Piccolo mondo moderno/Capitolo terzo. Eclissi/II

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Capitolo terzo
Eclissi
II

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II.

I consiglieri invitati vennero alla spicciolata e in ritardo. Alle quattro e un quarto erano sette. L’uomo acido e l’uomo amaro, membri essi pure del Consiglio e della maggioranza, cominciarono a borbottare insopportabilmente. L’acido masticava, colla sua mutria sepolcrale, giaculatorie corrosive, senza guardare in faccia nessuno. “Brava zente! Un gusto mato! Magnaremo i risi longhi un mia!„ L’amaro lo accompagnava con un pizzicato di contrabbasso: “Porcarie, porcarie„. Il consigliere Quaiotto, venuto il primo, pareva pure impaziente, guardava spesso nella via. Gli altri, scambiate abbondanti cerimonie con il dottor Záupa e fra loro, fatti tranquilli circa la preziosa salute della mamma Záupa, della sposa Záupa e dei marmocchi Záupa, lodato sommessamente, timidamente, il meraviglioso aspetto giovanile dei canapè, delle seggiole e delle poltrone, evocate con rispetto le ombre congiuntevi degli Záupa preistorici, cantata in coro la gran bontà delle stoffe antiche, non sapevano più che dire. Matìo chiese con qualche trepidazione all’uomo acido se intendesse di assistere all’eclissi totale di luna ch’era atteso nella notte prossima e n’ebbe un [p. 134 modifica]rabbuffo. “Benedeto! No la vede che nuvole?„ Per fortuna capitarono in breve altri otto consiglieri. Matìo sedette, tossì, aperse la seduta, cominciò a spiegare, con una faccia compunta il perchè di quella riunione straordinaria in casa sua. Tutte le altre faccie diventarono pure compunte, tutti gli occhi si abbassarono a guardar i piedi di loro particolare conoscenza, meno quelli dell’uomo acido che fissavano l’oratore con una espressione pregiudiziale, nelle grigie loro nebbie, di mediocre stima.

L’oratore fece con garbo un discorsetto diplomatico. Tutti sapevano che la riunione si teneva per intendersi sul quid agendum rispetto al sindaco e quasi tutti erano venuti a malincuore, col presentimento di non saper trovare una buona uscita dall’impiccio doloroso. Il solo consigliere Quaiotto, piccolo proprietario del suburbio, uno fra i più ardenti, turbolenti ed eloquenti del partito, era venuto con la testa piena di accuse d’ogni maniera e di propositi feroci, con la risoluzione di far votare un formidabile ultimatum. Il mite Záupa propenso in cuor suo alle opinioni del Soldini, cominciò a dire che certi dissensi fra la maggioranza e il suo capo naturale, il sindaco, circa certe questioni amministrative gravi, avevano consigliato una riunione quasi plenaria della maggioranza stessa [p. 135 modifica]senza l’intervento del sindaco stesso, per trattare dei dissensi...

“... stessi„, mormorò l’uomo acido. Ma Záupa, dopo averci pensato un poco, disse invece: “medesimi„.

L’uditorio parve sorpreso. Coloro che avevano preparato la riunione insieme a Záupa s’interrogarono con gli occhi. Matìo si guardò in giro e ripetè più forte, con intenzione: “sui dissensi medesimi„. Il consigliere Quaiotto che si era venuto agitando sulla sedia e aveva pure scambiato a destra e a sinistra occhiate di malcontento, disse non tanto sotto voce: “Ma cosa?„ Gli altri, incominciando a capire l’idea di Matìo, contenti di non avere a toccare il tasto scottante, zittirono Quaiotto. Matìo proseguì. Nella sua qualità di membro della Giunta espose con dispiacere “i medesimi„. Appena migliorati gli stipendi degli spazzini eran venute istanze delle guardie di città, degli uscieri municipali, degli insegnanti delle scuole suburbane. Circa i desideri di questi ultimi il sindaco aveva fatto in Consiglio dichiarazioni compromettenti e, Záupa lo diceva con rincrescimento, non autorizzate. Ora conveniva troncare subito, fosse pure con rammarico, un movimento che dagli spazzini minacciava di propagarsi fino al segretario capo e che metteva a repentaglio la salute [p. 136 modifica]del bilancio. Conveniva salvare il bilancio a ogni costo e passare all’ordine del giorno su tutte le istanze presentate. Záupa riteneva che gli assessori suoi colleghi non avrebbero avuto difficoltà di far conoscere all’onorevole sindaco Maironi, con dolore, ma nettamente assai, la loro volontà incrollabile, arrivando sino all’offerta delle dimissioni. Capiva bene che questo era quasi un costringere il sindaco a offrire le proprie, ma era pure, lo dichiarava con cordoglio, una imprescindibile necessità. Aveva creduto di esporre così l’opinione propria, modestamente, pronto, del resto ad accettare...

