Orlando innamorato/Libro primo/Canto decimoprimo

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Libro primo

Canto decimoprimo

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Libro primo - Canto decimo Libro primo - Canto duodecimo

 
1   Di sopra odisti il corso e la roina
     Del re Agricane, quella anima fiera.
     Come un gran fiume fende la marina,
     Sì come una bombarda apre una schiera,
     Così quel re col brando non afina,
     Ogni stendardo atterra, ogni bandiera;
     Taglia e nimici e spezza la sua gente,
     Né l’un né l’altro non cura nïente.

2   Né Tartaro o Circasso lui riguarda,
     Né de amici o nemici fa pensiero;
     A quel vôl mal, che il camino gli intarda.
     Ora è pur gionto quel segnor altiero
     Dove discerne la prova gagliarda
     Che fa il re Sacripante in sul destriero:
     Vede fuggire e soi con alte stride,
     E il re circasso vede, che li occide.

3   - Fuggitevi de qui, vituperati! -
     Disse Agricane - popol da nïente;
     Né miei vasalli più vi nominati,
     Ch’io non voglio esser re de cotal gente.
     Via nel mal ponto! e me quivi lasciati;
     Ché io molto meglio restarò vincente
     Sol, come io sono, de questa battaglia,
     Che in compagnia de voi, brutta canaglia. -

4   Così dicendo, si fa largo fare,
     E Sacripante alla battaglia invita.
     Or non doveti, segnor, dubitare
     Se ben l’accetta quella anima ardita;
     E incontinente un messo ebbe a mandare
     Dentro alla terra, alla dama fiorita;
     Pregando lei che su la rocca saglia,
     Per radoppiarli il core alla battaglia.

5   Venne la damisella sopra al muro,
     E mandò un brando al re di Circasia,
     Ad ogni prova tagliente e sicuro.
     Il re Agricane gran doglia ne avia,
     Pur diceva ghignando: - Io non mi curo,
     Ché quella spada al fin serà la mia,
     E Sacripante insieme, e quel castello,
     Con quella ria putana de bordello.

6   Non se vergogna, brutta incantatrice,
     Ad altro più che a me portare amore,
     Ché se puotea chiamar tanto felice
     E aver del mondo la parte maggiore.
     Certo il ver de le femine si dice,
     Che sempre mai se apprendeno al peggiore:
     Il re de’ re puotea aver per marito,
     E un vil circasso tol per appetito. -

7   Così dicendo, turbato se volta,
     Ed al nemico assai se è dilungato:
     La grossa lancia su la coscia ha tolta.
     E già da l’altra parte è rivoltato
     Re Sacripante, e vien con furia molta;
     E l’uno e l’altro insieme è riscontrato
     Con tal romore e con tanta roina
     Che par che il cel profondi e il mondo afina.

8   L’un l’altro in fronte a l’elmo se è percosso,
     Con quelle lancie grosse e smisurate,
     Né alcun per questo se è de l’arcion mosso;
     L’aste fino alla resta han fraccassate,
     Benché tre palmi ciascun tronco è grosso.
     Già fan rivolta, ed hanno in man le spate,
     E furïosi tornansi a ferire.
     Ché ciascun vôle o vincere o morire.

9   Chi mai vide due tori alla verdura
     Per una vacca accesi di furore,
     Che a fronte a fronte fan battaglia dura
     Con voce orrenda e piena di terrore;
     Veggia qui duo guerrer senza paura,
     Che non stiman la vita per amore,
     Anci hanno e scudi per terra gettati,
     E la lor guerra fan da disperati.

10 Or Sacripante al tutto se abandona,
     A due man mena un colpo dispietato.
     Gionselo in testa, e taglia la corona:
     Lo elmo non può tagliar, ché era incantato.
     Ma Agrican il colpisce alla persona,
     E sopra a un fianco l’ha forte piagato.
     Ciascun di vendicarse ben procaccia,
     E rendonsi pan fresco per fogaccia.

