Raimondo Montecuccoli, la sua famiglia e i suoi tempi/1

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Parte prima - Capitolo I

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RAIMONDO MONTECUCCOLI.



PARTE PRIMA.


Capitolo I.

primi anni di raimondo.

Se ne’ grandi commovimenti politici, e quando un paese subisce notabili trasformazioni, interviene che uomini bassamente nati alle più elevate dignità di uno stato, e singolarmente nelle milizie, pervengano, primi essi di lor lignaggio ad illustrarlo; c’insegna nondimeno la storia de’ passati secoli che le maggiori imprese militari, nelle epoche che sogliono dirsi normali, da coloro di consueto si compirono che negli antenati loro additar potevano uomini che per diversa maniera di nobili imprese si erano più o men grande rinomanza procacciata. E questo più peculiarmente diciamo per riguardo all’Italia insino al tempo della rivoluzione francese. Se invero da alcuni capitani di ventura, come Sforza Attendolo, il Piccinino, e non so che altri, si voglia prescindere, ci verrà veduto che i migliori capitani d’Italia o furono principi, o di famiglie di nobili e di feudatarii, ond’è che potesse dirsi con Dante che in loro la virtù scendeva per li rami.

Nelle reggie dei principi italiani come ne’ castelli ove tenevano i nobili feudali o temporanea o stabile dimora crescevano giovani che di null’altro udivano favellare se non di casi di guerra, di glorie o di sventure del proprio parentado, o de’ vicini [p. 2 modifica]signori, ond’è che di buon’ora il desiderio in loro si manifestasse di emulare le geste altrui, e di acquistare nominanza o nel proprio paese o fra gli stranieri combattendo.

In tale disposizione d’animo era la famiglia altresì dalla quale nell’avito castello di Montecuccolo nella montagna modenese nasceva l’eroe del quale imprendo a tener ragionamento, ponendogli a lato quelli del suo lignaggio, e gli uomini di stato e di guerra coi quali in maggiori relazioni ebbe egli a ritrovarsi. E fu Raimondo Montecuccoli il personaggio più insigne prodotto da quella che fu già provincia del Frignano la quale, singolarmente nella cospicua terra di Fanano, a molti rinomati uomini diede i natali; a Giulio Ottonelli tra gli altri e al padre Odoardo Corsini. Paese quello bellissimo per verdi vallate, per boscose pittoresche montagne, in vetta alle quali sorgono qua e colà castelli quasi direbbesi campati nell’aria, ne’ passati secoli abitati da feudatarii che in buona condizione li mantenevano e ben guardati per difenderli specialmente dalle fazioni che a lungo funestarono quella provincia; e che ora in gran parte abbandonati e mancanti talora di strade, volgono a ruina, compreso quello pur anche di Montecuccolo al quale con difficoltà si accede, e quello di Sestola, capoluogo già della provincia, che di recente dallo stato, che vi aveva carceri, abbandonato, più non alberga se non due famiglie, scese le altre nella sottostante borgata. Una magnifica strada solca ora le montagne unendo Modena a Pistoia, ed altre, sebbene né in numero sufficiente, né in condizioni troppo felici, la pongono in comunicazione colle terre circostanti; principale tra esse quella, invero non bene dai comuni ai quali appartiene mantenuta, la quale da Fanano scende a Pavullo, moderno capoluogo del circondario del Frignano, e sede della sottoprefettura.

Delle vetuste origini, come della potenza feudale de’ Montecuccoli nobili antichi di Modena ampiamente per ciò che ha tratto ai bassi secoli scrisse già il Tiraboschi nelle sue Rivoluzioni del Frignano, e per riguardo al tempo in che fu il ducato di Modena in dizione della casa d’Este, confido poter dare circa quell’illustre famiglia copiosi ragguagli nella Storia [p. 3 modifica]del Frignano e dei Montecuccoli, se mi avverrà di condurla a fine . Basterà pertanto a questo luogo accennare essere stato il ramo de’ Montecuccoli al quale Raimondo pertenne, e che si estinse in Leopoldo figlio di lui, il principale della famiglia, come quello che traeva origine da Frignano, primogenito di quel potente conte Cesare del quale ebbi già nel 1869 a pubblicare alquanti cenni biografici. Primo tra i figli del conte Galeotto Montecuccoli (nipote di questo Cesare) e di Ricciarda Molza nasceva Fabrizio, che datosi agli studi delle leggi e conseguite le insegne dottorali, presiedé alcun tempo il tribunale della rota in Genova, e stette ancora alla corte di Ferrante Gonzaga. Tra i fratelli di Fabrizio, un solo ebbe un figlio che morì giovane; e perché troppi erano, e tre di essi alla morte del padre in età minorile (come appare dalla scrittura del pagamento di un legato di Galeotto a favore dei francescani di santa Margherita di Modena), non ispartirono tra loro il non pingue asse paterno, e lo tennero in comune, quantunque assegnato avesse il padre a ciascuno di essi la parte sua. Senz’altro goderono insieme per allora il feudo di Montecuccolo, che aveva titolo di contea; e passato poi ad altro ramo della famiglia, divenne coll’aggiunta di due altri comuni, marchesato . Ivi or l’uno or l’altro di questi fratelli nel palazzo che, morto il padre loro nel 1567, acquistarono dal conte Lodovico Montecuccoli, conveniva con Fabrizio che più a lungo vi dimorò. E là una transazione con loro nel 1572 ebbe a fare quest’ultimo, mercé la quale stimo che a lui fosse data l’amministrazione del feudo, che passò certamente, lui morto, al solo fratello Massimiliano, investito da Cesare duca di Modena nel 1598 del feudo medesimo insieme però all’altro fratello Ottavio: ed era già stata precedentemente [p. 4 modifica]quella transazione confermata e modificata di comune accordo; il che ebbe luogo nel 1586.

Militarono pe’ veneti Giulio, Ottavio, Ippolito e Sigismondo; e quest’ultimo avendo avuto non so che ufficio pel papa Pio V in Avignone nel 1566, passò poscia capitano di lancie in Francia ove, secondo è notato in un albero genealogico della famiglia, ebbe Carpentras in governo. Aveva egli fatto, forse nell’allontanarsi dall’Italia, il suo testamento nel 1572, come tre anni di poi lo fecero Giulio e Costanzo, e di ciò ebbi notizia da un registro dei documenti dell’archivio Montecuccoli in Modena. Più rinomanza ancora de’ fratelli si procacciò Massimiliano or ricordato, combattendo in Francia sotto la disciplina del celebre Emanuele Filiberto di Savoia, che le insegne dell’ordine suo de’ SS. Maurizio e Lazzaro gli conferì.

Da Fabrizio e da Paola Stavoli (reggiana, secondo credo) che lungamente si tenne egli a concubina, senza che forse mai la sposasse, nasceva Galeotto nel 1570, come da un necrologio modenese apparisce, che ci verrà a suo luogo citato, e fu poi nel 1581 dall’imperator Rodolfo legittimato. Giovanissimo esser doveva Fabrizio allorché questo figlio gli nacque, se errato non è l’anno in che il catalogo dei documenti Montecuccoli segna un lustro più tardi il conferimento a lui della laurea dottorale. Una lettera di Fabrizio che vidi nell’archivio di stato, già degli Estensi, fa prova che né egli pure, quantunque negli studi versato, dai pregiudizii andasse immune che erano proprii del tempo suo. Narrava infatti in quella lettera al duca di Ferrara come gravemente infermatasi certa sua donna (la Stavoli) dalla quale aveva avuto due figli, la fece egli esorcizzare da un frate che dietro traevasi due indemoniati; ed uno di questi del maleficio operato in colei incolpò la moglie del fratello suo Fulvio, consenziente esso al misfatto, oltre l’aver dato opera acciò venisse il frate espulso dal Frignano. A parare il qual colpo essendo esso Fabrizio volato a Modena, trovò al suo ritorno affatturato uno de’ suoi figli e tre servi [p. 5 modifica]altresì. Affermava non aver egli voluto da prima prestar fede all’accusa di malie, ma fu astretto alfine, come soggiungeva, a reputare di queste in colpa il fratello e la cognata. A me non è poi noto qual risposta facesse il duca al credulo Fabrizio. L’altro figlio del quale è parola nella lettera o sarà morto allora o poco di poi, non trovandosi ulterior ricordo di lui.

Dagli zii, uomini d’arme tutti, anziché dal padre, che pure per breve tempo servì il duca Ercole II nelle fazioni militari di Correggio, può dirsi ereditasse Galeotto gli spiriti marziali proprii della sua famiglia; degno perciò di avere per figlio il valoroso Raimondo, il quale a sua volta come l’avo alle scienze ancora si dedicò; imitandolo pur anche nell’astenersi dalle violenze, il che non sempre seppe fare il padre suo, del quale con qualche larghezza, come l’argomento richiede, ci facciamo ora a ragionare.