“Con disperazione„, suggerì piano l’uomo acido.

“... con ossequio„, disse Záupa, “la volontà dei colleghi„.

La piccola assemblea, sulle prime, rimase muta. Poi cominciarono alcuni bisbigli intorno a Quaiotto e si udì costui dire: “o siamo in famiglia o non siamo in famiglia!„ Evidentemente i vicini gli bisbigliavano dei calmanti. Záupa lo guardò, allargò le braccia in un silenzioso dominus vobiscum scattando indietro con il collo, per significare che al fine voluto da Quaiotto si arrivava lo stesso. Ma Quaiotto bolliva sempre più forte, ribatteva a destra e a sinistra i bisbigli degli amici, scotendo loro le [p. 137 modifica]mani sul viso perchè gli amici pure si accaloravano. Come in un fascio di sarmenti imposto a coperte brage il calore si propaga con lento lavoro fino a che vi brillan sotto due, tre, quattro punti roventi e il fascio si slaccia, vi spesseggiano le faville, le fumarole, tutto vi bisbiglia, cigola, crepita, e se qualche spettatore impaziente vi accosta un fiammifero acceso, subito ne saetta ruggente la vampa acuta, così rumoreggiando quel gruppo inquieto, e avendovi l’uomo acido, pensoso della minestra, gittato il suo fiammifero acceso “o dentro o fora!„, Quaiotto scattò: “Domando la parola!„

Parlò con l’onda di grossa facondia che la Provvidenza versa nelle teste più vuote di ciascun partito politico estremo per cavarne salutare frutto di spropositi. Disse che nel Consiglio Comunale si poteva rappresentare una commedia ma che in una riunione privata ciò gli pareva fuor di luogo. Soggiunse, chiedendone scusa all’egregio dottor Záupa, che neppure la scena della commedia gli pareva scelta bene. Dimostrò che respingere con un voto di massima tutte le istanze per aumento di stipendi era impolitico e che sarebbe minor errore, in fin de’ conti, aumentar lo stipendio anche al segretario capo.

“Pulito!„ brontolò l’uomo acido, mentre altri esclamava: “E il bilancio? E il bilancio?„ [p. 138 modifica]Quaiotto raccolse, per disgrazia, l’interruzione. Cos’erano cinque, sei, ottomila lire per un bilancio di milioni? Fino a che il pallone della sua rettorica aveva navigato le nubi i colleghi erano stati a guardarlo col naso all’aria, ma quando toccò terra, e s’impigliò fra le cifre, gli corsero, come avviene agli aeronauti, tutti addosso. In fondo la maggioranza della maggioranza, gente pacifica, più penetrata di un malinteso dovere religioso che di passione politica, fedele anche nell’azione pubblica alle vecchie tradizioni delle buone creanze private, subiva il demagogo Quaiotto ma non lo amava. Fu un subisso di proteste. Che cinque! Che sei! Che otto! Quaiotto si voltò inferocito sfidando l’assemblea. Due o tre colleghi, i finanzieri del partito, gli tennero testa. Gli altri si sfogarono fra loro contro le violenze di colui che minacciava di guastar le uova tanto bene accomodate nel paniere del dottor Záupa. E poichè Quaiotto e i suoi contraddittori disputavano in piedi con un baccano del diavolo, si fecero essi pure addosso allo smarrito presidente, gli predicarono di tener duro, duro, duro, di non permettere che si parlasse di scandali privati. L’uomo acido porse un orecchio nel gruppo. “Benon!„ diss’egli ritraendosi. “Il sindaco rompe e i pori cani dei impiegati paga„. Intanto Quaiotto e i suoi [p. 139 modifica]avversari si gittavano manciate di cifre negli occhi. “Carta e penna!„ gridò uno dei contendenti. “Dottor Záupa, carta e penna, La prego!„ Záupa, attorniato, intontito dagli altri, non udiva. Il demagogo esclamò: “Qua mi! qua mi!„ E diede senz’altro una strappata di campanello. “Un foglio di carta, un calamaio e una penna!„ diss’egli al donnone, appena comparve. Ma il donnone si fece avanti rosso rosso, recando sulle mani sporte come un vassoio le brache piegate in quattro, cercando il padrone con gli occhi attoniti.

