Orlando innamorato/Libro primo/Canto duodecimo

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro primo

Canto duodecimo

../Canto decimoprimo ../Canto decimoterzo IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poemi epici

Libro primo - Canto decimoprimo Libro primo - Canto decimoterzo

 
1   Io ve ho contato la battaglia oscura,
     Che ancor mi trona in capo quel romore
     De Sacripante, che è senza paura,
     E de Agricane, il franco e alto segnore;
     Più quella cruda voce non me dura,
     E dolcemente contarò de amore:
     Teneti voi, segnor, nel pensier saldo
     Dove io lasciai parlarvi de Ranaldo.

2   La damisella subito dismonta,
     E il palafreno a lui donar volìa.
     Dicea Ranaldo a lei: - Tu mi fai onta
     Ad invitarme a tanta vilania. -
     Lei rispondeva con parole pronta,
     Che seco a piedi mai nol menaria:
     Al fin, per far questa novella corta,
     Lui montò in sella e quella in groppa porta.

3   La dama andava alquanto spaventata,
     Per la temenza che avea del suo onore;
     Ma poi che tutto il giorno ha cavalcata,
     Né mai Ranaldo ragionò de amore,
     Alquanto nel parlar rasicurata,
     Disse a lui: - Cavallier pien di valore,
     Or entrar nella selva si conviene,
     Che cento leghe di traverso tiene.

4   Acciò che men te incresca il caminare
     Per questa selva orribile e deserta,
     Una novella te voglio contare,
     Che intravenne, ed è ben cosa certa.
     In Babilonia potrai arivare,
     Dove la istoria manifesta è aperta;
     Però (quel ch’io ti narro è veritade)
     Fu fatto dentro de quella citade.

5   Un cavallier, che Iroldo era chiamato,
     Ebbe una dama nomata Tisbina;
     Ed era lui da questa tanto amato,
     Quanto Tristan da Isotta la regina.
     Esso era ancor di lei inamorato,
     Che sempre, dalla sera alla mattina,
     E dal nascente giorno a notte oscura,
     Sol di lei pensa, e de altro non ha cura.

6   Vicino ad essi un barone abitava,
     Di Babilonia stimato il maggiore;
     E certamente ciò ben meritava,
     Ché è di cortesia pieno e di valore.
     Molta ricchezza, de che egli abondava,
     Dispendea tutta quanta in farsi onore;
     Piacevol nelle feste, in l’arme fiero,
     Leggiadro amante e franco cavalliero.

7   Prasildo nominato era il barone.
     Quello invitato è un giorno ad un giardino,
     Dove Tisbina con altre persone
     Faceva un gioco, in atto peregrino.
     Era quel gioco di cotal ragione,
     Che alcun li tenea in grembo il capo chino;
     Quella alle spalle una palma voltava:
     Chi quella batte a caso indivinava.

8   Stava Prasildo a riguardare il gioco:
     Tisbina alle percosse l’ha invitato;
     Ed in conclusïon prese quel loco,
     Perché fo prestamente indivinato.
     Standoli in grembo, sente sì gran foco
     Nel cor, che non l’avrebbe mai pensato;
     Per non indivinar mette ogni cura,
     Ché di levarse quindi avea paura.

9   Dapoi che il gioco è partito e la festa,
     Non parte già la fiamma dal suo core,
     Ma tutto ’l giorno integro lo molesta,
     La notte lo assalisce in più furore.
     Or quella cagion trova, ed ora questa
     Che al volto li è fuggito ogni colore,
     Che la quïete del dormir gli è tolta,
     Né trova loco, e ben spesso si volta;

10 Ora li par la piuma assai più dura
     Che non suole apparere un sasso vivo.
     Cresce nel petto la vivace cura,
     Che d’ogni altro pensiero il cor l’ha privo.
     Sospira giorno e notte a dismisura,
     Con quella affezïon ch’io non descrivo,
     Perché descriver non se può lo amore
     A chi nol sente e a cui non l’ha nel core.

11 E correnti cavalli, e cani arditi,
     De che molto piacer prender suolia,
     Li sono al tutto del pensier fuggiti.
     Or se diletta in dolce compagnia,
     Spesso festeggia e fa molti conviti,
     Versi compone e canta in melodia,
     Giostra sovente, ed entra in torniamenti
     Con gran destrieri e ricchi paramenti.

