Orlando innamorato/Libro secondo/Canto decimoprimo

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Libro secondo

Canto decimoprimo

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Libro secondo - Canto decimo Libro secondo - Canto decimosecondo

 
1   Gente cortese, che quivi de intorno
     Seti adunati sol per ascoltare,
     Dio vi dia zoia a tutti, e ciascun giorno
     Vostra ventura venga a megliorare;
     Ed io cantando a ricontar ritorno
     La bella istoria, e voglio seguitare
     Ove io lasciai Marfisa sopra al piano,
     Che è posta in caccia dietro allo Africano:

2   Dietro a quel ladro, io dico, de Brunello,
     Che già dal re Agramante fu mandato
     Per involar de Angelica lo annello;
     Ma lui più fie’ che non fu comandato,
     Perché un destriero il falso ribaldello
     De sotto a Sacripante avea levato,
     Ed a Marfisa di man tolse il brando;
     So che sapeti il tutto, e come, e quando.

3   E lei, che a meraviglia era superba,
     Sì come già più volte aveti inteso,
     L’avea seguito in quel gran prato de erba
     Già da sei giorni, ed anco non l’ha preso;
     Onde di sdegno la donzella acerba
     Se consumava ne l’animo acceso,
     Poi che con tante beffe e tanto scorno
     Li agira il capo quel giottone intorno.

4   Perché, fuggendo e mostrando paura,
     Gli stava avanti e non si dilungava;
     Ed or, voltando per quella pianura,
     Spesso alle spalle ancor se gli trovava;
     E per mostrar di lei più poca cura,
     La giuppa sopra al capo rivoltava,
     E poi se alciava (intenditime bene)
     Mostrando il nudo sotto dalle rene.

5   Il conte Orlando, che stava da parte
     E cognosciuta avea prima Marfisa,
     Mirando l’atto, ed esso e Brandimarte
     Di quel giottone insieme fier’ gran risa;
     Ma la regina per forza o per arte
     Pigliar pur vôl Brunello ad ogni guisa,
     Per far de tanti oltraggi alfin vendetta:
     E lui fuggendo sembra una saetta.

6   Fuggeva, spesso il capo rivoltando,
     E truffava di lengua e delle ciglia.
     Nel passar di traverso vidde Orlando,
     E di torli qualcosa se assotiglia.
     L’occhio gli corse incontinenti al brando,
     Che fu già fatto con tal meraviglia
     Da Falerina de Orgagna al giardino:
     Brando nel mondo mai fu tanto fino.

7   Egli era bello e tutto lavorato
     D’oro e de perle e de diamanti intorno:
     Ben si serebbe il ladro disperato,
     Se avuto non avesse il brando adorno.
     Subitamente lo trasse da lato;
     Mai non se vidde al mondo maggior scorno,
     Ché ’l ladro passa e crida al conte: - Ascolta,
     Io torno per il corno a l’altra volta. -

8   Del brando non se avidde alora il conte,
     Ma alla minaccia sol del corno attese.
     Quel corno de cui parlo, fu de Almonte,
     Che il trasse a uno elefante in suo paese,
     Poi lo perse morendo in Aspramonte
     (Sì come io credo che vi sia palese),
     Allor che Brigliadoro e Durindana
     Acquistò Orlando sopra alla fontana.

9   Come la vita il conte l’avea caro,
     Però lo prese prestamente in mano;
     Ma non valse a tenerlo alcun riparo,
     Tanto è malvaggio quel ladro Africano.
     E ben che aponto io non sappia dir chiaro
     Come passasse il fatto in su quel piano,
     Pur vi concludo senza diceria
     Che ’l ladro tolse il corno e fuggì via.

10 Benché Marfisa l’ha sempre seguito,
     Lui ne va via col corno e con la spata.
     Quivi rimase il conte sbigotito,
     Né sa come la cosa sia passata.
     Già de sua vista è quel ladro partito,
     Con Marfisa alle spalle tutta fiata;
     Né lui, né Brandimarte ormai lo vede,
     Né lo posson seguir, ché sono a piede.

11 Onde, biasmando tal disaventura,
     Via se ne vanno, e non san che se fare.
     Ciascuno aveva indosso l’armatura,
     Che a piede è mala cosa da portare.
     Or, caminando per quella pianura,
     Sopra de un fiume vennero arivare.
     Oltre a quella acqua, in un bel prato piano,
     Stava una dama col destriero a mano.

