Politici e moralisti del Seicento/Nota/II. - Ludovico Zuccolo

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II. - Ludovico Zuccolo

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II

Intorno allo Zuccolo c’è, nei vecchi eruditi, qualche confusione. In primo luogo, per effetto di un errore del Tiraboschi1 è accaduto uno sdoppiamento della persona di lui, che è passato anche nei dizionari biografici (per es. in quello del Passigli). A un giureconsulto Ludovico Zuccolo (1559-1668), nato in Santa Croce nel distretto di Carpi, che tenne pubblici uffici in Modena e nella Toscana, attribuisce il Tiraboschi, unica opera, un trattato De ratione status, stampato ad Amburgo nel 1663. Ora, se lo Zuccolo di cui parla il Tiraboschi non scrisse, come pare, altra opera che quel De ratione status, dev’essere tolto dal novero degli scrittori, [p. 291 modifica] perché quel volume è nient’altro che la traduzione latina, fatta in Germania dal Garmers, del discorso del nostro sulla Ragion di Stato2.

In fronte a questa traduzione, lo Zuccolo è qualificato «picentino», e non cervelloticamente, perché egli stesso cosí si sottoscrive nella dedicatoria dei suoi Dialoghi nell’edizione del 1625. E poiché, d’altra parte, lo Zuccolo, autore di parecchi volumi pubblicati nei primi decenni del seicento, era nativo di Faenza, e come faentino è accolto nel catalogo del Mittarelli3, parrebbe giocoforza compiere un altro sdoppiamento, se non dovesse tenersi per indubbio che allo Zuccolo, faentino, piacque anche dirsi «picentino», forse perché a lungo visse in quella regione e particolarmente alla corte di Urbino. Nello stesso volume dei Dialoghi si leggono accenni alla sua patria, Faenza, e colá gli fu posta una lapide nella casa municipale.

Infine i bibliografi, notando il De ratione status, se anche abbiano visto con i loro occhi il volume del 1663 e appreso trattarsi di una traduzione dall’italiano, non sanno dove e quando fosse pubblicato il testo italiano4. Ma l’originale italiano non è da ricercare con quel titolo tra i volumi dello Zuccolo, perché esso se ne sta come nascosto nelle sue Considerazioni politiche e morali sopra cento oracoli d’illustri personaggi antichi (1621), delle quali forma l’oracolo undecimo.

Ludovico Zuccolo nacque, dunque, a Faenza da una cospicua famiglia di quella cittá5, sullo scorcio del cinquecento, e visse i primi anni della giovinezza in patria, e vi era ancora nel 1608,


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quando pubblicò il dialogo Il Gradenigo, che (come in esso è detto, nella dedicatoria) fu il «primo parto de! suo debile ingegno»: e di Faenza ricorda ne’ suoi scritti luoghi e persone e costumanze. Fu per «nove anni» alla corte di Urbino presso il duca Francesco Maria II della Rovere, anni che egli chiama (nel dialogo Il Belluzzo ) di «male avventurata servitú per il poco ascendente che hanno gli uomini di lettere appresso i prencipi»,— ma non senza definire altrove (Considerazioni cit., p. 5) proprio il duca d’Urbino come «prencipe raro per acutezza di giudizio, per integritá di costumi, per esperienza di ben governare». In questo soggiorno, che deve porsi tra il 1610 e il 1621, conobbe personaggi cospicui di quella corte e delle prossime cittá, dei quali fa menzione. Nel 1621 era di nuovo in patria e vi fu ascritto all’accademia dei Filoponi, fondata nel 16136, e si fregia di questo titolo nel frontespizio delle Considerazioni. Fece, negli anni prossimi, frequenti soggiorni in Venezia, forse soprattutto per vigilare la stampa dei suoi libri; e sperò per qualche tempo di ottenere una lettura nell’Universitá di Padova, e anche di essere chiamato precettore del figliuolo di Giovan Vincenzo Imperiale, noto uomo di stato e letterato genovese. Ma nella seconda metá di marzo si recò in Ispagna, presso monsignor Massimi, giá vescovo di Bertinoro e allora 11 nuncio apostolico in Ispagna. Non sappiamo quando ne tornasse, ma certo nel 1631 era giá morto (v. bibliografia, n. 10); e la lapide «in antico locata in una sala del palazzo municipale di Faenza» segnava come data di morte il 16307.

