriero, io sono a piedi,
     Ed a robarme a battaglia mi chiedi. -

60 E poi ad Astolfo se ebbe ingenocchiare,
     E li dimanda con ogni preghiere
     Che il suo destrier li piaccia di prestare.
     Ridendo Astolfo con piacevol ciere
     Disse: - Il mio per nïente non vo’ dare,
     Ma il suo ti donerò ben voluntiere;
     E guadagnar lo voglio per tuo amore:
     Tuo fia il cavallo, e mio serà l’onore. -

61 A Sacripante poi disse: - Barone,
     Prima che acquisti questa damigella,
     Convienti fare un’altra questïone;
     E se io ti getto fora de la sella,
     Io te farò partir senza ronzone;
     Se tu me abbatti, serò pure a quella,
     E tu te pigliarai questo destriero;
     Poi della dama a te lascio il pensiero. -

62 - O Dio Macon, - diceva Sacripante
     - Quanto aiutarme tua mente procura!
     Per l’arme venni e per quello afferante,
     E trovai questa bella creatura!
     Ed ora mi guadagno in uno instante
     La dama col destriero e l’armatura! -
     Così dicendo da Astolfo si scosta,
     E, vòlto, disse a lui: - Vieni a tua posta. -

63 Ora son mossi con molto furore;
     Nel corso ciascadun sua lancia aresta:
     L’un se crede de l’altro esser megliore,
     E vannose a ferir con gran tempesta.
     Ma Sacripante cadde con dolore,
     Sopra del prato percosse la testa.
     Astolfo quivi in terra lo abandona:
     Il suo destriero a Brandimarte dona.

64 - Odisti mai più piacevol novella, -
     Diceva Astolfo - di questo barone,
     Che se credette levarmi di sella,
     Ed esso ne convien andar pedone? -
     Così ne va parlando; e la donzella
     Gli dice: - Il fiume della oblivïone
     È qui davanti; sicché, cavallieri,
     Pigliàti al nostro aiuto bon pensieri.

65 Se ogni om de noi non è cauto e prudente,
     Noi siam tutti perduti questa sera;
     Lo ardir, né l’arma non varrà nïente,
     Ché qui presso a tre miglia è una rivera,
     Che tra’ l’omo a se stesso de la mente:
     Non se può racordar più quel che egli era.
     Onde io mi penso che assai meglio sia
     Tornare a dietro e lasciar questa via;

66 Ché la rivera non si può passare,
     Perché ciascuna ripa ha uno alto monte;
     Da l’uno a l’altro una muraglia appare,
     Che le due rocche tiene insieme agionte.
     Stavi una dama nel mezo a mirare,
     Sotto una torre, ch’è in guardia del ponte;
     Con una coppa lucida e pulita
     Ciascun che ariva a ber del fiume invita.

67 Come ha bevuto, perde ogni memoria,
     Tanto che il proprio nome ha smenticato;
     Ma se alcun più superbo, per sua boria,
     Volesse a forza il ponte esser passato,
     Serìa impossibil lui acquistar vittoria,
     Ché sempre alcun barone appregïato
     Tien quella dama fuora d’intelletto,
     Per far vendetta d’ogni suo dispetto. -

68 Con tal parole la dama procura
     Che il suo vïaggio si debba mutare.
     Ciascun de’ cavallier non ha paura,
     Ed ha diletto tal cosa trovare;
     E per veder quella strana ventura,
     De esser là gionti mille anni li pare;
     E cavalcando, vicino alla sera
     Gionsero al ponte sopra alla rivera.

