Panegirico di Plinio a Trajano/III

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II IV

[p. 23 modifica]Nè altra ragione posso io far precedere a questa; che la cosa essendo grande in se stessa, degna ella è di Trajano. Al principe nessuna altra cosa da acquistarsi rimane, se non chiara fama. Il rimanente tutto in copia possiede, e soverchia a lui forse. Da quell’abbondanza stessa il fastidio, e la cagion per lo più, che nel seno di torpido ozio, di se medesimo immemore, egli perde ogni amore di gloria; o che, dalla sazietà stimolato, di acquistarla proccura per vie fallaci, non ragionevoli, e al pubblico dannose non men che a se stesso. A Traiano una comune gloria non può bastar mai; ed ogni gloria è comune fra i principi, fuorchè la inaudita finora, di essere i fondatori o restitutori di libertà. [p. 24 modifica]

Ed in fatti, se tu, benchè vincitore dei Daci, e rinnovatore in Roma dell’antica sua militar disciplina, dalle egregie vittorie tue la fama di chiaro capitano ti aspetti, non ne avrai però tanta giammai, che a Cesare, non che superarlo, ti agguagli: se dal comporre in un sopore di pace la città, dal farvi ad un tempo le molli arti, le non vere lettere, e il servaggio fiorire, e così gli snervati animi dei cittadini da ogni turbolenza distorre; (ove tal funesta e timida politica presso ad uomini già liberi partorir fama potesse) certo in tal arte, che esser pur mai non potrebbe la tua, di gran tratto superato saresti dal pacifico lunghissimo regno d’Augusto: se da una certa molle benignità, che molto pure si valuta nel principe allorchè, tacendo le leggi, egli solo le interpreta, Tito te ne ha, preoccupandola, [p. 25 modifica]intercetta la via. Degli altri romani principi non ardirò pure proferirtene il nome: ch’io troppo ben so, che Trajano, assunto appena all’impero, altro più caldo desiderio in petto ed in mente non accolse, che di farne per sempre la memoria pur anco obbliare. E migliore, e più certo, e più efficace mezzo ad ottener tale intento sceglier tu mai non potresti, che di tua autorità giusta; benchè illimitata, servendoti, per invariabilmente stabilir libertà; la quale per se stessa poscia i Neroni, i Tiberj, e i lor simili, non che ammettere all’imperio degli uomini, neppur soffre, direi, che vengano da Natura generati tai mostri; o, nati appena, sotto il peso delle leggi e della uguaglianza, nel proprio seno gli estingue.

