Orlando innamorato/Libro primo/Canto settimo

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Libro primo

Canto settimo

../Canto sesto ../Canto ottavo IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poemi epici

Libro primo - Canto sesto Libro primo - Canto ottavo

 
1   Dura battaglia e crudele e diversa
     È cominciata, come ho sopra detto;
     Ora il Danese Urnasso giù riversa:
     Partito l’ha Curtana insino al petto.
     Questa schiera pagana era ben persa;
     Ma quel destrier de Urnasso maledetto
     Ferì il Danese col corno alla coscia:
     Lo arnese e quella passa con angoscia.

2   Era il Danese in tre parte ferito,
     E tornò indrieto a farse medicare.
     Lo imperator, che ’l tutto avea sentito,
     Fa Salamone alla battaglia entrare,
     E dopo lui Turpino, il prete ardito;
     Il ponte a San Dionigi fa callare,
     E mette Gaino fuor con la sua scorta:
     Ricardo fece uscir de un’altra porta.

3   De un’altra uscitte il possente Angelieri,
     Dudon quel forte, che a bontà non mente:
     E da Porta Real vien Olivieri,
     E di Bergogna quel Guido possente;
     Il duca Naimo e il figlio Berlengieri,
     Avolio, Otone, Avino, ogniom valente,
     Chi da una porta e chi da l’altra vene,
     Per dare a’ Saracin sconfitta e pene.

4   Lo imperator, de gli altri più feroce,
     Uscitte armato, e guida la sua schiera,
     Racomandando a Dio con umil voce
     La cità di Parigi, che non piera.
     Monaci e preti con reliquie e croce
     Vanno de intorno, e fan molte preghera
     A Dio e a’ Santi, che diffenda e guardi
     Re Carlo Mano e’ soi baron gagliardi.

5   Ora suona a martello ogni campana,
     Trombe, tamburi, e cridi ismisurati;
     E da ogni parte la gente pagana
     Davanti, in mezzo e dietro eno assaltati.
     Battaglia non fu mai cotanto strana,
     Ché tutti insieme son ramescolati.
     Olivier tra la gente saracina
     Un fiume par che fenda la marina.

6   Cavalli e cavallier vanno a traverso,
     E questo occide, e quel getta per terra;
     Mena Altachiera a dritto ed a roverso,
     Più che mille altri ai Saracin fa guerra:
     Non creder che un sol colpo egli abbia perso.
     Ecco scontrato fu con Stracciaberra,
     Quel negro de India, re di Lucinorco,
     C’ha for di bocca il dente come porco.

7   Tra lor durò la battaglia nïente,
     Ché il marchese Olivier mosse Altachiera,
     Tra occhio e occhio e l’uno e l’altro dente,
     Partendo in mezo quella faccia nera;
     Poi dà tra li altri col brando tagliente,
     Mete in ruina tutta quella schiera;
     E mentre che ’l combatte con furore,
     Ariva quivi Carlo imperatore.

8   Avea quel re la spada insanguinata,
     Montato era quel giorno in su Baiardo;
     La gente saracina ha sbarattata,
     Mai non fu visto un re tanto gagliardo.
     Ripone il brando e una lancia ha pigliata,
     Però che ebbe adocchiato il re Francardo:
     Francardo, re d’Elissa, l’Indïano,
     Che combattendo va con lo arco in mano.

9   Sagittando va sempre quel diverso:
     Tutto era negro, e il suo gambilo è bianco.
     Lo imperatore il gionse su il traverso,
     E tutto lo passò da fianco a fianco;
     De l’anima pensati, il corpo è perso.
     Ma già non parve allor Baiardo stanco;
     Col morto era il gambilo in sul sentiero,
     Sopra de un salto li passò il destriero.

10 - Chi mi potrà giamai chiuder il passo,
     Ch’io non ritrovi a mio diletto scampo? -
     Dicea il re Carlo; e con molto fracasso
     Parea fra’ Saracin di foco un vampo.
     Cornuto, quel destrier che fu de Urnasso,
     Andava a vota sella per il campo.
     Col corno in fronte va verso Baiardo:
     Non si spaventa quel destrier gagliardo.