69 La damisella ch’era guardïana,
     A loro incontra sopra al ponte è gita,
     E con gentil sembiante, in voce umana,
     A ber del fiume ciascadun invita.
     - Ahi! - disse Astolfo - Via, falsa, puttana!
     Ché l’arte tua malvaggia è pur finita:
     Morir convienti, tientene ben certa,
     Ché la tua fraude al tutto è discoperta. -

70 La damisella che il parlare intese,
     Lascia cader il cristal che avea in mano.
     Un sì gran foco nel ponte se accese,
     Che il volervi passar serebbe vano.
     L’altra donzella ben quello atto intese,
     Ed ambi i cavallier prese per mano:
     L’altra dama, dico io, di Brandimarte,
     Che sa di questa ogni malizia ed arte.

71 Lei prese a mano ciascun cavalliero,
     E quanto ne pô gir, tanto ne andava,
     Drieto alla ripa, per stretto sentiero.
     L’acqua incantata quivi si vargava
     Sopra de un ponte che passa al verziero.
     Per altrui quella porta non se usava,
     Ma la nova donzella, che è ben scorta
     Di questo incanto, sapea quella porta.

72 Brandimarte gettò la porta in terra,
     E già se vede quel falso giardino,
     Che tanti cavallier dentro a sé serra.
     Quivi era chiuso Orlando paladino,
     E il re Ballano, quel mastro di guerra,
     E Chiarïone, il franco saracino;
     Era lì dentro Oberto dal Leone,
     Con Aquilante e il suo fratel Grifone.

73 Eravi ancora il forte re Adrïano,
     Ed eravi Antifor de Albarosia;
     Non cognoscon l’un l’altro, e insieme vano,
     Né sapria dire alcun quel che lui sia,
     Né se egli è saracino, o cristïano:
     Tutti son persi per negromanzia.
     Tutti li ha persi quella falsa dama,
     Che Dragontina per nome se chiama.

74 Or se incomincia una gran questïone,
     Ché Astolfo e Brandimarte sono entrati.
     Il re Ballano e il forte Chiarïone
     Per Dragontina stan quel giorno armati.
     Adrïano e Antifor e ogni barone
     Son tutti insieme, li altri smemorati;
     Tutti en nel prato, il conte Orlando eccetto,
     Che la logia mirava per diletto.

75 Era ancor tutto armato il cavalliero,
     Perché gionto era pur quella matina;
     E Brigliadoro, il suo franco destriero,
     Legato è tra le rose ad una spina.
     Lui de altra cosa non avea pensiero;
     Ed eccoti qui gionge Dragontina,
     Dicendo: - Cavallier, per lo mio amore
     Non anderai dove odi quel rumore? -

76 Altro non pensa il cavallier soprano,
     Salta in arcione e la visera serra:
     Alla zuffa ne va col brando in mano.
     Già Brandimarte ha Chiarïon per terra,
     Ed Astolfo ha abbattuto il re Ballano,
     Ed a cavallo e a pedi se fan guerra.
     Ma, come prima gionse il conte Orlando,
     Cognobbe Astolfo Durindana el brando;

77 E crida forte: - O cavallier pregiato,
     Fiore e corona de ogni paladino!
     Oh sempre Dio del cel ne sia lodato!
     Non me cognosci ch’io son tuo cugino,
     Che tanto per il mondo te ho cercato?
     Chi te condusse per questo giardino? -
     Il conte de nïente non lo ascolta,
     Né se ricorda vederlo altra volta;

78 Ma con gran furia e senza alcun riguardo
     Un grandissimo colpo a due man mena;
     E se non fosse che il destrier Baiardo
     È di tal senno e di cotanta lena,
     Serebbe ucciso quel duca gagliardo,
     Ché morto l’avria Orlando con gran pena:
     Ben che il mur del giardin fosse molto alto,
     Baiardo a un tratto lo passò de un salto.

79 Orlando fuor del ponte se ne uscia,
     Ché quel nemico al tutto vôl pigliare;
     E benché Brigliador forte corria,
     Già con Baiardo non puotea durare,
     Ma pur lo segue quanto più puotia.
     Or non più adesso per questo cantare;
     Ne l’altro avreti, se tornati a odire,
     Del duca Astolfo un smisurato ardire.