I documenti archiviali ci mostrano Galeotto sino dal 1593 venturiere tra gl’imperiali a quelle guerre contro il turco alle quali trovavansi già il conte Luigi, e Costanzo zio di Galeotto; e v’era a capo di tre compagnie di cavalli il conte Sebastiano, secondo narra Raimondo nella sua opera sull’Ungheria, ove è discorso di queste guerre, intorno alle quali alquante lettere ci rimangono scritte da Marco Pio signore di Sassuolo che a quelle fazioni con certe indisciplinate truppe pontificie intervenne . E tre compagnie, scrisse Raimondo in una sua lettera all’imperatore, aver avuto il padre suo sotto di sé in Unghe[p. 6 modifica]ria, ove fece tre campagne. Di quella del 1593, dice ne’ suoi Annali dell’impero il Voltaire, che dei due corpi dell’armata imperiale era uno di essi comandato dall’arciduca Rodolfo, l’altro dal Montecuccoli: e potrebbe alludere a Galeotto, ma non mai ad Ernesto (allora in età di 9 anni), come mostrò credere nel suo Elogio di Raimondo Montecuccoli il Paradisi; e neppure ad Alfonso il quale, come diremo, lasciò in quell’anno l’Ungheria; rimanendo poi incerto se alluder volesse a qualcuno degli altri Montecuccoli ai quali or ora accennavamo. E così dicasi di quel passo delle Historie del mondo del Campana, ove si parla di un conte Montecuccoli che nel 1595 era a quelle guerre a capo di un reggimento di fanti e di alquanti cavalli; i quali ultimi è detto poi che erano archibugieri della Carniola, e che contribuirono a far battere i turchi a Sissek. Soggiungeva a questo luogo il Voltaire: “Quelli che hanno portato questo nome (Montecuccoli) sono stati destinati a combattere felicemente per la casa d’Austria”. Credo poi che nel racconto dello storico francese, se si riferisca a Galeotto, abbiasi ad intendere che comandasse egli un corpo speciale che non faceva parte dell’armata di Rodolfo, ma la coadiuvava fuor delle norme della milizia stanziale. Era Galeotto nel 1599 in Montecuccolo; e una lettera del conte Orazio Sacrati commissario allora (ossia governatore) della provincia del Frignano dice di lui: che trovandosi un giorno nel territorio di Sestola con un Pinotti di Monzone e un forestiere armati tutti di archibugi, in un tristo uomo s’avvennero nomato Domenico Filippucci da Montebonello, il quale alcun danno per avventura inferito aveva ai Montecuccoli o ai sudditi loro; e senza fargli motto con alquante archibugiate lo uccisero, ponendosi poscia in salvo nelle terre dai Pio possedute nel Frignano. Soggiungeva il Sacrati che quantunque uomo di mala vita fosse quel Filippucci, aveva egli nondimeno iniziato un processo contro gli uccisori di lui. Massimiliano Montecuccoli poi, che ricoverato aveva Galeotto in una sua casa, gl’impetrò facoltà di uscire dallo stato estense, e questi andò allora in Francia, non reputando per avventura [p. 7 modifica]opportuno il tornare in Allemagna. E là si sarà egli incontrato con Alfonso cugino suo, del ramo di Sassostorno, che più innanzi ci verrà ricordato, al quale alcuni incarichi da eseguire in Francia aveva allora affidati il granduca di Toscana. Breve tempo rimase seco Galeotto, che dal desiderio di cimentarsi di nuovo in guerra fu ricondotto all’esercito imperiale in Croazia, ove prese parte ad uno degli assedii di Canissa (Kanizsa) avvenuti nel primo e nel secondo anno del secolo XVII, de’ quali è parola nell’opera degli Aforismi del figlio di lui; e del secondo fatto, quello forse al quale intervenne suo padre, anche nel libro sull’Ungheria: infelice assedio codesto nel quale perdettero gl’imperiali l’artiglieria, il bagaglio e la tenda stessa dell’arciduca Ferdinando. I premii largiti allora ad Assan Teriaki che difese Canissa fecer prova di quanto la conservazione di quella piazza stesse a cuore ai turchi . Che in tal circostanza avesse modo Galeotto di distinguersi, lo scrisse l’autore di un’opera edita in Venezia nel 1743, intitolata: Vita e azioni di generali e soldati italiani. In un albero della famiglia Montecuccoli è poi notato che le truppe allora da lui comandate fossero toscane, di quelle forse che a quella guerra andarono con Giovanni de’ Medici. Dei disagi patiti dai soldati in quelle parti corsero allora dolorose novelle in Europa, ed accadde perciò che in Modena dovendo il duca Cesare d’Este, secondo narra nella sua cronica lo Spaccini, mandare cinquecento uomini agli spagnoli in Fiandra, dove spontanei molti modenesi erano a militare, non si trovò chi volesse arrolarsi per timore che s’avesse ad andare invece in Croazia. Si dovettero perciò arrolare a forza contadini e prigionieri. Due di questi ultimi che a ciò si ricusarono, narra il cronista che condannati vennero a venti anni di galera. Strani costumi, strana giustizia codesta!

Nel 1602 era di nuovo Galeotto in Montecuccolo; e che i suoi precedenti trascorsi fossero stati posti in dimenticanza, ce ne fa dimostrazione l’avere il duca Cesare d’Este in que’ moti di guerra che dai lucchesi allora si suscitarono, accettata la [p. 8 modifica]proposta dei Montecuccoli, che lui designarono capo dei 500 uomini in quella circostanza da essi posti a disposizione del duca. Non è di questo luogo il narrare gli avvenimenti di quella guerricciuola che tante lepidezze inspirò al poeta Tassoni: basterà accennare che con Galeotto v’ebbero altri Montecuccoli occasione di meritar lode; Enea cioè conte di Semese , espertissimo generale educatosi alle guerre de’ veneti e a quelle di Fiandra, Luigi feudatario di Renno, soldato e diplomatico, ed Alfonso per noi nominato; e che infine venne essa troncata o sospesa mercé l’intromissione di Spagna invocata dai lucchesi. Nell’anno medesimo in che questa guerra cessava, vo’ dire nel 1603, moriva il conte Massimiliano zio di Galeotto, governatore della Garfagnana e consigliere di stato, il quale dopo la morte del fratello Fabrizio, aveva tenuto, siccome avvisammo, l’amministrazione del feudo di Montecuccolo. Pretesero allora gli altri fratelli di lui che annullate rimanessero le precedenti transazioni, e che fosse da rimettere il feudo nelle condizioni sue precedenti. Galeotto alla sua volta, il quale forse o non aveva diritti da opporre a Massimiliano, o non volle sperimentarli, ne accampò tosto contro gli altri suoi zii, come figlio ed erede del primogenito loro, e a sé solo asserì, in forza probabilmente delle transazioni già citate, appartenere il feudo. Fiere contestazioni furono per ciò, che dettero anche luogo da una parte e dall’altra a devastazione di terre. Perché poi nell’elenco dei documenti dell’archivio Montecuccoli trovo indicato un processo che a quel tempo ebbe luogo per venir in chiaro se vera fosse la legittimazione ottenuta da Galeotto, mi è dato argomentare che dagli zii si tentasse di far dichiarare lui incapace, come d’illegittima nascita, di succedere nel feudo.

Secondo ne’ casi di contestazioni feudali era in costume, mandò il duca Cesare un sindaco camerale a prendere possesso per la camera ducale del castello di Montecuccolo, e a darlo in governo, finché venissero dai tribunali chiariti i dubbi, ad [p. 9 modifica]un podestà ducale. E fu questi quel medesimo Giambattista Fontana che colà si trovava come podestà di Massimiliano. O venissero poi a composizione le parti contendenti desistendo gli zii, che più anni vissero ancora, dalle pretensioni loro, o avessero contraria la sentenza del tribunale che avrà per avventura avuto sott’occhio l’atto di legittimazione di Galeotto, e quello dell’accennata transazione, sicura cosa è che nel luglio del successivo anno 1604 venne quest’ultimo dal duca investito del feudo di Montecuccolo.

Alcune traversie che ci accadrà di narrare altrove, turbarono invero la soddisfazione del conte Galeotto per la felice soluzione di quella vertenza; ma a queste largo conforto apprestavagli nel successivo anno il duca Cesare, tal donna proferendogli in isposa che per fortezza d’animo e per virtù preclare ben era meritevole di entrare a far parte di una famiglia così cospicua, qual’è tuttavia quella alla quale egli appartenne.

Fu questa Anna figlia del capitano, già defunto, Antonio Bigi (o Bisi come anche si trova nominato) nobile ferrarese, e di Lucrezia, alla quale fu padre il celebre ministro e storico G. B. Pigna. La giovane, come damigella che era della duchessa Virginia, teneva stanza nel palazzo ducale di Modena, e fu nella camera d’udienza di questa che venne la scritta matrimoniale stipulata. Alla sposa fu dalla madre costituita in dote la metà delle sostanze sue nel ferrarese, e di questa andrebbe ella in possesso all’epoca della sua morte, dovendo un’egual porzione pervenire a Giulia altra sua figlia. Percepirebbe intanto Galeotto il canone di affitto di una possessione di Lucrezia. Colla metà dei beni mobili della famiglia formerebbesi la sopraddote, e s’intenderà compreso il donativo di nozze ed il corredo. Procuratore di Lucrezia fu G. B. Bonleo ferrarese, e stettero testimoni al rogito il conte Paolo Emilio Boschetti di Modena e don Alfonso Mela nobile ferrarese. La divisione de’ beni ebbe poi luogo alla morte della madre accaduta nel 1618, essendo allora la Giulia moglie di Teodoro Sacrati, una figlia de’ quali ad istanza di Anna fu al fonte battesimale tenuta dal cardinal d’Este. [p. 10 modifica]

Una lettera che la contessa Anna nel maggio del 1606 indirizzava alla Duchessa, diceva del primo suo viaggio a Montecuccolo, dove, come siamo per dire, partorì essa nell’ottobre il suo primo figlio; e delle festose accoglienze ricevute dai sudditi, e come soddisfatta rimanesse del castello feudale, dove alternativamente con Modena tenne poi essa dimora. In una carta nell’archivio di sua famiglia, della quale si ha copia nell’archivio di stato e nella collezione Ferrari, ci dà conto ella medesima della nascita de’ molti suoi figli, e dice: “La prima creatura ch’io feci fu un putto nel 1606 30 ottobre di nome Fabrizio, e nacque a Montecuccolo: fu battezzato a Modena nella capella nuova di S. A. Ser.ma. Lo tenne al sacro fonte la Ser.ma Duchessa di Modena, ed il Ser.mo Gran Duca di Toscana, e per S. A. il signor Boni suo Ambasciatore residente in Modena.

