Orlando innamorato/Libro secondo/Canto terzo

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Libro secondo

Canto terzo

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Libro secondo - Canto secondo Libro secondo - Canto quarto

 
1   Marfisa vi lasciai, ch’era affrontata
     Ne l’altro canto al re de Circasia.
     Benché sia forte la dama pregiata,
     Quel re circasso un tal destriero avia,
     Che non vi era vantaggio quella fiata.
     De ira Marfisa tutta se rodia,
     E mena colpi fieri ad ambe mano;
     Ma nulla tocca e ciascaduno è vano.

2   Ecco il re che ne vien come un falcone,
     Gionge a traverso quella nel guanzale;
     Essa risponde a lui d’un riversone
     Quanto puote più presto, ma non vale,
     Ché via passa de un salto quel ronzone
     Da l’altro lato, come avesse l’ale.
     Mena a quel canto ancor la dama adorna:
     De un altro salto lui di qua ritorna.

3   Il re percosse lei sopra una spalla,
     Ma non se attacca a quella piastra il brando,
     E giù nel scudo con fraccasso calla,
     Quanto ne prende a terra roïnando.
     Or se Marfisa un sol colpo non falla,
     Per sempre il pone della vita in bando;
     Se una sol volta a suo modo l’afferra,
     Feso in due pezzi lo distende a terra.

4   Come un castello in cima d’un gran sasso
     Intorno è d’ogni parte combattuto,
     Giù manda pietre e travi a gran fraccasso,
     Chiunche è di sotto sta ben proveduto;
     Mentre che la roina calla al basso,
     Ciascun cerca schiffando darsi aiuto:
     Questa battaglia avea cotal sembiante,
     Che è tra Marfisa e il forte Sacripante.

5   Lei sembrava dal celo una saetta,
     Quando menava sua spada tagliente,
     E mettia nel ferir cotanta fretta,
     Che l’aria sibillava veramente.
     Ma giamai Sacripante non l’aspetta,
     Mai non è in terra quel destrier corrente;
     Di qua, di là, da fronte e da le spalle,
     Quasi in un tempo col brando l’assalle.

6   Tutto il cimier gli avea tagliato in testa
     E rotto il scudo a quella zuffa dura;
     Stracciata tutta avea la sopravesta,
     Ma non puotea falsar quella armatura.
     Intorno da ogni canto li tempesta:
     Lei di suo tempestar nulla si cura;
     Aspetta il tempo, e nel suo cor si spera
     Finire a un colpo quella guerra fiera.

7   Tra loro il primo assalto era finito,
     Ed era l’uno e l’altro retirato;
     Un messagier nel viso sbigotito
     Nel campo ariva ed è molto affannato.
     Dove era Sacripante esso ne è gito,
     E stando a lui davanti ingenocchiato,
     Piangendo disse con grave sconforto:
     - Male novelle del tuo regno porto.

8   Re Mandricardo, che fu de Agricane
     Primo figliol e del suo regno erede,
     Ha radunato le gente lontane
     E nella Circassia già posto ha il piede,
     E morto ha il tuo fratel con le sue mane.
     Te solamente el tuo regno richiede;
     Come ti veda nel campo scoperto
     Re Mandricardo, fuggirà di certo.

9   Perché venne novella in quel paese
     Della tua morte, e gran malenconia.
     Quel re malvaso, come questo intese,
     Passò nel regno con molta zenia;
     Al fiume di Lovasi il ponte prese,
     Ed arse la cità di Samachia;
     Quivi Olibandro, il tuo franco germano,
     Come io t’ho detto, occise di sua mano.

10 Poi tutto il regno come una facella
     Mena a roina e mette a foco ardente;
     E tu combatti per una donzella,
     Né te muove pietà della tua gente,
     Che sol te aspetta e sol di te favella,
     E de altro aiuto non spera nïente.
     La tua patria gentil per tutto fuma,
     Il fer la strazia e il foco la consuma. -

11 Cangiosse il re gagliardo al viso altiero,
     E lacrimava di dolore e de ira,
     E rivoltava in più parte il pensiero;
     Sdegno ed amore il petto gli martira.
     L’uno a vendetta il muove de legiero,
     L’altro a diffesa di sua dama il tira;
     Al fin, voltando il core ad ogni guisa,
     Ripone il brando e va nanti a Marfisa.

