Prose della volgar lingua/Libro terzo/IV

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Terzo libro – capitolo IV

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Detto che cosí ebbe il Magnifico, per picciolo spazio fermatosi e poscia passare ad altro volendo, mio fratello cosí prese a dire: - Egli non si pare che cosí sia, Giuliano, come voi dite, che nella I tutti i nomi del maschio forniscano, i quali nel numero del piú si mandan fuori, almeno ne’ poeti; con ciò sia cosa che si legga:

Togliendo gli anima’, che sono in terra;

e ancora,

Che v’eran di lacciuo’ forme sí nove;

dove si vede che Anima’ e Lacciuo’ sono voci del numero del piú, e nondimeno nella I non forniscono. E similmente in ogni poeta ve ne sono dell’altre, e in questi medesimi altresí. Dunque affine che messer Ercole, a questi versi o ad altri a questi simili avenendosi, non istea sospeso, scioglietegli questo picciol dubbio e fategliele chiaro -. Perché il Magnifico, a queste parole rispondendo, cosí disse: - Queste voci, messer Ercole, che ora il Bembo da Dante e dal Petrarca ci reca, voci intere non sono, anzi son fatte tali dalla licenza de’ poeti. La quale da questa parte nondimeno è leggiera; ché il tor via di loro le due ultime lettere niuna disparutezza si vede che genera, e per aventura direbbe alcuno, che vi si giugne e accresce vaghezza cosí facendo. E io vi ragionava delle intere, che, in queste due, Animali e Lacciuoli sono, delle quali le due ultime lettere sono sí deboli, che poco perdono, se pure non acquistano, le dette voci da questo canto. E sono tuttavia di quelli che nella scrittura niente vogliono che si lievi di loro, anzi si lascino intere; quantunque poscia, leggendo il verso, cosí le mandan fuori, come voi fatto avete. Il che si fa medesimamente in quelle voci, che con tre vocali finiscono, le quali tutte interamente si scrivono, e nondimeno alle volte si leggono e proferiscono non intere:

Non era vinto ancora Montemalo
dal nostro Uccellatoio; che com’è vinto
nel montar su, cosí sarà nel calo

e ancora,

Lasciala tal, che di qui a mill’anni
ne lo stato primaio non si rinselva.

Né solo Dante, ma gli altri toscani poeti ancora questa licenza si presero in altre cosí fatte voci. - Niuna licenza, - disse allora acciò framettendosi messer Federigo - che nuova fosse, si presero i vostri poeti, Giuliano, nel cosí fare come avete detto; perciò che vie di lor prima i Provenzali cosí facevano, che Gioia Noia essi senza la vocale ultima scriveano, e d’una sillaba essere la ne facevano. E ciò usavano in quelle voci, che da noi con le tre vocali, nella detta guisa favellando, si mandan fuori. Il che da essi togliendo, sí come da loro maestri, disse Lupo degli Uberti in un verso rotto delle sue canzoni cosí:

Ch’altra gioia non m’è cara;

e il re Enzo in un altro:

Per meo servir non veggio,
che gioia mi se n’accresca;

e il Boccaccio in uno intero delle sue ballate medesimamente cosí:

Onde ’l viver m’è noia, né so morire.

E dell’altre voci ancora dissero i nostri poeti di questa maniera:

e simili -. E questo detto, si tacque.