Adì 4 aprile 1608 mi nacque una figlia che ebbe nome Havaniglia, e morì di 11 mesi incirca.” (Intorno a questa sua prima figlia è detto in altra carta di Anna che nacque in Modena il 4 aprile, giorno del venerdì santo alle ore 22, e che la cerimonia del battesimo fu fatta nell’anticamera della duchessa, all’altare ove si dice la messa. La tennero al sacro fonte la principessa Giulia e il cardinal d’Este.)

Le parole con che annunzia la contessa la nascita di Raimondo correggono un errore nel quale incorsero i biografi di lui che avvenuta la dissero nel 1608, quando cioè nasceva Havaniglia, errore che evitar si poteva consultando il Memoriale da Raimondo presentato all’imperatore Leopoldo, ove ei dice che a 16 anni entrò nel 1625 al servigio imperiale. Scriveva dunque la contessa: ”Adì 21 feb. 1609 nacquemi a Montecuccolo un altro figlio chiamato Raimondo”. Segue poi: “Adì 6 aprile 1610 un altro figlio chiamato Fabrizio.” (Era morto il primo d’egual nome.) [p. 11 modifica]

“Adì 11 febbraio 1612 nacquemi una figlia chiamata pure Havaniglia 17 feb. 1613 nacquemi un altro figlio chiamato Massimiliano.” (Che poi si fece gesuita.) “15 settembre 1614. Nacquemi un altro figlio che si chiama Alberto.

15 novembre 1615. Nacque una putta che si chiamò Havaniglia.” (Era premorta anche la seconda di tal nome. Questa terza è indicata in un albero della famiglia Montecuccoli col nome di Anna che per avventura corrisponde ad Havaniglia. Forse è quella della quale diremo aver scritto la madre al cardinal d’Este: altro di lei non sapendosi, è probabile morisse giovane.) “20 febbraio 1617. Nacque un putto che si chiamò Nicolò.” (Premorì al padre.) “30 agosto 1618. Nacquemi una putta che si chiamò Giuliana.” (Sarà nata in Brescello ove era allora Galeotto, e sarà quella che si fece monaca nel monastero di San Geminiano di Modena col nome di suor Giulia Teresa.)

Le nacque postumo nel 1619, e forse in Modena, un altro figlio, al quale impose il nome del defunto marito, e di lui sarà detto a suo luogo.

Nel castello di Montecuccolo si mostra tuttavia a chi lo visita la stanza ove nacque Raimondo, il quale sarà stato battezzato nella chiesa stessa del castello dedicata a San Lorenzo, che è nominata in una carta del 1569 dell’archivio Montecuccoli. E da poco tempo era stata quella chiesa costruita, sapendosi che gli antichi feudatarii venivano battezzati in quella di Renno che era la parrocchia loro.

Scarse notizie rimangonci dei due coniugi insino all’anno 1612, intenti essi alle cure della crescente famiglia, e al governo delle cose loro e del feudo. Non va per altro taciuto che alcune lagnanze indirizzava nel 1609 al duca il commissario del Frignano, che era Vincenzo Arlotti, perché si abusasse talvolta il conte Galeotto della molta autorità che in quelle parti s’era venuto procacciando, ond’è che si dicesse più di lui essere colà governatore il Montecuccoli. [p. 12 modifica]

La guerra per la successione nel Monferrato avendo fatto adunare l’anno 1613 sui confini del ducato di Modena numerose truppe toscane, che il re di Spagna chiamava al soccorso del duca di Mantova contro quello di Savoia, e alle quali l’Inojosa governator spagnuolo del Milanese e amico a quest’ultimo voleva invece che dal duca di Modena venisse conteso il passo, trasse di nuovo Galeotto a capo delle milizie di sua famiglia. Ciò che in cotal circostanza avvenisse sarà a più acconcio luogo da me raccontato: qui non altro è a dire se non che insistendo il re di Spagna acciò si desse pel Modenese il passo ai toscani, e non volendo d’altra parte il duca trarsi sopra lo sdegno del duca di Savoia, fe’ le mostre di difendere con molte milizie le frontiere, che poi con ordini segreti venivano a quelle genti dischiuse.

Ma se a nulla i dispendii fatti e quella mostra d’armi allora approdarono, valsero nondimeno come apprestamenti alla nuova guerra che stavano contro la casa d’Este meditando i lucchesi, vogliosi sempre di conquistare la Garfagnana. Fu anche allora Galeotto condottiere delle milizie feudali de’ Montecuccoli, che ascesero a settecento uomini, ai quali, secondo lasciò scritto lo Spaccini, altri quattrocento se ne aggiunsero della provincia del Frignano. E combatterono quei militi a fianco delle truppe ducali. Ma neppure di questi fatti terrò qui speciale ricordo: dirò solo che con ferocia fu anche allora combattuto, e che il consueto intervento di Spagna dai lucchesi invocato fece che le armi fratricide posassero.

L’anno 1616 veniva a morte il conte Luigi Montecuccoli da noi poc’anzi nominato, “uomo” dice il cronista Spaccini, “di rare qualità e belle lettere, buon teologo e matematico” che era allora governatore di Brescello. Non avendo la vedova di lui potuto conseguire che un figlio suo in quell’officio gli succedesse, venne a questo chiamato il conte Galeotto, donde forse que’ dissidii fra i due rami della famiglia ai quali stiamo per accennare. Aveva a quel tempo Brescello valide fortificazioni, perché oltre al fronteggiare il Po, trovavasi aver presso le [p. 13 modifica]terre dei Gonzaghi e dei Farnesi. Poco stette che non si venisse nel 1618 ad ostilità fra i primi di que’ principi, e il duca di Modena per cagione di certo isolotto sorto nel Po, e per un argine che agli uomini di Gualtieri gran nocumento arrecava. Delle milizie che colà si mandarono prese il comando il conte Galeotto: ma la cosa terminò senza guerra.

Di violenze da esso ordinate contro i conti di Renno figli del suo predecessore in quel governo abbiamo notizia in tre documenti del 1618. Da Brescello e da Montecuccolo mandò egli due volte genti e cani a devastare pel tratto di un miglio il territorio loro, a cagione come sembra d’impedito trasporto di grani ad un suo molino, e di violati privilegi di caccia: né poté poi Ersilia Pallavicini madre di que’ conti ottenere che contro Galeotto per giustizia si procedesse. Io poi non sono lontano dal credere che da certa asprezza che qualche volta nel carattere di Galeotto si manifestò, se non fu per la repressione ch’ei volesse d’inveterati abusi, il rancore derivasse che una porzione degli abitanti di Brescello mostrò nutrire verso il suo governatore. Dei quali odii dolorosa prova ci è porta all’epoca della morte di lui accaduta (e fu sospettato per veleno) nel 1619, quando gli ultimi istanti del viver suo, mentre intorno gli stavano un sacerdote e medici venuti di fuori, non fidandosi esso di que’ del paese, gli venivano amareggiati dall’indegno procedere di quel podestà, che consentì pubblici balli si facessero e fuochi di gioia così in Brescello come nelle terre circostanti; e persino in una casa da Galeotto medesimo acquistata a Boretto, che fu poi dagli eredi venduta a certi banchieri israeliti di colà. Di questo acerbamente dal duca rimproverato il podestà, allegò a sua difesa que’ bagordi essersi fatti non ad offesa del governatore ma per la solennità della Madonna di Reggio solita festeggiarsi a quel modo. Non volle la desolata vedova a quella terra dalla quale, secondo essa scriveva al duca, era bandita la carità cristiana, confidare la salma del marito, e seco la trasse a Modena dandole sepoltura nella chiesa di san Pietro, dove essa pure volle poi essere tumulata, ed ove è a desiderarsi che un’iscrizione si [p. 14 modifica]ponga a ricordo de’ genitori di uno dei più illustri guerrieri italiani.