12 E benché pria cortese fosse assai,
     Ora è cento per un multiplicato,
     Ché la virtude cresce sempre mai,
     Che se ritrova in l’omo inamorato:
     E nella vita mia già non trovai
     Un ben che per amor sia rio tornato;
     Ma Prasildo, che è tanto d’amor preso,
     Sopra a quel che se stima, fo corteso.

13 Egli ha trovato una sua messagiera,
     Che avea molta amicizia con Tisbina,
     Che la combatte e il mattino e la sera,
     Né per una repulsa se rafina.
     Ma poco viene a dir, ché quella altiera
     A preghi né a pietade mai se inchina;
     Perché sempre interviene in veritate
     Che la alterezza è gionta con beltate.

14 Quante volte li disse: "O bella dama,
     Cognosci l’ora della tua ventura,
     Dapoi che un tal baron più che sé te ama,
     Ché non ha il cel più vaga creatura.
     Forse anco avrai di questo tempo brama,
     Ché il felice destin sempre non dura;
     Prendi diletto, mentre sei su il verde,
     Ché lo avuto piacer mai non se perde.

15 Questa età giovenil che è sì zoiosa,
     Tutta in diletto consumar si deve,
     Perché quasi in un ponto ce è nascosa.
     Come dissolve il sol la bianca neve,
     Come in un giorno la vermiglia rosa
     Perde il vago colore in tempo breve,
     Così fugge la età come un baleno,
     E non se può tenir, ché non ha freno."

16 Spesso con queste e con altre parole
     Era Tisbina combattuta in vano.
     Ma, quale in prato le fresche vïole
     Nel tempo freddo pallide se fano,
     Come il splendido giaccio al vivo sole,
     Cotal se disfacea il baron soprano,
     E condotto era a sì malvagia sorte,
     Che altro ristor non spera che la morte.

17 Più non festeggia, sì come era usato:
     In odio ha ogni diletto, e ancor se stesso.
     Palido molto e macro è diventato,
     Né quel che esser suolea, pareva adesso.
     Altro diporto non ha ritrovato,
     Se non che della terra usciva spesso,
     E suolea solo in un boschetto andare
     Del suo crudele amore a lamentare.

18 Tra l’altre volte avenne una matina
     Che Iroldo in quel boschetto a caccia andava,
     Ed avea seco la bella Tisbina;
     E così andando, ciascuno ascoltava
     Pianto dirotto con voce meschina.
     Prasildo sì soave lamentava,
     E sì dolce parole al dir gli cade,
     Che avria spezzato un sasso di pietade.

19 "Odeti, fiori, e voi, selve, - dicia -
     Poi che quella crudel più non me ascolta,
     Dati odïenza alla sventura mia.
     Tu, sol, che hai mo del cel la notte tolta,
     Voi, chiare stelle, e luna che vai via,
     Oditi il mio dolor solo una volta:
     Ché in queste voce estreme aggio a finire
     Con cruda morte il lungo mio martìre.

20 Così farò contenta quella altiera,
     A cui la vita mia tanto dispiace,
     Poi che ha voluto il celo un’alma fiera
     Coprire in viso de pietose face.
     Essa ha diletto che un suo servo pèra,
     Ed io me occiderò, poi che li piace;
     Né de altre cose aggio io maggior diletto,
     Che di poter piacer nel suo cospetto.

21 Ma sia la morte mia, per Dio, nascosa
     Tra queste selve, e non se sappia mai
     Che la mia sorte è tanto dolorosa,
     (Né mai palese non me lamentai),
     Ché quella dama in vista grazïosa
     Potria de crudeltà colparsi assai;
     Ed io così crudel l’amo a gran torto,
     Ed amarolla ancor poi che io sia morto."

22 Con più parole assai se lamentava
     Quel baron franco, con voce tapina,
     E dal fianco la spada denudava,
     Palido assai per la morte vicina;
     E il suo caro diletto ognior chiamava.
     Morir volea nel nome di Tisbina;
     Ché, nomandola spesso, gli era aviso
     Andar con quel bel nome in paradiso.