Le opere che ci restano dello Zuccolo sono, in ordine cronologico, le seguenti:

1. Il Gradenigo, Dialogo nel quale si discorre contro l’Amor Platonico et a longo si ragiona di quello del Petrarca. In Bologna, appresso [p. 293 modifica] Gio. Battista Bellagamba, 1608. — Dedicato all’illustrissimo signor conte Alfonso Laderchi». Vedi il Cinelli, Biblioteca volante2, IV, 389.

2. L’Alessandro o Della Pastorale, con tre egloghe dell’autore (l’Edulio, il Critio, e Dorinda), pubblicato da Giambattista Zuccoli, «nipote dell’autore», con dedica a Clemente Bartoli, «gentiluomo d’Urbino et insigne letterato». In Venezia, per Andrea Saba, 1613. — Citato dallo Zeno nelle note al Fontanini.

3. Dialoghi. (Della Detta e della Disdetta. Della Vergogna. Dell’Amore de’ Platonici et del Petrarca. Della Gelosia. Del buon dí, Della Pastorale). In Perugia, appresso Annibale Aluigi et fratelli, 1615. — Dedicato da Urbino, 15 agosto 1614, «al molto illustre signor Antonio Miglioree signor Clemente Bartoli»: il primo era «gentiluomo et canonico di Ascoli», il secondo «gentiluomo di Urbino». Comprende anche i due dialoghi precedenti con qualche modificazione.

4. Considerationi Politiche e Morali sopra cento oracoli d’Illustri Personaggi antichi ... nelle quali con insegnamenti di Aristotile, con autoritá di Cornelio Tacito e d’altri scrittori politici, si discorre di varie materie pertinenti al governo degli Stati, alla introdottione de’ buoni costumi et alla cognitione dell’Historia. In Venetia, appresso Marco Ginami, 1621. — L’autore nel frontispizio è detto «Ludovico Zuccolo Academico Filopono di Faenza»; e cosí nei segg. nn 5-6. Il volume è dedicato «all’ill.mo e Rev.mo Cardinale Luigi Capponi». A pp. 54-73 si trova, nell’oracolo XI, il discorso della Ragion di Stato, di cui si possiede la citata traduzione latina del Garmers (Amburgo, 1663).

4 bis. Considerazioni Politiche e Morali etc. (c. s.) rivedute e corrette, et aggiuntavi una breve risposta alle Oppositioni dell’Accademico Pellegrino. All’illustrissimo signor Gio. Vincenzo Imperiale. In Venetia, appresso Marco Ginami, 1623 (seconda edizione). — Per l’occasione della risposta, v. al n. 5. In essa, oltre a ribattere censure relative alla forma frammentaria, alla lingua e allo stile dell’opera, lo Z. dice tra l’altro: «Ch’io discorra poi di amministrazioni di repubbliche e di regni senza aver mai governato, non fa caso, purché non parli a caso. Se l’avere uditi maestri valenti, l’avere letti buoni libri, e l’essere a lungo vivuto appresso prencipe giudicioso e saggio non mi hanno reso atto a governare, mi avranno almeno fatto capace delle ragioni del governo. Ch’io sia piú oscuro nelle materie piú alte che nelle piú triviali, forse non da me, ma dalle istesse materie deriva. Ch’io mi vaglia piú d’esempi antichi che di moderni, denota ch’io abbia avuto piú copia di quelli che di questi, o ch’io abbia dubitato di poter talora dispiacere con i moderni, ma non mai con gli antichi. Che i personaggi, sopra i detti dei quali io prendo a discorrere, sieno diversi di lingua, di costume o di condizione, non conosco quello che si rilevi, purché gli oracoli sien tutti politici o morali. Ch’io sia poco amico a’ Leggisti e alle Leggi, io non so vederlo, se non mi si mostra. Chi [p. 294 modifica] detesta l’ignoranza e l’ingiustizia non odia nè leggi né leggisti, ma quelle si augura buone e questi saggi».