12 A lei raconta la cosa dolente
     Che questo messagier gli ha riportata,
     E la destruzïon della sua gente,
     Contra a ragione a tal modo menata;
     Onde la prega ben piatosamente,
     Quanto giamai potesse esser pregata,
     Con dolce parolette e bel sermone,
     Che indi se parta e lasci quel girone.

13 Marfisa li comincia a proferire
     Tutta sua gente e la propria persona;
     Ma de volerse quindi dipartire
     Non vôl ch’altri, né lui mai ne ragiona:
     Sin che non veda Angelica perire,
     Quella impresa giamai non abandona.
     Adunque mal d’acordo più che prima,
     Ciascun de l’ira più salisce in cima.

14 E cominciarno assalto orrendo e fiero
     Più che mai fosse stato ancor quel giorno.
     Re Sacripante ha quel presto destriero,
     A modo usato le volava intorno,
     E ben comprende lui che di legiero
     Potrebbe aver di tal zuffa gran scorno;
     Ché, se molta ventura non l’aita,
     Ad un sol colpo è sua guerra finita.

15 Ma de straccarla al tutto se destina
     O ver morir per sua mala ventura,
     E ferisce la dama a gran roina;
     Ma non se attacca il brando a l’armatura,
     E non se move la forte regina,
     Come colei che tal cosa non cura.
     E’ mena colpi orrendi ad ambe mano,
     Ma sempre falla e se affatica in vano.

16 Tanto lunga tra lor fu la battaglia,
     Che altro tempo bisogna al ricontare.
     Adesso di saperla non ve incaglia,
     Ché a loco e a tempo ve saprò tornare;
     Ma nel presente io torno alla travaglia
     Del re Agramante, che ha fatto cercare
     Il monte di Carena a ogni sentiero,
     E non si trova il paladin Rugiero.

17 Mulabuferso, che è re di Fizano,
     Fier di persona e d’ogni cosa esperto,
     Cercato ha tutto quel gran monte invano,
     Qua verso il mare e là verso il deserto,
     Sì che nel fuoco poneria la mano,
     Che in cotal loco non è lui di certo;
     Onde a Biserta torna ad Agramante,
     E con tal dire a lui si pone avante:

18 - Segnor, per fare il tuo comandamento
     Cercato ho di Carena il monte altiero;
     Dopo lunga fatica e grave stento
     Visto ho l’ultimo dì quel che il primiero.
     Onde io te acerto e affermo in iuramento,
     Che là non se ritrova alcun Rugiero;
     Quel già fu morto a Rissa con gran guai,
     Né altro credo io che sia più nato mai.

19 Sì che, piacendo al re di Garamanta,
     Dove il dimori puote indovinare,
     Poi che quella arte di saper si vanta;
     Ma noi ben siam più pacci ad aspettare
     Questo vecchiardo, che le serpe incanta,
     Ché già dovremmo aver passato il mare.
     Lui va cercando quel che non se trova,
     Perché tua gente a guerra non se mova. -

20 Re Rodamonte, come l’ebbe odito,
     A gran fatica lo lasciò finire.
     Forte ridendo, con sembiante ardito
     Disse: - Ciò prima ben sapevo io dire,
     Che quello aveva il nostro re schernito,
     Volendo questa guerra differire.
     Mal aggia l’omo che dà tanta fede
     Al ditto di altri e a quel che non si vede!

21 Nova maniera al mondo è di mentire,
     E tanto è già di ciò poca vergogna,
     Che a misurare il celo han preso ardire
     Per far più colorita sua menzogna,
     Annunzïando quel che die’ venire.
     E’ conta a ciascadun quel che si sogna,
     Dicendo che Mercurio e Iove e Marte
     Qua faran pace, e guerra in quelle parte.

22 Se egli è alcun dio nel cel, ch’io nol so certo,
     Là stassi ad alto, e di qua giù non cura:
     Omo non è che l’abbia visto esperto,
     Ma la vil gente crede per paura.
     Io de mia fede vi ragiono aperto
     Che solo il mio bon brando e l’armatura
     E la maza ch’io porto, e ’l destrier mio
     E l’animo ch’io ho, sono il mio dio.

23 Ma il re di Garamanta, nella cenere
     Segnando cerchi con verga d’olivo,
     Dice che quando il sol fia gionto a Venere,
     Sarà d’ogni malizia il mondo privo;
     E quando a primavera l’erbe tenere
     Seran fiorite nel tempo giolivo,
     Alor non debba il re passare in Franza,
     Ma stiasi queto e grattasi la panza.