12 Da l’altra ripa, aponto ove si varca,
     Era la dama del destrier discesa;
     In mezo il fiume, sopra de una barca,
     Un’altra dama avea seco contesa.
     Quella di là quest’altra molto incarca
     De biasmi, e de ogni inganno l’ha ripresa,
     - Perfida, - a lei dicendo - a che cagione
     M’hai qua passata a ponermi in pregione? -

13 Altre parole usarno ancor tra loro,
     Sì come l’una dama a l’altra dice.
     Mentre che contendeano a tal lavoro,
     Orlando gionse in su quella pendice,
     Ed ebbe visto il destrier Brigliadoro,
     Che già gli tolse quella traditrice;
     Non so se aveti alla istoria il pensiero,
     Quando Origilla a lui tolse il destriero.

14 Quella Origilla che già sopra al pino
     Si stava impesa per le chiome al vento,
     E poi, campata dal bon paladino,
     Gli tolse Brigliadoro a tradimento;
     Né molto dopo in Orgagna al giardino,
     Ove fu l’opra dello incantamento,
     Di novo ancor la perfida villana
     Li tolse il bon destriero e Durindana.

15 Orlando quivi la trovò contendere
     Con l’altra, come io ho detto pur mo.
     Or, bei segnor, voi doveti comprendere
     Che la fiumana di cui parlato ho,
     È quella ove Ranaldo volse scendere
     Con tre compagni, e mai non ritornò,
     Ma fu ad inganno ne la nave preso
     Da Balisardo, come aveti inteso.

16 Sì come il conte vidde la donzella
     Che col destriero a l’altra ripa stava,
     Amor di novo ancora lo martella,
     Né il doppio inganno più si ramentava,
     Che gli avea fatto quella anima fella;
     Lui fuor di modo più che inanzi amava.
     Chiese di grazia a quella passaggiera
     Che per mercè lo varca la riviera.

17 Ed Origilla, che cognobbe il conte,
     Ben se credette alora de morire;
     Pallida viene ed abassa la fronte,
     E per vergogna non sa che se dire.
     Intorno ha il fiume senza varco o ponte,
     E gionta è in loco che non può fuggire;
     Ma non bisogna a lei questa paura,
     Ché Orlando l’ama fuor d’ogni misura.

18 E ben ne fece presto dimostranza,
     Come a lei gionse, con dolci parole.
     Essa piangendo, o facendo sembianza,
     Sì come far ciascuna donna suole,
     Al conte dimandava perdonanza,
     E tanto invilupò frasche e vïole,
     Come colei che a frascheggiare era usa,
     Che al suo fallire aritrovò la scusa.

19 Mentre che fu tra loro il ragionare
     Alla riviera sopra al verde piano,
     Odirno ad alto un corno risuonare
     Del castelletto sopra al poggio altano;
     E poi vidderno al ponte giù callare
     E scendere alla costa il castellano.
     Senz’arme quel vecchione in arcion era,
     Ma seco avea d’armati una gran schiera.

20 Come fu gionto, al conte fie’ riguardo,
     E salutollo assai cortesemente;
     Poi, sì come era usato, quel vecchiardo
     Narrò la loro usanza e conveniente
     Del ponte ove dimora Balisardo,
     Qual consumata avea cotanta gente;
     Come era incantator, falso e ribaldo,
     E ciò che prima avea detto a Ranaldo.

21 Senza longare in più parole il fatto,
     Giù per quel fiume Orlando fu portato,
     E seco in nave Brandimarte adatto,
     Ed Origilla gli sedea da lato;
     E volse il conte sopra ad ogni patto
     Che Brigliador ben fusse governato.
     Il castellano il tolse, a giuramento
     Ciò promettendo; e ’l conte fu contento.

22 Gionti alla foce, ove il fiume entra in mare
     E sotto il ponte roïnoso corre,
     Già sotto a l’arco Balisardo appare,
     Che quasi pareggiava quella torre.
     A questo ponto vi serà che fare,
     Perché tutto l’inferno all’un soccorre,
     E l’altro è sì gagliardo di natura,
     Che omo del mondo contra a lui non dura.

23 Voi doveti, segnori, avere a mente
     Come era fabricata la muraglia
     Ove se varca quella acqua corrente:
     Quivi discese Orlando alla battaglia.
     Sopra alla entrata non era altra gente,
     Né porta chiusa avanti, né serraglia.
     Poi che fu tutto quel castel passato,
     Trovarno al ponte Balisardo armato.