5. Discorsi. Dell’Honore, della Gloria, della Reputatione, Del Buon Concetto... ne’ quali con pensieri la piú parte nuovi, ma però tratti da’ piú riposti sentimenti dell’Etica e della Politica, si disputa pienamente di tutte quelle materie, aprendo il vero modo di rendersi honorato, chiaro et illustre. In Venetia, appresso Marco Ginami, 1623. — Dedica dell’a. (Venezia, 20 novembre 1622) «al molto illustre signore il sig. Gieronimo Pima, gentil’huomo di Cataro». Precedono una lettera «al signor Ludovico Zuccolo a Faenza», scritta da Mantova, s. d., dal conte di Viaresio, il quale manda una copia che ha ricevuta da Roma di «alcune oppositieni fatte alla dottissima opera di V. S. di Politica, stampatasi i mesi adietro in Venezia, accennando alla «amicitia e domestichezza passata giá tra loro alla corte di Urbino»; e una risposta dello Zuccolo da Faenza, nella quale rifiuta di rispondere a censure che non gli siano fatte per le stampe e col nome dell’autore, e soggiunge: «Piú brevemente che mi è stato possibile ho nondimeno tocchi tutti i punti principali delle oppositioni in una lettera ai lettori posta in principio delle Considerationi, che, da me rivedute e corrette, se ne usciranno fra poco di nuovo alla luce»: cioè nella pagina di cui abbiamo detto qui sopra, al n. 4 bis. — Uno di questi discorsi, secondo una citazione del Mittarelli, sarebbe stato precedentemente edito in latino: Heroica virtus sive de honesto gloriae studio (Venetiis, 1615).

6. Discorso della ragion del numero del verso italiano. Pensier nuovo e curioso, e con prove evidenti spiegato. In Venetia, 1623, appresso Marco Ginami. — Dedica «all’ill.mo e Rev.mo Mons.re Innocentio Massimi Vescovo di Bertinoro e Nuncio Apostolico in Spagna» (da Venezia, 10 di maggio 1623). — L’esemplare che se ne conserva nella Biblioteca Vittorio Emanuele II di Roma, e che proviene dal Collegio Romano, reca l’annotazione: «ex libris Marchionis Sfortia Pallavicini. Dono Auctoris», e l’altra: «Ex leg.to card. Pallavicini».

7. Dialoghi. (De’ saluti. Della eminenza della Pastorale. Della Bellezza. Della Detta e della Disdetta. Della Vergogna. Della Clemenza. Della Gelosia. Del flusso e riflusso della virtú e de’ vitii. Della Cittá felice. Dell’Amore scambievole fra’ Cittadini. Del Piacere. De’ Terrori panici. Della Republica d’Evandria. Della Republica d’Utopia. De’ varii fini degli huomini). Ne’ quali con varietá di eruditone si scoprono nuovi e vaghi pensieri Filosofici, Morali e Politici. In Venetia, 1625, appresso Marco Ginami.— Dedicato, da Madrid 15 dicembre 1623, «all’ill.mo e rev.mo Monsig. Massimi Vescovo di Bertinoro, Presentato di Catania e Nuncio Apostolico in Spagna». È la piú ampia raccolta dei dialoghi dello Zuccolo, vecchi e nuovi.