24 Del mio ardito segnor mi meraviglio,
     Che queste zanze possa supportare;
     Ma se questo vecchion nel zuffo piglio,
     Che qua ce tiene e non ce lascia andare,
     In Franza il ponerò senza naviglio.
     Per l’aria lo trarò di là dal mare;
     Non so che me ritenga, e manca poco
     Ch’io non vi mostri adesso questo ioco. -

25 Sorrise alquanto quel vecchio canuto,
     Poi disse: - Le parole e il viso fiero
     Che mi dimostra quel giovane arguto,
     Non mi pôn spaventare a dirvi il vero.
     Come vedeti, egli ha il viso perduto,
     Benché mai tutto non l’avesse intiero,
     Né se cura di Dio, né Dio de lui;
     Lasciànlo stare e ragionam d’altrui.

26 Io ve dissi, segnore, e dico ancora,
     Che sopra la montagna di Carena
     Quel giovane fatato fa dimora,
     Che al mondo non ha par di forza e lena;
     Né so se ve ricorda, io dissi alora
     Che se avrebbe a trovarlo molta pena,
     Però che ’l suo maestro è negromante,
     E ben lo guarda, ed ha nome Atalante.

27 Questo ha un giardino al monte edificato,
     Quale ha di vetro tutto intorno il muro,
     Sopra un sasso tanto alto e rilevato
     Che senza tema vi può star sicuro.
     Tutto d’incerco è quel sasso tagliato;
     Benché sia grande a maraviglia e duro,
     Da gli spirti de inferno tutto quanto
     Fu in un sol giorno fatto per incanto.

28 Né vi si può salir, se nol concede
     Quel vecchio che là sopra è guardïano.
     Omo questo giardin giamai non vede,
     O stiali apresso o passi di lontano.
     Io so che Rodamonte ciò non crede:
     Mirati come ride quell’insano!
     Ma se uno annel ch’io sazo, pôi avere,
     Questo giardino ancor potrai vedere.

29 L’annello è fabricato a tal ragione
     (Come più volte è già fatto la prova)
     Che ogni opra finta de incantazïone
     Convien che a sua presenzia se rimova.
     Questo ha la figlia del re Galafrone,
     Qual nel presente in India se ritrova,
     Presso al Cataio, intra un girone adorno,
     Ed ha l’assedio di Marfisa intorno.

30 Se questo annello in possanza non hai,
     Indarno quel giardin se può cercare,
     Ma sii ben certo non trovarlo mai.
     Dunque senza Rugier convien passare,
     E tutti sosterriti estremi guai,
     Né alcun ritornarà di qua dal mare;
     Ed io ben vedo come vôl fortuna
     Che Africa tutta sia coperta a bruna. -

31 Poi che ebbe il vecchio re così parlato
     Chinò la faccia lacrimando forte.
     - Più son - dicea - de gli altri sventurato,
     Ché cognosco anzi il tempo la mia sorte;
     Per vera prova di quel che ho contato,
     Dico che gionta adesso è la mia morte:
     Come il sol entra in cancro a ponto a ponto,
     Al fine è il tempo di mia vita gionto.

32 Prima fia ciò che una ora sia passata;
     Se comandar volete altro a Macone,
     A lui riportarò vostra ambasciata.
     Tenete bene a mente il mio sermone,
     Ch’io l’aggio detto e dico un’altra fiata:
     Se andati in Franza senza quel barone
     Qual ve ho mostrato che è la nostra scorta,
     Tutta la gente fia sconfitta e morta. -

33 Non fu più lungo il termine o più corto,
     Come avea detto quel vecchio scaltrito:
     Nel tempo che avea detto cadde morto.
     Il re Agramante ne fu sbigotito,
     E preseno ciascun molto sconforto;
     E qualunche di prima era più ardito,
     Veggendo morto il re nanti al suo piede,
     Ciò che quel disse, veramente crede.

34 Ma sol de tutti Rodamonte il fiero
     Non se ebbe di tal cosa a spaventare,
     Dicendo: - Anco io, segnor, ben che legiero,
     Avria saputo questo indovinare;
     Ché quel vecchio malvaggio e trecolero
     Più lungamente non puotea campare.
     Lui, che era de anni e de magagne pieno,
     Sentia la vita sua che venìa meno.

