Piano regolatore di Roma 1883 - Relazione/Storia del piano regolatore

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Cenni sulle vicende edilizie della Roma moderna Mandato della Commissione esaminatrice del piano regolatore
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Storia del piano regolatore della Città


Fu quella Commissione che pose le prime basi del piano regolatore; ma se furono i suoi membri ben presto d’accordo sulle massime generali del piano, si divisero poi quando si trattò di concretarne il disegno particolareggiato. Ed è naturale; imperocchè se non è difficile di determinare collegialmente i principii, ai quali si vuole informata un’opera per sua natura vasta e complessa, non è ugualmente facile il tradurli in progetto d’arte concreto, se non se ne affida il carico a pochi, e preferibilmente ad un solo. Si ebbe tuttavia un primo piano regolatore di massima dalla Commissione governativa, un secondo da una frazione della Commissione stessa, e contemporaneamente venivano presentati all’Amministrazione del Comune un terzo piano regolatore dall’ingegnere Mirotti, un quarto dall’architetto Paniconi. Il Consiglio comunale chiamato a deliberare intorno ai detti piani nominò il 3 giugno 1871 un’altra Commissione col mandato di esaminarli e di riferire sul merito e sulla preferenza da darsi ad uno di quei progetti. Essa componevasi dei signori ingegneri Giordano, Betocchi, Canevari e Ruspoli; trovò di che encomiare ogni disegno, giudicò più completo e preferibile quello della prima Commissione governativa, e suggerì nuove linee e sistemazioni da comprendere in un piano regolatore generale. E il Consiglio commise alla Giunta di compilare, con l’opera dell’ufficio tecnico municipale, un nuovo piano regolatore, il quale [p. 8 modifica]raccogliesse e coordinasse quanto di meglio e di più pratico era stato fino allora proposto nei progetti anteriori, tenendo anche conto delle idee manifestate dalle persone più competenti. Fu a tale effetto chiamato alla direzione speciale di questo studio e di questo piano il distinto ingegnere signor Alessandro Viviani, che aveva fatto parte della prima Commissione e che poco appresso fu nominato Direttore dell’ufficio d’arte municipale. Dopo qualche mese il piano generale di massima era approntato; la Giunta lo presentò al Consiglio, e fu da questo approvato nella seduta del 28 novembre 1871. Ma prima di sanzionarlo con una approvazione definitiva, e di decidersi a dargli effetto esecutivo nei modi voluti dalla legge 25 giugno 1865 sulle espropriazioni per causa di pubblica utilità, volle l’Amministrazione comunale che quel piano fosse esposto al pubblico, per raccoglierne le osservazioni e le critiche; e con notificazione del 13 gennaio 1872 si diè avviso che tutti potevano esaminarlo nell’aula massima capitolina. Si prese nota delle persone che intervennero, le quali furono in media 120 al giorno per 15 giorni consecutivi; in tutto circa 1800. Grandissima parte adunque dei proprietari e degli artisti ebbero esatta conoscenza delle generalità delle proposte, pel miglioramento ed ampliamento della città. Le obiezioni furono poche e parziali, tendenti in genere o ad evitare la distruzione di qualche stabile, o a tutelarne il valore in caso di espropriazione. Ad ogni modo fu fatto tesoro delle osservazioni private e di quelle del giornalismo, per apportare qualche perfezionamento, qualche correzione nel piano di massima. Nel frattempo si vennero man mano approvando non poche delle opere del piano stesso, [p. 9 modifica]poichè il bisogno di provvedere all’alloggio della ognora crescente popolazione si era fatto imperioso. Il 14 settembre 1871 il Consiglio approvò i disegni del Quartiere Esquilino; il 13 novembre dello stesso anno la sistemazione della Piazza di Santa Maria Maggiore e delle vie adiacenti; il 20 febbraio 1872 i piani del Castro Pretorio e del Viminale; il 20 marzo successivo quello del quartiere industriale al Testaccio; il 6 aprile dello stesso anno 1872 quello del Celio. Per i quartieri dell’Esquilino e del Castro Pretorio si domandò e si ebbe la dichiarazione di pubblica utilità; per quelli del Viminale e del Celio si fecero convenzioni coi proprietari, all’effetto di tracciare le vie e contrassegnare le aree di terreno fabbricabile; e tutti si trovano ora in stato di avanzata costruzione. Pel Testaccio si stipulò un contratto di concessione; ma il concessionario non essendo riuscito a costituire una società, si ristette da ogni operazione esecutiva. E finalmente nella seduta del 19 agosto 1872 fa approvato il progetto e il piano d’esecuzione del proseguimento della via Nazionale diretta alla Fontana di Trevi e alla Piazza di Sciarra; progetto pel quale si ottenne il diritto di espropriazione, e se ne cominciarono gli atti a forma di legge.