8. Nobiltá commune et heroica. Pensier nuovo e curioso. In Venetia, 1625, appresso Marco Ginami. — Dedica del Ginami, da Venezia 13 [p. 295 modifica] agosto 1625, «all’illustrissimo signore il sig. Pietro Contarmi fu dell’ill.mo sig. Alvise»8.— Il cap. XX è intitolato: «Demonstratione heroica di reciproco amore fra due nobili Venetiani, l’uno per nome Nicolò Barbarigo e l’altro Marco Trivisano»: intorno a un caso di amicizia e di generositá, che diè poi materia al poema di Giulio Strozzi, Il Barbarico overo l’amico sollevato (2a ed., Venezia, 1628) e ad altri componimenti, nonché al seguente trattato dello stesso Zuccolo.

9. Secolo dell’Oro rinascente nell’amicitia tra Nicolò Barbarigo e Marco Trivisano. In Venetia, appresso Marco Ginami, 1629. — Edizione ora descritta da C. Frati, in Bibliofilia, XXVIII, 305-6.

10. Discorso dello amore verso la Patria. In Venetia, 1631, appresso Evangelista Deuchino. — Dedica (13 giugno 1631) «all’ill.mo sig. Giorgio Cornaro», di Paolo Stecchini: il quale, alludendo al Trevisano e al Barbarigo, la dice: «opera del signor Ludovico Zuccolo, autor celebre, da loro mentre vivea teneramente amato». Il Mittarelli cita di questo libro una seconda edizione, fatta molti anni dopo, In Venezia, per le stampe di Gio. Pietro Pinelli, 1673.

Tra le quali le piú notevoli sono senza dubbio il Discorso della ragion del numero del verso italiano, in cui si afferma il principio nella necessaria unificazione dell’accento e della quantitá nella poesia e si svolge un’importante teoria del giudizio estetico9; Il Belluzzo, ovvero della Cittá felice10, dove sono celebrate le libertá della republica di San Marino; e il nostro trattatello della Ragione di Stato, per il quale lo Zuccolo merita di essere considerato il piú profondo filosofo della politica nel suo tempo, e precursore delle teorie che affermano l’autonomia della politica dalla morale11. Né il merito dello Zuccolo sfuggí ai suoi contemporanei, perché, quanto al Discorso della ragion del numero. Benedetto Fioretti lo cita e lo adopera ne’ suoi Proginnasnii poetici (Firenze, 1627 sgg.), e lo Stigliani vi polemizza contro nella sua Arte del verso italiano (Roma, 1658, pp. 6-7), e piú tardi il Gamba [p. 296 modifica] (Serie dei testi di lingua4, n. 2114) lo segnalò come «dettato con vivacitá e leggiadria e da essere accolto da ogni professore di belle lettere»; e quanto al discorso Della ragione di stato, basta notare che esso è la fonte ispiratrice di tutto il vasto trattato del Settala, il quale anzi lo cita espressamente12 e ne ripete i ragionamenti nella ricerca di un genere comune alla buona e alla rea ragion di stato (che finisce per riporre nella prudenza). Ma giá il suo traduttore latino, il Garmers, mostrava di conoscere ben poco la personalitá dell’autore, forse perché di lui, dopo morto, non si pubblicò alcuna biografia od elogio13. Le incertezze degli eruditi, delle quali abbiamo discorso, si trovano poi ancora aggravate nel secolo scorso. Giuseppe Ferrari, — che lesse alcuni scritti dello Zuccolo senza penetrarne i concetti teorici né rendere giustizia alla loro importanza scientifica, ma avverti per altro la passione morale che li animava,14 — credette addirittura che lo Zuccolo fosse di San Marino. Di questo passo si comprende come la cosí detta «scuola storica» arrivasse, per le penne del Follano e del Belloni15, [p. 297 modifica] a fraintendere e svalutare le dottrine estetiche e politiche dello Zuccolo: i cui meriti ora soltanto sono stati rivendicati da cosí lungo oblio16.