23 Ma essa col suo amante ha bene inteso
     Di quel barone il suo pianto focoso.
     Iroldo di pietate è tanto acceso,
     Che ne avea il viso tutto lacrimoso;
     E con la dama ha già partito preso
     Di riparare al caso doloroso.
     Essendo Iroldo nascoso rimaso,
     Mostra Tisbina agionger quivi a caso.

24 Né mostra avere inteso quei richiami,
     Né che tanto crudel l’abbia nomata;
     Ma, vedendol giacer tra i verdi rami,
     Quasi smarita alquanto se è firmata.
     Poi disse a lui: "Prasildo, se tu me ami,
     Come già dimostrasti averme amata,
     A tal bisogni non me abandonare,
     Perché altramente io non posso campare.

25 E se io non fossi a l’ultimo partito
     Insieme della vita e dello onore,
     Io non farebbi a te cotale invito,
     Ché non è al mondo vergogna maggiore
     Che a richieder colui che hai deservito.
     Tu m’hai portato già cotanto amore,
     Ed io fui sempre a te tanto spietata;
     Ma ancor col tempo te serò ben grata.

26 Ciò ti prometto su la fede mia,
     E già de l’amor mio te fo sicuro,
     Pur quel ch’io cheggio da te fatto sia.
     Or odi, e non ti para il fatto duro:
     Oltra alla selva della Barbaria
     È un bel giardino, ed ha di ferro il muro;
     In esso intrar si può per quattro porte,
     L’una la Vita tien, l’altra la Morte,

27 Un’altra Povertà, l’altra Ricchezza:
     Convien chi ve entra, alla opposita uscire.
     In mezo è un tronco a smisurata altezza,
     Quanto può una saetta in su salire;
     Mirabilmente quello arbor se apprezza,
     Ché sempre perle getta nel fiorire,
     Ed è chiamato il Tronco del Tesoro,
     Che ha pomi de smeraldi e rami d’oro.

28 Di questo un ramo mi conviene avere,
     Altramente son stretta a casi gravi;
     Ora palese ben potrò vedere
     Se tanto me ami quanto demostravi.
     Ma se impetro da te questo apiacere,
     Più te amarò che tu me non amavi;
     E mia persona ti darò per merto
     Di tal servigio: tientine ben certo."

29 Quando Prasildo intende la speranza
     Esserli data di cotanto amore,
     De ardire e di desio se stesso avanza,
     Promette il tutto senza alcun timore.
     Così promesso avria, senza mancanza,
     Tutte le stelle, il celo e il suo splendore;
     E l’aria tutta, con la terra e il mare,
     Avria promesso senza dubitare.

30 Senza altro indugio si pone a camino,
     Lasciando ivi colei che cotanto ama;
     In abito va lui de peregrino.
     Or sappiati che Iroldo e la sua dama
     Mandavano Prasildo a quel giardino,
     Che l’Orto di Medusa ancor se chiama,
     Acciò che il molto tempo, al longo andare,
     Li aggia Tisbina de l’animo a trare.

31 Oltra di ciò, quando pur gionto sia,
     Era quella Medusa una donzella
     Che al Tronco del Tesor stava a l’ombria.
     Chi prima vede la sua faccia bella,
     Scordasi la cagion de la sua via;
     Ma chiunche la saluta, o li favella,
     E chi la tocca, e chi li sede a lato,
     Al tutto scorda del tempo passato.

32 Quello animoso amante via cavalca
     Soletto, o ver da Amore acompagnato.
     Il braccio de il mar Rosso in nave varca,
     E già tutto lo Egitto avea passato,
     Ed era gionto nei monti di Barca,
     Dove un palmier canuto ebbe trovato;
     E ragionando assai con quel vecchione,
     Della sua andata dice la cagione.

33 Diceva il vecchio a lui: "Molta ventura
     Or t’ha condotto meco a ragionare;
     Ma la tua mente pavida assicura,
     Ch’io te vo’ far il ramo guadagnare.
     Tu sol de entrare a l’orto poni cura;
     Ma quivi dentro assai è più che fare:
     Di Vita e Morte la porta non se usa,
     E sol per Povertà viense a Medusa.