35 Or par che egli abbi fatto una gran prova,
     Poi che egli ha detto che ’l debbe morire.
     È forse cosa istrana o tanto nova
     Vedere un vecchio la vita finire?
     Stative adunque, e non sia chi si mova;
     Di là dal mare io vo’ soletto gire,
     E provarò se ’l celo ha tal possanza,
     Che me diveti incoronare in Franza. -

36 E più parole non disse nïente,
     Ma quindi se partì senza combiato.
     In Sarza ne va il re che ha il core ardente,
     E poco tempo vi fu dimorato,
     Che alla città de Algier è con sua gente,
     Per travargare il mar da l’altro lato.
     Dipoi vi contarò del suo passaggio,
     E la guerra che ’l fece e il gran dannaggio.

37 Li altri a Biserta sono al parlamento:
     Diverse cose se hanno a ragionare.
     Il re Agramante ha ripreso ardimento,
     E vole ad ogni modo trapassare.
     Ciascuno andar con esso è ben contento,
     Purché Rugier si possi ritrovare;
     Non si trovando, ogniom vi va dolente:
     Il re Agramante anco esso a questo assente.

38 E nel consiglio fa promissïone,
     Se alcun si trova che sia tanto ardito
     Che a quella figlia del re Galafrone
     Vada a levar l’annel che porta in dito,
     Re lo farà di molte regïone,
     E ricco di tesor troppo infinito.
     Tutti han la cosa molto bene intesa,
     Ma non se vanta alcun di tale impresa.

39 Il re de Fiessa, che è tutto canuto,
     Disse: - Segnor, io voglio un poco uscire,
     E spero che Macon mi doni aiuto:
     Un mio servente ti vuo’ fare odire. -
     Già lungo tempo non fu ritenuto,
     E fece un ribaldello entro venire,
     Che altri sì presto non fu mai di mano;
     Brunello ha nome quel ladro soprano.

40 Egli è ben piccioletto di persona,
     Ma di malicia a meraviglia pieno,
     E sempre in calmo e per zergo ragiona:
     Lungo è da cinque palmi, o poco meno,
     E la sua voce par corno che suona;
     Nel dire e nel robbare è senza freno.
     Va sol di notte, e il dì non è veduto,
     Curti ha i capelli, ed è negro e ricciuto.

41 Come fu dentro, vidde zoie tante
     E tante lame d’ôr, come io contai;
     Ben se augura in suo core esser gigante
     Per poter via di quel portare assai.
     Poi che fu gionto al tribunale avante,
     Disse: - Segnore, io non posserò mai,
     Sin che con l’arte, inganni, o con ingegno
     Io non acquisti il promettuto regno.

42 Lo annello io l’averò ben senza errore,
     E presto il portaraggio in tua masone;
     Ma ben ti prego che in cosa maggiore
     Ti piaccia poi di me far parangone.
     Tuor la luna dal cel giù mi dà il core,
     E robbare al demonio il suo forcone,
     E per sprezar la gente cristïana
     Robberò il Papa e ’l suon de la campana. -

43 Il re se meraviglia ne la mente
     Veggendo un piccolin tanto sicuro;
     Lui ne va per dormire incontinente,
     Che poi gli piace de vegiare al scuro.
     Non se ne avide alcun di quella gente
     Che molte zoie dispiccò del muro.
     Ben se lamenta di sua poca lena;
     Tante ne ha adosso, che le porta apena.

44 Tutto il consiglio fu da poi lasciato,
     E fu finito il lungo parlamento;
     Ciascun nella sua terra è ritornato
     Per adoprarsi a l’alto guarnimento.
     Quel re cortese avea tanto donato,
     Che ciascadun de lui ne va contento;
     E zoie e vasi d’oro, arme e destrieri
     Donava, e a tutti cani e sparavieri.

45 Ogni om zoioso se parte cantando,
     Coperti a veste de arïento e d’oro.
     Lasciogli gire e torno al conte Orlando,
     Lo qual lasciai con pena e con martoro
     Per la campagna ai piedi caminando,
     Poiché ha perduto il destrier Brigliadoro.
     Lamentase di sé quel sire ardito,
     Poi che si trova a tal modo schernito,

46 Dicendo: "Quella dama io dispiccai
     Di tanta pena e della morte ria,
     E lei poi m’ha condutto in questi guai
     Ed hamme usato tanta scortesia.
     Sia maledetto chi se fida mai
     Per tutto il mondo in femina che sia!
     Tutte son false a sostenir la prova:
     Una è leale, e mai non se ritrova."

47 La bocca se percosse con la mano,
     Poi che ebbe detto questo, il sire ardito,
     A sé dicendo: "Cavallier villano,
     Chi te fa ragionare a tal partito?
     Eti scordato adunque il viso umano
     Di quella che d’amor te ha il cor ferito?
     Ché per lei sola e per la sua bontate
     L’altre son degne d’esser tutte amate."

