Prose della volgar lingua/Libro terzo/XXXVIII

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Terzo libro – capitolo XXXVIII

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Di che rimanendo mio fratello e gli altri sodisfatti di questa risposta, Giuliano, il suo ragionar seguendo, disse: - Nel tempo che è a venire, la primiera voce del numero del meno una necessità porta seco, e ciò è d’aver l’accento sempre sopra l’ultima sillaba, Amerò Dolerò Leggerò Udirò, e la terza altresí, Amerà Dolerà e l’altre. Era di necessità eziandio che, in tutti i verbi della prima maniera, la A si ponesse nella penultima sillaba; sí come in quegli della seconda e della terza la E, e in quegli della quarta la I necessariamente si pongono. Ma l’usanza della lingua ha portato che vi si pone la E in quella vece, e dicesi Amerò Porterò. Il che si serba nelle altre voci tutte di questo tempo, le quali voci, sí come quelle de’ tempi già detti, da questa prima pigliandosi, agevolmente si formano. Solo è da sapere, che nella terza del numero del piú, sempre si raddoppia la N, consonante di necessità richiesta a queste terze voci e alla maggior parte dell’altre del numero del piú di tutti i verbi. Usasi ancora spesse volte ne’ verbi, che hanno il D nella penultima sillaba della prima voce di questo tempo, levarsi via la vocal loro e dirsi cosí, Vedrò Udrò e l’altre, ma solamente nel verso; come che Potrò in vece di Poterò, e Potrai in vece di Poterai e le rimanenti a queste, ancora nelle prose hanno luogo, anzi non si dicono giamai altramente. Usasi eziandio in alquanti verbi levarsene la detta sillaba, raddoppiando in quella vece la R, che è lettera di necessità richiesta a questo tempo, Dorrò Corrò Porrò Verrò Sarrò e Merrò e Perrò e Sofferrò in vece di Dolerò Coglierò Ponerò Venirò Salirò e Menerò e Penerò e Sofferirò, e degli altri; e ciò è in uso, non solo del verso, ma ancora delle prose, e fassi parimente in tutte le altre voci di questo tempo. Et è alcuna volta, che non si dice giamai altramente; sí come si fa in questo verbo Voglio, che non si dice Voglierò, ma Vorrò; e il somigliante si fa di questo tempo in tutte le altre sue voci, anzi pure in tutte le altre voci di questo verbo, nelle quali entra la lettera R, da due in fuori che son queste: Volere e Volessero. È oltre a tutto questo, che gli antichi Toscani hanno fatto uscire la prima voce di questo tempo alcuna volta cosí: Ancideraggio Serviraggio, in vece di dire Anciderò e Servirò, che posero messer Onesto da Bologna e Buonagiunta da Lucca nelle loro canzoni, e messer Cino Falliraggio Avraggio Morraggio Saraggio altresí, da altre lingue tuttavia pigliandolesi, e Risapraggio e Diraggio, che pose il Boccaccio nelle sue; e ciò vi sia, messer Ercole, detto piú tosto perché il sappiate, che l’usiate. Et è ancora stato, che ella è uscita alcuna volta cosí, Torrabbo in vece di Torrò; il che tuttavia schifar si deve, sí come duro e orrido e spiacevole fine.