34 Di questa dama tu non sai la istoria,
     Ché ragionato non me n’hai nïente;
     Ma questa è la donzella che se gloria
     Di avere in guardia quel Tronco lucente.
     Chiunche la vede, perde la memoria,
     E resta sbigotito nella mente;
     Ma se lei stessa vede la sua faccia,
     Scorda il tesoro e de il giardin se caccia.

35 A te bisogna un specchio aver per scudo,
     Dove la dama veda sua beltade.
     Senza arme andrai, e de ogni membro nudo,
     Perché convien entrar per Povertade.
     Di quella porta è lo aspetto più crudo
     Che altra cosa del mondo in veritade;
     Ché tutto il mal se trova da quel lato,
     E, quel che è peggio, ogni om vien caleffato.

36 Ma a l’opposita porta, ove hai a uscire,
     Ritrovarai sedersi la Ricchezza,
     Odiata assai, ma non se gli osa a dire;
     Lei ciò non cura, e ciascadun disprezza.
     Parte del ramo qui convienci offrire,
     Né si passa altramente quella altezza,
     Perché Avarizia apresso lei lì siede;
     Benché abbia molto, sempre più richiede."

37 Prasildo ha inteso il fatto tutto aperto
     Di quel giardino, e ringraziò il palmiero.
     Indi se parte e, passato il deserto,
     In trenta giorni gionse al bel verziero;
     Ed essendo del fatto bene esperto,
     Intra per Povertate de leggiero.
     Mai ad alcun se chiude quella porta,
     Anci vi è sempre chi de entrar conforta.

38 Sembrava quel giardino un paradiso
     Alli arboscelli, ai fiori, alla verdura.
     De un specchio avea il baron coperto il viso,
     Per non veder Medusa e sua figura;
     E prese nello andar sì fatto aviso,
     Che all’arbor d’oro agionse per ventura.
     La dama, che apoggiata al tronco stava,
     Alciando il capo nel specchio mirava.

39 Come se vide, fu gran meraviglia,
     Ché esser credette quel che già non era;
     E la sua faccia candida e vermiglia
     Parve di serpe terribile e fera.
     Lei paurosa a fuggir se consiglia,
     E via per l’aria se ne va leggiera;
     Il baron franco, che partir la sente,
     Gli occhi disciolse a sé subitamente.

40 Quinci andò al tronco, poi che era fuggita
     Quella Medusa, falsa incantatrice,
     Che, de la sua figura sbigotita,
     Avea lasciata la ricca radice.
     Prasildo un’alta rama ebbe rapita,
     E smontò in fretta, e ben si tien felice;
     Venne alla porta che guarda Ricchezza,
     Che non cura virtute o gentilezza.

41 Tutta de calamita era la entrata,
     Né senza gran romor se puote aprire.
     Il più del tempo si vede serrata:
     Fraude e Fatica a quella fa venire.
     Pur se ritrova aperta alcuna fiata,
     Ma con molta ventura convien gire.
     Prasildo la trovò quel giorno aperta,
     Perché de mezo il ramo fece offerta.

42 De qui partito torna a caminare;
     Or pensa, cavallier, se egli è contento,
     Che mai non vede l’ora de arrivare
     In Babilonia, e parli un giorno cento.
     Passa per Nubia, per tempo avanzare,
     E varcò il mar de Arabia con bon vento;
     Sì giorno e notte con fretta camina,
     Che a Babilonia gionse una matina.

43 A quella dama fece poi assapere
     Come a sua volontade ha bon fin messa;
     E, quando voglia il bel ramo vedere,
     Elegia il loco e il tempo per se stessa.
     Ben gli ricorda ancor come è dovere
     Che li sia attesa l’alta sua promessa;
     E quando quella volesse disdire,
     Sappiasi certo di farlo morire.

44 Molto cordoglio e pena smisurata
     Prese di questo la bella Tisbina;
     Gettasi al letto quella sconsolata,
     E giorno e notte di pianger non fina.
     "Ahi lassa me! - dicea - perché fui nata?
     Ché non moritti in cuna, piccolina?
     A ciascadun dolor rimedio è morte,
     Se non al mio, che è fuor d’ogni altra sorte.

45 Ché se io me uccido e manca la mia fede,
     Non se copre per questo il mio fallire.
     Deh quanta è paccia quella alma che crede
     Che Amor non possa ogni cosa compire!
     E celo e terra tien sotto il suo piede,
     Lui tutto il senno dona, e lui lo ardire.
     Prasildo da Medusa è rivenuto:
     Or chi l’avrebbe mai prima creduto?

