Pallida, stanca, e sotto il manto oscuro

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Sinibaldo Perugino

XIV secolo P Indice:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu canzoni Letteratura Intestazione 5 novembre 2016 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Rime scelte di poeti del secolo XIV


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     Pallida, stanca, e sotto il manto oscuro
Quasi tutta nascosa,
Negli occhi lagrimosa,
Venìa la sconsolata peregrina;
5E quando mi conobbe, un pianto duro
Cominciò la dogliosa,
Mostrando aver noiosa
La vita che da lei non si declina.
Poi che drizzò vêr me la faccia china,
10Mi disse — Omè! caro diletto mio,
Insegnami, per Dio,
Se sai, dov’è la vergin mia sorella.
Chè, se ben vêi, son quella
Che fra le quattro fui nel santo coro
15Chiamata per altrui non la men bella:
Ed ora per la loro
Invida voglia e mal condotto stile
Son fatta fra le tre già la più vile. —
     Ond’io, ch’allor non men di lei mi dolsi
20Nel cuore e nella mente,
Risposi — Omè dolente!
Come ti veggio povera e mendica!
Qual falso caso sì nuda ti colse!
O misera sovente,
25Per qual mo’ di presente
Fortuna fatta s’è di te nemica?
La tua sorella vergine e pudìca
Ecco che viene in compagnia d’Amore:
Però cela il dolore
30Che porti in cor, per dare a lei men pena.

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Ond’ella ch’era piena
D’amara doglia, sì come la vide,
A rinnovar suo pianto prese lena:
E l’altra per le stride,
35Che riconobbe alla turbata vista,
Non men di questa allor si fece trista.
     — Qual è stato il terrore o mal di morte
Che tolto t ha la vita,
Misera sbigottita?
40Qual nova maraviglia è questa? e quando
Si annerò il manto che nel dosso porte?
Chi t’ha così schernita,
O germana smarrita?
Dicea la bella donna lagrimando.
45Se’ tu fuggita? o ètti dato bando?
Per ch’io ti veggio senza compagnìa.
Ov’è la valorìa
Dei nati tuoi e de’ piacenti servi?
Non mi credeva avervi
50Ancor perduti, o cari miei diletti.
............
............
...— E l’altra con sospire
Da mezzo il cor così cominciò a dire
55     — Fuggita son dalla superba testa
E dal rapace lupo.
Che con malvagio strupo
Fatto m’ha forza e tolto ogni mio bene:
Levata m’ha dalla superna festa,
60E messa m’ha nel cupo.
Però s’io mi desciupo
Non ti maravigliar, somma mia spene.
Rimasi non mi son polsi nè vene
Con alcuna virtute o sentimento.
65E mo’ tiene in istento.
Per maggior male, il mio tempio sincero;
E con aspetto fero
Comanda e regge, sì come a lui piace,
Iniquo crudo e con dilasso corso.
70Perch’io dall’altre non trovo soccorso.

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     Ed è bisogno per ciascun riparo
Pensar come son vani
Mo’gl’intelletti umani,
Che son ei fuor d’ogni amoroso effetto
75Non san ben quant’è amor da tener caro,
E che sempre mal vane
Qualunque non rimane
In quel piacer di questo dio suggetto.
Ed io, sol per aver lui in dispetto,
80Fatta son serva del crudel tiranno,
Che con sottile inganno
Vien divorando il ben dell’universo.
Dunque, per tal riverso,
Amor è quel che ciascun ben difende
85Con bel costume e ragionevol verso.
E però, se te incende
Del caldo suo, tu puoi viver sicura;
E, come or se’, sarai vestale e pura. —
     Ond’io attento alla dogliosa voce
90E ’l secreto parlare.
Che nell’effetto appare,
Dentro a me sento che ’l cor si conforta;
E penso ancor, che donna, che mi nuoce
In celarmi le avare
95Luci leggiadre e chiare,
Per tal cagion ne potrebbe esser morta.
Non si vuole ad amor serrar la porta,
Che gli diletti del cor ci apre e chiude:
Amor vuol veder gnude
100Le luci belle d’ogni atto crudele.
Però, se per me vele
Spesso i begli occhi con la bianca mano.
Spero, donna gentil, come fedele
D’amore e servo umano,
105Veder degli occhi tuoi giusta vendetta;
Che forse per molti altri ancor s’aspetta.


(Dal vol. II delle Poesie italiane inedite, raccolte da F. Trucchi.)