24 Benché pregasse Brandimarte assai
     Di poter gire alla battaglia avante,
     Non volse Orlando aconsentir giamai,
     Ma trasse il brando ed isfidò il gigante.
     Sua Durindana, come io vi contai,
     Ha racquistata il bon conte d’Anglante,
     E comencion battaglia aspra e feroce
     A mezo il ponte sopra quella foce.

25 Or chi sentesse la destruzione
     De l’arme rotte, e l’elmi risuonare,
     E vedesse il gigante col bastone,
     Con Durindana il conte martellare,
     E piastre e maglia a gran confusïone
     Tirare a terra e per l’aria volare,
     Il mondo non ha cor cotanto ardito,
     Che a tal furor non fusse sbigotito.

26 Ambi gli scudi a quello assalto fiero
     Per la più parte a terra erano andati,
     Né l’un né l’altro avea in capo cimiero,
     Li usberghi in dosso han rotti e fraccassati;
     Né contar ve potrebbi de legiero
     Tutti per ponto e colpi smisurati,
     Ma sempre al conte cresce ardire e possa,
     A l’altro ormai la lena e il fiato ingrossa;

27 Ed è ferito ancora in molte parte,
     Ma più disconciamente nel costato,
     Onde malvaggio torna alle sue arte
     Per tramutarse, come era adusato;
     L’arme, che intorno avea tagliate e sparte,
     Gettarno foco e fiamma in ogni lato,
     Facendo sopra loro un fumo scuro;
     Tremò la terra in cerco e tutto il muro.

28 Lui si fece demonio a poco a poco:
     Come un biscione avea la pelle atorno,
     Da nove parte fuor gettava il foco,
     E sopra ad ogni orecchia avea un gran corno;
     Tutte le membre avea nel primo loco,
     Ma sfigurato dalla notte al giorno,
     Perché ha la faccia orrenda e tanto scura,
     Che puotea porre a ciascadun paura.

29 E l’ale grande avea di pipastrello,
     E le mane agriffate come uncino,
     Li piedi d’oca e le gambe de ocello,
     La coda lunga come un babuïno.
     Un gran forcato prese in mano il fello,
     Con esso vien adosso al paladino,
     Soffiando il foco e degrignando e denti,
     Con cridi ed urli pien d’alti spaventi.

30 Fecesi il conte il segno della croce,
     Poi sorridendo disse: - Io me credetti
     Già più brutto il demonio e più feroce.
     Via nell’inferno va, tra’ maledetti,
     Là dove è il fuoco eterno che vi coce;
     E certo io provarò, se tu me aspetti
     Alla battaglia, come sei gagliardo,
     O vogli esser demonio, o Balisardo. -

31 Così ricominciò nuova tenzone,
     Né l’un da l’altro poco s’allontana.
     Orlando gionse un colpo nel forcone,
     E tutto lo tagliò con Durindana.
     Or ben se avidde il perfido giottone
     Che non gli può giovar quella arte vana,
     Onde si volta e fugge verso il mare;
     Battendo l’ale par che aggia a volare.

32 Orlando il segue, ed ègli ancor ben presso,
     Perché a seguirlo ogni sua forza aguzza;
     E Balisardo se afrettava anco esso:
     Trista sua vita se ponto scapuzza!
     La coda alciava per la strata spesso,
     Lasciando vento e foco con gran puzza;
     Soffia per tutto, tal spavento il tocca,
     La lingua più d’un palmo ha fuor di bocca.

33 Brandimarte ancor lui dietro si andava,
     Sol per veder di questa cosa il fine.
     L’un dopo l’altro correndo arivava
     Sopra al bel porto; e tra l’onde marine
     Presso la ripa la nave si stava,
     Che l’altre gente avea fatte tapine.
     Sopra di quella Balisardo passa,
     E il conte apresso, che giammai nol lassa.

34 Il negromante, che è di mala mena,
     D’un salto sopra il laccio fu passato,
     Ma il conte trabuccò ne la catena,
     E tutto intorno fu presto legato;
     Né fu disteso in su la prora apena,
     Che e marinari uscirno ad ogni lato.
     Tutti cridano insieme col parone:
     - Sta saldo, cavallier, tu sei pregione. -

35 Lui se scotteva e già non stava in posa,
     Perché esser preso da tal gente agogna,
     Morta di fame, nuda e pedocchiosa;
     Ma quel che vôl Fortuna, esser bisogna.
     Vermiglia avea la faccia come rosa
     Il conte Orlando per cotal vergogna;
     Due galiofardi grandi l’ebber preso
     Sopra alle spalle, e lo portâr di peso.