Una numerosa famiglia lasciava Galeotto dopo di sé, la quale, alla nascita del figlio postumo, si componeva di cinque figli maschi e di due femmine: ed erano, secondo reca una carta che è nell’archivio di stato, Raimondo, Fabrizio, Massimiliano, Alberto, Galeotto, Havaniglia, e un’altra figlia che sarà stata Giuliana, che dicemmo fattasi più tardi monaca col nome di Giulia Teresa. Tutti furono nel testamento posti sotto tutela della madre. E questa come bene si diportasse il non lauto patrimonio amministrando, e tenendo il governo del feudo, e con che sviscerato amore curasse il bene de’ figli, e tutti s’industriasse prepararli per una proficua carriera, dalle sue lettere appar manifesto, e da quelle altresì de’ principi estensi. E qui non tornerà inopportuno di tener ricordo di quelli tra i Montecuccoli che nell’anno successivo alla morte del conte Galeotto si trovavano a capo de’ feudi della famiglia, i quali sottoscrissero la dimanda per l’elezione del successore di Galeotto nel comando delle milizie loro, segnandosi la vedova contessa Anna come amministratrice pe’ figli minorenni del feudo di Montecuccolo. Erano dunque i feudatarii: Federico di Montese, Orazio di Ranocchio, Girolamo di Salto, Francesco di Semese, un altro Girolamo di Riva, Lodovico e fratelli di Renno, Girolamo ed Ernesto (poscia generale) di Sassostorno, Federico e Girolamo (gli stessi nominati più sopra) di Montecenere, Giulio di Polinago.

Se furono gravi le cure assunte allora dalla contessa Anna, tanto almeno le bastò la vita da vedere da esito felice coronate le sue fatiche, così in riguardo di Raimondo bene promettente di sé fino dai primi anni della sua carriera militare, come in riguardo degli altri figli che le sopravvissero, i quali tutti lasciò essa bene avviati. Non contava allora Raimondo più che dieci anni di età, e tutti di minor tempo erano gli altri figli di lei; ond’è a pensare quante cure costar [p. 15 modifica]dovesse ad Anna vedova e incinta il provvedere, poiché immaturamente le venne meno il marito, alle necessità del momento, come nondimeno le riescì di fare, traendo buon pro dalla protezione che della sua famiglia assunsero i principi estensi. A lei un officio aulico fu dato presso la principessa Giulia figlia del duca, la quale dal padre impetrò tosto che Massimiliano, uno de’ figli di Galeotto non maggiore di otto anni, venisse accolto fra i paggi della corte. Il cardinale Alessandro fratello del duca, a minorare alla contessa i pensieri e i dispendii, presso di sé chiamò i figli suoi più grandicelli, tra i quali Raimondo, seco traendoli poscia a Reggio, quando nel 1621 fu eletto vescovo di quella diocesi. Dell’educazione di questi giovinetti il cardinale con affetto di padre assiduamente si occupò: de’ buoni portamenti loro dava esso di tratto in tratto contezza alla madre, non che del profitto che, secondo si ha dalle sue lettere, venivano essi facendo nella virtù; e qualcuno della sua corte inviò talora a darle più distinti ragguagli intorno ai medesimi. Alcuna fiata i figli stessi le mandava a Modena, ed essa una volta nel restituirglieli scriveva esser questi i più cari pegni che offerir gli potesse della devozione sua. E ancora per una figlia di lei ebbe ad adoperarsi il cardinale; ma non corrispose l’esito alle speranze concepite, che ignoro quali fossero. In tutte le necessità sue del rimanente aveva ricorso la contessa al cardinale come, ad esempio, allora che colla sorella ebbe a partire l’eredità materna; e quando la sua dote che era costituita in beni stabili, dal marito in appresso venduti, volle, per consiglio della principessa Giulia d’Este, le venisse in altra forma assicurata, acciò intera avessero i figli a ritrovarla, lei morta. E con questi fece poi essa una convenzione nel 1622 che ci è indicata in un elenco dei documenti dell’archivio Montecuccoli. Perdeva quella famiglia la notte del 13 maggio dell’anno 1624 un tanto amorevole mecenate suo qual fu il cardinal d’Este, essendo esso, secondo al duca scriveva Fabio Carandini suo ministro residente in Roma, venuto a morte in Tivoli, ove cercava tregua ai malori contratti durante il conclave dal quale [p. 16 modifica]uscì papa Urbano VIII. Non dimenticò egli nel testamento suo quella famiglia, essendo che di duecento scudi d’oro gratificasse il conte Massimiliano suo familiare , e una pensione di cento scudi annui assegnasse al giovinetto Raimondo che seco, come si ha da un manoscritto della Magliabechiana, aveva egli condotto a Roma in officio di paggio, da percepirsi sui redditi della parrocchia di Novi, a norma della facoltà ottenutane dal papa. Ma questo legato che faceva il paio con altro di 50 scudi dal cardinale assegnati al suo guardaroba, impediva si trovasse chi all’officio allora vacante aspirar volesse di parroco di Novi. L’assunse poi con segrete speranze un don Santi, o Chianti, come anche è detto, che tosto ricorse al duca Cesare per liberarsi da quell’onere: e poiché non fu ascoltato, andò a Roma sperando nell’efficacia di certa gherminella da lui immaginata, che consisteva nel far credere al papa avesse bensì il cardinale da lui ottenuto d’istituire quel legato, ma non fosse poi stata nominata la persona cui conferirlo. Se non che la cosa non gli riescì, giacché caldamente s’adoperava il duca Cesare, mercé Fabio Carandini e Francesco Mantovani segretario di lui e procuratore, in favore di Raimondo, dalla contessa sua madre con vive istanze raccomandatogli. Lungo fu il contrasto; ma finalmente l’ultimo giorno di quell’anno fu la pensione consentita a Raimondo, difalcati però dalla medesima 30 scudi annui che la dateria romana volle tenere per sé . Rimasero pertanto al legatario 70 scudi romani equivalenti a 90 di Modena. Perché poi quel futuro maresciallo avrebbe dovuto per cagione di quel beneficio assumere vesti ecclesiastiche; e già aveva più mesi innanzi il Cardinal Garcia conceduto la facoltà di tonsurarlo, com’è detto in un documento dell’archivio di sua famiglia; gli ottenne il buon Cesare che per due anni goder lo potesse in abiti secolareschi: ma allorché nell’anno successivo (1626) il duca pregò che del tutto rima[p. 17 modifica]nesse libero Raimondo dal vestirsi da chierico, vie più perché, come il Carandini esponeva, era egli paggio della corte estense , opposizioni forti trovò egli nel papa, il quale chiamava scandalo l’uso che era in Modena che i provvisti d’alcuna rendita di chiesa vestissero da secolari, e diceva cospicuo il legato di Raimondo ascendente a 170 scudi annui; nella qual cifra sarà probabilmente incorso errore per opera del copista del documento. Ma finalmente il 28 novembre di quell’anno scriveva il Carandini al duca che il breve contenente quella concessione “stava in termine di essere levato:” e sarà stato poscia da lui spedito. E al punto della riferita pensione crederei sia pur da connettersi un altro incarico dato dal duca nel 1628 ai due agenti or nominati; di curare cioè l’esazione di 47 scudi d’oro da due anni non pagati a Raimondo da un abate che nomavasi, o Marioni come scriveva il Carandini, o Marini al detto del Mantovani, soggiungendo voler dar opera acciò venisse per questo scomunicato. E qui poiché se ne offre il destro, noterò altresì gli uffici che precedentemente, cioè nel 1622, fece fare il duca Cesare dal conte Alfonso Ciocchi residente estense in Roma, perché non fosse posto ostacolo ad un assegno di 300 scudi sul vescovado di Gallipoli dal re di Spagna conceduto al conte Alessandro Montecuccoli. Dell’educazione di Raimondo si dette anche pensiero il buon duca, e fece istanza al cardinale di Montalto (Peretti) acciò gli fosse dato luogo tra gli alunni del collegio che da lui prese il nome in Bologna: ma rispose il cardi[p. 18 modifica]nale aver già concesso un posto in quel collegio ad un giovane raccomandatogli dal defunto cardinal d’Este; vedesse il duca se vi fosse modo di porre il Montecuccoli in luogo dell’altro: di più non poteva egli fare “per l’affollamento degli impegni” secondo egli esprimevasi. Non si dié per vinto il duca, e più volte a quel cardinale fece rinnovare le istanze: ma la cosa non poté sortir effetto. Si venne dunque educando Raimondo, secondo probabilità, insieme ai fratelli in Modena, e ben mi duole che nessun ricordo mi sia avvenuto di ritrovare circa coloro che all’istruzione di que’ giovinetti furono deputati, e circa qualche circostanza che abbia tratto agli anni da loro consacrati allo studio, giacché per quanto risguarda Raimondo piacevol cosa e non scevra di utilità riescirebbe il poter narrare come man mano quell’acutezza d’ingegno che sortito aveva dalla natura in lui si venisse sviluppando. Ci limiteremo pertanto a riferire ciò che su questo particolare lasciò scritto lo storico Gualdo Priorato, che fu alcun tempo suo commilitone in Germania. Dice egli adunque che “con tanta applicazione fece risplender la vivezza del suo ingegno, che i di lui precettori ammirati del suo gran spirito conobbero, e pubblicamente predissero ch’egli doveva riuscire uno de’ più grandi huomini d’Europa… oltre lo studio delle scienze più stimate, s’impiegò ne gli esercitij cavallereschi dell’armeggiare, cavalcare… nel che si rese così capace che non cede a qual si sia più habile professore”. L’Huissen altro biografo di lui scriveva; avere il giovanetto Raimondo “sfuggito sempre ciò che suol esser passatempo degli altri fanciulli”. Che poi per attendere nella prima sua età agli studi prendesse egli l’abitudine, che sempre conservò, di vegliare gran parte della notte, lo dice egli stesso in una lettera che più oltre ci verrà citata. E’ lecito poi il supporre che non scarsa efficacia avranno sull’animo di lui esercitato gli esempi di virtù, di amorevolezza e di attività portigli dalla madre sua. Se nel cardinal d’Este veniva meno alla contessa Montecuccoli un protettore, altro gliene rimaneva non meno amorevole, come avvisammo già, nel duca Cesare fratello di lui, col [p. 19 modifica]quale per gli offici che dicevamo da lei sostenuti alla corte, avrà avuto più sovente occasione di trovarsi. E già, vivente il cardinale, ebbe essa ad interporre l’opera del duca per quetare le differenze che nel 1622 vertevano tra i fratelli del defunto marito e un capitano Andrea Rinaldi. Nel 1625 veniva essa raccomandandogli pel carico di castellano di Castelnovo di Garfagnana l’alfiere Francesco Rampalli, che in quella sua patria, dopo avere militato in Fiandra per la Spagna, era in procinto di ritornare: se non che avendo già il duca altrimenti a quell’officio provveduto, non poté in questo compiacerla.

