Politici e moralisti del Seicento/Nota/I. - Famiano Strada

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I. - Famiano Strada

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Nota Nota - II. - Ludovico Zuccolo

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I

FAMIANO STRADA

Una silloge dei piú importanti scrittori di politica e di morale scelti tra i minori del Seicento non poteva a meno di aprirsi con le due prolusiones in cui lo Strada, di fronte al nascente pensiero storico e politico dell’etá moderna, codificava l’antitacitismo del movimento gesuitico.

L’autore, che era nato a Roma nel 1572 ed era stato discepolo di Orazio Tursellino e di Francesco Benci, insegnò retorica per quindici anni nel Collegio Romano della Compagnia di Gesú: e in tale ufficio ebbe a recitare via via le sue Prolusiones academicae, che comparvero riunite in volume, con altri saggi retorici, la prima volta a Roma nel 1617 (in-4; il titolo era, piú esattamente: Prolusiones et paradigmata eloquentiae). Sotto il titolo definitivo, e rivedute dall’autore, le Prolusiones furono poi ristampate nel 1627 a Lione (sumpt. Jacobi Cardon et Petri Cavellat: in-16, pp. 10 + 420 + 33), con ricchi indici delle cose e dei nomi, quali si convenivano a un testo cosí caratteristico della nuova eloquenza gesuitica, concettosa e fiorita e pronta a coprire i suoi vacui con una ricca versatilitá, di cui lo Strada medesimo fu anche tra i primi teorizzatori1. [p. 288 modifica]

Si può avere del resto un’idea dei campi per cui tale eloquenza amava spaziare, e del suo vivace interesse (se anche negativo molte volte nei risultati) per i problemi del tempo, — esaminando l’indice dei due libri di prolusioni, che qui non sará fuor di luogo riferire.

Lib. I, prol. 1: An proprium sit oratoris protestare solum memoria: reliquis autem ornamentis animi, praesertim intellegentiae acumine atque iudicio, carere tuto possit. Quidque de oratoria cum facultatibus alias comparata sentiendum sit (pp. 1-24).
» prol. 2: An congruenter honestatis et historiae legibus faciant ii, qui in rerum narrationibus ad callida et politica, ut ipsi vocant, praecepta cuncta divertunt. Quo loco de Cornelii Taciti scribendi ratione multa disceptantur (pp. 25-64).
» prol. 3: An poëtae dicendi sint obscoenorum carminum scriptores (pp. 64-100).
» prol. 4: Idem argumentum: an poëtice faciant, qui versus faciunt impudicos (pp. 101-130).
» prol. 5: An ex rebus sacris idonea commentationibus poëticis argumenta proveniant aeque ac ex profanis (pp. 131-156).
Lib. II, prol. 1: De stylo oratorio: et an acumina dictorum vellicantesque sententiae oratoribus usurpanda sint (pp. 157-181).
» prol. 2: An omnia dicere debeat, aliqua omittere possit historicus: et an iudicia et coniecturae aliena sint ab eo, quae gemino exemplo ad Livianam Cornelianamque scribendi rationem conformato illustrantur (pp. 181-213).
» prol. 3: An historici cum poëtis oratoribusque stylo conveniant: plerisque historicorum ob id examinatis: exemploque composito ad conciones pugnasque narrandas; ac demum una eademque re historice, oratorie ac poëtice discriminis ergo descripta (pp. 213-275).
» prol. 4: Civilis institutio, et politica praecepta ad omnem vitam cum in pace, tum in bello temperandam, ex narrationibus rerum gestarum, quae una Liviana decade continentur, expressa (pp. 246-274).
» prol. 5: De stylo poëtico, qui partim poëtis ob oculos positis, partim explicata poëseos natura monstratur (pp. 274-295).
» prol. 6: De stylo poëtico, qui..... qualis esse debeat, ostenditur (pp. 296-322).
Lib. III, prol. 1: Satyra Varroniana, poësi poëtisque cognoscendis accomodata (pp. 323-347).
» prol. 2: Poëtae comici virtutes ad Plauti commendationem explicari coeptae (pp. 347-392).
» prol. 3: Virtutes reliquae comici poëtae ad Plauti quoque commendationem absolutae (pp. 373-400).
» prol. 4: Pistor suburranus, sive πρόβλημα, cur sternuentes salutentur (pp. 400-420).
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Le due orazioni da noi raccolte2, sono senza dubbio le piú notevoli di tutta la silloge, e certo le piú note: la prima (lib. I, prol. 2) perché costituisce un’intransigente affermazione di quello che è stato chiamato «tacitismo nero» dello Strada3, ma che potrebbe a maggior ragione chiamarsi antitacitismo moralistico, se hanno pur qualche valore anche le invettive retoriche; la seconda (lib. II, 4), perché oppone alle esegesi tacitiste un nuovo esempio di precettistica, fondata su Livio, nella quale l’esperienza politica è quasi del tutto sostituita da un astratto dottrinarismo da letterato, che tuttavia cerca di ammantarsi di sapienza e di «ragion di stato»4.