11 Né sì spesso la pioggia, o la tempesta,
     Né la neve sì folta da il cel cade,
     Quanto in quella battaglia aspra e molesta
     Se odino spesso e colpi delle spade.
     E’ da l’arcion son sangue insin la testa:
     Mai non se vide tanta crudeltade.
     Ciascun de vinte piaghe è sanguinoso,
     E cresce ognor lo assalto furïoso.

12 Vero è che Sacripante sta pur peggio,
     Perché versa più sangue il fianco fore;
     Ma lui della sua vita fa dispreggio,
     E riguardando Angelica, il bel fiore,
     Fra sé diceva: "O re del celo, io cheggio
     Che quel ch’io faccio per soperchio amore
     Angelica lo veda, e siagli grato;
     Poi son contento di morir nel prato.

13 Io son contento al tutto de morire,
     Pur ch’io compiaccia a quella creatura.
     Oh se lei nel presente avesse a dire:
     ’Certo io son ben spietata e troppo dura,
     Facendo un cavallier de amor perire,
     Che per piacermi sua vita non cura!’
     Se ciò dicesse, ed io fossi acertato,
     E morto e vivo poi serìa beato."

14 E sopra a tal pensier tanto se infiama,
     Che non fu cor giamai così perverso;
     Ad ogni colpo Angelica pur chiama,
     E mena il brando a dritto ed a roverso.
     Altro non ha nel cor che quella dama:
     Piaga non cura, o sangue che abbia perso;
     Ma pur il spirto a poco a poco manca,
     Benché nol sente, ed ha la faccia bianca.

15 Li altri re intorno stavano a guardare
     La gran battaglia piena di spavento.
     A ciascaduno un gran dalmaggio pare
     Veder morir quel re pien de ardimento.
     Ma sopra a tutti nol può comportare
     Torindo il Turco, ed ha molto tormento
     Di veder Sacripante in tal travaglia,
     Né sa come sturbar quella battaglia.

16 E tra li cavallier comincia a dire
     Come egli è certamente un gran peccato
     Veder quel franco re così morire.
     E seguia poi: - Ahi populaccio ingrato!
     Potrai tu forse con gli occhi soffrire
     Di veder morto quel che t’ha campato?
     Noi fuggivamo in rotta ed in sconfita:
     Esso ce ha reso e l’onore e la vita.

17 Deh non abbiate di color spavento,
     Benché sia innumerabil quantitate.
     Diamo pur dentro a lor con ardimento,
     Che poco lì faren noi con le spate.
     Né vi crediati di far tradimento,
     Perché questa battaglia disturbate,
     Ché tradimento non si può appellare
     Quel che si fa per suo segnor campare.

18 Sia mia la colpa, se colpa ne viene,
     E vostre sian le lode tutte quante. -
     Così dicendo più non se ritiene,
     Ma con ruina sprona il suo aferrante.
     La grossa lancia alla resta sostiene;
     Primo e secundo che li viene avante,
     E il terzo e il quarto abatte con furore:
     Or se comincia altissimo romore.

19 Ché ciascun turco e ciascadun circasso,
     Ciascun di Tribisonda e di Soria,
     E gli altri tutti che al presente lasso,
     Perché dietro a Torindo ognun seguia,
     Ne’ Tartari ferirno con fraccasso,
     Contra a quei de Mongalia e di Rossia.
     Ecco di sopra si lieva il polvino,
     Ché da quel canto gionge Trufaldino,

20 Quel di Baldache, ch’è tanto potente.
     Or comincia la zuffa smisurata,
     Ché cento millia è tutta la sua gente,
     Che in una schiera vien stretta e serrata.
     Agricane a tal cose pone mente,
     E vede la sua gente sbarattata;
     E, vòlto a Sacripante, disse: - Sire,
     Le vostre gente han fatto un gran fallire.

21 A te ben ne darò bon guidardone:
     Tu prova contra a’ mei quel che pôi fare. -
     L’un va di qua, di là l’altro barone,
     E comincia le schiere a sbarattare,
     Menando i brandi con distruzïone.
     Mai tanta gente se ebbe a consumare,
     Ché trenta falcie più non fan nel prato,
     Quanti ciascun di loro oggi ha tagliato.