46 Iroldo sventurato, or che farai,
     Dapoi che avrai la tua Tisbina persa?
     Benché tu la cagion data te ne hai:
     Tu nel mar di sventura m’hai sumersa.
     Ahi me dolente! perché mai parlai?
     Perché non fu mia lingua alor riversa
     Tutta in se stessa e perse le parole,
     Quando impromessi quel che ora mi dole?"

47 Aveva Iroldo il lamento ascoltato
     Che facea la fanciulla sopra al letto,
     Però che egli improviso era arivato,
     Ed avea inteso ciò ch’ella avea detto.
     Senza parlare a lei si fo accostato,
     Tiensela in braccio e strenge petto a petto;
     Né solo una parola potean dire,
     Ma così stretti se credean morire.

48 E sembravan duo giacci posti al sole,
     Tanto pianto ne li occhi gli abondava;
     La voce venìa meno a le parole,
     Ma pur Iroldo alfin così parlava:
     "Sopra a ogni altro dolore al cor mi dole
     Che del mio dispiacer tanto ti grava,
     Perché aver non potrebi alcun dispetto
     Che a me gravasse, essendo a te diletto.

49 Ma tu cognosci bene, anima mia,
     Che hai tanto senno e tal discrezïone,
     Che, come amor se gionge a zelosia,
     Non è nel mondo maggior passïone.
     Or così parve alla sventura ria
     Ch’io stesso del mio mal fossi cagione;
     Io sol te indussi la promessa a fare,
     Lascia me solo adunque lamentare.

50 Soletto portar debbo questa pena,
     Ché ti feci fallire al tuo mal grato;
     Ma pregoti, per tua faccia serena
     E per lo amor che un tempo m’hai portato,
     Che la promessa attendi integra e piena,
     E sia Prasildo ben remeritato
     Della fatica e del periglio grande
     A che se pose per le tue dimande.

51 Ma piacciati indugiar sin ch’io sia morto,
     Che serà solamente questo giorno.
     Facciami quanto vôl Fortuna torto,
     Ch’io non avrò mai, vivo, questo scorno,
     E nello inferno andrò con tal conforto
     De aver goduto solo il viso adorno;
     Ma quando ancor saprò che me sei tolta,
     Morrò, se morir pôssi, un’altra volta."

52 Più lungo avria ancor fatto il suo lamento,
     Ma la voce mancò per gran dolore;
     Stava smarito e senza sentimento,
     Come de il petto avesse tratto il core.
     Né avea di lui Tisbina men tormento,
     Ed avea perso in volto ogni colore;
     Ma, avendo esso la faccia a lei voltata,
     Così rispose con voce affannata:

53 "Adunque credi, ingrato a tante prove,
     Ch’io mai potessi senza te campare?
     Dove è l’amor che me portavi, e dove
     È quel che spesso solevi iurare,
     Che, se tu avesti un celo, o tutti nove,
     Non vi potresti senza me abitare?
     Ora te pensi de andar nello inferno
     E me lasciare in terra in pianto eterno?

54 Io fui e son tua ancor, mentre son viva,
     E sempre serò tua, poi che sia morta,
     Se quel morir de amor l’alma non priva,
     Se non è in tutto di memoria tolta.
     Non vo’ che mai se dica, o mai se scriva:
     ’Tisbina senza Iroldo se conforta.’
     Vero è che de tua morte non mi doglio,
     Perché ancora io più in vita star non voglio.

55 Tanto quella convengo differire
     Ch’io solva di Prasildo la promessa,
     Quella promessa che mi fa morire;
     Poi me darò la morte per me stessa.
     Con te ne l’altro mondo io vo’ venire,
     E teco in un sepolcro serò messa.
     Così ti prego ancora, e strengo forte,
     Che morir meco vogli de una morte.

56 E questo fia de un piacevol veneno,
     Il qual sia con tale arte temperato,
     Che il spirto nostro a un ponto venga meno,
     E sia cinque ore il tempo terminato;
     Ché in altro tanto fia compiuto e pieno
     Quel che a Prasildo fo per me giurato.
     Poi con morte quïeta estinto sia
     Il mal che fatto n’ha nostra pacìa."