Questo atteggiamento si concreta poi in forma storiografica nell’ultima grande opera pubblicata dallo Strada (morto a Roma il 6 settembre 1649): le De bello Belgico decades duo, che uscirono a Roma per i tipi del Corbelletti in due grossi in-folio nel 1632 e nel 1647; nelle quali è narrata la storia delle guerre di Fiandra, dalla rinuncia al trono di Carlo V (1555) alla morte di don Giovanni d’Austria (1578) nella prima deca, e poi fino alla [p. 290 modifica] presa di Rhinsberg (1590) nella seconda. Una terza deca si cita come rimasta inedita, perché la Corte di Spagna ne avrebbe impedita la pubblicazione. L’opera, piú volte ristampata (a Magonza, 1651-1654, a Parma nel 1653) e tradotta in varie lingue5, fu giudicata come una storia di parte, rivolta soprattutto a glorificare i Farnese: e certo l’autore asserisce nella prefazione di aver avuto a sua disposizione importanti documenti di stato, che altrimenti non gli sarebbero stati aperti. Fu anche aspramente criticata: dal Bentivoglio (Memorie, c. V: ed. Daelli, I, 106-113) per i suoi difetti storiografici e per le inutili digressioni; e dallo Scioppio per lo spirito partigiano (Infamia Famiani, Amstelodami, 1663). Ma l’intento precipuo dell’autore era quello, piuttosto, di scrivere un’opera storica «fiorita» e, a suo modo, interessante; in cui le grazie dello stile e l’invenzione dei particolari supplissero alla voluta assenza di riposti insegnamenti politici e al deliberato distacco dai modelli tacitiani e sallustiani (chiaramente espresso, anzi, nella prefazione).


Note

  1. Vedi la sua Eloquentia bipartita (Gudae, 1654; Coloniae, 1655): con saggi dei diversi stili. E cfr. Belloni, Il Seicento (2ª ed., Milano, Vallardi, 1929); pp. 301, 456, 570, 590-91; Trabalza, La Critica letteraria, II (ivi, 1915). pp. 235, 273; Croce, Storia della etá barocca in Italia (Bari, Laterza, 1929, pp. 442 e 443. Altri saggi oratorii dello Strada, oltre le Prolusiones, sono le Orationes III de Passione Domini (riprodotte in Societatis Jesu orationes, Roma, 1641), l’Oratio in novendiali funere Gregorii XV (Roma, 1613), e l’Oratiuncula qua Urbanum VIII Collegium Romanum invisentem excepit (Wilna, 1624). Cfr. Southwell, Bibliotheca scriptorum Soc. Jesu (Roma, 1676), p. 200. — Una riproduzione, materiale e scorretta, dell’edizione lugdunense delle Prolusiones uscí a Venezia nel 1644.
  2. La presente edizione riproduce fedelmente (fatta, s’intende, grazia della grafia) l’edizione lugdunese del 1627; ma con qualche necessaria omissione. Si sono tralasciati cioè l’esordio e la seconda parte (esemplificativa e retorica) della prima orazione (sicché il testo riprodotto corrisponde, piú esattamente, alle pp. 28-38 dell’ediz. cit.); e della seconda si sono omessi (indicando le omissioni con trattini) gli episodi liviani che illustrano, in modo abbastanza ovvio, i precetti politici, nonché alcune frasi di circostanza della conclusione e un lungo esordio di scarso interesse (ed. cit., pp. 246-249).
  3. La definizione di «tacitismo nero» è del Toffanin, Machiavelli e il Tacitismo (Padova, Draghi, 1921), pp. 153-154: il quale per altro ascrive nella stessa opera lo Strada anche al «tacitismo critico» (pp. 185-186). Ma il Toffanin (a p. 154) mostra di fondarsi per la sua prima definizione sul passo: «Sumite, si placet, ex his aliquem non minorum gentium historicum, non qui religionem obtentui palam habeat eamque, ubi utilitas concurrat, utilitati facile postponat, sed e veteri ac prima nobilitate modestiorem, ipsumque a quo defluxisse videtur haec scribendi ratio, uno verbo Cornelium Tacitum». (Vedasi a p. 5 della presente edizione). Secondo il T., questo sarebbe, per via del sumite, un «precetto» tacitista: «in questa pagina il nuovo metodo ha trovato la sua espressione in una formula, della quale il tacitismo non è se non una farraginosa applicazione» (l. c.) Ma se si legge il passo nel contesto, qui ristampato, si vede subito che non si tratta affatto di un precetto né di una formula, ma di un invito retorico a prendere in mano Tacito, perché l’oratore possa immediatamente passare a criticarlo senza molte riserve. E tra gli antitacitisti lo Strada fu sempre annoverato: e come antitacitista confutato dal Paganini, De candore politico in Tacito diatribae XIX (Pisa, 1646) e dal Kynaston, De empitate C. Cornelio Tacito obiectata (Oxford, 1761).
  4. Cfr. Croce, Storia dell’etá barocca, pp. 132-133.
  5. In italiano da Carlo Papini la prima decade (Roma, Scheus, 1639 e Venezia, 1640) e dal Segneri la seconda (Roma, Corbelletti, 1648); in francese dal p. Du Ryer (Paris, 1650, 2 voll. in-folio; Rouen, 1664, 4 voll. in-12); in ispagnuolo, con la continuazione del p. Dondino, dal p. Melchior de Novar (Colonia, 1692, 3 voll. in-folio; Anversa, 1701, 3 voll. in-8).