Note

  1. Biblioteca modenese, V, 441; VI, 210-11.
  2. Ludovici Zuccoli Picentini, Dissertatio de ratione status: Iohannes Garmers de italico in latinum vertit suoque auxit (Hamburgi, sumpt. Zachariae Herselli, 1663).
  3. De litteratura Faventinorum, sive de viris dodis et scriptoribus urbis Faventiae (Venezia, 1775), cc. 191-3.
  4. E anche il Meinecke (Die Idee der Staatsräson in der moderne Geschichte, München und Berlin, 1924, p. 149) è rimasto incerto sulla data, che determina solo per approssimazione.
  5. Nei libri battesimali della cattedra vescovile di Faenza è la nota del battesimo, a dí 18 settembre 1568, di un Alviso de Ciucoli o Zucoli, che dev’essere il nostro (Alviso = Luigi = Ludovico), figlio di Alessandro e di una madonna Barbara. Il padre Alessandro sarebbe stato quel medesimo Alessandro Zuccolo, che fu coinvolto nei processi di eresia istruiti sotto Pio V contro centocinquanta faentini tra il 1567 e il 1569, e condannato per quest’accusa alle galee per cinque anni, e colá morto.
  6. G. Malatesta Garufi, L’ Italia accademica (Rimini, 168S), pp. 1S6-190: dove fra gli accademici faentini è menzionato lo Zuccolo.
  7. Notizie tratte dai mss. di G. M . Valgimigli, nella Biblioteca Comunale di Faenza. Ecco il testo della lapide: «Ludovico Zuccaia — patricio Faventino — oratori disertissimo Apollinis et Musarum — corypheo — doctissimis quibus libet bonar, artium cultoribus — aequiparando — Epidaurum ad publícum docendi onus vocato — Francisco Mariae Urbinatum duci — litteratorum Mecenati — ob virtutis eminentiam clarissimus — Considerationum politicarum et moralium doctissimo scriptori — De honore De nobilitate De gloria De amicitia — De Italico carmine aliisque quamplurimis academicis rebus — eruditissime dissetenti — S. P. Q. F. concivi — qui De amore optime conscnpsit — in amoris testimonium posuit. — Obliit anno MDCXXX».
  8. Allude a questo libro Alessandro Tassoni ( Lettere, ed. Rossi, I, 324-5), per certi accenni critici contro di lui, ai quali si proponeva di rispondere: «Egli (lo Z.) — scrive ii 15 ottobre 1625 — va provocando questo e quello per immortalarsi; ma, se non fa meglio, s’immortalerá colle fischiate come il Murtola. Io credo che il signor Scipione Chiaromoute gli laverá anch’egli il capo per la sua parte». E forse allude alle dottrine politiche che il Chiaromonte, in contrapposto a quelle dello Z., andava elaborando e che espose poi nella Ragion di Stato (Faenza, 1635).
  9. Cfr. Croce, Storia dell’etá barocca, pp. 165-167.
  10. Ora ristampato da Amy A. Bernardy, nella Nuova scelta di Curiositá lette írarie diretta da E. Lovarini (Bologna, 1930).
  11. Cfr. Croce, op. cit., pp. 93-97.
  12. Della ragion di stato, lib. I, 8: in questo volume, a pp. 66-67.
  13. «Quod ad auctorem ipsum attinet, Italus fuit gente, patria Picentinus: ut sedem suam post illa Madritii posuit..... An vero regibus etiam fuerit a consiliis, vel ab itisdem ad publicum aliquod munus admotus sit, cum certi mihi de ea re nihil constet, nec quidquam etiam asserete libuit. Crediderim tamen tantus ingenii dotes Hispaniarum, cum virtutum doctrinaeque aestimatores maximi esse soleant, haud quaquam neglexisse. Qua fuerit aetate, cum haec atque alla edidit scripta, aeque ac antecedens caliginosa premitur noe te. Fuisse tamen σύγχρονον Septalio licet mihi affirmare, non omnino tamen aetate aequalem. Id certum est, ante illos Sepialii libros de Ratione status, hanc dissertationem nonnullasque alias iam prodisse».