“Signori! Signori!„ gridò Quaiotto, trionfalmente. “Zitti tutti! La provvidenza! Adesso c’intendiamo subito! Domando la parola!„ E intanto pigliò le brache. Tutti si voltarono a lui, porsero il naso verso l’oggetto misterioso. “Cossa? Braghe? un par de braghe?„ I più non sapevano, non intendevano, guardavano le brache, sbalorditi. Qualcuno che sapeva, sorrise, crollando il capo. L’uomo acido domandò sottovoce al suo vicino: “Xele le braghe dela vecia Záupa?„ Quaiotto, spiegata e scossa la sua preda con manifesta compiacenza, insisteva: “Domando la parola! Domando la parola! Domando la parola!„ mentre Záupa faceva dei gesti severi al donnone, il quale rispondeva con gesti apologetici, mostrando il campanello. Finalmente la serva se n’andò e Quaiotto ebbe la parola. [p. 140 modifica]“Signori„, diss’egli, “se la comparsa di queste... di questi... di questo, dirò così, indumento vi pare strana e ridicola, sappiate che il colpevole sono io. L’ho mandato io al nostro egregio presidente e me ne felicito, signori. Quando si tratta del bene pubblico e del trionfo dei nostri principî, delle nostre opinioni, non vi sono argomenti ridicoli. Questo oggetto di vestiario ha una storia incredibile ma vera. Ha una storia dico: e questa storia...„

“E dài!„ sussurrò l’uomo acido.

“... questa storia io la racconterò adesso per vostra edificazione e perchè, siccome capisco che voi, egregi colleghi, per un sentimento di squisita delicatezza...„

L’uomo acido borbottò più forte: “A proposito de comedie!„.

L’oratore seccato, lo apostrofò. “Cossa gala, ela? La faccia la grazia de tasere, la faccia„.

L’uomo acido storse la bocca, gli occhi, le sopracciglia, le rughe gialle delle guancie e della fronte nelle più contraddittorie e assurde direzioni, ma non ribattè sillaba.

“Siccome capisco„, riprese Quaiotto, “che voi, egregi colleghi, siete alieni, per un sentimento di squisita delicatezza, dall’occuparvi di spinose faccende private, il mio racconto vi suggerirà un [p. 141 modifica]modo di uscire dalle presenti difficoltà senza toccare quelle faccende, e anche senza sacrificar gli interessi di tanti fedeli e miseri servitori del nostro Comune„.

Qui molti esclamarono: “A pian! A pian! A pian!„ L’oratore non se ne diede per inteso e continuò:

“Voi sapete che recentemente fu nominato inserviente della Biblioteca il figlio di quel Pomato detto Çeóla, socialista, forse anarchico, ch’è giardiniere di una certa casa dove l’illustrissimo signor sindaco pratica molto„.

Il dottor Záupa diventò rosso e tossì.

“Non abbia paura, signor presidente! Mi fermo a tempo. La Giunta avrà nominato il signor Ricciotti Çeóla per far piacere all’illustrissimo signor sindaco, ma ha fatto male, diciamola. Bastava il nome Ricciotti per capirlo. Dunque il signor Ricciotti, appena nominato, si presenta al bibliotecario, e il bibliotecario lo manda dall’economo municipale per il vestito. Il signor Ricciotti va dall’economo e si fa mostrare il vestito. Appena veduti i calzoni filettati di rosso, protesta che non vuole uniformi. L’economo invece di fare il proprio dovere e mandarlo al diavolo...„

Alcuni consiglieri pii grugnirono.

“Bene, dirò così: invece di mandarlo da suo [p. 142 modifica]padre, l’economo gli dice che parlerà coll’assessore. L’assessore, ch’è il nostro egregio presidente qui, persona gentile, persona benigna quanto mai, propone alla Giunta di cambiare la filettatura rossa in una filettatura blù. I calzoni sono neri. La Giunta approva„.

Matìo assentì del capo, sorridendo modestamente.

“Adesso vi prego, signori, di guardare la filettatura e di giudicare„.

Quaiotto posò i calzoni sul tavolo, davanti a sè.

