Politici e moralisti del Seicento/Nota/VI. - Virgilio Malvezzi

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VI. - Virgilio Malvezzi

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VI

VIRGILIO MALVEZZI

Il Malvezzi (1595-1634)1 nasceva da una famiglia bolognese che vantava lunga adozione e devozione ai monarchi della Spagna e di averli serviti sempre con la spada; ed egli stesso entrò in questa via, che trovava in certo modo segnata dall’esempio dei maggiori. Costretto ad allontanarsi da Bologna per un incidente duellistico occorsogli con un conte Piccolomini, militò per la Spagna [p. 307 modifica] nelle guerre di Fiandra e in quelle di Piemonte, dove fu all’assedio di Verrua. Ma avendo poi dovuto smettere la professione delle armi per cagionevolezza di salute, dopo essersi alquanto riposato in patria, tornò ai servigi di Spagna, recandosi presso la corte con una raccomandazione del duca di Feria, sotto il quale aveva militato. Colá egli si legò in istretta dimestichezza col conte-duca d’Olivares, di cui calorosamente approvava e ammirava l’indirizzo politico, e del quale si acquistò la piena fiducia. L’Olivares non solo lo chiamò al consiglio di Stato e guerra, ma lo mandò nel 1640 ambasciatore di Spagna in Inghilterra, dove il Malvezzi praticò assai Carlo I (e si dice che, osservata la fisionomia di quel re, avesse prognosticato la morte violenta che lo aspettava2); e poi ancora gli affidò un’altra missione presso il Cardinal Ferdinando, governatore dei Paesi Bassi. E quando, nel 1643, il conte-duca fu crudelmente sacrificato all’odio popolare, e piú direttamente a quello delle principesse e dame di corte (egli aveva risposto una volta alla regina, al vederla immischiarsi in cose di politica, che i monaci servono per pregare e le donne per fare figli); quando quell’uomo, che era a suo modo un gran patriota e zelantissimo nel servizio del re, fu relegato lontano da Madrid e trattato con tanta durezza che qualche anno dopo ne venne pazzo e morí: il Malvezzi, ubbidendo a un dovere di gentiluomo, chiese al re di potersi recare a «vivere e morire» col suo «signore»; al che il re rispose approvando quel sentimento, ma differendo la licenza, perché l’opera di lui gli serviva per una giunta che aveva allora convocata. Cosí narra il Malvezzi stesso in una lettera a un amico bolognese3; nella quale si sente forse un po’ di compiacimento pel bel gesto4, ma che, insomma, mostra che egli sapeva come bisognasse condursi correttamente. Chi ricercasse tra le sue carte, che pur si debbono conservare in qualcuna delle famiglie da lui discese, e nei documenti dell’archivio di Simancas, potrebbe [p. 308 modifica] narrare la parte ch’egli ebbe in quel grave e risolutivo periodo della politica spagnuola5. Di li a non molto, il Malvezzi fece ritorno a Bologna, con una grossa pensione assegnatagli da Filippo IV, e spese la sua attivitá negli uffici municipali, come componente del Senato e nel 1746 gonfaloniere, e nell’accademia letteraria dei Gelati, della quale fu presidente.

Fulvio Testi lo lodava che, patrizio, con tradizioni di famiglia affatto militari, avesse atteso alle lettere, quando in Parnaso «sol scalza Povertá degna aver luogo»6. La sua cultura era a un dipresso quella tipeggiata in don Ferrante: «dilettante di musica, di strologia, di fortificazione, di pittura, di medicina, di teologia e di lettere amene»7, dottorato in legge, esperto di scherma e di questioni cavalleresche. Dell’astrologia, — tuttoché dica male nei suoi libri8, giudicandola, dove non riusciva fallace, opera del demonio,— «visse (attesta un biografo9) insino agli ultimi anni innamorato, facendo di quella gran capitale». Ma, soprattutto, fu studioso assiduo e profondo di morale e politica, di arte della prudenza e ragion di Stato. I suoi libri offrono considerazioni politiche e morali, dapprima appoggiate, come piaceva fare a quel tempo, al testo di Tacito, nei Discorsi sopra Cornelio Tacito (1622), poi alle vite di personaggi storici, come dei sette re di Roma, delle quali pubblicò il Romolo (1629) e il Tarquinio il Superbo [p. 309 modifica] (1634), poi a personaggi di Plutarco, come nel Coriolano (1648) e nell’Alcibiade (1648), o della storia sacra, come nel David perseguitato (1634). Né tenne troppo diverso procedimento quando il suo servizio nella corte di Spagna lo spinse a trattare di storia contemporanea, nel Ritratto del «privato» politico cristiano, estratto dall’originale di alcune azioni del conte-duca di San Lucar (1635), nei Successi principali della monarchia di Spagna nell’anno 1639 (1640), nella Introduzione al racconto dei principali successi accaduti sotto il comando di Filippo IV (1651) e nella Storia di Spagna sotto Filippo III e IV, scritta, come originariamente i Successi, in ispagnuolo e di cui la prima parte fu poi stampata in Ispagna10) e la seconda si serbava inedita in Bologna insieme con una storia della Guerra del Palatinato11.