Teneva la contessa e il feudo e le sostanze della famiglia ad ogni occorrenza raccomandate al duca Cesare, e ai successori, non che l’ospedale di Pavullo, che veniva dai Montecuccoli e dalla provincia del Frignano governato, come fondatori che ne erano stati: se non che piacque poi al duca Francesco I rivolgere le rendite del medesimo in pro dei suoi fratelli ecclesiastici. Ma insino che le fu dato, con molto zelo vegliò la contessa alla conservazione di esso; curò nel 1623 la revisione degli statuti ond’era retto, e ottenne che gli abusi che colà s’erano venuti introducendo si togliessero di mezzo.

Sempre disposta a sua volta era poi essa, a secondare, per quanto le era concesso, i desiderii del principe, nelle frequenti dimande singolarmente che le vennero fatte in occasione di guerre, della milizia sua feudale; una compagnia cioè di ottanta uomini , che la contessa era tenuta a somministrare, o per aiuto di guerra, o a presidio de’ luoghi muniti, o anche a lavori di fortificazione dello stato. E dava ella pur anche i cavalli che requisir poteva nel feudo; se non che le continue richieste di cotali animali, che di consueto si restituivano rovinati, ne fece smettere l’allevamento. Era quella un’industria (ora rinnovata) delle montagne nostre. Si dettero invece al duca asini o muli per lavori di fortificazioni, o per carreggi. Per altro, secondo scriveva essa nel 1630, [p. 20 modifica]a lei, come donna, era forza non dipartirsi da quanto gli altri della famiglia deliberavano circa le dimande del governo: ma protestava al tempo medesimo che ogni cosa che liberamente in servigio del principe potesse fare, non sarebbe mai stata da lei pretermessa. Non lasciava nondimanco passare senza rimostranza ogni lesione ai diritti feudali della sua casa. Così allorquando nel 1626 pretese un ministro ducale di prendere in esame un processo che dal suo commissario facevasi in Montecuccolo, ricorse essa al duca Cesare; e perché prese egli la difesa del ministro, a questo spediva bensì il processo, ma compiuto, mercé una sentenza che speditamente venne dal suo commissario pronunciata.

In altra circostanza precedente, cioè nel 1621, fu lo stesso duca che con una lettera, nella quale la faceva certa della protezion sua ad ogni occorrenza, l’avvisava aver commesso al commissario di Sestola di consegnarle, se gli venissero alle mani, due uomini, forse di Montecuccolo, rei di un omicidio perpetrato a Renno, promettendole che sempre in consimili casi così sarebbesi fatto. Codesto favore avevagli essa medesima richiesto in una lettera nella quale la protezione gli ricordava ch’ei doveva “ad una povera vedova e a questi poveri pupilli” che in altra sua essa dice “derelitti e calpestati” alludendo per avventura a qualche angheria di parenti. Ad accrescer loro il patrimonio si andava pur essa industriando, e le venne fatto di ricomperare un orto entro Modena, in contrada Terranova, esteso 93 biolche (ettari 26½ circa) che da suo marito era stato con diritto di ricupera ven[p. 21 modifica]duto per 700 ducati ad altri . Se non che le fu mestieri in tal circostanza ottenere facoltà dal duca di contrarre un debito.

Oltre i virtuosi esempi materni imprimere si dovevano nell’animo del giovinetto Raimondo quelli che da alquanti illustri uomini del parentado suo gli venivano porti, come anche da certi suoi coetanei nella famiglia, che più tardi salir dovevano in rinomanza. Alcuni tra costoro già ci vennero ricordati, ed altri lo saranno più innanzi. Qui accenneremo intanto ad Alfonso Montecuccoli, che andò poi col duca Francesco I d’Este alla guerra di Piemonte dopo aver militato con grado di capitano tra gl’imperiali, ambasciatore poscia alla corte cesarea e che morì nel 1646: a Girolamo suo fratello, che spese la vita tra l’armi in servigio ora del suo principe, ora di Toscana, e ancora dell’impero: a Massimiliano feudatario di Polinago, che nel 1637 fu inviato estense a Torino, mentre un altro del suo nome, conte di Miceno, fu più tempo in Roma al servigio quando del cardinal d’Este, quando di quello di Savoia (dal 1636 al 1639), incaricato a quell’epoca di trattative di matrimonio pel principe Nicolò d’Este con una principessa Stigliano d’Avalos. Fu egli poscia maggiordomo della duchessa, e in fine governatore di Carpi. Dirò ancora del marchese Giuseppe di Polinago, morto nel 1682 dopo sostenuto l’officio di maggiordomo del duca Francesco II, e una ambasceria all’imperatore Leopoldo; e di Andrea conte di Renno, che alcuni errori suoi giovanili fece poscia obbliare combattendo per Francia e per l’impero. Rimasto egli prigioniero nella celebre battaglia di Rocroi, morì governatore di Armentiers in Fiandra dopo il 1663. E di altri ancora ci occorrerà nel processo di questa storia di tenere ragionamento. Anche di Francesco marchese di Guiglia avremo a favellare a suo luogo; e diremo delle relazioni sue con Raimondo, [p. 22 modifica]e come perdesse il favore che amplissimo godeva presso il duca Francesco I; ripristinata poi la fortuna della sua casa da Giambattista suo primogenito, compagno d’arme in gioventù di esso duca, del quale fu poscia mastro di camera e inviato straordinario in Germania, padre esso di Ercole prode generale nelle armate imperiali, che morì comandante militare della Lombardia, come a suo luogo accenneremo. Quelli poi che, oltre al marchese Francesco, in maggior relazione ebbero a ritrovarsi con Raimondo furono i cugini suoi Girolamo ed Ernesto, il gesuita Carlo Antonio e Giambattista suo fratello or nominato. Di tutti avremo a favellare più oltre, ma di Ernesto ci conviene tener parola sin d’ora per ricordare le prime sue prove nella carriera militare alla quale avviar doveva il cugino Raimondo.

Nacque Ernesto nel 1584, come da una lettera di Raimondo si ritrae, probabilmente in Montese feudo di Girolamo zio di suo padre, il qual ultimo sappiamo aver passato in quel castello molta parte di quell’anno . Erano i genitori suoi, il conte Alfonso da noi già ricordato ed Isabella de Golgin; che Isabella d’Austria, vedova di Carlo IX re di Francia, della quale fu damigella, gli dette in isposa allorché al servigio di lei come cavallerizzo maggiore, e più come confidente suo, a lungo dimorò in Praga . E fu Ernesto tenuto al sacro fonte dalla regina Isabella e dal cardinal d’Este, che rappresentar si fece da Vincenzo Manzoli, mentre delegò la regina quell’incarico al conte Ercole Montecuccoli. Discendeva quel ramo de’ Montecuccoli da Bersanino fratello di Frignano antenato di Raimondo, ed era perciò quest’ultimo cugino, benché non in primo grado, di Alfonso. Che se Raimondo negli Aforismi chiamò suo zio Ernesto (nel che fu poi da più storici seguitato, ma non [p. 23 modifica]dal Priorato suo contemporaneo) stimar si può lo facesse in riguardo all’età e al grado che sosteneva, o ad indicare reverenza. Del rimanente nelle lettere di Girolamo, fratello di lui, ov’è nominato Raimondo, vien sempre detto cugino suo. Ritornò stabilmente Alfonso in Italia allorquando dopo la morte della regina, e dopo sostenuto offici civili e militari in servigio dell’impero, fu dal granduca di Toscana nominato luogotenente degli uomini d’arme di Siena; ove mantenne nel 1602 una giostra, come si ha dal Diario mediceo del Tinghi, che manoscritto si conserva nell’archivio Capponi in Firenze nel quale è pur detto d’altra giostra in Pisa, cui prese parte Ernesto col nome di cavalier fedele. E fu nel 1603, partendo poco dopo (nel luglio) per l’Inghilterra col padre, spedito dal granduca ad offici di rallegramento al nuovo re. Ritornarono il primo aprile del successivo anno. E prima era stato Alfonso, secondo dicevamo, alla guerra di garfagnana. Sotto il 12 marzo del 1607 nota il cronista ora citato avere il granduca messo in ordine cinque navi per combattere i turchi, nominando ammiraglio di quella squadra (nella quale diversi sudditi estensi presero imbarco) il conte Alfonso Montecuccoli. Una lettera che i figli suoi dal castello di Montecuccolo, ov’erano presso i parenti loro, indirizzavano il 7 maggio di quell’anno medesimo al duca di Modena, annunziavagli la morte di lui avvenuta in Brettagna, ove forse era egli sbarcato infermo.

