Orlando innamorato/Libro primo/Canto decimo

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro primo

Canto decimo

../Canto nono ../Canto decimoprimo IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poemi epici

Libro primo - Canto nono Libro primo - Canto decimoprimo

 
1   Orlando segue Astolfo a tutta briglia,
     Forte spronando, ma nulla gli vale;
     Corre Baiardo più che a meraviglia:
     Giurato avria ciascun che l’avesse ale.
     Il duca in ver levante il camin piglia,
     Benché di Brandimarte gli par male,
     Che gli era stato un pezo compagnone;
     Or lo lasciava peggio che pregione.

2   Ma lui tanto temeva Durindana,
     Che avria lasciato un suo carnal germano.
     Or poi che Orlando per la selva strana
     Vede averlo seguìto un pezo invano,
     E che da lui più sempre se alontana
     (Già quasi più nol vede sopra al piano),
     Nella campagna lui non fe’ dimora:
     Verso il giardin correndo torna ancora.

3   La battaglia là dentro ancor durava,
     Però che Brandimarte stava in sella,
     Ed or Ballano, or Chiarïone urtava,
     E ciascadun di loro a lui martella.
     Ma la sua dama piangendo il pregava
     Ch’el lascia la battaglia iniqua e fella,
     E coi duo cavallier faccia la pace,
     Facendo quel che a Dragontina piace;

4   Perché altramente non puotrà campare,
     Quando non beva de l’acqua incantata;
     Né se curi al presente smemorare,
     Ma così aspetti la sua ritornata,
     Che certamente lo verrà aiutare.
     Né più nïente se fu dimorata,
     Ma volta il palafreno alla pianura,
     E via camina per la selva oscura.

5   Or la battaglia subito se parte,
     E son finite le crudel contese;
     E Dragontina piglia Brandimarte,
     E dàgli il beveraggio lì palese
     Della fiumana che è fatto per arte.
     Più oltra il cavallier mai non intese,
     Né se ricorda come qui sia gionto:
     Tutto divenne un altro in su quel ponto.

6   Dolce bevanda e felice liquore,
     Che puote alcun della sua mente trare!
     Or sciolto è Brandimarte dello amore
     Che in tanta doglia lo facea penare.
     Non ha speranza più, non ha timore
     Di perder lodo, o vergogna acquistare;
     Sol Dragontina ha nel pensier presente,
     E de altra cosa non cura nïente.

7   Orlando è ritornato nel giardino,
     Avanti a Dragontina è ingenocchiato,
     E fa sua scusa con parlar tapino,
     Se quell’altro baron non ha pigliato.
     Tanto li sta sumesso il paladino,
     Che ad un piccol fantin serìa bastato.
     Ora tornamo de Astolfo a contare,
     Che de aver drieto Orlando ancor li pare;

8   Unde camina continuamente,
     E notte e giorno, il cavallier soprano.
     Il primo giorno non trovò nïente
     Per quel diserto inospite e silvano,
     Ma nel secondo vede una gran gente,
     Che era attendata sopra di quel piano:
     Ad uno araldo Astolfo dimandava
     Che gente è questa che quivi accampava.

9   Lo araldo gli mostrava una bandera,
     Che quasi il mezo de il campo tenìa,
     E dice: - Quivi aloggia con sua schera
     Il re de’ re, segnor de Tartaria. -
     (Era quella bandera tutta nera,
     Un caval bianco dentro a quella avia,
     D’intorno ornato a perle, a zoglie e ad oro:
     Non avea il mondo più ricco lavoro.)

10 - Quell’altra c’ha il sol d’oro in campo bianco,
     È del re de Mongalia, Saritrone,
     Che non ha il mondo un baron tanto franco.
     Vedi la verde da il bianco leone?
     Quella è del smisurato Radamanto,
     Che vinti piedi è lungo il campïone,
     E signoreggia sotto tramontana
     Mosca la grande e la terra Comana.