22 Agricane inscontrò con Trufaldino.
     Vede quel falso che non può campare;
     Fassegli inanzi sopra del camino,
     Dicendo: - Ben di me ti pôi vantare,
     Se tu me abatti sopra de un roncino,
     E il tuo destriero al mondo non ha pare!
     Lascia il vantaggio, come il dover chiede,
     Che alla battaglia te desfido a piede. -

23 Era Agricane assai di fama caldo:
     Subito smonta alla verde campagna;
     A un conte dà il destrier del bon Ranaldo,
     Ché già non vôl che altrui quel se guadagna.
     Ben colse il tempo Trufaldin ribaldo:
     Volta la briglia, e mena le calcagna;
     E prima che Agrican sia rimontato,
     Lui tra sua gente è già remescolato.

24 Or si riversa tutta la battaglia
     Verso la terra, e fuggono e Circassi.
     Quei di Baldache, la brutta canaglia,
     Fuggono e Sorïan dolenti e lassi,
     Gettan per terra lancie e scudi e maglia,
     E gettan le saette con turcassi.
     Non vi è chi contra a’ Tartari risponde:
     Fuggono i Turchi e quei di Trebisonde.

25 E già son gionti ove il fosso confina
     Sotto alla terra, che è cotanto forte.
     Là gioso ogni om se getta con roina,
     Ché il ponte è alciato, e chiuse son le porte.
     Che debbe fare Angelica meschina,
     Che vede le sue gente tutte morte?
     Apre la porta e il ponte fa callare,
     Ché già soletta lei non vôl campare.

26 Come la porta in quel ponte se apria,
     Sia maledetto chi a drieto rimane.
     La gente tartaresca che seguia,
     È mescolata con loro alle mane.
     Or la porta gataia giù cadia,
     E restò dentro il forte re Agricane;
     Trecento cavallier de sue masnate
     Fôr con lui chiusi dentro alla citate.

27 Egli era in su Baiardo copertato:
     Mai non fu visto un baron tanto fiero.
     Bordaco il Damaschino era tornato
     Dentro alla terra, e vede il cavalliero,
     E con molta arroganza li ha parlato:
     - Or tua possanza ti farà mestiero:
     Non te varrà Baiardo a questo ponto.
     Ve’ che una volta pur vi fosti gionto!

28 In ogni modo te convien morire,
     Né pôi mostrar valor né far deffesa. -
     Il re Agrican ridendo prese a dire:
     - Non facciam di parole più contesa,
     Ma tu comincia, se hai ponto de ardire:
     Della mia morte pigliane l’impresa,
     Ché tu serai il primo a caminare
     Là giù, dove molti altri aggio a mandare. -

29 Portava il re Bordaco una catena,
     Che avea da capo una palla impiombata;
     Con quella ad Agricane a due man mena,
     Ma lui riscontra al colpo con la spata,
     Né parve pur che lo toccasse apena,
     Ché quella cadde alla terra tagliata.
     Dicea il Tartaro a lui: - Sapra’ mi dire
     Qual sappia de noi duo meglio ferire. -

30 Così dicendo, quel baron possente
     A due man mena sopra al bacinetto,
     E quel fraccassa, e mette il brando al dente
     E parte il mento e il collo insino al petto.
     Veggendo quel gran colpo, l’altra gente
     Tutti fuggian, turbati nello aspetto,
     E tutti in fuga se pongono in caccia;
     Il re Agrican li segue e li minaccia.

31 Egli è di core ardente e tanto fiero,
     Che sempre voluntate lo trasporta;
     Però che, se egli aveva nel pensiero
     Tornare adrieto, ed aprir quella porta,
     Prender la terra assai gli era leggiero,
     Ed Angelica avere, o presa o morta.
     Ma la ira, che ciascun di senno priva,
     Dietro il pose alla gente che fuggiva.