Baltasar Gracian, che lo giudicava «un Seneca que historia y un Valerio que filosofa»12), mostrava di far gran conto dello scrittore bolognese suo contemporaneo: e del Romolo e Tarquino scriveva che «en la profundidad, en la concision, en la sentencia dexa atras muchos poemas», e che di esso «se puede decir con verdad que nihil molitur inepte, pues no tiene palabra que no encierre un almo, todo es viveza y espiritu»13. Al Malvezzi, del resto, non solo è comune una certa aria di famiglia con l’autore dell’Oraculo manual, a cui certamente egli fu di modello: ma gli si può attribuire anche una piú larga efficacia su certe forme che assunse la contemporanea letteratura spagnuola14. [p. 310 modifica]

Ai suoi tempi, godette non poca reputazione, che non fu giá quella vana e fittizia degli elogi iperbolici allora assai comuni, ma la reputazione presso gl’intendenti, i quali in lui salutarono un moralista e stilista che rinnovava ed emulava Seneca, e il maggiore, se non il primo per tempo, dei «senechisti» italiani. All’apparire dei primi suoi scritti, ci fu chi lo giudicò e spacciò per un semplice imitatore o addirittura volgarizzatore di Seneca; ma il Lancellotti, che aveva accolto questa opinione, letto che ebbe una prima e poi una seconda volta il Romolo, toccò con mano (dice, sconfessando la sua anteriore credenza) «che ci è del sale e proprio in quantitá grande», e lesse e rilesse quel libro «con singolare dilettazione e maraviglia»15. L’Achillini non credeva che allora in alcuna lingua fosse «scrittore che con succhi piú sostanziosi, piú eruditi, piú profondi e piú frequenti abbia mai scritto», e, paragonandolo a Lucano, lo teneva superiore a Seneca16. Il Frugoni, nel suo immaginoso «Tribunale della critica», pur protestando contro siffatta mancanza di riverenza a Seneca, descriveva i libri del Malvezzi come «alcuni volumetti dorati a guisa delle pillole, ma pillole non erano, perché confezioni di giacinto per sollevar il cuor dell’intelletto, e magistero di perle a ristorar il calore dello spirito agente»17. Questo riconoscimento di merito è in certo modo confermato dalle molte edizioni italiane delle sue opere e dalle molte traduzioni in latino, in francese, in ispagnuolo, in inglese, in tedesco18. Circa il 1640 l’Armanni gli scriveva da Otlans presso il Tamigi, villeggiatura dei sovrani d’Inghilterra, che i «parti peregrini e nobilissimi prodotti dal raro ingegno» di lui, «dopo di esser andati errando per le nazioni a farsi leggere e ammirare da tutti gli uomini», erano venuti a quelle solitudini «per farsi vedere et applaudere anche da una regina»19; [p. 311 modifica]ossia dalla regina Enrichetta, consorte di Carlo I. Anni addietro, uscí in vendita un esemplare dei Discorsi sopra Tacito del Malvezzi, nella traduzione inglese di Richard Baker, che era coperto tutto di postille in latino e in inglese, attribuite a Giovanni Milton20.