57 Così della sua morte ordine dànno
     Quei duo leali amanti e sventurati,
     E col viso apoggiato insieme stanno,
     Or più che prima nel pianto afocati,
     Né l’un da l’altro dipartir se sanno,
     Ma così stretti insieme ed abbracciati.
     Per il venen mandò prima Tisbina
     Ad un vecchio dottor di medicina.

58 Il qual diede la coppa temperata,
     Senz’altro dimandare alla richiesta.
     Iroldo, poi che assai l’ebbe mirata,
     Disse: "Or su, ché altra via non c’è che questa
     A dar ristoro a l’alma adolorata.
     Non mi serà Fortuna più molesta,
     Ché morte sua possanza al tutto serba:
     Così se doma sol quella superba."

59 E poi che per mitade ebbe sorbito
     Sicuramente il succo venenoso,
     A Tisbina lo porse sbigotito.
     Lui non è di sua morte pauroso
     Ma non ardisce a lei far quello invito;
     Però, volgendo il viso lacrimoso,
     Mirando a terra, la coppa gli porse,
     E de morire alora stette in forse,

60 Non del tossico già, ma per dolore,
     Che il venen terminato esser dovia.
     Ora Tisbina con frigido core,
     Con man tremante la coppa prendia,
     E biastemando la Fortuna e Amore,
     Che a fin tanto crudel li conducia,
     Bevette il succo che ivi era rimaso,
     Insino al fondo del lucente vaso.

61 Iroldo se coperse il capo e il volto,
     E già con gli occhi non volìa vedere
     Che il suo caro desio li fosse tolto.
     Or se comincia Tisbina a dolere,
     Ché non è il suo cordoglio ancor dissolto;
     Nulla la morte li facea al parere
     Il convenirgli da Prasildo gire:
     Questa gran doglia avanza ogni martìre.

62 Nulla di manco, per servar sua fede,
     A casa del barone essa ne è andata,
     E di parlare a lui secreto chiede:
     Era di giorno, e lei accompagnata.
     Apena che Prasildo questo crede,
     E fattosegli incontro in su la entrata,
     Quanto più puote, la prese a onorare,
     Né di vergogna sa quel che si fare.

63 Ma poi che solo in un loco secreto
     Se fo con lei ridotto ultimamente,
     Con un dolce parlare e modo queto,
     E quanto più sapea piacevolmente,
     Se forza de tornarli il viso lieto,
     Che lacrimoso a sé vede presente.
     Lui per vergogna ciò crede avenire,
     Né il breve tempo sa del suo morire.

64 Essa da lui al fin fu scongiurata,
     Per quella cosa che più al mondo amava,
     Che li dicesse perché era turbata
     E di tal noglia piena si mostrava,
     Ad essa proferendo tutta fiata
     Voler morir per lei, se il bisognava;
     Ed a risposta tanto la stringia,
     Che odete quel che odir già non volia.

65 Perché Tisbina li disse: "Lo amore
     Che con tanta fatica hai guadagnato,
     È in tua possanza, e serà ancor quattr’ore.
     Per mantenirte quel che te ho giurato,
     Perdo la vita, ed ho perso l’onore;
     Ma, quel ch’è più, colui che tanto ho amato
     Perdo con seco, e lascio questo mondo;
     E a te, cui tanto piacqui, me nascondo.

66 S’io fossi stata in alcun tempo mia,
     Avendomi tu amata, sì come hai,
     Avrei commessa gran discortesia
     A non averte amato pur assai;
     Ma io non puotevo, e non se convenia:
     Duo non se ponno amare, e tu lo sai;
     Amor non ti portai giammai, barone,
     Ma sempre ebbi di te compassïone.

67 E quello aver pietà della tua sorte
     M’ha di questa miseria centa intorno;
     Ché il tuo lamento mi strense sì forte,
     Allora che te odiva al bosco adorno,
     Che provar mi convien che cosa è morte,
     Prima che a sera gionga questo giorno."
     Con più parole poi raconta a pieno
     Sì come Iroldo e lei preso ha il veleno.