11 Quella vermiglia, che ha le lune d’oro
     È del gran Polifermo, re de Orgagna,
     Che di stato è possente e di tesoro,
     Ed è gagliardo sopra a la campagna.
     Io te vo’ racontar tutti costoro,
     Né vo’ che alcun stendardo vi remagna,
     Che nol cognoschi e nol possi contare,
     Se in altre parte forse hai arrivare.

12 Vedi là il forte re della Gotìa,
     Che Pandragon per nome era chiamato.
     Vedi lo imperator de la Rossia,
     Che ha nome Argante, ed è sì smisurato.
     Vedi Lurcone ed il fier Santaria;
     Il primo è di Norvega incoronato,
     Il secondo de Sueza; e prossimana
     Ha la bandera del re de Normana.

13 Quel re per nome è chiamato Brontino,
     Che porta nel stendardo verde un core.
     Il re di Danna li aloggia vicino,
     Che ha nome Uldano, ed ha molto valore.
     Costoro a l’India prendono il camino,
     Perché Agricane è de tutti il segnore,
     E tutti sottoposti a sé li mena,
     Per dare a Galifrone amara pena.

14 Quel Galifrone in India signoreggia
     Una gran terra, che ha nome il Cataio,
     Ed ha una figlia, a cui non se pareggia
     Rosa più fresca de il mese de maio.
     Ora Agricane per costei vaneggia,
     Né tiene altro pensiero intro il coraio
     Che de acquistar quella bella fanciulla;
     Di regno o stato non si cura nulla.

15 Vero è ch’iersera il vecchio Galifrone
     Mandò nel campo una sua ambasciaria,
     Facendo molto d’escusazïone,
     Se non li dava la figlia in balìa;
     Però che quella, contro ogni ragione,
     La rocca de Albracà tolto li avia,
     E che, radotta in quella terra forte,
     Dicea volervi star fino alla morte.

16 Or potrebbe esser che tutta la gente
     Andasse a Albraca per porvi l’assedio;
     Ché il patre non ha colpa de nïente,
     Se la sua figlia ha il re Agricane a tedio.
     Ma io m’estimo bene e certamente
     Che la fanciulla non vi avrà remedio
     A far con questo già lunga contesa:
     Meglio è per lei che subito sia resa. -

17 Dapoi che Astolfo la cagione intende
     Perché era quivi la gente adunata,
     Subitamente il suo vïaggio prende;
     Forte cavalca ciascuna giornata,
     Fin che alla rocca di Albraca discende,
     Dove stava la dama delicata;
     La qual, sì come Astolfo vide in faccia,
     Subito lo cognobbe, e quello abbraccia.

18 - Per mille volte tu sia il benvenuto, -
     Dicea la dama - franco paladino,
     Che sei giunto al bisogno dello aiuto!
     Teco fosse Ranaldo, il tuo cugino!
     Questo castello avessi io poi perduto,
     E tutto il regno (io non daria un lupino),
     Pur che qua fosse quel baron iocondo,
     Che più val sol che tutto l’altro mondo. -

19 Diceva Astolfo: - Io non ti vo’ negare,
     Che un franco cavallier non sia Ranaldo;
     Ma questo ben ti voglio racordare,
     Che a la battaglia son di lui più saldo.
     Alcuna fiata avemmo insieme a fare,
     Ed io gli ho posto intorno tanto caldo,
     Che io l’ho fatto sudare insino a l’osso,
     E dire: "Io te mi rendo, e più non posso."

20 E il simil ti vo’ dire ancor de Orlando,
     Che della gagliardia se tien stendardo;
     Ma se mancasse Durindana il brando,
     Come a quell’altro è mancato Baiardo,
     Non se andarebbe pel mondo vantando,
     Né se terrebbe cotanto gagliardo;
     Non con meco però, ché in ogni guerra
     Che ebbi con seco, lo gettai per terra. -

21 La dama non sta già seco a contendere,
     Perché sapea come era solaccevole;
     Né di Ranaldo lo volse reprendere,
     Benché odirlo biasmar li è dispiacevole;
     E ben ne sapea lei la ragion rendere,
     Perché era di quel tempo racordevole
     Quando vide a Parigi ogni barone,
     E di lor tutti la condizïone.