36 Ma Brandimarte gionse in su la riva,
     Che, come io dissi, avea questi seguiti;
     Quando la voce del suo conte odiva,
     Non fôr bisogno a quel soccorso inviti;
     Sopra alla nave de un salto saliva,
     E quei ribaldi, tutti sbigotiti,
     Lasciano Orlando e non san che si fare:
     Chi fugge a poppa, e chi salta nel mare.

37 E certo di ragione avean paura,
     Ché come al libro de Turpino io lezo,
     Duo pezzi fece de uno alla centura,
     E partì uno altro nel petto per mezo,
     Sì come avesse a ponto la misura.
     Lor, ciò mirando e temendo di pezo,
     Fuggian ciascun tremando e sbigotito;
     Or fuor di novo è Balisardo uscito.

38 Fuor della poppa uscì l’alto gigante,
     Che in la sua propria forma era tornato;
     Le gente della zurma, che eran tante,
     Chi se pose a sue spalle, e chi da lato.
     L’arme avean ruginente tutte quante,
     Quale è discalcio, e quale era strazato,
     Ben che sian gente al navicar maestre;
     E tutti han tarche e dardi e gran balestre.

39 Per Balisardo avean ripreso core,
     Cridando tutti insieme la canaglia,
     Che non se odì giamai tanto romore.
     Nel mezo della nave è la battaglia;
     Tra lor dà Brandimarte a gran furore,
     Ché tutti non li stima una vil paglia;
     Man roverso e man dritto il brando mena:
     Tutta la nave è già di sangue piena.

40 Così menava Brandimarte ardito,
     Fendendo a chi la testa a chi la panza.
     Ora ecco Balisardo ebbe cernito,
     Che de una torre armata avea sembianza.
     Già non bisogna che si mostri a dito,
     Ché undeci palmi sopra gli altri avanza;
     E Brandimarte verso lui s’accosta,
     E dietro a meza coscia il colpo aposta.

41 Più basso alquanto il brando fu disceso,
     Ché e colpi non si ponno indovinare;
     Tagliò le gambe, e cadde. Di quel peso
     La nave se piegò per affondare.
     Il busto sopra il legno andò disteso,
     Ed ambe due le gambe andarno in mare;
     Qua non vale arte de negromanzia,
     Ché Brandimarte il tocca tuttavia.

42 Lui chiamava il demonio con tempesta,
     Alïel, Libicocco e Calcabrina;
     Ma Brandimarte gli tagliò la testa,
     E via nel mar la trasse con roina.
     Or se incomincia de’ morti la festa
     Tra la zurmaglia misera e tapina:
     Chi salta in mare, e chi nella carena,
     Chi per le corde scappa in su l’antena.

43 Tutta la gente misera e diserta
     Fu dissipata, come io vi ho contato,
     E non rimase sopra la coperta
     Se non il conte, che era incatenato,
     E Balisardo, concio come il merta,
     E Brandimarte, che era già montato
     Sopra la poppa, e là trovò il parone,
     Che avante a lui se pose ingenocchione,

44 Misericordia sempre dimandando,
     Ed acquistò perdono umanamente;
     E tornò Brandimarte al conte Orlando
     E tutto il dislegò subitamente.
     Poi col parone entrambi ragionando,
     E fatta ritornar quella altra gente,
     De ciò che è fatto, non se dànno affanno:
     Quei che son morti, lor se ne hanno il danno.

45 E poi che insieme fôr pacificati,
     Come io ho detto, incominciò il parone:
     - Segnori, io so che ve meravigliati,
     Ché da meravigliare è ben ragione,
     De questo loco ove seti arivati,
     Quando per forza de incantazïone
     Se facea Balisardo trasformare,
     Ch’è quivi occiso, e gettarenlo in mare.

46 Perché intendiati il fatto meglio avante,
     Il tutto vi farò palese e piano.
     Un vecchio re, nomato Manodante,
     A Damogir se sta, ne l’occeàno,
     Ove adunate ha già ricchezze tante,
     Che stimar nol potria lo ingegno umano;
     Ma la Fortuna in tutto a compimento
     Né lui né altrui giamai fece contento.