Ed in prova, osserva, ottimo principe, [p. 26 modifica]come a poco a poco la scellerata baldanza, e la inumana stoltezza crescesse in quei regnatori; come il valore di Cesare appianasse la strade alla pusillanimità d’Augusto; come la lenta, mite, e coperta tirannide d’Augusto generasse poi l’astuta e crudele di Tiberio; come da questa finalmente prorompesse poi, senza limiti conoscer più, la furibonda di Caligola, di Nerone, di Domiziano. E, circa a quest’ultimo, osserva che il breve intervallo dell’umano governo di Vespasiano e di Tito, non fu però bastante a togliergli, o a menomargli i mezzi di riassumere una intera, sfrenata, ed inaudita tirannide. Tristo, orribile, e recentissimo esempio, che ti avverte, o Trajano, che alla tua bontà, umanità, giustizia, e moderazione, può tra pochi anni sottentrare con intera nostra rovina un [p. 27 modifica]mostro niente minore dei sopra nomati. E le crudeltà, le violenze, le rapine, l’onte, le stragi, i mali tutti in somma da quel mostruoso futuro principe fatti, non meno che a lui autore di essi, a te imputati verranno, pur troppo: alla fama tua ne verrà minoramento grandissimo; al tuo stesso nome e memoria grand’odio: poichè potendo, per l’autorità a te affidata dagli Dei e dal rinascente genio della romana repubblica, restituir libertà, e togliere con efficaci leggi e con ingegnosi mezzi per sempre i tiranni, eseguito pure non l’hai. Chi perdonare può a Tito l’essersi lasciato succedere Domiziano? Gli era fratello: ma Roma gli era, o essere doveagli, più che figlia. Nol potè, nol volle forse egli spegnere, benché quello scellerato contro lui congiurasse: magnanimo in ciò era Tito, [p. 28 modifica]ma come privato, non come principe: che se le proprie ingiurie perdonar pur volea, possente ritegno alla inopportuna clemenza gli doveano essere tuttavia le tante e sì atroci ingiurie, che ben prevedea doversi poi fare alla desolata repubblica da Domiziano in possanza salito. Una fraterna inopportuna pietade era dunque cagione dell’ultimo e quasi intero eccidio di Roma. Felice te, o Trajano, che congiunti non hai! che figli, parenti, ogni più cara cosa, nella sola repubblica conti! Nessuna ingiustizia, nessuna crudeltà ti fa d’uopo per isgombrar questo soglio. Ciò che dal divino Nerva, non come parente suo, non come amico, non come laudatore, ma come ottimo fra i buoni, per l’avvedutissimo suo discernimento, ottenesti; tu rendere il puoi a chi spetta: tu, col cessare di comandare [p. 29 modifica]assolutamente ad uomini nati tuoi pari, incominciar potrai oggi a farti veramente, e per sempre, maggior di loro in chiarezza, in fama, in virtù. Nè dubitar tu potresti di non avere pur molto accresciuto il tuo lustro, e migliorato il tuo essere; poichè libero cittadino facendoti, tanto più in pregio, e la tua, e la nostra libertà ti dev’essere, quanto ne sarai stato tu stesso, tu solo, tu primo, il verace magnanimo creatore: e se in Roma non è spenta del tutto la memoria di Roma, ognun di noi sa, che libero, cittadino, e Romano, tre nomi sono, a cui nulla si agguaglia, nulla si aggiunge; e che al posseditore di essi l’odioso nome o possanza di re, infamia bensì e vergogna e pericoli e danni può procacciare, ma non gloria mai nè splendore. Quanto più a grado ti riuscirà la venerazione nostra, [p. 30 modifica]l’obbedienza, l’amore, la gratitudine, se tu pervieni a disgombrar la tua mente da quel funesto pensiero, che infino che l’assoluto comando tu serbi, dubitar sempre, e giustamente, ti lascia, se a te, o alla potenza tua, ossequio sì sterminato tributasi. Ad alta, ma a certa prova, tu metti e Roma, e te stesso.

Nè io, per consigliarti un così magnanimo atto, alcuna particolar gloria a me stesso procaccio; nè un atomo pure della tua ne detraggo. Il mio pensiero è il pensiero di tutti; l’ardirtelo esporre, non è del mio coraggio la prova, ma della virtù di Trajano sublime. Un principe, a cui si osa proporre di estirpar da radice il principato, assai apertamente e generosamente pur debbe essersi già manifestato aver egli di cittadino vero, e non di principe, l’animo. Tale tu [p. 31 modifica]sei, o egregio Trajano; tal ti mostrasti, ed in pubblico a Roma, ed a’ tuoi ben affetti, tra’ quali me non disdegni, in privato. Tuo primo, e solo, e più intenso desiderio egli è il far Roma felice, grande, tranquilla e sicura; ciò chiaramente, in una sola parola vuol dire, il farla per sempre libera. Interprete io a te dei tuoi stessi pensieri, non ti richieggo già di compiacere a noi tutti, ma di soddisfar pienamente a te stesso. Cagione dunque primiera di far sì grand’atto, parmi averti dimostrato chiaramente essere, non meno che la tua vera grandezza, la tua possanza e gloria. Nè già perchè io creda, che alla repubblica te stesso anteponessi tu mai, ti ho voluto assegnare per prima cagione l’utile privato tuo; ma per dimostrarti alla faccia di Roma, che tale e tanto è l’affetto che [p. 32 modifica]da essa acquistato nel governarla ti sei, che Roma nessuna felicità sua in conto alcuno terrebbe, se, prima che ad essa, vantaggio, grandezza, ed eterna fama ridondare non ne dovesse a Trajano.