  14. Corso sugli scrittori politici italiani, lez. XX (nuova ediz., Milano, Monanni, 1929, pp. 380-3S4): dove sono citati, oltre al Belluzzo, i soli dialoghi Della repubblica di Evandria e Della repubblica di Utopia.
  15. F. Foffano, Ricerche letterarie (Livorno, 1897), p. 238; A. Belloni, Il Seicento, (1a ed., 1899), p. 387. Qualche accenno piú esatto in Trabalza, op. cit., pp. 277, 285 (per le teorie letterarie). Nella seconda edizione del Seicento (Milano, 1929, pp. 467-469) il Belloni ha voluto ancora difendere il suo giudizio negativo, sostenendo che «la teoria dello Z. lascia aperto l’adito a qualunque giustificazione»; che «in definitiva (ma in pienissima buona fede, s’intende) lo Z. ha dato, con la sua definizione filosofica del concetto di ragion di stato, una legittimazione alla formula che il fine giustifica i mezzi». Contro i quali argomenti è da osservare che il pensiero dello Zuccolo non si comprende se non si giunge ad afferrare il problema della autonomia della politica, intorno al quale esso si svolge: mentre la «giustificazione» dei mezzi secondo il fine è soluzione di un ben diverso problema, quello dei rapporti tra politica e morale, caro ai teorici della Controriforma, ma diverso dalla nuova esigenza affermata dallo Z. 11 Belloni poi cerca di mostrare che il libro criticato dal Boccalini nei Ragguagli di Parnaso, ragg. LXXXVII della II Centuria (1613), per la definizione «che la ragion di stato era cognizione di mezzi atti a fondare e mantenere, e ad ampliare uno stato», sarebbe appunto il Discorso dello Zuccolo («se cosí non fosse, si dovrebbe negare allo Z. il vanto della assoluta prioritá»): supponendo che il Discorso, pubblicato nel 1621, sia stato di necessitá composto (e diffuso, bisogna aggiungere) prima del 1613. Quest’ultima congettura, per quel che sappiamo, è naturalmente possibile: ma, a parte che il Boccalini parla di un libro (che potrebbe anche essere fittizio) e invece il Discorso non è un libro ma solo sezione di una parte di libro, la pretesa identitá fra la definizione riportata dal Boccalini e quella che si trova nello Zuccolo («La ragione di stato si rivolge tutta intorno al conoscere que’ mezzi, e valersene, i quali siano opportuni per ordinare o per conservare qualsiasi costituzione o repubblica qualunque ella sia») regge solo formalmente, e cade quando si consideri bene il contesto in cui la seconda si trova e il pensiero da cui nasce. Sicché, tutt’al piú, bisogna pensare che il Boccalini fraintendesse la teoria dello Z., e ne prendesse soltanto lo spunto per una polemica d’indole generale.
  16. Vedi la monografia del Croce sullo Zuccolo in I, XXIV (1926) pp. 300-317: ristampata in Uomini e cose della vecchia Italia (Bari, Laterza, 1927), 1, 183-199, con qualche aggiunta e modificazione (e cfr. la Storia dell’etá barocca, 11. cit.). Da quella monografia, e precisamente dalla prima forma, piú ampia, sono tolte le presenti notizie: come dalla prima ristampa del trattatello Della ragione di stato curata dal Croce in Critica, XXV (1927), pp. 117-128, è derivata la presente edizione. — Si veda pure la cit. op. del Meinecke, pp. 152-156, (ma cfr. la recensione del Croce in Critica, XXIII (1925), pp. 118-122); e V. di Tocco, Ideali d’indipendenza in Italia durante la dominazione spagnuola (Messina, Principato, 1926), pp. 191-6.