Trovavasi Ernesto a quel tempo ascritto alle milizie imperiali, rimanendoci la lettera colla quale il 4 agosto 1604 dava avviso il padre suo al duca Cesare che sarebbesi a lui presentato prima di andare ad apprendere nelle guerre d’Ungheria “il modo di rendersi atto col tempo a servire il suo sovrano naturale”. Furono dunque le prime armi del diciottenne Ernesto contro i turchi; che appunto in quell’anno s’erano posti a sostenere Giorgio Boschai, barone protestante transilvano, il quale, a difesa della propria credenza, aveva le principali città del suo paese e dell’Ungheria ribellate all’impero. S’era egli fatto proclamar re d’entrambe quelle provincie, mentre riprendevano i turchi, alleati suoi, Strigonia, dieci anni innanzi da essi per[p. 24 modifica]duta; ché da gran tempo erano i turchi in lotta coll’impero. La guerra finì col riconoscere che fece l’imperatore Rodolfo come palatino d’Ungheria e principe di Transilvania, il Boschai: se non che essendo questa nomina reputata dagli ungheri una violazione della costituzion loro, poi che fu egli morto, gridarono re di proprio moto Stefano Rakoczi. Aveva al tempo medesimo il debole Rodolfo conclusa una tregua di venti anni coi turchi: e veniva poi nel 1607 dal proprio fratello Mattia forzato a cedergli col ducato d’Austria l’Ungheria, devastata allora dalle milizie stesse di quel regno sovvenute di denaro dai turchi.

Tra que’ viluppi trovossi Ernesto, e prese parte a quelle guerre insieme al Wallenstein che poscia in tanta celebrità venir doveva; di età quasi uguali tra loro, contando Ernesto un anno solo meno che l’altro, si vennero allora alle arti della guerra educando sotto la disciplina di Giorgio Basta (come già al conte Alfonso padre di lui era intervenuto in Francia); del quale disse Raimondo nel suo Trattato dell’arte della guerra, che più tardi ricorderemo, esser egli stato tra i pochi generali che avevano “la pratica congiunta alla speculativa, come mostrò nella sua opera Del mastro di campo generale”. Giudicio questo confermato dal Förster, biografo di Wallenstein, che lui disse abilissimo colla penna e colla spada: se non che lo accusa il Mailàth di soverchia severità. [p. 25 modifica]

Rimpatriato Ernesto nel 1607, allorché già pacificata era l’Ungheria, due anni fermossi dopo mortogli il padre in Italia; e le lettere ci rimangono del duca Cesare e del cardinal d’Este suo fratello al granduca di Toscana, cui lo raccomandavano, per crediti forse risguardanti l’eredità paterna; e a Ranuccio Farnese, dal quale un sussidio egli sperava per rimettersi in assetto militare, povero essendo, come a quel duca e a quello di Modena esponeva, per essere cadetto di sua famiglia. Rescriveva Ranuccio volentieri averlo veduto, e che donollo, secondo gli richiese, di un cavallo. Perché poi furono dissidii a quel tempo fra Girolamo fratello suo e i conti Ercole ed Orazio Monte-cuccoli, a lui si dovette se in breve nel castello di Montese vennero composti. In toscana di nuovo prese parte Ernesto ad una giostra nel 1608, come un manoscritto già citato ci riferisce, e vi colse un premio: e ad una terza intervenne poi colà nel 1615. Allorché ritornò Ernesto in Germania nel 1609, sconvolta ebbe a trovarla per le discordie di che parla il Mailàth nella Storia dell’impero austriaco, suscitate dalle gare originate dall’estinzione della famiglia regnante nel ducato di Juliers (Jülich) e Cleves, cresciuto il fuoco per l’intromissione de’ francesi fautori de’ protestanti. A quella successione elevavano pretese l’elettore di Brandeburgo e il cognato suo duca di Neoburgo, i quali venuti di corto in discordia tra loro, dopo avere alcun tempo tenuto insieme il governo di quelle terre; il primo di essi per ottenere contro l’emulo aiuti dall’Olanda da luterano mutossi in calvinista, e l’altro per fargli contro mercò il favore di Baviera e dell’impero, da protestante facendosi cattolico, e ad una principessa bavarese disposandosi. Entrarono pertanto nel ducato conteso Maurizio d’Oranges da una parte, e da un’altra Ambrogio Spinola con truppe spagnole; e senza combattere si tenne ciascun di loro la parte di territorio che era giunto ad occupare, finché non si venne finalmente a conflitti [p. 26 modifica]che finirono col lasciare il paese diviso fra i principi che or ora dicevamo esserselo tra loro conteso; ma ciò non ebbe luogo se non nel 1666.

Ad un assedio di Juliers, la qual città quantunque ben difesa dal valente ingegnere italiano Francesco Tensini, il 2 settembre di quell’anno 1609 dovette capitolare, prese parte Ernesto altresì, e pare in qualità di volontario, leggendosi in una lettera sua esservi egli andato con alquanti cavalieri suoi amici. Supplicava poi in quella lettera il duca di Modena e il granduca di Toscana a rifornirlo di cavalli, avendo in quell’assedio perduti i proprii insieme al bagaglio: ma quant’è al duca Cesare non gli parve bene di compiacerlo di questo, e allegò trovarsi “sguarnita la sua scuderia”, limitandosi a rallegrarsi che sano e salvo fosse egli uscito da quelle guerre. Perché poi era corsa voce a quel tempo, che non fu vera se non più tardi, che alcun pericolo sovrastasse al ducato di Modena, auguravasi Ernesto in quella lettera gli fosse porta occasione di venire “a spendere questa vita pel serenissimo servigio suo, e a pagare parte di quell’obbligo sono tenuto presso l’A. V.”. Pregava Dio nondimeno che svanissero quei pericoli, e gli fosse invece concesso di combattere gl’infedeli. Erano infatti allora nell’Ungheria i turchi a difesa di Bethlen Gabor fattosi re colà e in Transilvania, e duratovi sino alla morte sua avvenuta nel 1625. E tornò Ernesto in Ungheria, ma in uno de’ fatti d’arme in quelle parti accaduti nel 1612, cadde egli combattendo in mano de’ nemici. Per pagare il riscatto che per la liberazion sua si chiedeva, obbligò il duca i Montecuccoli a concorrere con una somma che all’importare delle sostanze loro venne commisurata: e una lettera ci rimane del conte Desiderio, uno de’ fratelli del padre di Ernesto, che inviando a tal uopo duecento scudi al duca, lamentava non essere in grado di poter fare di più. Era Ernesto a quel tempo tenente colonnello di un reg[p. 27 modifica]gimento di corazze, e venne dopo la liberazione sua assunto al grado di colonnello. Fu la prigionia da lui sofferta la seconda delle sciagure che troppo sovente incolsero a questo prode soldato, al senno e all’audacia del quale non sempre fu compagna la fortuna. Non ebbe egli forse pari al valore la prudenza militare, virtù spiccatissima in Raimondo, e fu vittima talvolta della proverbiale impreveggenza de’ capi dell’esercito imperiale e de’ ministri, che a fronte di poderose armate ponevano sovente scarse truppe, alle quali e i viveri e le munizioni non di rado facevano difetto.

Venuto a morte poco dipoi il conte Desiderio or nominato, e non potendo nel feudo di Sassostorno succedergli Girolamo suo figlio, il quale, per un omicidio l’anno precedente perpetrato nella persona del capitano Cesare Nardi in causa di un ricorso fatto dal lui al duca contro una sentenza del podestà di Sassostorno, aveva avuto condanna di morte commutatagli per grazia sovrana nel carcere in Rubiera; corsero trattative circa il possesso di quel feudo fra Girolamo ed Ernesto, venuto per questo a Modena, e i figli di Sigismondo fratello già di Desiderio. Tornò ancora nel 1615 Ernesto in patria, allorché si venne alla decisione finale di questa causa, riescita a lui e al fratello favorevole. Rimangono infatti documenti nell’archivio di stato a provare ne’ due fratelli il possesso del feudo, il quale alla morte di essi non passò all’erede loro, come avremo a dire . E qui ricorderò avere Galeotto Montecuccoli ottenuta nel 1613 facoltà ad Ernesto di poter visitare in Rubiera il cugino che vi era carcerato.