“Vi prego di dirmi se il filo potrebbe essere più invisibile, se il blù scuro non si confonde col nero!„

Záupa sorrise ancora e crollò il capo come scotendo da sè un alloro ideale che il collega gli avesse offerto per la sua fine trovata.

“Invece„, proseguì Quaiotto, “il signor Çeóla, richiamato dall’economo, gli dichiarò che i suoi principî gli vietavano di accettare il blù come il rosso e fece poi la stessa dichiarazione anche al bibliotecario...„

“Il quale„, interruppe un consigliere informato, pescando con due dita nella tabacchiera e sorridendo al tabacco, “ga risposto: — E lu el se dimeta. — Mi no — dise el toso. — Ben — dise el bibliotecario — e lu el vegna senza braghe„. [p. 143 modifica]“Benissimo!„ riprese Quaiotto. “Il signor bibliotecario, persona intelligente, persona dotta, persona pratica del mondo, avrà risposto come avrà creduto meglio. Adesso state attenti. Il signor Çeóla va da un consigliere liberale, liberalissimo, che lo protegge. Non faccio nomi ma la cosa è certa. Il nostro collega liberale, appena udito il suo racconto, lo abbraccia, gli fa gran complimenti sulla sua nobiltà e fierezza, lo incoraggia a tener duro, va dal bibliotecario, lo investe, gli tira fuori il Medio Evo, gl’ideali moderni, il filo blù che poi diventerà rosso per la vergogna e persino l’uguaglianza cristiana. Lo dico perchè stavo leggendo nella stanza vicina„ (“Cossa!„ mormorò l’uomo acido. “La vita de Bertoldo?„) “... e ho udito colle mie orecchie„.

Qualcuno domandò che avesse risposto il bibliotecario al collega liberale.

“Il bibliotecario? Prima ha risposto: a me la conta? Vada al Municipio. — E poi ha detto: li ha visti, Lei, questi calzoni? E il nostro signor collega talentone ha dovuto confessare di no. Non si è però dato per vinto. Al Municipio, s’intende bene, non ebbe il muso di presentarsi. Doveva andare dal signor commendatore Prefetto per affari della provincia, insieme a un senatore e a due deputati. Non faccio nomi. Sbrigati gli affari [p. 144 modifica]della provincia si fa un po’ di conversazione e il nostro collega... scherzando... mettendo quasi la cosa in ridicolo... vien fuori con l’affare dei calzoni„.

Qui l’uomo acido, desideroso di una rivincita, esclamò: “come fala a saverlo?„

“Come faccio a saperlo?„ rispose Quaiotto sdegnosamente. “Lo so perchè lo so. E la prego di credere che quel che so lo so„.

“Bravo!„ fece l’uomo acido. Il suo vicino gli disse sotto voce che l’usciere di prefettura Martinato era fratello del gastaldo di Quaiotto.

Questi continuò:

“Tanto il senatore quanto i deputati ci mettono pure le loro risatine. L’illustrissimo signor Prefetto la piglia sullo stesso tono. Scherzano, ridono tutti e cinque. Non credo che il signor Ricciotti Çeóla sarebbe stato contento dei loro discorsi, se avesse origliato all’uscio; ma intanto l’illustrissimo signor Prefetto si assume di parlarne all’illustrissimo signor sindaco. Infatti il giorno dopo, ier l’altro, Prefetto e sindaco si trovano insieme in quella tale casa, si parlano, scherzano, ridono. Voi non lo crederete: ieri Çeóla si presenta in biblioteca con una lettera del signor sindaco che lo dispensa dall’uniforme. Il nostro dottor Záupa non ne sa niente, nessuno della Giunta ne sa niente, Çeóla trionfa di [p. 145 modifica]tutto e di tutti, e i calzoni che dovrebbero prestar servizio in Biblioteca, eccoli qua!„

L’oratore, temendo che si sorridesse, temendo che lo sdegno dell’uditorio non riuscisse adeguato al suo desiderio e al misfatto del sindaco, balzò in piedi, e gesticolando, declamando come un barbiere in tragedia, esclamò:

“Signori! Questo atto del signor sindaco, non esito a dirlo, è inqualificabile. Questo atto è un insulto alla Giunta, un insulto al bibliotecario, un insulto alle tradizioni dell’amministrazione comunale, un insulto ai nostri principî, alle nostre opinioni. Pare un piccolo fatto, signori, ma invece è un fatto grande, come sarebbe un fatto grande la prima piccola goccia che in questo istante filtrasse dal fiume sotto le fondamenta dell’onesta casa dove siamo raccolti„.

