Prose della volgar lingua/Libro terzo/LXX

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Terzo libro – capitolo LXX

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Leggesi la voce Oimè, che ora si disse, non solo in persona di colui che parla, sí come in quel luogo del Boccaccio, Oimè lasso; ma ancora in quella di cui si parla, Oisè; sí come si legge nel medesimo Boccaccio: Oisè, dolente sè, che ’l porco gli era stato imbolato. Dissesi oltre acciò la Oi anticamente, in vece della Ahi, che poi s’è detta e ora si dice: Oi mondo errante, e uomini sconoscenti di poca cortesia. Leggesi la particella O, non solo per voce che si dice chiamando che che sia; o per quella che, di due o piú cose ragionandosi, in dubbio o in elezion le pone degli ascoltanti, come qui, che io in dubbio o in elezion dissi, la quale O, Overo eziandio si disse; o pure per quell’altra che è di doglianza principio: O quanto è oggi cotal vita mal conosciuta; o ancora per quella che è segno d’alcun disio, e suolsi con la particella Se il piú delle volte mandar fuori:

O se questa temenza
non temprasse l’arsura che m’incende,
beato venir men.

Mandasi tuttavia alcuna volta eziandio senza essa:

E o pur non molesto
le sia ’l mio ingegno, e ’l mio lodar non sprezze.

Ma leggesi oltre acciò per un cotal modo di parlare, che alle volte contiene in sé maraviglia piú tosto che altro; alle volte non la contiene; ora con richiesta posto, sí come la pose il Boccaccio, O mangiano i morti?, e ora senza essa. Et èssi detta ancora cosí, Ora e Or: Ora le parole furono assai, e il ramarichío della donna grande, e poco davanti, Or non son io, malvagio uomo, cosí bella come sia la moglie di Ricciardo?. Nella qual guisa ella si dice sempre nel verso:

O fido sguardo, or che volei tu dirme?.

Ma tornando alla O, che in vece d’Overo si dice, è da sapere che le danno i poeti spesse volte la D, quando la segue alcuna vocale, per empiere la sillaba; sí come diede Lapo Gianni, che disse:

Né spero dilettanza,
né gioia aver compita,
se ’l tempo non m’aita
od amor non mi reca altra speranza;

e come diede il Petrarca, dicendo:

Pomm’in cielo, od in terra, od in abisso.

Quantunque non solo alla O diedero i poeti la D, ma oltre acciò ancora alla particella Se; sí come fece Dante, che disse nelle sue canzoni:

Di che domandi amor, sed egli è vero;

e alla Né, sí come diede il Petrarca, il qual disse:

Ned ella a me per tutto ’l suo disdegno
torrà giamai;

e, oltre a questo, alla voce Che, sí come si vede in Gianni degli Alfani, il qual disse:

E se vedrà ’l dolore,
che ’l distrugge, i’ mi vanto
ched e’ ne sospirrà di pietà alquanto,

e nel Boccaccio, che in nome del dianzi detto Mico, disse:

Che vadi a lui, e donigli membranza
del giorno, ched io il vidi a scudo e lanza.

Come che ciò si legga non solo ne’ versi, ma ancora nelle prose: E perciò poi ched e’ vi pure piace, io il farò, e altrove, Fu da’ medici consigliato, ched egli andasse a’ bagni di Siena, e guarrebbe senza fallo. Sono ancor di quelli che dicono che eziandio alla particella E, che congiugne le voci, si dà alle volte la D, in vece della T, che latinamente parlandosi sta seco; sí come affermano che diede il Petrarca, quando e’ disse:

S’avesse dato a l’opera gentile
con la figura voce ed intelletto;

con ciò sia cosa che piú alquanto empie la sillaba e falla piú graziosa la D, che la T.