Erasi così pervenuti all’estate del 1873, e il piano di massima tradotto dal Direttore dell’ufficio tecnico in piano particolareggiato, comprendente le parziali approvazioni, e mantenendo intiero il concetto e le basi fondamentali del primo disegno, fu nuovamente presentate alla sanzione del Consiglio, il quale, prima di prendere una deliberazione definitiva intorno al grave argomento, nominò il 9 luglio 1873 una terza Commissione, che [p. 10 modifica]riuscì composta degli ingegneri Armellini, Cipolla, Gabet, Montiroli e Ruspoli, con incarico di esaminare nuovamente il piano ed altri dieci progetti, che da privati ingegneri erano stati nel frattempo esibiti all’Amministrazione municipale. Circa due mesi appresso quella Commissione pubblicò il suo rapporto colla data 3 settembre 1873. Essa concludeva che niuno dei progetti privati aveva qualità da renderlo, o preferibile al piano regolatore dell’ufficio, o da potersi con questo combinare. E in ordine al detto piano ne classificava le opere in tre categorie; la prima comprendente quelle che essa riteneva indispensabili; la seconda quello che qualificava relativamente utili; la terza quelle che considerava di lusso, od anche inutili: le opere delle due prime categorie opinava potessero costituire il piano definitivo, quelle della terza dovessero togliersi dal disegno. Nella relazione si leggevano le seguenti parole: «A raggiungere convenientemente l’importantissimo oggetto della classificazione, non vi voleva meno che avere sott’occhio un lavoro completo, com’è quello presentato dall’ufficio d’arte comunale; che studiato com’è in tutti i sensi, ed anche sotto quello dell’economia e del rispetto a quanto singolarmente abbellisce Roma, è degno di moltissimo elogio.» La discussione fu amplissima in quell’occasione, ed il Consiglio intiero invitato dal Sindaco tenne molte sedute preparatorie, nelle quali ogni parte fu presa in esame; si ascoltarono le obbiezioni e le opinioni di ciascuno, le spiegazioni dell’autore del piano e della Commissione, e furono presi accordi, che il Sindaco riassunse in una relazione a stampa, letta al Consiglio nella tornata del 6 ottobre 1873.

[p. 11 modifica]E il Consiglio in più sedute pubbliche rifece la discussione generale e particolareggiata sul piano regolatore; esaminò e respinse i reclami dei privati che erano pervenuti all’Amministrazione durante i 15 giorni, nei quali al principio del 1872 il piano di massima era stato esposto al pubblico; ed in adunanza 18 ottobre 1873 approvò il piano regolatore e di ampliamento, quale finalmente era stato presentato dall’ufficio, in parte ristretto o modificato d’accordo coll’ultima Commissione, e diè incarico al Sindaco di farlo approvare dal Governo come opera di pubblica utilità. Ma mentre si stavano approntando le copie dei disegni e degli allegati richiesti dai regolamenti a corredo delle domande per la sanzione legale del piano, taluno dei consiglieri municipali venne in tanto pensiero per lo stato economico del Comune, che non dubitò di proporre al Consiglio la sospensione generale non solo dei progetti approvati, ma anche dei grandi lavori incominciati, per esaminare in appresso quali fosse opportuno continuare, quali abbandonare. Il disavanzo nei bilanci dei primi anni, gl’impegni gravi assunti per straordinari lavori edilizi, il prestito già contratto ed insufficiente, avevano reso manifesto che senza il concorso del Governo, la città non avrebbe potuto, colle proprie forze, sopperire alle esigenze della sua nuova posizione; e che non potevasi pretendere dal Comune di Roma lo eseguimento di una mole di opere, le quali in gran parte si domandavano a comodo e decoro della capitale dell’intiera nazione. Lo che rende ragione del come e del perchè il Consiglio, tornando sui propri passi, approvò la proposta sospensione; tanto più che allora nè si era fatta alcuna pratica per ottenere [p. 12 modifica]un concorso nelle spese, nè forse si sperava di ottenerlo. Si decise pertanto di continuare solamente i lavori dei nuovi quartieri nell’altipiano, e di collegarli alla città colla prosecuzione della via Nazionale, ponendo per intanto in disparte i progetti per apertura di altre grandi strade, e per impianto di altri quartieri.

