Prose della volgar lingua/Libro terzo/L

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Terzo libro – capitolo L

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Ragionare oltre a questo de’ verbi, che sotto regola non istanno, non fa lungo mestiero; con ciò sia cosa che essi son pochi, e di poco escono; sí come esce Vo, che Ire e Andare ha per voce senza termine parimente, e del quale le voci tutte del tempo, che corre mentre l’uom parla, a questo modo si dicono, Va Vada. Le altre tutte, da questa, che io dissi Andare, formandosi, cosí ne vanno, Andava Andai Anderò e piú toscanamente Andrò e Andrei. Gire e Gía e Gío e Girei e Gito e simili sono voci del verso, quantunque Dante sparse l’abbia per le sue prose. Esce ancor Sono, che Son e So’ alle volte s’è detto e nel verso e nelle prose, e Se’ in vece di Sei nella seconda sua voce, del quale è la voce senza termine questa Essere, che con niuna delle altre non s’aviene, se non s’avien con questa Essendo, che si dice eziandio Sendo alcuna volta nel verso. Il qual verbo ha nel passato Fui e Sono stato e Suto, che vale quanto Stato; e nella terza voce del numero del piú Furono, che Fur s’è detto troncamente, e Furo, che non cosí troncamente disse il Petrarca. Quantunque Stato è oltre acciò la voce del passato, che di verbo e di nome partecipa, e torcesi per li generi e per li numeri. Fue, che disse il medesimo Petrarca, in vece di Fu, voce pure del verso, ma non sí che ella non sia eziandio alle volte delle prose, è con quella licenza detto, con la quale molti degli altri poeti a molte altre voci giunsero la medesima E, per cagione della rima, Tue Piue Sue Giue Dae Stae Udie Uscie, e alla terza voce ancora di questo stesso verbo, Ee, che disse Dante, e Mee e ad infinite somiglianti. Dalla quale troppa licenza nondimeno si rattenne il medesimo Petrarca, il quale, oltre a questa voce Fue, altro che Die, in vece di Dí, non disse di questa maniera; e fu egli in ciò piú guardingo ne’ suoi versi, che Giovan Villani non è stato nelle sue prose, con ciò sia cosa che in esse Hae e Vae e Seguie e Cosie si leggono. Quantunque Die s’è detto anticamente alcuna volta eziandio nelle prose, perciò che dicevano Nel die giudicio, in vece di dire Nel dí del giudicio. Di questo verbo pose il Boccaccio la terza voce del numero del meno È con quello del piú ne’ nomi, Già è molt’anni dicendo. Le terze voci di lui, che si danno al tempo che è a venire, in due modi si dicono, Sarà e Fia e Saranno e Fiano; e poi nel tempo che corre, condizionalmente ragionandosi, Sia e Siano e Fora, voce del verbo, di cui l’altr’ieri si disse, che vale quanto Sarebbe, e Saria quello stesso, che si disse spesse volte Sarie nelle prose; delle quali sono parimente voci Fie e Fieno, Sie e Sieno, in vece delle già dette. Ha il detto verbo quello, che di niuno altro dir si può, e ciò è, che la prima voce sua del numero del meno e la terza di quello del piú sono quelle stesse. Esce Ho anch’egli, in quanto da Avere non pare che si possa ragionevolmente formare cosí questa voce. Piú dirittamente ne viene Abbo, che disse Dante, e degli altri antichi; ma ella è voce molto dura, e perciò ora in tutto rifiutata e da’ rimatori e da’ prosatori parimente. Non è cosí rifiutata Aggio, che ne viene men dirittamente, sí come voce non cosí rozza e salvatica, e per questo detta dal Petrarca nelle sue canzoni, tolta nondimeno da’ piú antichi, che la usarono senza risguardo; dalla quale si formò Aggia e Aggiate, che il medesimo poeta nelle medesime canzoni disse piú d’una volta. Dalla Ho, prima voce del presente tempo molto usata, formò messer Cino la prima altresí del passato Ei, quando e’ disse:

Or foss’io morto, quando la mirai,
che non ei poi, se non dolore e pianto,
e certo son ch’io non avrò giamai.