Di Raimondo giovinetto allora di sei anni avrà potuto Ernesto nel 1615 ammirare il precoce ingegno, che da lui più tardi indirizzar si doveva verso la meta gloriosa ch’egli poi raggiunse. S’era posto a quel tempo il fratello suo Girolamo al servigio della corte di Toscana: dopo avere accompa-gnato a Loreto il principe Francesco, sostenne offici presso il cardinal De’ Medici, passando poscia camerier segreto del granduca, che [p. 28 modifica]nel 1625 ebbe ad affidargli il comando della guardia tedesca, nella qual circostanza nota il Tinghi nel suo Diario mediceo gli fosse dal granduca donato un cavallo. Se non che una malattia alla quale soggiacque a Casal Monferrato abbandonar gli fece la carriera militare, e di ciò è ricordo in una lettera sua del 24 agosto di quell’anno indirizzata al duca di Modena.

Ernesto tornato in Germania con desiderio di cimentarsi in nuove imprese militari, trovò che Ferdinando arciduca del Tirolo, che fu poi imperatore, avea guerra coi veneti, i quali non potuto ottener da lui che ponesse freno alle ruberie degli uscocchi di Segna, erano entrati nel territorio austriaco occupando nel 1615 ben 60 villaggi. E il giovane modenese ad ascriversi tosto tra le schiere arciducali, e a prender parte ai piccoli scontri che accadevano in quelle parti. Premeva singolarmente agli austriaci di ricuperare certo paese loro chiamato Licinisco, e il Trautmansdorf lor generale ad un banchetto degli ufficiali propose inter pocula che si passasse subito con tutta la cavalleria l’Isonzo per riprendere quel paese: male per altro gliene incolse, perché accorsi i soldati veneti alla riscossa, ne surse un conflitto nel quale egli stesso e con lui Ernesto e più altri rimasero feriti. Fu il 15 dicembre del 1616. Venne poi quella guerricciuola, alla quale presero parte per mare anche gli spagnoli, terminata nel successivo anno con la restituzione dei paesi occupati, ottenendo i veneti l’intento loro che era di allontanare dal mare i predoni uscocchi, essendosi l’arciduca obbligato a metterli a stanza sui confini della Turchia. Dei quali fatti si ha notizia da Faustino Moisesso nella sua: Historia dell’ultima guerra del Friuli stampata in Venezia nel 1623.

Non essendomi noto in che venisse Ernesto adoperato al cessare della guerra del Friuli, verrò dicendo come nel 1618 il primo periodo di quella guerra dei trent’anni s’iniziasse nella quale tanta parte ebbero a prendere esso e Raimondo. [p. 29 modifica]

I boemi levatisi in armi a difesa della religion protestante da gran parte di loro abbracciata, erano allora contro l’imperator Mattia, che fuatore, fin che gli tornò utile, della libertà di coscienza, finì coll’osteggiarla. Quando poi repentinamente il 20 maggio del 1619 venne a morte Mattia; prima che il successore di lui Ferdinando II, che dall’arciduca Carlo suo padre ereditato aveva l’odio al protestantismo, alla distruzione del quale, se il vero narra Rotteck, erasi egli nel collegio de’ gesuiti, ove fu alunno, obbligato con voto speciale, fosse l’otto agosto coronato in Francfort, anche i protestanti dell’arciducato d’Austria, non esclusi quelli di Vienna, tumultuarono, donde quella guerra di contadini originò della quale è discorso nelle storie. Osarono i boemi dichiarar decaduto Ferdinando dal diritto di regnar su di loro, e un esercito guidato dal conte Thurn mandarono sotto le mura di Vienna, ove a quello si congiunse de’ transilvani di Bethlen Gabor alleatosi con loro. Al campo boemo trovossi allora Alfonso Antonini, agente veneto, del quale in un giornale letterario di Vienna furono di recente pubblicati i dispacci che di là, e poscia da Praga e da Norimberga mandava circa i casi di quella guerra . E intorno a questa opportuni ragguagli somministra pur anche una Relazione dello stato dell’imperio e della Germania del vescovo d’Aversa Carlo Carafa (che stampò anche un’opera latina sul rinnovamento del cattolicismo in Germania) al suo ritorno dalla nunziatura di Vienna . Della sollevazione di Boemia dice quel vescovo, che fu lasciata crescere dall’inerzia dei generali Bucquoi e Dampierre; i quali incaricati di procedere contro di essa, banchettavano a Vienna, mentre i soldati loro sciolto il freno della disciplina, disertavano le terre ove ponevan piede. Bene si destreggiò in così terribili circostanze il novello imperatore Ferdinando, che riesciva ad allontanare Gabor d’una parte dell’Ungheria impodestandolo, e a mantener neutrale la corte protestante di Sassonia cedendole la Lusazia. [p. 30 modifica]Giungevano intanto soccorsi di truppe a Vienna dov’egli si trovava; ond’è che i boemi, abbandonati dai transilvani e mancanti di vettovaglie; stimassero miglior consiglio il ritirarsi di là. S’erano essi eletto a re Federico elettore palatino: ma il poco animo di lui, e i dissidii insorti tra luterani e calvinisti tolsero vigore a quell’incendio che con così gran vampa erasi manifestato. Ardua cosa invero fu sempre il condurre a bene una rivoluzione politica, alla quale sogliono far ostacolo l’inettitudine de’ capi improvvisati, le mene dei partiti e delle ambizioni deluse, il manco delle cose necessarie alla difesa. Quando poi vi si pongano di mezzo dissidii religiosi, soliti smorzare gli ardori del patriottismo e il desiderio di libertà, è agevole il prevedere inevitabile la sconfitta dei popoli sollevati. Le rivoluzioni più facilmente approdano che sono fatte contro la dominazione straniera, perché una gran parte della nazione a quella concorre.

L’aver Ferdinando guadagnato alla sua causa la lega cattolica, surta in opposizione a quella che i protestanti iniziarono nel 1610 e inaugurarono poscia ad Halle, avente a capo l’or nominato elettore Federico e a protettori Enrico IV di Francia e l’Olanda, decise, col procurargli i soldati che a lui facevan difetto, le sorti di quella guerra. E a quelli della lega cattolica capitanata dall’elettore di baviera, i sei mila napoletani s’unirono mandati collo Spinola in soccorso dell’imperatore; i quali combatterono poscia in Ungheria, al Reno, in Fiandra, buon nome acquistandosi tra loro don Carlo Spinelli. Queste truppe di varii paesi unite a quelle dell’imperatore, in parziali scontri, e specialmente nella battaglia del Monte Bianco, spensero al tutto la rivoluzione della Boemia: e notò già Raimondo Montecuccoli negli Aforismi che il mancare quel regno di fortezze fu cagione che in una sola battaglia tutto si conquistasse. Il Rubbini nella sua opera sulle Rivoluzioni di Boemia e d’Ungheria, edita in Bologna nel 1621, nota tra i reggimenti di cavalleria del Bucquoi uno di corazzieri del colonnello conte Montecuccoli (Ernesto) soldato di gran valore. E di questo valore dié prova anche durante quella guerra il nostro italiano, [p. 31 modifica]che comandava allora la guardia speciale dell’imperatore; ond’è che il grado di generale si meritasse conferitogli il dì 20 novembre di quell’anno. Fra gli altri italiani stati alla guerra boema i nomi s’incontrano di alcuni de’ quali avremo a favellare; quelli cioè di Galasso, di Conti, di Piccolomini, che come capitano in un reggimento di cavalli del granduca di Toscana incominciava in Germania la lunga serie delle sue imprese militari. E qui ci sia lecito ricordare intervenuti ai primordii della guerra dei trent’anni, i principi Nicolò e Luigi d’Este, che poi nel novembre di quell’anno rimpatriarono, andando Luigi a militare pe’ veneti. Erano al seguito loro i nobili modenesi, Emanuele Boschetti , Antonio Molza e Luigi Montecuccoli, e i due segretarii Pellicciari e Spaccini. Di più dignità fra questi era Ferrante Bentivoglio marito di Beatrice d’Este della linea di san Martino, in più guerre esercitatosi, il quale, partiti i principi, rimase in Germania cameriere della chiave d’oro dell’imperatore, e al comando di tre mila uomini: ma in breve vi morì, in lui solo di quella comitiva avverandosi la predizione degli astrologi i quali, se al cronista Spaccini si vuol credere, pronosticato avevano che male incorrerebbe a chi andasse a quella guerra; profezia che nel senso più lato non poteva andar lungi dal vero, essendoché più gente muoia ad un tempo sui campi di battaglia che non nelle città o ne’ contadi. E qui soggiungeremo dietro il cenno portoci dal cronista ora citato, che morto Ferrante, il cadavere di lui che veniva tradotto a Modena fu dai creditori suoi sequestrato, nella speranza che Enzio di Cornelio Bentivoglio lo riscattasse; ma frustrò egli le speranze loro ad essi lasciando le cognate ossa. Non tardarono poi altri modenesi a concorrere a quelle guerre, e troviamo dal duca Cesare d’Este raccomandati al generale Ernesto Guido Molza, Ercole Seghizzi, Bernardino Codebò, Alessandro Morano nobili modenesi, e Michele Cipriani pur esso di Modena figlio del giudice di Reggio, stato già commissario [p. 32 modifica]del Frignano , e infine Alfonso Mosti, uno de’ ferraresi che seguito avevano in Modena la corte estense.