11 Senza che Carlo lo governi o guide,
     Volta le groppe e un par de calci sferra;
     Dove la spalla a ponto se divide,
     Gionse a Cornuto, e gettalo per terra.
     Oh quanto Carlo forte se ne ride!
     Mo se incomincia ad ingrossar la guerra,
     Perché de’ Saracin gionge ogni schiera;
     Davanti a tutti gli altri vien l’Alfrera.

12 Su la zirafa viene il smisurato,
     Menando forte al basso del bastone:
     Turpin de Rana al campo ebbe trovato,
     Sotto la cinta se il pose al gallone;
     Tal cura n’ha se non l’avesse a lato.
     Dopo lui branca Berlengiere e Otone:
     De tutti tre dopo ne fece un fasso,
     Legati insieme li porta a Gradasso.

13 E ritornò ben presto alla campagna,
     Ché tutti gli altri ancora vôl pigliare.
     Gionse Marsilio e sua gente di Spagna;
     Or si comincia le man a menare.
     La vita o il corpo qua non si sparagna,
     Ciascun tanto più fa, quanto può fare.
     Già tutti i paladini ed Olivieri
     Sono redutti intorno allo imperieri.

14 Egli era in su Baiardo, copertato
     A zigli d’ôr da le côme al tallone;
     Oliviero il marchese a lato a lato,
     Alle sue spalle il possente Dudone,
     Angelieri e Ricardo apregïato,
     Il duca Naimo e il conte Ganelone.
     Ben stretti insieme vanno con ruina
     Contra a Marsilio e gente saracina.

15 Ferraguto scontrò con Olivieri:
     Ebbe vantaggio alquanto quel pagano,
     Ma non che lo piegasse de il destrieri;
     Poi cominciorno con le spade in mano.
     E scontrorno Spinella ed Angelieri;
     E il re Morgante se scontrò con Gano,
     E lo Argalifa e il duca di Bavera,
     E tutta insieme poi schiera con schiera.

16 Così le schiere sono insieme urtate.
     Grandonio era afrontato con Dudone;
     Questi si davan diverse mazate,
     Però che l’uno e l’altro avea il bastone.
     Par che le gente siano acoppïate;
     Re Carlo Mano è con Marsilïone:
     E ben l’arebbe nel tutto abattuto,
     Se non gli fosse gionto Ferraguto,

17 Che lasciò la battaglia de Oliviero,
     Tanto gl’increbbe di quel suo cïano.
     Ma quel marchese, ardito cavalliero,
     Venne allo aiuto lui de Carlo Mano.
     Or ciascun di lor quattro è bon guerrero,
     Di core ardito e ben presto di mano;
     Re Carlo era quel giorno più gagliardo
     Che fosse mai, perché era su Baiardo.

18 Ciascuno è gran barone, o re possente,
     E per onore e gloria se procaccia;
     Non se adoprano i scudi per nïente,
     Ogni om mena del brando ad ambe braccia.
     Ma in questo tempo la cristiana gente
     La schiera saracina in rotta caccia;
     Del re Marsilio è in terra la bandiera.
     Ecco alla zuffa è tornato l’Alfrera.

19 Quella gente de Spagna se ne andava
     A tutta briglia fuggendo nel piano.
     Marsilio, né Grandonio li voltava,
     Anci con gli altri in frotta se ne vano.
     E lo Argalifa le gambe menava,
     E il re Morgante, quel falso pagano;
     Spinella si fuggiva alla distesa:
     Sol Ferraguto è quel che fa diffesa.

20 Lui ritornava a guisa di leone,
     Né mai le spalle al tutto rivoltava.
     Adosso a lui sempre è il franco Dudone,
     Olivieri e il re Carlo martellava.
     Lui or de ponta, or mena riversone,
     Or questo, or quel di tre spesso cacciava;
     Ma, come egli era punto dai soi mosso,
     A furia tutti tre gli eran adosso.

