Pagina:Zibaldone di pensieri III.djvu/394

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380 pensieri (1808-1809-1810)

menti), Lucrezio ec., possono dimostrare questa verità, massime confrontandoli co’ seguenti. (1809)

Ma se noi non sentiamo perfettamente in essi il familiare, qualità delle lingue la piú difficile a ben sentirsi in una lingua forestiera, e piú in una lingua morta, lo sentiamo però ottimamente in Dante, nei prosatori trecentisti, escluso il Boccaccio, che introdusse nell’italiano tante voci, frasi e forme latine, e nel Petrarca (vedi un mio pensiero sulla familiarità del Petrarca), eccetto dov’egli pure si accosta ed imita (come fa, e felicemente, assai spesso) l’andamento latino. Questi e tutti gli scrittori primitivi di ciascuna lingua doverono necessariamente dare un andamento, un insieme di familiarità al loro stile ed alla maniera di esprimere i loro pensieri, sí per altre ragioni, sí perché mancavano di uno de’ principali fonti dell’eleganza, cioè le parole, frasi, forme rimosse dall’uso del volgo per una tal quale, non dirò antichità, ma quasi maturità (infatti è notabile che la vera imitazione degli antichi, quanto alla lingua, dà subito un’aria di familiarità allo stile). E siccome altrove osservammo che gli scrittori primitivi sono sempre i piú propri, cosí, e per le stesse ragioni, essi debbono  (1810) cedere ai susseguenti nell’eleganza (intendendo quella che ho dichiarato).

Da ciò segue: 1o, Che noi bene spesso sentendo negli antichi nostri, come nel Petrarca o nel Boccaccio questa medesima eleganza, vi sentiamo quello che non vi sentivano né gli stessi autori né i loro contemporanei, in quanto quelle voci o modi sono oggi divenuti eleganti col rimoversi, stante l’andar del tempo, dall’uso quotidiano, ma allora non lo erano.

2o, Che le lingue nel nascere delle loro letterature non sono capaci piú che tanto di eleganza, e i lettori di allora neppur ve la cercano, non considerandola appena come un pregio, ovvero sentendo ch’ella è in molte parti impossibile.