Pensieri e discorsi/Una festa italica/VII - Il poeta dell'emigrazione

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Una festa italica - VI - Virgilio e Dante Una festa italica - VIII - Il poema dell'emigrazione
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VII.


Il poeta dell’emigrazione


O figlia della Parola, Italia, come il Dio fatto uomo! Noi dobbiamo religiosamente leggere i libri della buona novella italica, consultarli nelle dubbiezze e nelle traversie e nelle sventure nazionali. Vi troveremo sempre un conforto che ha del sopranaturale, accenni che sanno di vaticinio, consigli che sembrano della divinità. Gentili donne e cittadini di [p. 336 modifica]Mantova, voi avete inaugurato oggi una bandiera che significa un quarto di secolo speso da voi per l’italianità. Ma di tutto ciò che faceste, niente è più bello, più nobile, più sublime d’un librettino — oh! veramente umile e alto — che nel vostro anno vittorioso faceste e ora divulgate. Chi ispirò all’ignoto autore questo vademecum pio, minuto, insistente, sussurrato all’orecchio, singhiozzato, tutto bagnato di lagrime invano volute ribevere, tutto agitato da uno spasimo di dolore che si rivela soltanto col tremor del mento? Volete emigrare? Ecco le due prime parole: la domanda fatta con meraviglia accorata, che pur vuole nascondersi. Ma è una madre, una madre che parla ai suoi figli! ai suoi figli che devono, più che non vogliano, lasciarla! Chi, o anonimo compilatore, ti ha alitato nel cuore quest’anima di madre?1

Virgilio. Se colui che egli guidò, fu il poeta esule, il dolce padre fu il poeta dell’esilio. A capo della sua opera è il triste idillio del contadino che emigra:

Nos patriae fines...

Lasciate che ripeta le parole di Virgilio in latino: esse hanno il sacro della preghiera. Abbiatele a mente, o Italiani!

Nos patrie fines et dulcia linquimus arva.
Nos patriam fugimus...

[p. 337 modifica]Di quali parla il Profeta? emigranti di qual tempo? Si è detto pochi giorni sono: “Non è più l’emigrazione, è la fuga„ una “fuga silenziosa attraverso l’oceano e l’Europa„. Si è aggiunto: “Si direbbe che un imperioso si salvi chi può, spinga centinaia di migliaia d’italiani a staccarsi dalla madre patria... „2 In vero nel 1905 l’emigrazione rispetto a quella dell’anno precedente aumentò di 245,381 capi. Crescesse quest’anno nelle medesime proporzioni; quest’anno un milione di italiani fuggirebbe la patria: emigrerebbe l’Italia, non più gl’italiani! Nos patriam fugimus, potremmo dire, generalizzando veracemente.

Poco meno di duemila anni fa, Virgilio parlava di noi dolenti. Rappresentava il popolo come un povero uomo che si parava innanzi il suo gregge di capre, e una se la trascinava dietro, chè aveva allora allora figliato. Tanti altri, come quello, emigravano verso i quattro punti cardinali, verso l’Africa e la Scizia, verso l’Oaxe e la Britannia, in capo al mondo. D’ogni parte erano deserti i campi. “Io non canterò più„ esclama il popolo che emigra. E il poeta dell’esilio inalza per lui il canto di suprema dolcezza. Canta i campi della patria, i suoi alberi, le sue mandrie, le sue api. E quelle api il cui sussurro nella siepe a confine risuona col desiderio già del ritorno, desiderio così amaro in chi parte, quelle api per le quali egli aveva forse un domestico culto, devono nel suo pensiero richiamare gli esuli o [p. 338 modifica]raddolcirne l’esilio3. Egli canta l’amor della terra, la copia e bontà dei suoi prodotti, goduti da chi li procacciò col lavoro, canta le dolcezze delle feste e dei giochi e dei rialti campestri, quelle gite in città o al mercato con l’asinello carico di pomi, quelle veglie dandosi qualcosa da fare col fido pennato, mentre la moglie tesse cantando o schiuma il paiolo dove fa bollire le sue conserve, quel felice tepore della casa sua tra i suoi figlietti e presso la feconda campagna. Così canta colui che trasse la miglior parte della vita tra due sogni di rigenerazione umana; canta, ed ecco la schiavitù è cessata, è dileguata. Gli strumenti vocali, cioè gli schiavi, che coi semivocali come gli animali domestici e i muti come le zappe e gli aratri, costituivano per un romano gli strumenti coi quali si esercita l’agricoltura; gli strumenti vocali non esistono in Virgilio4. Ne ha egli inteso nel cuore palpitante di pietà la dolente voce, ben più triste del cigolìo del plaustro o del muglio dei bovi? Può essere: Virgilio è veramente un precursore. Dante ha ragione. Egli guidò lui e continua a andare innanzi a noi. Nelle sue campagne non sono nemmeno i mezzadri. Ci sono soltanto i piccoli possidenti, che godono in pace la mediocrità sufficiente del loro bene, lavorandolo da sè. E ciò non impedisce, anzi ciò fa che il Comune sia grande5. E il poeta celebra le grandi e belle città, i centri [p. 339 modifica]d’abitazione costruiti con grande fatica e artifizio sui monti scoscesi, e le ciclopiche mura, e i sicuri porti coi moli gettati nell’acqua, e le miniere di metalli, e sopra tutto i grandi uomini e semplici e forti e perseveranti. E dice, con un sentimento che ancor oggi ci scuote il cuore e inumidisce gli occhi, la sublime lode d’Italia, della terra di giustizia, d’uguaglianza, di pace: saturnia tellus; la lode in cui sono uniti, dalla divina ingenuità del fanciullo che vede l’eterno, i covoni di grano, i dogli di vino, i coppi d’olio, i canestri di frutta, i favi di miele — opes variae — e i difensori della patria. Perchè Virgilio, a quel punto, non concepisce la guerra se non a difesa, giustamente celebra il suo Cesare perchè ha allontanato dai colli di Roma il pericolo orientale già imminente. Eppure egli ha veduto le discordie, le persecuzioni, le stragi civili, ha veduto e vede tanti che cambiano con l’esilio la casa, alla cui soglia così dolcemente si torna tante volte al giorno, e che cercano una patria che giaccia sotto un altro sole! Anche il sole è un altro! L’emigrazione, voluta o no, è il grande continuo dolore del vostro Poeta!


Note

  1. L’autore di quel Vademecum umido di lagrime e bruciante di amor patrio non m’è più ignoto. È Clinio Cottafavi, segretario e anima del Comitato Mantovano... e ne sia lodato, o, meglio, ne sia amato, o, meglio ancora, imitato.
  2. La terribile parola e imagine (La fuga...) è del nobile giovane scrittore Luciano Magrini, in Rivista Repubblicana, 1 aprile 1906. Le altre di Guido Rubetti in La Vita Internazionale 20 aprile 1906.
  3. Secondo Donato, il padre di Virgilio e con altro e apibus curandis reculam auxit: accrebbe il patrimonietto del suocero con l’apicoltura. A Ostiglia fu in fiore, non so se ancora sia, non molto tempo addietro.
  4. Vedi in questo medesimo volume a pag. 24 sgg.
  5. Vedi più sopra a pag. 274.