Prospetto biografico delle donne italiane/Prospetto biografico/Secolo XVI

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Secolo XVI

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SECOLO XVI.


Corrispose l’effetto ai voti unanimi della Italia e di chi la signoreggiava, e zelanti di serbarne la gloria e di aumentare il sacro fuoco delle lettere furono nel XVI secolo Leone X, Clemente VII, Cosimo, Francesco e Ferdinando de’ Medici in Firenze; due Alfonsi, ed Ercole II d’Este in Ferrara; i [p. 46 modifica]Gonzaghi in Mantova, in Guastalla, in Sabionetta, i Montefeltri in Urbino; e i Principi di Savoja, e i Cibo, e i Davalos, le corti de’ quali albergo divennero del sapere dei dotti.

Il Bembo quindi, il Sadoleto, il Baroaldo giovane, il Salviati, il Giovio, il Lampridio, il Porzio salirono in sommo onore alla corte di Leone X, non meno che il Molza, il Porrino, il Tolomei, il Vida ed altri a quella di Clemente VII. Ma niuna forse superò in isplendore di bel sapere, di dottrina e d’ingegno la Estense Corte, che sovra tutta l’Italia, sovra tutta l’Europa vividissimo lume diffuse: sacro e caro tributo d’ammirazione e d’amore che io rendo ai chiari spiriti, che figli furono della mia Ferrara! Che se un Tito Vespasiano Strozzi ed il figlio di lui Ercole, se un Lilio Gregorio Giraldi, se un Celio Calcagnini, se un Pistofilo, un Antonio Musa Brasavola, un Bonaccioli, un Guarini pur anche fossero mancati, bastava il nome solo di Lodovico Ariosto a renderla distintissima, e quello dell’infelice Torquato a segnarne la ricordanza 1.

Che se a sorprendente numero avvenne che giugnessero i dotti di quella età, la palma a loro non [p. 47 modifica]cedettero (ove accordare si voglia adeguata proporzione) le donne addottrinate e studiose, e non per vicende politiche 2 si ristettero e si distolsero da quegli studi a’ quali la squisitezza del gusto di que’ felici tempi e la feracità dell’ingegno loro con forza irresistibile le strascinava; e ne’ dolenti carmi di Vittoria Colonna un esempio ci resta del conforto che nel poetico dire trovare solevasi dalle sventurate donne a que’ giorni.

E qui concesso sia di appellarmi al giudizio degl’imparziali leggitori, dei veri conoscitori della divina poetica favella, e dicano essi se un secolo ricco tanto di figlie dilette d’Apollo dire si possa secolo sprovisto d’originalitè d’esprit. Sensibilissimo cuore, anima di fuoco elevatamente sublime, fervore di fantasia, coltivato spirito gentile, erudizione, nitido dire si richieggono a non indegnamente assidersi fra le Muse, e le donne Italiane luogo v’ebbero per la più parte distinto, e fermo sì da non esserne cacciate nè dalla invidia nè dalla calunnia.

Che se i soli elogi, a larga mano profusi, [p. 48 modifica]fossero stati bastante compenso alle erudite fatiche, niun secolo potrebbe vantarsi più ricco di femminili allori. La canora tuba dì Lodovico Ariosto non isdegnò di affidare all’eternità il nome di ben 30 donne nel XLVI de’ suoi canti; le celebrarono Annibal Caro, l’Arrisi, l’Argellati, i due Landi, Annibale Romei, il Bettussi, Cesare Capaccio, il Domenichi, e tanti e tant’altri; e giunse tant’oltre l’entusiasmo, che del merito, del sapere, della perfettibilità delle donne a preferenza degli uomini, scrissero il Cardinale Pompeo Colonna, il Ruscelli, Bernardo Spina, il Porzio; ed a convincere che all’apice giunta era la venerazione ed il culto pei femminili talenti, basti il ricordare il famoso Tempio alla divina signora Giovanna d’Aragona, innalzato per decreto dell’Accademia dei Dubbiosi di Venezia nei 1551, e dai migliori poeti di quel secolo costrutto di poesie greche, latine, ebraiche, caldee, illiriche, italiane, francesi, spagnuole e tedesche: esempio che in progresso ripetuto venne a favore di altre rispettabili e valenti donne.

Note

  1. Non intendo d’involare alla città di Bergamo l’alto onore di avere data culla al Tasso; ma semplicemente di accennare il lungo soggiorno da Tasso fatto in Ferrara, e l’avervi scritto la maggior parte delle sue opere.
  2. Dal 1496 al 1526 fu l’Italia agitata da ognora rinascenti vicende, Napoli essendo dopo lunghissimi combattimenti stato conquistato tre volte, Roma saccheggiata dai soldati di Carlo V, e Milano per ben tre volte divenuto preda, quando dalla francese, quando dalla spagnuola nazione.