21 E certamente l’avrian morto, o preso,
     Ma, come è detto, ritornò l’Alfrera.
     Mena il bastone di cotanto peso,
     Al primo colpo divide una schiera.
     Già Guido di Bergogna a lui si è reso,
     Con esso il vecchio duca di Bavera;
     Ma Olivïer, Dudone e Carlo Mano
     Tutti tre insieme adosso a lui ne vano.

22 Chi di qua, chi di là li viene a dare,
     Ciascun li è intorno con fronte sicura;
     Lui la zirafa non può rivoltare,
     Ch’è bestia pigra molto per natura.
     Colpi diversi ben potea menare:
     Re Carlo e gli altri de schiffarli han cura;
     Ma, poi che più non può, nanti a Gradasso
     Con la ziraffa fugge di trapasso.

23 Il re Gradasso lo vede venire,
     Che l’avea prima in bona opinïone.
     Verso di lui se afronta, e prese a dire:
     - Ahi brutto manigoldo! vil briccone!
     Non te vergogni a tal modo fuggire?
     Tanto sei grande e sei tanto poltrone?
     Va nel mio paviglion, vituperato!
     Fa che più mai io non ti veda armato. -

24 E così detto, tocca la sua alfana;
     Al primo scontro riversò Dudone.
     Mostra Gradasso forza più che umana:
     Ricardo abatte e lo re Salamone.
     Movesi la sua gente sericana,
     A tutti fa il suo core di dracone;
     Di ferro intorno è cinta la sua lanza:
     Mai non fu al mondo sì fatta possanza.

25 E’ se fu riscontrato al conte Gano:
     Gionse nel scudo, a petto del falcone;
     A gambe aperte lo gittò sul piano.
     Da longe ebbe veduto il re Carlone:
     Spronagli adosso, con la lancia in mano,
     Al primo colpo il getta de l’arcione;
     La briglia de Baiardo in mano ha tolta:
     Presto le groppe quel destrier rivolta.

26 Forte cridando, un par de calci mena,
     Di sotto dal genocchio il colse un poco;
     La schinera è incantata e grossa e piena,
     Pur dentro se piegò gettando foco.
     Mai non sentì Gradasso cotal pena:
     Tanto ha la doglia, che non trova loco.
     Lascia Baiardo e la briglia abandona:
     Dentro a Parigi va la bestia bona.

27 Gradasso si ritorna al pavaglione;
     Non dimandati se l’ha gran dolore.
     S’è radotto nel campo ier un vecchione,
     Che della medicina avea l’onore.
     Legò il genocchio con molta ragione;
     Poi de radice e d’erbe avea un liquore,
     Che, come il re Gradasso l’ha bevuto,
     Par che quel colpo mai non abbia avuto.

28 Or torna alla battaglia assai più fiero:
     Non è rimedio alla sua gran possanza.
     Venegli addosso il marchese Oliviero,
     Ma lui lo atterra de un colpo de lanza.
     Avolio, Avino e Guido ed Angeliero
     Van tutti quattro insieme ad una danza:
     A dire in summa, e’ non vi fu barone
     Che non l’avesse quel giorno pregione.

29 Il popol cristïano in fuga è volto.
     Né contra a’ Saracin più fan diffesa.
     Ogni franco baron di mezzo è tolto,
     L’altra gentaglia fugge alla distesa.
     Non vi è chi mostri a quei pagani il volto;
     Tutta la bona gente è morta, o presa;
     Gli altri tutti ne vanno in abandono.
     Sempre alle spalle e Saracin li sono.

30 Or dentro da Parigi è ben palese
     La gran sconfitta, e che Carlo è in pregione.
     Salta del letto subito il Danese,
     Forte piangendo, quel franco barone.
     Fascia la coscia, vestise l’arnese,
     Ed a la porta ne viene pedone;
     Ché, per non indugiare, il sir pregiato
     Comanda che il destrier li sia menato.

31 Come qui gionge, la porta è serrata,
     Di fuor da quella se odeno gran stride;
     Morta è tutta la gente battizata.
     Non vôle aprir quel portiero omicide;
     Perché la Pagania non vi sia entrata,
     Comporta che i Pagan sua gente occide.
     Il Danese lo prega e lo conforta
     Che sotto a sua diffesa apra la porta.