32 Battaglia è ancora di fuor tutta fiata,
     Molto crudele, orribile e diversa;
     Qui l’una e l’altra gente è radunata:
     Chi more, e chi del ponte se sumersa.
     Tanto è quivi de’ morti la tagliata,
     Che il sangue che de’ corpi fuor riversa,
     Sparge per tutto e corre tanto grosso,
     Che insino a l’orlo ha già cresciuto il fosso.

33 Ma dentro dalla terra altro terrore
     E più crudel partito se apresenta.
     Quel re sopra Baiardo con furore,
     Terribile a vedere, ogniun spaventa.
     Non fu battaglia al mondo mai maggiore,
     Né dove tanta gente fosse spenta;
     Tanti ne occise quel pagan gagliardo,
     Che a pena e corpi passa con Baiardo.

34 Prima che fosse in Albraca serrato,
     Come intendesti, il re de Tartaria,
     Già se era prima dentro recovrato
     Re Sacripante, pien di gagliardia.
     Medicar se faceva disarmato,
     E tanto sangue già perduto avia,
     Che di star dritto non avea potere,
     Ma sopra al letto stavasi a giacere.

35 Ora torniamo al potente Agricane,
     Che assembra una fortuna di marina.
     Il brando sanguinoso ha con due mane:
     Mai non fo vista cotanta roina.
     Oditi e gran lamenti e voce strane,
     Ché tutta è occisa la gente tapina,
     Re Sacripante, e in letto, con dolore,
     Dimanda la cagion di quel romore.

36 Piangendo un suo scudier li prese a dire:
     - Intrato è re Agricane, il maledetto,
     Che la citade pone a gran martìre. -
     Ciò odendo Sacripante esce del letto.
     Ciascun de’ suoi ben lo volea tenire,
     Ma lui saltò di fuora al lor dispetto;
     Né altre arme porta che il sol brando e il scudo,
     Vestito di camisa, e il resto nudo.

37 E riscontra le schiere spaventate:
     Nïun per tema sa quel che se faccia.
     Lui li cridava: - Ah gente svergognate!
     Poi che un sol cavallier tutti vi caccia,
     Come nel fango non vi sotterrate?
     Come osati ad alcun mostrar la faccia?
     Gettati l’arme, e andati alla poltrogna,
     Poi non sapeti quel che sia vergogna.

38 Vedeti come io vado disarmato
     E quasi nudo, per avere onore. -
     Il popol che fuggiva se è firmato,
     Di meraviglia pieno e di stupore:
     Ciascuno alle sue spalle è rivoltato,
     Perché la fama del suo gran valore
     Era tanto alta, e i fatti a non mentire,
     Che a questi spaventati dava ardire.

39 Ecco Agricane in mezo della strata,
     Che mena in rotta quella gente persa,
     Ed ha quest’altra schiera riscontrata
     Con Sacripante, che il passo attraversa.
     Nova battaglia qui se è cominciata,
     Più de l’altra feroce, e più diversa,
     Benché e Tartari sono poca gente;
     Ma dà a lor core il suo segnor valente.

40 Da l’altra parte tanto eran spronati
     Quei della terra da quel re circasso,
     Che se stimano al tutto svergognati,
     Se son cacciati adesso di quel passo.
     Quivi de frezze e de dardi lanciati,
     Di mazze e spade ve era tal fraccasso,
     Qual più giamai stimar se puote in guerra;
     Altri che morti non se vede in terra.

41 Sopra a tutti l’ardito Sacripante
     Di sua persona fa prova sicura.
     Senz’arme indosso agli altri sta davante,
     Che meraviglia è pur che ancora dura.
     Ma tanto è destro, e di gambe aiutante,
     Che alcuna cosa non gli fa paura;
     Né con il scudo copre sol se stesso,
     Ma li altri colpi ancor ripara spesso.

42 Ora un gran sasso mena, or getta un dardo
     Ora combatte con la lancia in mano,
     Or coperto del scudo, con riguardo,
     Col brando sta a’ nemici prossimano;
     E tanto fa, che Agricane il gagliardo
     Ogni sua forza adoperava in vano:
     Né vi vale il vigor, né lo ardimento;
     Già morti sono e soi più de trecento.