Pure, nella seconda metá del seicento, tutta questa grande riputazione cadde di colpo, e il nome del Malvezzi, dimenticato da allora, fu poi omesso perfino nelle storie letterarie21. Se qualche accenno si trova a lui, suona compassione o scherno. Pietro Giordani, discorrendo del cardinale Sforza Pallavicino, a prova della «insolente e falsa e barbarica eleganza» che trionfava nel Seicento sulla «antica e nobile semplicitá», ricordava che era stimato «tra primi letterati d’Italia uno zio del Pallavicino, il marchese Virgilio Malvezzi, le cui scritture oggidí niuno legge: se fossero lette, sarebbero derise»22. Giuseppe Ferrari, che non era troppo schifiltoso in materia di stile, e doveva discorrere di quelle opere sotto il solo aspetto della dottrina politica, anche in questo riguardo non sa dirne nulla che non sia affatto arbitrario, affermando che «i titoli dei suoi libri... si annunziano con tale aria di melodramma che sembrano far séguito alle rappresentazioni di santa Margherita da Cortona sul teatro della Commedia dell’arte»; «l’ottimo conte (aggiunge) non manca di spirito, ma la sua prudenza è tale che mai non si vede a che possa servire e che i suoi Discorsi su Cornelio Tacito riproducono invano tutte le dottrine del Machiavelli»23.

Ma non manca, invece, al Malvezzi energia di pensiero, come non gli manca qualche congiunta energia di stile24. Il «senechismo», [p. 312 modifica] che, dopo il suo primo libro su Tacito, nel quale osservava ancora «l’orditura degli intricati periodi», adottò, si disse che fosse attinto agli esempi del francese Pierre Mathieu o Mattei e dell’italiano Giambattista Manzini25; ma veramente, sebbene gli si pervertisse poi in maniera, si confaceva alla sua forma mentale. Non risplendevano le sue scritture per proprietá e purezza di stile e di costrutti, e, piú forse di altri scrittori italiani del Seicento, egli, che scriveva anche in ispagnuolo, frammischiava al suo italiano vocaboli e modi spagnuoli. Pure, molte delle sue considerazioni, tratte fuori dai quadri barocchi degli pseudo-racconti nei quali le ha collocate, scelte di tra le molte che ora riescono di scarso interesse e sembrano ovvie, sono degne a lor volta di essere considerate: e per tal ragione è parso opportuno presentarne qui una piccola silloge.


Note

  1. Per la biografia del Malvezzi si vedano: Ghilini, Teatro degli uomini letterati (Venezia, 1647), I, 222-3; L. Crasso, Elogi d’uomini letterati (Venezia, 1666), II, 364-370; Zani, Memorie, imprese e ritratti de’ signori accademici Gelati di Bologna (Bologna, 1672), pp. 385-8 (in queste ultime due opere è anche il ritratto di lui); Orlandi, Notizie degli scrittori bolognesi ( Bologna, 1714), pp. 260-1; Memorie d’alcuni uomini illustri della famiglia Malvezzi (Bologna, 1770), pp. 121-125; e, specialmente, Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi (Bologna, 1785), V, 176-180, che è il piú riccamente informato.
  2. Fantuzzi, op. cit. Nelle Lettere cit. dell’Armanni sono notizie del suo soggiorno in Inghilterra, I, 187; III, 35-9.
  3. In data di Saragoza, 11 ottobre 1643, edita dal Fantuzzi, op. cit., pp. 177-8 n.
  4. «V. S. senza dubbio non si meraviglierá di vedere, quando sono nella maggior fortuna ch’io sia stato mai ai miei giorni, tratti di lasciare la fortuna e la patria, parenti ed amici, interessi ed onori, per seguitare un amico cascato nella mala fortuna: dico che V. S. non si meraviglierá, perché è informata della mia buona legge d’amicizia, e che sono e che ho sempre protestato d’essere un uomo onorato e senza interesse».
  5. Con qale smarrimento egli guardasse alle devastazioni della guerra dei trent’anni, si vede nei Successi, pp. 8-10. Sulla pericolosissima situazione della Spagna si aggira l’ode, piú oltre citata, del Testi, il quale, del resto, nelle sue corrispondenze diplomatiche, vedeva e annunciava la decadenza di quell’impero.
  6. Nell’ode al marchese Virgilio Malvezzi per la sua Storia di Spagna; dov’è questa strofa:

    Gli esempi dei maggiori
    mirasti e con invidia, a’ patrii tetti
    in lung’ordine affissi
    arnesi fiammeggiar Arabi e Mori:
    spade in Damasco ricurvate, elmetti
    di attorcigliati bissi,
    archi e feretre di gemmati avorii
    e con tremuli errori
    pendenti di captive aste guerriere
    pennon Francesi Belgiche bandiere.