32 Quel portier crudo con turbata faccia
     Dice al Danese che non vôle aprire,
     E con parole superbe il minaccia,
     Se dalla guardia sua non se ha a partire.
     Il Danese turbato prende una accia;
     Ma, come quello il vede a sé venire,
     Lascia la porta e fugge per la terra:
     Presto il Danese quella apre e disserra.

33 Il ponte cala lo ardito guerrero;
     Sopra vi monta lui con l’accia in mano.
     Ora di aver boni occhi li è mestiero,
     Ché dentro fugge a furia ogni Cristiano,
     E ciascadun vôle essere il primero.
     Meschiato è tra lor seco alcun pagano;
     Ben lo cognosce il Danese possente,
     E con quella accia fa ciascun dolente.

34 Gionge la furia de’ pagani in questa:
     Avanti a tutti gli altri è Serpentino.
     Sopra del ponte salta con tempesta,
     L’accia mena il Danese paladino,
     E gionge a Serpentino in su la testa.
     Tutto se avampa a foco l’elmo fino,
     Perché di fatasone era sicura
     Del franco Serpentin quella armatura.

35 Sente il Danese la folta arivare:
     Gionge Gradasso e Ferragù possente.
     Ben vede lui che non può riparare,
     Tanto gli ingrossa d’intorno la gente;
     Il ponte alle sue spalle fa tagliare.
     Giamai non fu un baron tanto valente;
     Contra tanti pagan tutto soletto
     Diffese un pezo il ponte al lor dispetto.

36 Intorno li è Gradasso tutta fiata,
     E ben comanda che altri non se impaccia.
     Sente il Danese la porta serrata:
     Ormai più non si cura, e mena l’accia.
     Gradasso con la man l’ebbe spezzata;
     Dismonta a piedi e ben stretto lo abbraccia.
     Grande è il Danese e forte campïone,
     Ma pur Gradasso lo porta prigione.

37 Dentro alla terra non è più barone,
     Ed è venuto già la notte scura.
     Il popol tutto fa processïone,
     Con veste bianche e con la mente pura:
     Le chiesie sono aperte e le pregione.
     Il giorno aspetta con molta paura;
     Né altro ne resta che, alla porta aperta,
     Veder se stesso e sua cità deserta.

38 Astolfo con quelli altri fo lasciato,
     Né se amentava alcun che ’l fosse vivo;
     Perché, come fu prima impregionato,
     Fu detto a pieno che de vita è privo.
     Era lui sempre di parlar usato,
     E vantatore assai più che non scrivo;
     Però, come odì ’l fatto, disse: - Ahi lasso!
     Ben seppe come io stava il re Gradasso.

39 Se io me trovavo della pregion fuora,
     Non era giamai preso il re Carlone:
     Ma ben li ponerò rimedio ancora.
     Il re Gradasso vo’ pigliar pregione;
     E domatina, al tempo de l’aurora,
     Armato e solo io montarò in arcione;
     Stati voi sopra a’ merli alla vedetta.
     Tristo è il pagan che nel campo me aspetta! -

40 Di for se allegra quella gente fiera,
     E stanno al re Gradasso tutti intorno.
     Lui sta nel mezzo con superba ciera,
     Per prender la citade al novo giorno;
     Per allegrezza perdonò a l’Alfrera.
     Or condutti e pregion davanti fôrno:
     Come Gradasso vide Carlo Mano,
     Seco lo assetta e prendelo per mano.

41 Ed a lui disse: - Savio imperatore,
     Ciascun segnor gentil e valoroso
     La gloria cerca e pascese de onore.
     Chi attende a far ricchezze, o aver riposo,
     Senza mostrare in prima il suo valore,
     Merta del regno al tutto esser deposo.
     Io, che in Levante mi potea possare,
     Sono in Ponente per fama acquistare.