Parve da prima volesse l’imperatore con mitezza usare la vittoria più che dalle sue armi da quelle procacciatagli de’ collegati suoi; e di ciò (Dio gliel perdoni) gli fa rimprovero il nunzio pontificio poc’anzi nominato, che avrebbe voluto che senza indugio si togliesse ai ribelli quanto possedevano, per avere con che pagare i soldati, e abolire la moneta falsa che rovinava i commerci. Ma se non nella parte migliore della sua proposta, si trovò egli in breve esaudito nella più trista; perché non appena cominciavano ad aprirsi gli animi alla speranza, s’iniziò per la Boemia un’epoca di terrore rimasta famosa nella storia. Tolte a quel regno le sue libertà in fatto specialmente di religione, ventisette de’ primarii nobili furono mandati al patibolo, altri in carcere perpetuo; a settecentoventotto furono confiscati i beni , e strappata la lingua al rettore dell’università di Praga, data allora ai gesuiti già espulsi dal regno. Cacciati i predicatori protestanti e donati i possessi delle lor chiese ai frati, un tribunale laico-ecclesiastico fu in Boemia istituito con incarico di ridurre cattolici i boemi, valendosi ancora della forza armata; e con tanta fierezza si diportò quel tribunale che ben trentamila famiglie emigrarono dalla Boemia, portando gli artieri le industrie loro ad altri paesi, e accorrendo la gioventù, i nobili specialmente, alle bandiere degli eserciti che combattevano contro l’imperatore e la lega cattolica, sì che durarono poi tanto a lungo quelle guerre. In Slesia tanti furono quelli che emigrarono da rimanerne per secoli desolata quella provincia. In Lövenberg, una delle sue città, narra lo storico Mailàth che, andativi gl’inquisitori che nominammo, [p. 33 modifica]non vi trovarono de’ sedici mila abitanti che numerava se non due consiglieri e ventidue cittadini. E poco dissimile da quella incontrata dalla Slesia fu la sorte della Moravia, e quella ancora della Bassa Austria ove in gran numero erano i protestanti. Costoro veramente dove avevano dominio non tolleravano, come in Svezia, o mal tolleravano i cattolici ; e minor ribrezzo che non ora destavano a quel tempo, perché più comuni, le persecuzioni politiche e religiose. Le quali considerazioni possono servire di qualche scusa all’imperator Ferdinando, benché, a dir vero, non per solo zelo religioso, ma per fini politici altresì perseguitava egli i protestanti a lui avversi perché di lui diffidavano. Non saremo noi d’altra parte che ci dorremo se nei dominii imperiali, che forse stavano per abbracciare quasi tutti il culto protestante, che vi era assai diffuso, ottenne allora in molte provincie la religione cattolica, che ci è cara, un sopravvento durato insino a noi. Il che però non toglie che desiderar non si possa che questo conseguito si fosse mercé le norme che il vangelo ci addita, e non per opera di violenza. Sciagurato secolo questo di che favelliamo, che illustri guerrieri ed uomini di stato produsse, condannandoli spesso a servire di stromento alle ambizioni o ai furori de’ potenti, e procurar la rovina d’intere provincie. Del rimanente, ci conviene tener nota di ciò che uno storico protestante, il Menzel, confessa; avere cioè la riforma, perché da una gran parte degli alemanni non accettata, e perché ebbe contro la casa d’Absburgo, più che mai divisa la Germania. La diffidenza surta perciò tra i principi, e fra questi e i popoli loro, rinfocolata da dissidii religiosi, un così gran seguito di guerre produsse quali non afflissero mai alcun altro popolo.

Da queste lotte religiose che dicevamo derivò un singolare sconvolgimento d’idee. E venivano, per esempio, in credito i turchi, che quantunque rappresentati come nemici della cristianità, lasciavano libertà di culto ai greci, ai maroniti e agli altri cristiani [p. 34 modifica]abitanti ne’ dominii loro, e a quelli che, come gli ungheri e i transilvani, in Turchia, ad evitare persecuzioni, riparavano. I principi de’ quali popoli dai turchi invocavano tutela sottoponendosi ad un tributo: né mancò tra loro chi venisse levato in seggio dal sultano, e fosse poi dall’imperatore, a scansar guerre, riconosciuto come legittimamente eletto. D’altra parte i protestanti, i numerosi esuli, i malcontenti delle altre provincie dell’impero, che non avevano comodità di essere dai turchi, troppo lontani, sostenuti nelle lotte loro, ai correligionarii d’altri paesi ricorrevano, aprendo ad essi le porte della Germania; e ricorrevano anche alla Francia la quale, quantunque avesse cardinali a ministri, ora occultamente ed ora palesemente e cogli eserciti suoi, tenne le parti loro; troppo standole a cuore che non riescisse la casa d’Austria, che dominava anche nella Spagna, a conseguire sulla Germania quell’assoluto imperio al quale sembrava agognare. Nel 1625 in favore de’ protestanti tedeschi, che già invocato avevano in soccorso loro il re Gustavo Adolfo di Svezia, il quale impedito da altre guerre non poté tenere l’invito, scese in campo la Danimarca, sovvenuta di danaro dal cardinale Richelieu, e di uomini dal Mannsfeld, celebre capitano di ventura, dalle città libere marittime, e da alcuni principi tedeschi; sicché ben sessantamila uomini poté condurre in campo. Ma con scarsa, anzi con avversa fortuna combatterono i danesi nel quinquennio che durò questo secondo periodo della guerra dei trent’anni. Stromento ai danni loro fu il Wallenstein, già da noi nominato, uomo di vasto ingegno e di sconfinata ambizione, educatosi in gioventù alle discipline civili e militari nell’università di Padova; straordinariamente arricchitosi da prima collo sposare una vecchia e doviziosa vedova, e coll’eredità di un parente, e poscia coll’acquistare per sette milioni e ducento novantamila fiorini terre confiscate allora ai protestanti; le quali lo storico Menzel asserisce valessero cinque volte di più, e che le pagasse con moneta falsa, impedendo poi l’imperatore il processo che per cotal cagione gli era stato intentato: e fu tra gli acquisti suoi anche il ducato di Fried[p. 35 modifica]land . Alto e magro esso, al dire dello Schiller, in volto giallo, severo d’aspetto e con irti sul capo i corti capelli. Levò egli per quella guerra a dispendio proprio un esercito di ventimila (che giunsero poi a cinquantamila) uomini, da lui offerti all’imperatore, il quale ad onta delle leve che iniziato aveva, trovavasi con scarso numero di soldati proprii, e costretto a valersi, come dicevamo, di quelli della lega cattolica, e degli altri che la Spagna gli veniva prestando. Mise patto il Wallenstein di poter governare, libero da soggezione ad altri, le cose della guerra: formidabile esso così ai nemici come all’imperatore, e ai sudditi e agli alleati di lui, sovra i quali aggravò sempre la sua mano di ferro. Ai grandi progetti ch’ei meditava e che a quella fine lo trassero che ci verrà a suo luogo ricordata, fu scala questo stadio della guerra de’ trent’anni, durante il quale ottenne intanto, dopo sconfitto insieme a Tilly l’esercito danese, il ducato di Mecklemburg da lui tolto a’ suoi principi. Ma perché di questo secondo periodo della guerra trentennale non possiamo di proposito occuparci, non avendovi presa se non poca parte i Montecuccoli, i quali altrove, come diremo, guerreggiavano; noi porremo fine a questo capitolo a più umile argomento discendendo, al piccolo feudo cioè di Raimondo Montecuccoli, amministrato allora dalla madre di lui. Dovevano i feudatarii le milizie loro somministrare al sovrano ad ogni necessità che ve ne fosse; e all’epoca appunto della quali siamo entrati a parlare, essendo guerra in Italia tra la Spagna e la casa di Savoia alleata della Francia, destinò il duca di Modena a guardia di Brescello, terra ben munita sul Po, la milizia di Montecuccolo. Non numerava questa più che 85 uomini, e poiché fu posta in buon assetto prese a scen[p. 36 modifica]dere al piano guidata dal suo capitano che era un Giovanni Massari: e noi non andremo forse lungi dal vero congetturando che, se trovavasi a quel tempo a Montecuccolo Raimondo, giovinetto allora di sedici anni, e addestrantesi al mestiere delle armi, un qualche senso di emulazione avrà provato nel vedere organizzarsi quella compagnia, e partir poscia in ordinanza militare alla volta di Brescello. E forse nel giovanile suo ardore invidiava egli la sorte di quel modesto capitano Massari, il quale io vado sicuro che, costretto in adempimento al debito suo a lasciare la famiglia e le cose proprie allo sbaraglio, per andare a chiudersi in una fortezza a governarvi soldati non meno di lui malcontenti (essendoché più che i pianigiani patiscano i montanari di nostalgia), di buon grado ceduto gli avrebbe il gravoso incarico affidatogli. Un senso ancora di vanità poté sorgere nel cuore del giovane feudatario al pensare che sudditi suoi erano que’ soldati. Richiese al tempo medesimo il duca di Modena alla contessa Montecuccoli, che assentì, di potere arrolar gente nel feudo per quel terzo (ossia reggimento) che “messo insieme per amore et anco per forza” come dice lo storico Vedriani, fu astretto a dare agli spagnuoli. Venne quel reggimento mandato a Genova minacciata allora dalle truppe di Savoia e di Francia, e poscia all’assedio di Verrua, ove pei disagi patiti e pel manco di viveri andò in gran parte rovinato.