68 Prasildo ha di tal doglia il cor ferito,
     Odendo questo che la dama dice,
     Che sta senza parlargli sbigotito;
     E dove se credeva esser felice,
     Vedese gionto a l’ultimo partito.
     Quella che del suo core è la radice,
     Colei che la sua vita in viso porta,
     Vedesi avanti agli occhi quasi morta.

69 "Non è piaciuto a Dio, né a te, Tisbina,
     Della mia cortesia farne la prova, -
     Dice il barone - accioché una roina
     De amor crudele il nostro tempo trova.
     Gionger duo amanti di morte tapina
     Non era al mondo prima cosa nova;
     Ora tre insieme, sì come io discerno,
     Seran sta sera gionti nello inferno.

70 Di poca fede, or perché dubitasti
     Di richiedermi in don la tua promessa?
     Tu dici che nel bosco me ascoltasti
     Con gran pietade. Ahi fiera! il ver confessa,
     Ché già nol credo; e questa prova basti,
     Che, per farme morir, morta hai te stessa.
     Or che me sol almanco avessi spento,
     Ch’io non sentissi ancor di te tormento!

71 Tanto ti spiacque ch’io te volsi amare,
     Crudel, che per fuggirme hai morte presa?
     Sasselo Idio ch’io non puote’ lasciare,
     Benché io provassi, di amarte l’impresa.
     Me nel bosco dovevi abandonare,
     Se de amarme cotanto al cor ti pesa;
     Chi te sforzava de quel proferire
     Che poi con meco al fin te fa morire?

72 Io non volevo alcun tuo dispiacere,
     Né lo volsi giamai, né il voglio adesso;
     Che tu me amassi cercai di ottenere,
     Né altro da te mai chiesi per espresso.
     E se altrimenti ti desti a vedere,
     Di scoprirne la prova sei apresso,
     Perch’io te asolvo da ogni giuramento,
     E stare e andar ne puoi a tuo talento."

73 Tisbina, che il baron cortese odìa,
     Di lui fatta pietosa, prese a dire:
     "Da te son vinta in tanta cortesia,
     Che per te solo io non voria morire.
     Volse Fortuna che altrimenti sia,
     Né posso farti un lungo proferire,
     Però che il viver mio debbe esser poco;
     Ma in questo tempo andria per te nel foco."

74 Prasildo di gran doglia sì se accese,
     Avendo già sua morte destinata,
     Che le dolci parole non intese,
     E con mente stordita e adolorata
     Un bacio solamente da lei prese,
     Poi l’ebbe a suo piacer licenzïata.
     E lui se levò ancor dal suo cospetto:
     Piangendo forte se pose su il letto.

75 Poi che Tisbina ad Iroldo fo gionta,
     Ritrovandol col capo ancora involto,
     La cortesia di quel baron li conta,
     E come solo ha un bacio da lei tolto.
     Iroldo dal suo letto a terra smonta,
     E con man gionte al celo adriccia il volto;
     Ingenocchiato, con molta umiltate
     Prega Dio per mercede e per pietate,

76 Che Lui renda a Prasildo guiderdone
     Di quella cortesia dismisurata.
     Ma, mentre che lui fa la orazïone,
     Cade Tisbina, e pare adormentata;
     E fece il succo la operazïone
     Più presto ne la dama delicata;
     Ché un debil cor più presto sente morte
     Ed ogni passïon, che un duro e forte.

77 Iroldo nel suo viso viene un gelo,
     Come vede la dama a terra andare,
     Che avea davanti a gli occhi fatto un velo:
     Dormir soave, e non già morte appare.
     Crudel chiama lui Dio, crudel il celo,
     Che tanto l’hanno preso ad oltraggiare;
     Chiama dura Fortuna, e duro Amore,
     Che non lo occida, ed ha tanto dolore.

78 Lasciàn dolersi questo disperato:
     Stimar puoi, cavallier, come egli stava.
     Prasildo nella ciambra se è serrato,
     E così lacrimando ragionava:
     "Fu mai in terra un altro inamorato
     Percosso da fortuna tanto prava?
     Ché, se io voglio la dama mia seguire,
     In piccol tempo mi convien morire.

79 Così quel dispietato avria solaccio,
     Che è tant’amaro e noi chiamiamo Amore.
     Prèndeti oggi piacer del mio gran straccio,
     Vien, sàziati, crudel, del mio dolore!
     Ma al tuo mal grato io ne uscirò d’impaccio
     Ché aver non posso un partito peggiore,
     E minor pene assai son nello inferno
     Che nel tuo falso regno e mal governo."