42 Non certamente per acquistar Franza,
     Né Spagna, né Alamagna, né Ungaria:
     Lo effetto ne farà testimonianza.
     A me basta mia antiqua segnoria;
     Equale a me non voglio di possanza.
     Adunque ascolta la sentenzia mia:
     Un giorno integro tu con toi baroni
     Voglio che in campo me siati prigioni;

43 Poi ne potrai a tua cità tornare,
     Ché io non voglio in tuo stato por la mano,
     Ma con tal patto: che me abbi a mandare
     Il destrier del segnor di Montealbano;
     Ché de ragione io l’ebbi ad acquistare,
     Abenché me gabasse quel villano.
     E simil voglio, come torni Orlando,
     Che in Sericana mi mandi il suo brando. -

44 Re Carlo dice de darli Baiardo,
     E che del brando farà suo potere;
     Ma il re Gradasso il prega senza tardo
     Che mandi a tuorlo, ché lo vuol vedere.
     Così ne viene a Parigi Ricardo;
     Ma come Astolfo questo ebbe a sapere
     (Lui del governo ha pigliato il bastone),
     Prende Ricardo e mettelo in pregione.

45 Di fuor del campo manda uno araldo
     A disfidar Gradasso e la sua gente;
     E se lui dice aver preso Ranaldo,
     O ver cacciato, o morto, che il ne mente,
     E disdir lo farà come ribaldo;
     Che Carlo ha a fare in quel destrier nïente.
     Ma se lo vôle, esso il venga acquistare;
     Doman su il campo ge l’avrò a menare.

46 Gradasso domandava a re Carlone
     Chi fosse questo Astolfo e di che sorte.
     Carlo gli dice sua condizïone,
     Ed è turbato ne l’animo forte.
     Gano dicea: - Segnor, egli è un buffone,
     Che dà diletto a tutta nostra corte;
     Non guardare a suo dir, né star per esso
     Che non ci attendi quel che ci hai promesso. -

47 Dicea Gradasso a lui: - Tu dici bene,
     Ma non creder però per quel ben dire
     Di andarne tu, se Baiardo non viene.
     Sia chi si vôle, egli è de molto ardire.
     Voi seti qui tutti presi con pene,
     E lui vôl meco a battaglia venire.
     Or se ne venga, e sia pur bon guerrero,
     Ch’io son contento; ma mena il destriero.

48 Ma s’io guadagno per forza il ronzone,
     Io pur far posso de voi il mio volere,
     Né son tenuto alla condizïone,
     Se non m’aveti il patto ad ottenere. -
     O quanto era turbato il re Carlone!
     Ché, dove il crede libertade avere,
     E stato, e robba, ed ogni suo barone,
     Perde ogni cosa; e un paccio ne è cagione.

49 Astolfo, come prima apparve il giorno,
     Baiardo ha tutto a pardi copertato;
     Di grosse perle ha l’elmo al cerchio adorno
     Guarnito, e d’ôr la spada al manco lato.
     E tante ricche petre aveva intorno,
     Che a un re de tutto il mondo avria bastato:
     Il scudo è d’oro; e su la coscia avia
     La lancia d’ôr, che fu de l’Argalia.

50 Il sole a punto alora si levava,
     Quando lui giunse in su la prataria.
     A gran furore il suo corno sonava,
     E ad alta voce dopo il suon dicia:
     - O re Gradasso, se forse te grava
     Provarti solo alla persona mia,
     Mena con teco il gran gigante Alfrera,
     E, se te piace, mille in una schiera.

51 Mena Marsilio e il falso Balugante,
     Insieme Serpentino e Falsirone;
     Mena Grandonio, che è sì gran gigante,
     Che un’altra volta il tratai da castrone,
     E Ferraguto, che è tanto arrogante:
     Ogni tuo paladino, ogni barone
     Mena con teco, e tutta la tua gente;
     Ché te con tutti non temo nïente. -

52 Con tal parole Astolfo avea cridato:
     Oh quanto il re Gradasso ne ridia!
     Pur se arma tutto e vassene sul prato,
     Ché de pigliar Baiardo voglia avia.
     Cortesemente Astolfo ha salutato,
     Poi dice: - Io non so già che tu ti sia;
     Io domandai de tua condizïone:
     Gano me dice che tu sei buffone.