48 Così dicendo vede di lontano
     Bandiere e lancie dritte con pennoni;
     Ver lui van quella gente per il piano,
     Parte sono a destrier, parte pedoni.
     Davanti a gli altri mena il capitano
     Duo cavallieri a guisa de prigioni,
     Di ferro catenati ambe le braccia.
     Ben presto il conte li cognobbe in faccia;

49 Perché l’uno è Grifon, l’altro Aquilante,
     Che son condotti a morte da costoro.
     Una donzella, poco a quei davante,
     Era legata sopra a Brigliadoro.
     Pallida in viso e trista nel sembiante,
     Condutta è con questi altri al rio martoro:
     Orrigille è la dama, quella trista.
     Ben lei cognobbe il conte in prima vista;

50 Ma nol dimostra, e va tra quella gente,
     E chiede di tal cosa la cagione.
     Un che avea la barbuta ruginente
     E cinto bene al dosso un pancirone,
     Disse: - Condutti son questi al serpente
     Il qual divora tutte le persone
     Che arrivan forastiere in quel paese,
     Dove fôr questi ed altre gente prese.

51 Questo è il regno de Orgagna, se nol sai,
     E sei presso al giardin de Fallerina.
     Cosa più strana al mondo non fu mai:
     Fatto l’ha per incanto la regina;
     E tu securo in queste parte vai?
     Ma serai preso con molta roina
     E dato al drago, come gli altri sono,
     Se presto non te fuggi in abandono. -

52 Molto fu alegro alora il paladino,
     Poi che cognobbe in questo ragionare
     Che egli era pervenuto a quel giardino,
     Qual convenia per forza conquistare.
     Ma quel bravel, che ha viso di mastino,
     Disse: - Ancor, paccio, stai ad aspettare?
     Come qui t’abbia il capitano scorto,
     Incontinente serai preso e morto. -

53 Finito non avea questo sermone,
     Che ’l capitano, che l’ebbe veduto,
     Gridò: - Pigliàti presto quel bricone,
     Che in soa mala ventura è qui venuto.
     Adrieto il menarete alla pregione,
     Poi che ’l drago per oggi fia pasciuto
     De questi tre che or ne vanno alla morte:
     Domane ad esso toccarà la sorte. -

54 Ciascun presto pigliarlo se procura:
     Tutta se mosse la gente villana.
     Il conte, che de lor poco se cura,
     Imbracciò il scudo e trasse Durindana.
     Adosso li venian senza paura,
     Ché non sapean sua forza sì soprana;
     Ciascun s’affretta ben d’esservi in prima,
     Perché aver l’arme del guerrier se stima.

55 Ma presto fe’ cognoscer quel ch’egli era,
     Come fo gionto con seco alla prova,
     Tagliando questo e quello in tal maniera,
     Che dove è un pezzo, l’altro non si trova.
     Un grande, che portava la bandiera:
     - Saldo! - diceva - e non sia che si mova.
     Saldo, brigata! - a gran voce cridava;
     Ma lui di dietro e ben largo si stava.

56 Per questo suo cridare alcun non resta,
     A furia tutti quanti se ne vano;
     Orlando è sempre in mezo a gran tempesta,
     E gambe, e teste, e braccie manda al piano.
     Gionse a quel grande, e dàgli in su la testa
     Un grave colpo col brando a due mano.
     Tutto lo fende insino alla cintura:
     Non domandar se gli altri avean paura.

57 Il capitano fo il primo a fuggire,
     Perché degli altri avea meglior ronzone,
     E fuggendo al compagno prese a dire:
     - Questo è colui che occise Rubicone,
     E tutti quanti ce farà morire,
     Se Dio non ce dà aiuto ed il sperone.
     Tristo colui che in quel brando s’abatte!
     Gli omini e l’arme taglia come un latte. -

58 Fu Rubicone da Ranaldo occiso;
     Non so, segnor, se più vi ricordati,
     Che fu a traverso de un colpo diviso,
     Quando Iroldo e Prasildo fôr campati.
     Or questo capitano ha preso aviso,
     Mirando quei gran colpi smisurati,
     Che quello una altra volta sia tornato;
     Sempre, fuggendo, pargli averlo a lato.