Il dottor Záupa alzò di scatto le sopracciglia fino ai capelli. L’altro riprese:

“È necessario che questo atto del sindaco venga revocato! È per noi questione di dignità, questione di onore. È necessario che una deliberazione della Giunta stessa e, se occorre, del Consiglio medesimo, tolga la concessione inconsulta. È necessario!„.

Quaiotto, avendo concepito il disegno di assistere la propria eloquenza con un pugno di gran [p. 146 modifica]suono sul tavolo, spinse con la sinistra i calzoni da banda e con la destra menò il pugno, mentre i suoi vicini gli gridavano “Ocio! Ocio!„ e un cestellino di porcellana dorata, spinto da una bomboniera, spinta da un album, spinto dalle brache del Municipio, capitombolava nell’abisso. “Oh Dio, la mamma!’ pensò Matìo nel cuore mentre la bocca diceva: “gnente, gnente, gnente!„ E si precipitò col desolato Quaiotto, con i colleghi più agili, a raccogliere gli sparsi cocci dorati. Quattro schiene tumultuavano sotto il tavolo: quella del buon Matìo che ripeteva “gnente, gnente, gnente„ quella di Quaiotto che gemeva “per carità, per carità, per carità!„ e altre due schiene ricche di buone speranze nella risurrezione artificiale del cestellino. Gli undici personaggi seduti, intenti, con le mani sulle ginocchia, alle quattro schiene e ai cocci brillanti, dirigevano il lavoro. — Quaiotto, a dritta! — Dòtor, a sinistra! — Più in qua! — Più in là! — L’uomo acido, dato di gomito all’uomo amaro e poi a un altro vicino, mostrava loro con un sorriso giallo la testa e il seno della donnetta di porcellana che uscivano dalla tasca posteriore sinistra dell’abito di Matìo. Inutilmente il donnone ricomparso sulla soglia con una lettera in mano chiamò tre volte, guardando stupefatta quella baraonda: “Siòr paron! Siòr paron! Siòr paron!„ [p. 147 modifica]Matìo non udì che la quarta chiamata. Cosa c’era adesso? Una lettera di gran premura, mandata dal signor sindaco.

Il presidente dell’adunanza uscì rosso rosso di sotto il tavolo, prese la lettera, l’aperse, mise una esclamazione, dedicò un nuovo omaggio mentale alla finezza dello smilzo abate, chiamò a due mani i colleghi a sè e lesse ad alta voce:

Egregio signore,

Apprendo che i consiglieri della maggioranza si riuniscono quest’oggi in casa Sua per trattare di affari del Comune. Non invitato alla riunione, giudico, senza sorpresa e senza il menomo rammarico, che la maggioranza desideri troncare i suoi legami con il capo dell’Amministrazione comunale. Risolvo perciò di rassegnare immediatamente le mie dimissioni al R. Prefetto e ne do comunicazione a Lei, assessore anziano, avvertendola che non rimetterò piede in ufficio.

Gradisca, egregio signore, i sentimenti della mia personale osservanza.

Devotissimo

P. Maironi.

“Evviva!„ gridò Quaiotto. “Eclissi del sindaco!„ E tutte le faccie s’illuminarono, meno [p. 148 modifica]quella dell’uomo acido. “S’el mandava la so ciacierata un’ora prima„, diss’egli scendendo le scale, “no me tocaria de magnar i risi longhi e no gavaria le scarsèle piene de braghe„. “E io Le dico„, gridò su Quaiotto dal fondo della scala, “che ho le tasche piene dei suoi brontolamenti!„ L’uomo acido storse la bocca, gli occhi, le sopracciglia, le rughe gialle delle guancie e della fronte, forse anche gli orecchi, ma non ribattè sillaba. Gli altri non facevano che parlare a lingua sciolta degli amori del sindaco e la scala era piena di tutto che nel salotto si era faticosamente taciuto. — E cossa dise la marchesa? — Povareta, la xe un spetro. — E el marchese? — El se adata. — Ma sémoi proprio a sto punto? — Mi digo de sì. — Mi digo de no. — Disela de no? I dise de sì. — Le stesse cose si erano bisbigliate sulle scale, più sommessamente, prima della seduta, fra i consiglieri che s’incontrarono a salirla insieme. Così entrano bisbigliando in un cavo montano rivoletti che lo empiono di acque silenziose e queste poi traboccando insieme a valle ripigliano le chiacchiere con maggior voce.