22 La dama fa ad Astolfo un grande onore,
     E dentro dalla rocca lo aloggiava.
     Ed eccoti levare un gran romore,
     Per un messagio che quivi arivava;
     Di polvere era pieno e di sudore:
     - A l’arme! a l’arme! - per tutto cridava.
     Dentro alla terra se arma ogni persona,
     Perché a martello ogni campana suona.

23 Eran qui dentro cavallier tre millia,
     Dentro alla rocca avea mille pedoni.
     La dama con Astolfo se consiglia,
     E con li principal de’ soi baroni;
     Ed alla fine il partito se piglia
     De diffender le mure e’ torrïoni.
     La terra è di fortezza sì mirabile,
     Che per battaglia al tutto è inespugnabile.

24 Delibrâr che la terra se guardasse,
     Che per ben quindeci anni era fornita.
     Diceva a loro Astolfo: - Se io pensasse
     Perdere un giorno qui della mia vita,
     Che quei re ad uno ad un non assaggiasse,
     Voria che l’alma mia fosse finita;
     Ed allo inferno me voglio donare,
     Se questo giorno non li faccio armare. -

25 E così detto le sue arme prende,
     Sopra Baiardo al campo se abandona;
     Dice cose mirabile e stupende,
     Da far meravigliare ogni persona.
     - Forsi ch’io vi farò sficar le tende,
     Soletto come io son! - così ragiona.
     - Nïun non camparà, questo è certano:
     Tutti vi voglio occider di mia mano. -

26 Vintidue centenara di migliara
     De cavallier avia quel re nel campo;
     Turpino è quel che questa cosa nara.
     Astolfo non li estima, e getta vampo.
     Dice il proverbio: "Guastando se impara":
     Cadde quel giorno Astolfo a tale inciampo,
     Che alquanto se mutò de opinïone,
     Governandosi poi con più ragione.

27 Ma nel presente tutti li disfida,
     Chiamando Radamanto e Saritrone;
     Polifermo ed Argante forte iscrida,
     E Brontino dispreza e Pandragone;
     Ma più Agricane, che de li altri è guida,
     E il forte Uldano, e il perfido Lurcone;
     Con quisti il re di Sueza, Santaria:
     A tutti dice oltraggio e vilania.

28 Or se arma tutto il campo a gran furore.
     Non fo mai vista cosa tanto oscura
     Quanto è quel populaccio, pien de errore,
     Che de un sol cavallier se mette in cura.
     Tanto alto è il crido e sì grande il romore,
     Che ne risuona il monte e la pianura,
     E spiegan le bandiere tutte quante;
     Dece re insieme a quelle vanno avante.

29 E quando Astolfo viderno soletto,
     Pur vergognando andârli tutti adosso;
     Argante imperator, senza rispetto,
     Fuor della schiera subito se è mosso.
     Largo sei palmi è tra le spalle il petto:
     Mai non fo visto un capo tanto grosso;
     Schizzato il naso e l’occhio piccolino,
     E il mento acuto, quel brutto mastino.

30 E sopra un gran destrier, che è di pel sôro,
     Con la testa alta Astolfo riscontrava.
     Il franco duca con la lancia d’oro
     For della sella netto il trabuccava:
     Ben fe’ meravigliar tutti coloro.
     Il forte Uldano sua lancia abassava,
     Che fu segnor gagliardo e ben cortese:
     Cugin carnale è questo de il Danese.

31 Astolfo con la lancia l’ha scontrato;
     Disconzamente in terra il trabuccava.
     Ciascun dei re ben se è meravigliato,
     E più l’un l’altro già non aspettava.
     Movesi un crido grande e smisurato:
     - Adosso! adosso! - ciascadun cridava;
     E tutti insieme quella gran canaglia
     Contra de Astolfo viene alla battaglia.

32 Lui d’altra parte sta fermo e securo,
     E tutta quella gente solo aspetta,
     Come una rocca cinta de alto muro;
     Sopra Baiardo a gran fatti se assetta.
     Per la polvere il celo è fatto scuro,
     Che move quella gente maledetta;
     Quattro vengono avanti: Saritrone,
     Radamanto, Agricane e Pandragone.