E poichè, secondo il piano regolatore, via Nazionale avrebbe dovuto sboccare in Piazza di Sciarra e continuare fino alla Piazza del Pantheon, e via Cavour collegarsi a Piazza di Venezia, il Consiglio, abbandonato questo concetto, determinò che via Nazionale dovesse invece volgere a Piazza di Venezia, e di soprassedere ad ogni nuovo lavoro. Così il piano regolatore, studiato indefessamente e con amore, condotto innanzi attraverso gli esami od i giudizii delle Commissioni che si succedettero una all’altra, uscito vittorioso dal cimento della pubblica discussione, dovè rimanere nell’archivio dell’ufficio tecnico fino al momento presente. Tuttavia il proposito di desistere da nuove grandi opere non si potè in modo assoluto mantenere; ed incalzando i bisogni, non solo si proseguì nei lavori per i nuovi quartieri dell’altipiano, e si continuò la via Nazionale collo sbocco a Piazza di Venezia, ma a poco a poco si intrapresero altri lavori, o per provvedere alla viabilità prendendo occasione dalle ricostruzioni di alcuni stabili privati, o per la fognatura e il bonificamento del sottosuolo, o per il comodo e il decoro della città. Citiamo ad esempio gli allargamenti delle vie del Corallo, di Piè di Marmo, della Gatta, delle Convertite, di alcuni tratti della via Venti Settembre, di Piazza della Minerva, della via Tiburtina fino al Cimitero, concorrendo [p. 13 modifica]alle spese dell’opera provinciale; le sistemazioni della via Baccina e degli Zingari, delle vie di San Vitale, Panico, Borgo Nuovo e dei Piazzali di Termini; il prolungamento dello stradone Principe Eugenio fino alla Porta Maggiore; il fognone per lo scolo delle acque del Colosseo; il tratto di collettore alto a sud del Colosseo stesso; la costruzione di un serbatoio di 1000 metri cubi d’acqua; il collocamento di una prima rete di condotture per l’inaffiamento degli alti quartieri; la nuova scuola all’Esquilino; il mercato del pesce; l’allargamento di Ponte Sisto; l’apertura di fornici laterali alla Porta Flaminia; il cavalcavia di S. Bibiana, il palazzo che si sta costruendo per l’Esposizione di Belle Arti, ecc. Delle opere principali eseguite dal 1870 al 1881 noi daremo in fine di questa relazione un elenco, che ne dimostra l’importanza e la spesa. Inoltre si fece approvare, come opera di pubblica utilità, lo stralcio del piano regolatore per i versanti dei colli Quirinale e Viminale; e dal Consiglio furono approvati altri stralci del piano stesso, cioè il proseguimento di via Cavour fino alla via Alessandrina, e di via Nazionale fino a S. Pantaleo, con animo di domandarne la dichiarazione di pubblica utilità anche nel caso, in cui non si fosse conclusa col Governo la convenzione pel Concorso alle opere della capitale. Se però il Comune costretto dalla forza delle cose a recedere dal riserbo, che erasi imposto in ordine alle nuove costruzioni edilizie, sobbarcavasi a nuove spese, sproporzionate in tutto alle sue risorse, non ometteva contemporaneamente di rappresentare alle autorità dello Stato, che le condizioni delle finanze municipali non avrebbero consentito di continuare nella vasta impresa; [p. 14 modifica]e che il Governo avrebbe dovuto soccorrere moralmente e materialmente la trasformazione edilizia della città, che d’un tratto era divenuta centro politico della nazione italiana. Questa idea a poco a poco divenne generale; la giustizia e la necessità del concorso governativo non furono più messe in dubbio; le varie Amministrazioni, che si succedettero nel Comune di Roma, ne trattarono col Ministero le condizioni; il Parlamento ed il Senato le sanzionarono; e finalmente fu pubblicata la legge 14 maggio 1881, sul concorso dello Stato nelle opere edilizie e di ampliamento della capitale del regno.