Pagina:Dieci lettere di Publio Virgilio Marone.djvu/45

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38 Lettera Sesta

ciascuno di noi ha impressa al suo canto l’indole propria dell’ingegno, e della fantasia, e quindi ha ciascuno un proprio stile, un pensar proprio, e colori, e modi suoi propri. Orazio già non somiglia a Pindaro così che pajano un solo, nè Teocrito a Mosco, o Virgilio ad entrambi, nè Anacreonte a Saffo, nè gli stessi elegiaci, Catullo, Tibullo, Ovidio, Properzio, han pur somiglianza tra loro fuor che nel metro.

Ma di quanti argomenti, ripigliava alcun altro, abbiam tutti cantato oltre l’amore? Quanti metri diversi, quanti generi varj di poesia, qual varietà di pensieri, di stile, d’imagini abbiam tentato nella stessa materia amorosa? Certo nessun di noi non mostrò prender in prestito o la sua fiamma, o la sua Lesbia, o la sua lira! E gl’Italiani sperar poterono di piacere con un continuo ripetere le stesse frasi, gli stessi lai, ed omei, anzi Sonetti, e Canzoni, e perfino Ballate, e Sestine del medesimo impronto? Gran forza della superstizione verso de’ loro antichi; ma gran disprezzo insieme di noi più antichi, che pur leggevan essi, e sì diversi riconoscevano l’uno dall’altro! E sperarono pure trovar lettori istancabili, e pazienti ammiratori di tante copie, e di tanti Petrarchi, anzi pur d’un Petrarca moltiplicato in infinito, e piagnente mai sempre, e mai sempre parlante d’una passione, che stanca sì presto per la natura medesima di passione? Bello invero stato sarebbe se uscita di mano a Prassitele la Venere sua, tutti i greci scultori non avessero più lavorate se non che statue di Venere, e della Venere sola Marina fatti modelli. Ma lo stimolo della gloria, ma l’emulazione, ma il desiderio della novità, ma il genio per essa di farsi un nome famoso, che in tutti gli uomini è sì naturale,