Poemi conviviali/Il poeta degli Iloti/II La notte

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Il poeta degli Iloti

La notte

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II


la notte



     E sul lor capo era l’opaca notte
piena di stelle. E risplendea nel cielo
l’Orsa minore, che accennò qual fosse
la vera strada, né però dall’alto
la rischiarava, colaggiù, nell’ombra.
E l’uomo allora e presso lui lo schiavo
sostarono nel bosco ove in un giogo
s’allargava assai piana una radura,
donde era meglio preveder le fiere,
se alcuna v’era che traesse al fiuto.
E poi lo schiavo conficcò nel suolo
il suo bastone, e presso quello il ramo
di sacro lauro, del cantore, e sopra
la sua schiavina sciorinò, che fosse
schermo dal lato onde veniva il freddo.
E disse: «O padre, bene io so le notti
gelide, e il sonno sotto la rugiada.
Ma è ben tardi perché tu l’impari.»

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     Ma allo schiavo il pio cantor rispose:
«Ospite caro, basta ch’io ricordi.
Ero fanciullo ed imparai le notti
gelide e il sonno sotto la rugiada.
Ché da fanciullo pascolai la greggia,
reggendo in mano la ricurva verga
del pecoraio, non lo scettro, ramo
di sacro alloro che, senz’altro squillo
d’arguta cetra, colma a me di canto,
come alle genti di silenzio, il cuore.
Mio padre ad Ascra dall’eolia Cyme
venne, fuggendo, non la copia e gli agi,
sì la cattiva povertà; che venne,
tanto l’amava, su la nave anch’ella,
né più si stolse e poi restò col figlio.
E io badai le pecore sui greppi
dell’Elicone, il grande monte e bello,
e le notti passai su la montagna.

     E in una notte come questa... il sonno
non mi voleva. Ché splendean le stelle
tutte nel cielo, e fresche del lavacro
veniano su le Pleiadi che al campo
lascian l’aratro e trovano la falce.
E insonne udivo uno stormir di selve,
un correr d’acque, un mormorio di fonti.
E s’esalava un infinito odore
dai molli prati, e tutto era silenzio,
e tutto voce; ed era tutto un canto.
Ed ecco tutto io mi sentii dischiuso
all’universo, che d’un tratto invase
l’essere mio; né così lieve un sogno
entra nell’occhio nostro benché chiuso.
E tutto allora in me trovai, che prima

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fuori appariva, e in me trovai quel canto,
che si frangea nell’anima serena
piena, nell’alta opacità, di stelle.

     E quel canto parlava della Terra
dall’ampio petto, che, infelice madre,
nell’evo primo non facea che mostri,
orrendi enormi, e li tenea nascosti
in sé, perché non li vedesse il Cielo.
E lei guardava coi mille occhi il Cielo,
molto in sospetto, ché l’udia sovente
gemere e la vedea scotersi tutta
per la strettura; e venir fumo fuori
nel giorno, e fiamme nella nera notte.
Al fin la Terra spinse fuor d’un tratto
la grande prole; e con un grande sbalzo
sorsero i monti dalle cento teste,
e d’ogni testa usciva il fumo e il fuoco,
che tolse il giorno e insanguinò la notte.
E non era che notte, risonante
di strida, rugghi, sibili, latrati,
e già non altro si vedea, che i mostri
lambersi il fuoco con le lingue nere.

     E i mostri urlando massi ardenti al Cielo
avventarono; e il Cielo, arso dall’ira,
spezzò le stelle e ne scagliò le scheggie
contro la Terra, e in una notte d’anni
tra Cielo e Terra risonò la rissa.
Qua mille braccia si tendean nell’ombra
coi massi accesi, e mille urli ad un tempo
uscìan con essi; ma dall’alto gli astri
pioveano muti con un guizzo d’oro.

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E il masso a volte si spezzò nell’astro.
E sfavillante un polverìo si sparse
nel nero spazio, come la corolla
d’un fior di luce, che per un momento
illuminò gli attoniti giganti,
e il mare immenso che ondeggiava al buio,
e in terra e in aria rettili deformi,
nottole enormi; e qualche viso irsuto
di scimmia intento ad esplorar da un antro.

      E poi fu pace. Ed ecco uscì dall’antro
il bruto simo, e nella gran maceria,
dove sono i rottami anche del Cielo,
frugò raspò scavò, come fa il cane
senza padrone, ove si spense un rogo.
E fruga ancora e raspa ancora e scava
ancora. Ma dal Cielo ora alla Terra
sorride il sole e piange pia la nube.
È pace. Pur la Terra anco ricorda
l’antica lotta, e gitta fuoco, e trema.
E al Cielo torna l’ira antica, e scaglia
folgori a lei con subito rimbombo.
È pace sì, ma l’infelice Terra
è sol felice, quando ignara dorme;
e il Cielo azzurro sopra lei si stende
con le sue luci, e vuol destarla e svuole,
e l’accarezza col guizzar di qualche
stella cadente, che però non cade.

     Come ora. E sol com’ora anco è felice
l’uomo infelice; s’egli dorme, o guarda:
quando guarda e non vede altro che stelle,
quando ascolta e non ode altro che un canto».

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Così parlava, e dolce sorse un canto:
sul rumor delle foglie e delle fonti,
un dolce canto pieno di querele
e di domande, un nuvolo di strilli
cadente in un singulto grave, un grave
gemere che finiva in un tripudio.
E il buon Ascreo diceva: «Ecco, fu tolto
il sonno, tutto al querulo usignolo
che così piange per la notte intiera,
né sotto l’ala mai nasconde il capo;
ma solo mezzo, a quella cui la sera
gemere ascolta e riascolta l’alba.
Miseri! e un solo è il lor dolore, e forse
l’uno non ode mai dell’altro il pianto!»

     E lo schiavo diceva: «Oh! non è pianto
questo né l’altro. Ma la casereccia
rondine ha molti i figli e le faccende,
e sa che l’alba è un terzo di giornata;
e dolce a quegli che operò nel giorno,
viene la sera, e lieto suona il canto
dopo il lavoro. E l’usignol gorgheggia
tutta la notte né vuol prender sonno...
ch’egli non vuole seppellir nel sonno,
avere in vano dentro sé non vuole
un solo trillo di quel suo dolce inno!»
Così parlava. E sorse aurea la luna
dalla montagna, ed insegnò la strada
al buon Ascreo, che mosse con lo schiavo.
A mano a mano lo accoglieva il canto
degli usignoli, fin che su l’aurora
gli annunzïò ch’era vicino un tetto,
una garrula rondine in faccende.

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     E poi giunsero al monte alto e divino,
a un tempio ermo tra i boschi. E il pio cantore
disse allo schiavo: «Ospite amico, è questo
il luogo dove pasturai fanciullo
il gregge, e dove appresi il canto, e dove
cantai la rissa tra la Terra e il Cielo.
Ma poi mi piacque, non cantare il vero,
sì la menzogna che somiglia al vero.
Ora il lavoro canterò, né curo
ch’io sembri ai re l’Aedo degli schiavi».

     Disse: e nel tempio solitario appese
il bello ansato tripode di bronzo.