  7. Orlandi, op. cit., p. 200.
  8. V., p. es., David perseguitato, p. 130.
  9. L. Crasso, l. c.
  10. Inclusa in J. Janez, Memorias para la historia de Felipe III (Madrid, 1728).
  11. Per tutta questa bibliografía vedi il Fantuzzi, l. c., al quale si rimanda anche per altri minori scritti. Per le edizioni da noi consultate v. a p. 256 del presente volume.
  12. Agudeza y arte de ingenio (1642), discorso 52 (in Obras, Barcelona, 1700, II, 335 )
  13. Ivi, disc. 35 (II, 298); e, per una citazione, cfr. Criticon, II, 2 (I, 162).
  14. Il Luzán, nella sua Poetica (1737), riferiva al Malvezzi l’introduzione in Ispagna del «cultismo». Ma giá nel 1659 lo Chapelain avvicinava per questa parte gli spagnuoli allo scrittore italiano: «Généralement, les modernes espagnols ont corrompu leur style et sont tombés dans les figures bizarres et forcées dont vous accusez celui-ei (Gracian), justement come les Italiens modernes ont fait sur le modèle de Malvezzi. Quevedo est assez de ces gens-lá, quoiqu’un peu moins que la plus part des autres» (lett. allo Spanheim da Parigi, 21 dicembre 1659, in Jean Chapelain, Lettres, ed. Tamisey de Larroque, Paris, 1883, II, 75). Per un altro accenno al Malvezzi, e al modo in cui questi «accablait» la storia «de réflexions ambitieuses», v. ivi, p. 45 (lett del 27 giugno ’59).
  15. L’Hoggidí, parte seconda, overo gl’ingegni non inferiori ai passati (ed. di Venezia, 1662), pp. 207-9.
  16. Lettera al Lamberti (in Marino e altri, Epistolario, ed. Bozzelli-Nicolini, II, 194: ivi, 193, è anche una lettera del 1629 al Malvezzi del quale si elogia un libro).
  17. Del cane di Diogene, Opera massima di Fr. Fulvio Frugoni, minimo. I quinti latrati, cioè il Tribunal della Critica (Venezia, 1687), pp. 374-7.
  18. Per le traduzioni, alcune notizie in Brunet5, III, 1350; Blanc, 22, 41, 1433; e per le traduzioni spagnuole l’Enciclopedia europea-americana, XXXII, 591 (fra questi traduttori fu il Quevedo). Dei Successi trovo citata una trad. inglese di R. Gentilis (The chief events of the monarchie of Spain in the year, 1639, London, 1647). Ma delle traduzioni manca un catalogo esatto e compiuto.
  19. Vincenzo Armanni, Lettere (Venezia, 1663), I, 187.
  20. A. Cim, Le livre (Paris, 1905), I, 236-7, che rimanda a una notizia della Revue bleue del 18 febbraio 1893, p. 224.
  21. Sei righi gli dedica il Belloni, Il Seicento, (1a ed., 1899, p. 37S; 2a ed., 1929, pp. 82-83), in cui erroneamente raccosta i libri del Malvezzi a «romanzi storici».
  22. Discorso sula vita e suite opere del cardinale Sforza - Pallavicino, 1820, in Opere, ed. Gussalli, X (Milano, 1859), p. 408.
  23. Corso sugli scritturi politici italiani, nuova ediz. cit., lez. XVIII, pp. 337-33S. Con migliore notizia, sebbene alquanto estrinsecamente, se ne discorre nel lavoro giovanile di Luigi Rossi, Gli scrittori politici bolognesi (Bologna, 1888), pp. 163-173.
  24. Come ora è stato mostrato dal Croce, nella sua memoria su Virgilio Malvezzi e i suoi pensieri politici e morali (estr. dal vol. LII, parte prima degli Atti della R. Accademia di Scienze Morali e Politiche di Napoli; Napoli, tip. Sangiovanni, 192S, pp. 41, 8°): donde sono riportate testualmente queste notizie. Nella stessa memoria è anche la prima edizione della scelta dei Pensieri qui raccolti. Cfr. del Croce anche la Storia dell’etá barocca, pp. 139, 143-149, 152-155» 436-438.
  25. Zani, Mem. cit., p. 386; e pel Manzini efr. anche Frugoni, l. c., p. 209.