53 Altri m’ha detto poi che sei segnore
     Leggiadro, largo, nobile e cortese,
     E che sei de ardir pieno e di valore:
     Quel che tu sia, io non faccio contese,
     Anci sempre ti voglio fare onore;
     Ma questo ti so ben dirti palese,
     Ch’io vo’ pigliarte, e sii, se vôi, gagliardo:
     Altro del tuo non voglio, che Baiardo. -

54 - Ma tu fai senza l’osto la ragione, -
     Diceva Astolfo - e convienla riffare;
     Al primo scontro te levo de arcione,
     E, poi che te odo cortese parlare,
     Del tuo non voglio il valor d’un bottone,
     Ma vo’ che ogni pregion m’abbi a donare;
     E te lasciarò andare in Pagania
     Salvo, con tutta la tua compagnia. -

55 - Io son contento, per lo Dio Macone, -
     Disse Gradasso - e così te lo giuro. -
     Poi volta indrieto, e guarda il suo troncone,
     Cinto di ferro e tanto grosso e duro,
     Che non di tôrre Astolfo del ronzone,
     Ma credia di atterrare un grosso muro.
     Da l’altra parte Astolfo ben se afranca;
     Forza non ha, ma l’animo non manca.

56 Già su la alfana se move Gradasso,
     Né Astolfo d’altra parte sta a guardare;
     L’un più che l’altro viene a gran fraccasso,
     A mezo ’l corso si ebbeno a scontrare.
     Astolfo toccò primo il scudo abasso,
     Che per nïente non volìa fallare:
     Sì come io dissi, al scudo basso il tocca,
     E fuor de sella netto lo trabocca.

57 Quando Gradasso vede ch’egli è in terra,
     Apena che a sé crede che il sia vero:
     Ben vede mo che è finita la guerra,
     E perduto è Baiardo, il bon destriero.
     Levasi in piede, e la sua alfana afferra,
     Vòlto ad Astolfo, e disse: - Cavalliero,
     Con meco hai tu vinta la tenzone:
     A tuo piacer vien, piglia ogni pregione. -

58 Così ne vanno insieme a mano a mano;
     Gradasso molto li faceva onore.
     Carlo né i paladini ancor non sano
     Di quella giostra che è fatta, il tenore;
     Ed Astolfo a Gradasso dice piano,
     Che nulla dica a Carlo imperatore,
     Ed a lui sol de dir lassi l’impaccio,
     Ché alquanto ne vôl prender di solaccio.

59 E gionto avanti a lui, con viso acerbo
     Disse: - E peccati te han cerchiato in tondo.
     Tanto eri altiero e tanto eri superbo,
     Che non stimavi tutto quanto il mondo.
     Ranaldo e Orlando, che fôr di tal nerbo,
     Sempre cercasti di metterli al fondo;
     Ecco: usurpato te avevi Baiardo,
     Or l’ha acquistato questo re gagliardo.

60 A torto me ponesti in la pregione,
     Per far careze a casa di Magancia:
     Or dimanda al tuo conte Ganelone
     Che ti conservi nel regno di Francia.
     Or non v’è Orlando, fior de ogni barone,
     Non v’è Ranaldo, quella franca lancia;
     Che se sapesti tal gente tenire,
     Non sentiresti mo questo martìre.

61 Io ho donato a Gradasso il ronzone,
     E già mi son con lui bene accordato;
     Stommi con seco, e servo da buffone,
     Mercè di Gano, che me gli ha lodato:
     So che li piace mia condizïone.
     Ogni om di voi li avrò racomandato:
     Lui Carlo Mano vôl per ripostieri,
     Danese scalco, e per coquo Olivieri.