80 Mentre che se lamenta quel barone,
     Eccoti quivi un medico arivare.
     Dimanda di Prasildo quel vecchione,
     Ma non ardisce alcuno ad esso entrare.
     Diceva il vecchio: "Io, stretto da cagione,
     Ad ogni modo li voglio parlare;
     Ed altramente, io vi ragiono scorto,
     Il segnor vostro questa sera è morto."

81 Il camarier, che intese il caso grave,
     Di entrar dentro alla zambra prese ardire,
     (Questo teneva sempre un’altra chiave,
     Ed a sua posta puotea entrare e uscire);
     E da Prasildo con parlar soave
     Impetra che quel vecchio voglia odire.
     Benché ne fece molta resistenza,
     Pur lo condusse nella sua presenza.

82 Disse il medico a lui: "Caro segnore,
     Sempremai te aggio amato e reverito;
     Ora ho molto sospetto, anzi timore
     Che tu non sia crudelmente tradito;
     Però che zelosia, sdegno ed amore,
     E de una dama il mobile appetito,
     Ché è raro a tutte il senno naturale,
     Possono indurre ad ogni estremo male.

83 E ciò te dico, perché stamatina
     Me fo veneno occulto dimandato
     Per una cameriera de Tisbina.
     Or poco avanti me fu racontato
     Che qua ne venne a te la mala spina.
     Io tutto il fatto ho bene indivinato;
     Per te lo tolse, e tu da lei ti guarda:
     Lasciale tutte, che il mal fuoco l’arda.

84 Ma non sospicar già per questa volta,
     Ché in veritade io non gli diè veneno:
     E se quella bevanda forse hai tolta,
     Dormirai da cinque ore, o poco meno.
     Così quella malvaggia sia sepolta,
     Con tutte l’altre de che il mondo è pieno!
     Dico le triste, ché in questa citate
     Una vi è bona, e cento scelerate."

85 Quando Prasildo intende le parole,
     Par che se avivi il tramortito cuore.
     Come dopo la pioggia le vïole
     Se abatteno, e la rosa e il bianco fiore;
     Poi, quando al cel sereno appare il sole,
     Apron le foglie, e torna il bel colore:
     Così Prasildo alla lieta novella
     Dentro se allegra e nel viso se abella.

86 Poi che ebbe assai quel vecchio ringraziato,
     A casa de Tisbina se ne andava;
     E, ritrovando Iroldo disperato,
     Sì come stava il fatto li contava.
     Ora pensati se costui fu grato!
     Colei che più che la sua vita amava,
     Vuol che nel tutto de Prasildo sia,
     Per render merto a sua gran cortesia.

87 Prasildo ne fie’ molta resistenza,
     Ma mal se può disdir quel che se vôle;
     E benché ciascun stesse in continenza,
     Come tra duo cortesi usar se suole,
     Pur stette fermo Iroldo alla sua intenza
     Sino alla fine, ed in poche parole
     Lascia a Prasildo la dama piacente;
     Lui de quindi se parte incontinente.

88 Di Babilonia se volse partire,
     Per non tornarvi mai nella sua vita.
     Da poi Tisbina se ebbe a resentire,
     La cosa seppe, sì come era gita;
     E benché ne sentisse gran martìre,
     E fosse alcuna volta tramortita,
     Pur cognoscendo che quello era gito
     Né vi è remedio, prese altro partito.

89 Ciascuna dama è molle e tenerina
     Così del corpo come della mente,
     E simigliante della fresca brina,
     Che non aspetta il caldo al sol lucente.
     Tutte siàn fatte come fu Tisbina,
     Che non volse battaglia per nïente,
     Ma al primo assalto subito se rese,
     E per marito il bel Prasildo prese. -

90 Parlava la donzella tutta fiata,
     Quando davanti a lor nel bosco folto
     Odirno una alta voce e smisurata.
     La damigella sbigotita è in volto,
     Benché Ranaldo l’abbia confortata.
     Or questo canto è stato lungo molto;
     Ma a cui dispiace la sua quantitate,
     Lasci una parte, e legga la mitate.