43 Né lui se può da tanti riparare,
     Dardi e saette adosso li piovia;
     Re Sacripante sol gli dà che fare,
     E li altri lo tempestan tutta via.
     Rotto è il cimer, ché penne non appare,
     E il scudo fraccassato in braccio avia;
     L’elmo di sasso al capo li risuona,
     De arme lanciate ha piena la persona.

44 Qual, stretto dalla gente e dal romore,
     Turbato esce il leon della foresta,
     Che se vergogna di mostrar timore,
     E va di passo torcendo la testa;
     Batte la coda, mugia con terrore,
     Ad ogni crido se volge ed arresta:
     Tale è Agricane, che convien fuggire,
     Ma ancor fuggendo mostra molto ardire.

45 Ad ogni trenta passi indietro volta,
     Sempre minaccia con voce orgogliosa;
     Ma la gente che il segue è troppo molta,
     Ché già per la cità se sa la cosa,
     E da ogni parte è qui la gente colta.
     Ecco una schiera che se era nascosa,
     Esce improviso, come cosa nova,
     Ed alle spalle a quel re se ritrova.

46 Ma ciò non puote quel re spaventare,
     Che con furia e roina se è addricciato.
     Pedoni e cavallier fa a terra andare;
     Prende il brando a due mane il disperato.
     Or quivi alquanto lo voglio lasciare,
     Ed a Ranaldo voglio esser tornato,
     Che da Rocca Crudele è già partito,
     E sopra al mar camina a piè sul lito.

47 Ciò me sentisti ben di sopra dire,
     E come riscontrato ha quella dama,
     Che par che di dolor voglia morire.
     Cortesemente quel baron la chiama,
     E prega lei per ogni suo desire,
     Per quella cosa che più nel mondo ama,
     E per lo Iddio del celo, e per Macone,
     Che del suo dôl li dica la cagione.

48 Piangendo respondia la sconsolata:
     - Io farò tutto il tuo voler compiuto.
     Oh Dio! che al mondo mai non fossi nata,
     Dapoi che ogni mio bene ho io perduto!
     Tutta la terra cerco, ed ho cercata,
     Né ancor cercando spero alcuno aiuto;
     Però che ritrovarme è di mestieri
     Un che combatta a nove cavallieri. -

49 Dicea Ranaldo: - Io non mi vo’ dar vanto,
     Già de duo cavallier, non che di nove;
     Ma il tuo dolce parlare e il tuo bel pianto
     Tanta pietate nel petto mi move,
     Che, se io non son bastante a un fatto tanto,
     L’ardir mi basta a voler far le prove;
     Siché del caso tuo prendi conforto,
     Ché certo o vinceraggio, o serò morto. -

50 Disse la dama: - A Dio ti racomando!
     Della proferta ti ringrazio assai;
     Ma tu non sei colui ch’io vo cercando,
     Ch’io credo ben che nol trovarò mai.
     Sappi che tra quei nove è il conte Orlando.
     Forse per fama cognosciuto l’hai;
     E gli altri ancor son gente de valore:
     Di questa impresa non avresti onore. -

51 Quando Ranaldo ascolta la donzella,
     Ed ode il conte Orlando nominare,
     Piacevolmente ancora a sé l’appella,
     Prega che Orlando li voglia insegnare.
     Così da lei intese la novella
     De il fiume che non lascia ricordare;
     E il tutto li contò de ponto in ponto,
     Come Orlando con gli altri lì fo gionto.

52 Intende che la dama che parlava,
     È quella che partì da Brandimarte.
     Ranaldo strettamente la pregava
     Che lo voglia condure in quella parte;
     E prometteva in sua fede, e giurava
     Che faria tanto, o per forza o per arte,
     O combattendo o simulando amore,
     Che traria quei baron tutti di errore.

53 Vedea la dama quel barone adatto,
     E di persona sì bene intagliato,
     Che aconcio li pareva a ogni gran fatto,
     Ed era ancora non vilmente armato.
     Ma questo canto più breve vi tratto,
     Però che l’altro vi fia prolongato
     Nel racontar d’una lunga novella
     Che a narrar prese questa damigella.