62 Io li ho lodato Gano di Maganza
     Per omo forte e digno de alto afare,
     Sì che stimata sia la sua possanza:
     Le legne e l’acqua converrà portare.
     Tutti voi altri poi, gente da zanza,
     A questi soi baron vi vôl donare;
     E se a lor serà grata l’arte mia,
     Farò che avreti bona compagnia. -

63 Già non rideva Astolfo de nïente,
     E proprio par che ’l dica da davera.
     Non dimandar se il re Carlo è dolente,
     E ciascadun che è preso in quella schiera.
     Dice Turpino a lui: - Ahi miscredente!
     Hai tu lasciata nostra fede intiera? -
     A lui rispose Astolfo: - Sì, pritone,
     Lasciato ho Cristo, ed adoro Macone. -

64 Ciascuno è smorto e sbigotito e bianco:
     Chi piange, e chi lamenta, e chi sospira.
     Ma poi che Astolfo di beffare è stanco,
     Avanti a Carlo ingenocchion se tira,
     E disse: - Segnor mio, voi seti franco;
     E se il mio fallir mai vi trasse ad ira,
     Per pietate e per Dio chiedo perdono,
     Ché, sia quel ch’io mi voglia, vostro sono.

65 Ma ben ve dico che mai per nïente
     Non voglio in vostra corte più venire.
     Stia con voi Gano ed ogni suo parente,
     Che sanno il bianco in nero convertire.
     Il stato mio vi lascio obidïente;
     Io domatina mi voglio partire,
     Né mai me posarò per freddo o caldo,
     In sin che Orlando non trovi e Ranaldo. -

66 Non sanno ancor se ’l beffa, o dice il vero:
     Tutti l’un l’altro se guardano in volto;
     Sin che Gradasso, quel segnor altiero,
     Comanda che ciascun via se sia tolto.
     Gano fu il primo a montare a destriero:
     Astolfo, che lo vede, il tempo ha còlto,
     E disse a lui: - Non andate, barone:
     Gli altri son franchi, e voi seti pregione. -

67 - Di cui sono io pregion? - diceva Gano;
     Rispose a lui: - De Astolfo de Inghilterra. -
     Alor Gradasso fa palese e piano
     Come sia stata tra lor duo la guerra.
     Astolfo il conte Gano prende a mano,
     Con lui davanti di Carlo se atterra,
     E ingenocchiato disse: - Alto segnore,
     Costui voglio francar per vostro amore.

68 Ma con tal patti e tal condizïone,
     Che in vostra mano e’ converrà giurare,
     Per quattro giorni de entrare in pregione,
     E dove, e quando io lo vorò mandare.
     Ma, sopra a questo, vuo’ promissïone,
     Perché egli è usato la fede mancare,
     Da’ paladini e da vostra corona,
     Darmi legata e presa sua persona. -

69 Rispose Carlo: - Io voglio che lo faccia! -
     E fecelo giurare incontinente.
     Or de andare a Parigi ogni om si spaccia.
     Altro che Astolfo non se ode nïente:
     E chi lo bacia in viso, e chi lo abbraccia,
     Ed a lui solo va tutta la gente:
     Campato ha Astolfo, ed è suo quest’onore,
     La fè de Cristo e Carlo imperatore.

70 Carlo si forza assai de il ritenire:
     Irlanda tutta li volea donare.
     Ma lui se è destinato di partire,
     Ché vôl Ranaldo e Orlando ritrovare.
     Qua più non ne dirò, lasciatel gire,
     Che assai di lui avrò poi a contare:
     Or quella notte, inanti al matutino,
     Partì Gradasso ed ogni Saracino.

71 Andarno in Spagna, e lì restò Marsiglio,
     Con la sua gente ed ogni suo barone.
     Gradasso ivi montò sopra al naviglio,
     Che era una quantità fuor di ragione.
     Or di narrarvi fatica non piglio
     Il suo vïaggio e quelle regïone
     Di negra gente sotto il cel sì caldo;
     Ma trovar voglio ove lasciai Ranaldo.

72 E conterovi de una alta ventura
     Che li intravenne, e ben meravigliosa,
     E di letizia piena e di sciagura,
     Che forse sua persona valorosa
     Mai non fu a sorte sì spietata e dura.
     Ma pigliar voglio adesso alcuna posa,
     E poi vi contarò ne l’altro canto
     Cose mirabil di allegrezza e pianto.