33 Or Saritrone fu il primo incontrato,
     E verso il cel rivolse ambe le piante;
     Ma Radamanto da il dritto costato
     Percosse il duca; e quasi in quello instante
     Agricane il ferì da l’altro lato;
     E nella fronte de l’elmo davante
     Pur in quel tempo il gionse Pandragone:
     Questi tre colpi lo levâr d’arcione.

34 E tramortito in terra se distese,
     Per tre gran colpi che avea ricevuti.
     Radamanto è smontato, e lui lo prese,
     Benché sian l’altri quivi ancor venuti.
     Vero è che Astolfo non fece diffese,
     Ché era stordito, e non vi è chi lo aiuti.
     Ebbe Agricane assai meglior riguardo,
     Ché lasciò Astolfo, e guadagnò Baiardo.

35 Io non so dir, segnor, se quel destriero,
     Per aver perso il suo primo patrone,
     Non era tra’ Pagan più tanto fiero;
     O che lo essere in strana regïone
     Gli tolse del fuggire ogni pensiero;
     Ma prender se lasciò come un castrone:
     Senza contesa il potente Agricane
     Ebbe il caval fatato in le sue mane.

36 Or preso è Astolfo e perduto Baiardo
     E il ricco arnese e la lancia dorata;
     In Albraca non è baron gagliardo
     Che ardisca uscir di quella alcuna fiata.
     Sopra le mura stan con gran riguardo,
     Col ponte alciato e la porta serrata;
     E mentre che così stanno a guardare,
     Vedeno un giorno gran gente arivare.

37 Se volete saper che gente sia
     Questa che gionge con tanto romore,
     Questo è quel gran segnor di Circasia,
     Re Sacripante, lo animoso core;
     Ed ha seco infinita compagnia:
     Sette re sono, ed uno imperatore,
     Che vengon la donzella ad aiutare;
     Il nome de ciascun vi vo’ contare.

38 Il primo che è davanti, è cristïano,
     Benché macchiato è forte de eresia:
     Re de Ermenia, ed ha nome Varano,
     Che è de ardir pieno e d’alta vigoria.
     Sotto sua insegna trenta millia vano,
     Che tutti al saettare han maestria:
     E l’altro, che ha la schiera sua seconda,
     È l’alto imperator de Tribisonda,

39 Ed è per nome Brunaldo chiamato:
     Vintisei millia ha di fiorita gente.
     Il terzo è di Roase incoronato,
     Che ha nome Ungiano, ed è molto possente:
     Cinquanta millia è il suo popul armato.
     Poi son duo re, ciascuno è più valente:
     Ogniom di loro ha molta signoria,
     L’un tien la Media, e l’altro la Turchia.

40 Quel de la Media ha nome Savarone:
     Torindo il Turco per nome si spande.
     Questo ha quaranta millia di persone,
     E il primo trentasei dalle sue bande.
     Odito hai nominar la regïone
     Di Babilonia, e Baldaca la grande:
     Di quella gente è venuto il segnore,
     Re Trufaldino, il falso traditore.

41 E le sue gente mena tutte quante,
     Che son ben cento millia, in una schiera.
     Re di Damasco, schiatta di gigante,
     Ne ha vinti millia sotto sua bandiera.
     Bordacco ha nome; e segue Sacripante,
     Re de’ Cercassi, quella anima fiera,
     Di corpo forte, de animo prudente;
     Ottanta millia è tutta la sua gente.

42 Giunsero ad Albracà quella matina
     Che la presa di Astolfo era seguìta;
     Ed assalirno il campo con roina,
     Benché Agricane ha una gente infinita.
     Era nella prima ora matutina,
     E l’alba pur allora era apparita,
     Quando se incominciò la gran battaglia,
     Che a l’una e l’altra gente diè travaglia.