59 Ma il conte Orlando non lo seguitava,
     Poi che sconfitta quella gente vede.
     - Via! Via, canaglia! - dietro li cridava;
     E poi tornava, sì come era, a piede
     Verso e pregioni. Ciascun lacrimava,
     Né apena esser campato alcun se crede.
     Ma la donzella, che cognobbe il conte,
     Morta divenne ed abassò la fronte.

60 Bella era, come io dissi, oltre misura,
     Ed a beltate ogni cosa risponde,
     Sì che ancor la vergogna e la paura
     La grazia del suo viso non asconde.
     Veggendo il conte sua bella figura,
     Dentro nel spirto tutto se confonde;
     Né iniuria se ramenta né l’inganno,
     Ma sol gli dôl che lei ne prende affanno.

61 Or che bisogna dir? Tanto gli piace,
     Che prima che i nepoti la disciolse;
     Ma lei, ch’è tutta perfida e fallace,
     Come sapea ben fare, il tempo colse;
     Piangendo ingenocchion chiedea la pace.
     Il conte sostenir questo non volse
     Che ella più stesse in quel dolente caso,
     Ma rilevolla e fie’ pace de un baso.

62 In questa forma repacificati,
     Il conte rimontò nel suo ronzone,
     Da poi quei duo guerreri ha desligati.
     La dama sol tenìa gli occhi a Grifone,
     Ché già se erano insieme inamorati
     Nel tempo che fôr messi alla prigione;
     Né mancato era a l’uno o l’altro il foco,
     Ben che sian stati in separato loco.

63 E non doveti avere a meraviglia
     Se, più che ’l conte lei Grifone amava;
     Però che Orlando avea folte le ciglia,
     E d’un de gli occhi alquanto stralunava.
     Grifon la faccia avea bianca e vermiglia,
     Né pel di barba, o poco ne mostrava;
     Maggiore è bene Orlando e più robusto,
     Ma a quella dama non andava al gusto.

64 Sempre gli occhi a Grifon la dama tiene,
     E lui guardava lei con molto affetto,
     Con sembianze piatose e d’amor piene;
     Con sospir caldi da lei fende il petto;
     E sì scoperta questa cosa viene,
     Che Orlando incontinente ebbe sospetto;
     E, per non vi tenire in più sermoni,
     Il conte diè licenzia a quei baroni,

65 Dicendo che quel giorno convenia
     Condurre a fine un fatto smisurato,
     Dove non ha bisogno compagnia,
     Perché fornirlo solo avea giurato.
     Che bisogna più dir? Lor ne van via;
     E già non si partîr senza combiato,
     E da tre volte in sù, senza fallire,
     Il conte li ricorda il dipartire.

66 Orlando giù dismonta della sella,
     Poi che è Grifon partito ed Aquilante,
     E con la dama sol d’amor favella,
     Benché fosse mal scorto e sozzo amante.
     Eccoti alora ariva una donzella
     Sopra d’un palafren bianco ed amblante.
     Poi che ebbe l’uno e l’altro salutato,
     Verso del conte disse: - Ahi sventurato!

67 Disventurato! - disse - qual destino
     Te ha mai condutto a sì malvaggia sorte?
     Non sai tu che de Orgagna è qui il giardino,
     Né sei due miglia longe dalle porte?
     Fugge presto, per Dio! fugge, meschino,
     Ché tu sei tanto presso dalla morte,
     Quanto sei presso a l’incantato muro;
     E tu qua zanzi e stai come sicuro! -

68 Il conte a lei rispose sorridendo:
     - Voglioti sempre assai ringrazïare,
     Perché, al dir che me fai, chiaro comprendo
     Che a te dispiace il mio pericolare;
     Ma sappi che fuggirme io non intendo,
     Ché dentro a quel giardino io voglio intrare.
     Amor, che ivi mi manda, me assicura
     Di trare al fine tanta alta aventura.

69 Se mi puoi dar consiglio, o vero aiuto,
     Come aggia in cotal cosa fare, o dire,
     Estremamente ti serò tenuto.
     Quel che abbia a fare, io non posso sentire,
     Ché omo non trovo che l’abbia veduto,
     Né che me dica dove io debba gire;
     Sì che per cortesia ti vo’ pregare
     Che me consigli quel ch’io debba fare. -

70 La damigella, ch’era grazïosa,
     Smontò nel prato il bianco palafreno,
     Ed a lui ricontò tutta la cosa,
     Ciò che dovea trovar, né più, né meno.
     Questa aventura fu maravigliosa,
     Come io vi contarò ben tutto apieno
     Nel canto che vien dietro, se a Dio piace;
     Bella brigata, rimanete in pace.