47 Però che per duo figli il re meschino
     È stato e stanne ancora in gran dolore;
     Il primo fu involato piccolino
     Da un suo schiavo malvaggio e traditore.
     Io viddi il schiavo, e nomase Bardino,
     Picchiato in faccia e rosso di colore,
     Coi denti radi e col naso schiazato:
     Portò il fanciullo, e mai non è tornato.

48 A l’altro giovanetto ène incontrata,
     Come odireti, una sventura strana,
     Perché pregione è fatto de una fata.
     Non so se odesti mai nomar Morgana;
     Quella del giovanetto è inamorata,
     Quale ha beltate angelica e soprana,
     Per ciò l’ha chiuso in un loco profondo:
     Di fuor per forza nol trarebbe il mondo.

49 Ma lei fatto have al re promissïone
     Lasciare il giovanetto salvo e sano,
     Se un cavallier gli può donar pregione,
     Che Orlando è nominato, il Cristïano;
     Però che un’opra de incantazione,
     Fabricata in un corno troppo istrano,
     Che serebbe a contar molta lunghezza,
     Disfece il cavallier per sua prodezza.

50 Onde lo vôl pregione a ogni partito
     La fata, e ben lo avrà, s’io non me inganno;
     Ma, perché egli è feroce e tanto ardito,
     Se avrebbe nel pigliarlo molto affanno;
     Per ciò quel Balisardo che è perito
     (Così se n’abbi in sua malora il danno),
     Presente il nostro re se dette il vanto
     De dargli Orlando preso per incanto.

51 Ma sino ad or non gli è venuto fatto,
     Benché ha pigliate già gente cotante,
     Che io non potrei contarle a verun patto.
     Fovi preso un Grifone e uno Aquilante,
     Ed uno Astolfo a quel laccio fu tratto,
     E fu preso un Ranaldo poco avante,
     E seco un altro giovane garzone;
     Se ben ramento, egli ha nome Dudone.

52 L’altra gente ch’è presa, è molta troppa,
     Né mi basta a contarli lo argumento;
     Tutti son scritti là sotto la poppa,
     E legger vi si pôn, chi n’ha talento.
     Ma tante foglie non lascia una pioppa
     Là nel novembre, quando soffia il vento,
     Quanti ènno e cavallier che quel gigante
     Fatto ha condur pregioni a Manodante. -

53 Mentre che quel paron così parlava,
     Orlando dentro se turbò nel core,
     Perché color che costui nominava
     Della Cristianitate erano il fiore,
     Ed egli ad uno ad un tutti gli amava,
     Ed avea di sua presa gran dolore;
     E destinò tra sé quel franco sire
     De trargli di prigione, o de morire.

54 E poi che quel paron si stette queto,
     Che alcun di lor più non stava ascoltare,
     Parlò con Brandimarte di secreto,
     A lui dicendo ciò che voglia fare;
     Poi mostrandosi il conte in volto lieto
     Prega il paron che lo voglia portare
     Avanti al re, però che al suo comando
     Gli dava il cor de appresentargli Orlando.

55 E così, navicando con bon vento,
     Fôrno condutti a l’Isole Lontane;
     E quei duo cavallier pien de ardimento
     Al re s’appresentarno una dimane
     Sopra una sala, che d’oro e d’argento
     Era coperta de figure strane;
     Ché ciò che è in terra e in mare e nel celo alto,
     Là dentro era intagliato e posto a smalto.

56 Lor fierno la proposta a Manodante,
     Contando che per sua deffensïone
     Balisardo avean morto, il fier gigante,
     Promettendoli Orlando dar pregione.
     Per questo gli fu fatto bon sembiante
     Ed alloggiati fôrno a una maggione
     Ricca, adobbata, lì presso al palagio,
     Ove si sterno con diletto ad agio.

57 Era con seco la falsa donzella,
     Ché ’l conte non la volse mai lasciare,
     Qual è tanto fallace e tanto bella,
     Quanto di sopra odesti racontare.
     Or questa intese tutta la novella
     Dal conte Orlando, e ciò che dovea fare,
     Perché qualunche a cui se porta amore
     Tra’ gli secreti insin de mezo il core.

58 Or questa dama assai Grifone amava
     (So che il sapeti, ché già lo contai),
     E di vederlo tutta sfavillava,
     Né d’altro pensa giorno e notte mai;
     E ben sa che in pregione ora si stava.
     Ma questo canto è stato lungo assai:
     Posati alquanto e non fati contese,
     Che a dir nell’altro io vi serò cortese.