43 Or chi potrà la quinta parte dire
     Della battaglia cruda e perigliosa?
     E l’aspro scontro, e il diverso colpire,
     E il crido della gente dolorosa,
     Che d’una e da altra parte hanno a morire?
     Chi mostrarà la terra sanguinosa,
     L’arme suonante e bandiere stracciate,
     E il campo pien di lancie fraccassate?

44 La prima zuffa fu del re Varano,
     Che senza alcun romor sua schiera guida.
     Comandamento fa di mano in mano
     Che pregion non si pigli, e ogni om se occida.
     Fu lo assalto improviso e subitano,
     Il campo tutto - A l’arme! a l’arme! - crida;
     Chi si diffende, e chi prende armatura,
     Chi se nasconde e fugge per paura.

45 Ma non bisogna già star troppo a bada,
     Ché li inimici entro alle tende sono;
     Vanno e Tartari al taglio de la spada,
     Né trovan delli Ermeni alcun perdono;
     Per boschi e per campagna, e fuor di strada
     Fugge tutta la gente in abandono.
     Ecco la furia adosso più li abonda:
     Gionto è lo imperator de Trebisonda.

46 Con la sua gente e Tartari sbaraglia.
     Ora ecco Ungiano, il forte campïone,
     Ch’è gionto con quest’altri alla battaglia;
     E già Torindo e il franco Savarone
     La gente tartaresca abatte e taglia;
     Alla riscossa sta sotto il penone
     Re Sacripante, e Bordaco è rimaso
     Con Trufaldino, il traditor malvaso.

47 La battaglia era tutta inviluppata:
     Chi qua, chi là per lo campo fuggia.
     La polvere tanto alto era levata,
     Che l’un da l’altro non se cognoscia;
     Ed è la cosa sì disordinata,
     Che non giova possanza o vigoria
     Del re Agricane, che è cotanto forte;
     Ma a lui davanti son sue gente morte.

48 Quel re di gran dolor la morte brama;
     Soletto fuor de schiera se tra’ avante,
     Ciascun de’ soi baron per nome chiama:
     Uldano, e Saritrone, e il fiero Argante,
     E Pandragone, degno di gran fama,
     Lurcone, e Radamanto, che è gigante,
     Polifermo e Brontino e Santaria
     Ad alta voce chiama tutta via.

49 Montato era Agrican sopra Baiardo;
     Davanti a tutti vien con l’asta in mano.
     Apre ogni schiere quel destrier gagliardo,
     Con tanta furia vien sopra del piano;
     Abatte ciascadun senza riguardo:
     Ed ecco riscontrato ha il re Varano.
     Avanti lo colpisce entro la testa,
     Gettalo a terra con molta tempesta.

50 Brunaldo fu cacciato dello arcione
     Da Polifermo; ed ecco il forte Argante
     Che con la lancia atterra Savarone;
     E Radamanto, quel crudo gigante,
     Abatte Ungiano sopra del sabbione.
     Or vede bene il franco Sacripante
     Tutta sua gente morta e sbigotita,
     Se sua persona non li porge aita.

51 Lascia sua schiera il re pien di valore
     Sopra il destriero, ed abassa la lanza,
     E Polifermo atterra con furore;
     Brontino e Pandragon poco li avanza,
     E questo Argante, che era imperatore,
     Ché tutti in terra vanno ad una danza;
     E poi ch’egli ha la spada in sua man tolta,
     La gente tartaresca fugge in volta.

52 In altra parte combatte Agricane,
     E meraviglia fa di sua persona;
     Vede sua gente per coste e per piane
     Fuggire in rotta, e che il campo abandona.
     Per la grande ira morde ambe le mane,
     E in quella parte crucïoso sprona;
     Urta ed occide chi li viene avante,
     O sia de’ suoi, o sia de Sacripante.

53 Come di verno, nel tempo guazoso,
     Giù de un gran monte viene un fiume in volta,
     Che va sopra a la ripa ruinoso,
     Grosso di pioggia e di neve disciolta:
     Cotal veniva quel re furïoso,
     Con ira grande e con tempesta molta.
     Una gran prova poi, che egli ebbe a fare,
     Vi vo’ ne l’altro canto racontare.