Roma italiana, 1870-1895/Il 1872

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Il 1872

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Il 1872.



Il censimento — Opposizione dei clericali — Discussioni teologiche al palazzo dei Sabini — Ricevimenti e diserzioni da campo nero — Visite principesche - Incidente delle bande musicali al Colosseo — Utilità delle visite — Il signor Fournier viene a Roma ministro della Repubblica Francese — Le petizioni dei cattolici francesi — Il trionfo della politica estera dell’Italia — Ire di Luigi Veuillot — Il Vaticano rifiuta di accettare l’ambasciatore di Germania, cardinal Hohenlohe — Le due diplomazie — Morte del general Cugia — Dolore dei Principi di Piemonte per questa morte — Esequie religiose — I patrizi escono dai pubblici uffici — Funerali di Giuseppe Mazzini — L’Internazionale fa capolino — La commemorazione degli studenti morti nel 1848-49 — Mania delle lapidi — Il Congresso Operaio all’«Argentina» — Ostilità della Capitale contro il Congresso — Il meeting di protesta al Corea — L’Università Romana — Le idee dei professori Tommasi-Crudeli e Blaserna — Errori del Correnti — Campagna del Bongni per la riforma universitaria e contro l’abolizione della facoltà di Teologia — Correnti deve dimettersi — Il Sella protegge l’Università Romana — I Principi di Piemonte a Berlino — Cortesie con l’Austria — L’incidente alla partenza del Principe Umberto per Berlino — Proibizione di dimostrazioni al Gianicolo — Guardie Nazionali e papalini — Le scuole laiche — Roma si ripulisce Costruzioni - Recrudescenza di malattie — I clericali alle urne — Professione di fede di Francesco Crispi — Trionfo dei liberali sui clericali — Misure dello Scialoja contro gl’Istituti clericali — Proteste del Cardinal Vicario — Il Suffragio Universale e gli scopi del Comizio al Colosseo — La legge sulla soppressione delle corporazioni religiose — L’incidente del l’«Orenoque» e il ritiro del signor Bourgoing.


Il bel sole che illuminava Roma la mattina del 1° gennaio 1872 fu una lieta promessa di pace, e pacifico fu il discorso che pronunziò il Re al Quirinale nel ricevere le deputazioni della Camera e del Senato, un discorso che rivelava la soddisfazione dei fatti compiuti, e incitava al lavoro. Questo lavoro s’imponeva, perchè oltre le riforme generali che richiedevano le nostre leggi, create quasi tutte nella massima fretta da uomini, che avevano, momento della unificazione del paese, più patriottismo che esperienza di governo, la guerra di Francia, le nuove spese militari, l’acquisto di Roma ne richiedevano altre. L’università romana, per esempio, non era pareggiata alle altre; la legge sulle corporazioni religiose, per riguardo alle potenze e al Papa, non era stata applicata alle nuove provincie, e Roma stessa, per esser capace di divenire di fatto la capitale d’Italia, cioè il vero centro della vita del paese, aveva bisogno della cooperazione del Governo. Il lavoro dunque era grave, delicato e complesso. Il municipio pure aveva capito questa necessità e l’anno inauguravasi con un lavoro necessario: il censimento della popolazione. Da quel censimento risulta che Roma aveva allora 247,553 abitanti, cioè presentava un aumento di circa 25,000 abitanti sulla Roma papale, perchè già da ogni parte d’Italia erano venuti qui operai per i lavori, intraprenditori e un certo numero d’impiegati, ma soprattutto molti affaristi attratti dalla speranza di lucrose speculazioni; però la mancanza di alloggi, il caro dei viveri, tratteneva ancora molta parte di quella popolazione avventizia che poi venne in seguito e che fu più male che bene che venisse.

[p. 71 modifica]I giornali clericali accolsero male il censimento, come accoglievano male tutte le innovazioni, e cercarono d’insinuare che fosse una gherminella del ministro Sella per applicare nuove imposte. Del resto quei giornali, di cui si potrebbero consultare le collezioni, per rimanere edificati del loro linguaggio, non tralasciavano occasione per biasimare ogni atto del Governo e offendere il sentimento nazionale. L’invio del general Pralormo e del grande Scudiero marchese Di Lajatico al Vaticano, per portare gli augurii del Re in occasione del capo d’anno al Papa, fu pure per essi argomento di scherno. I due inviati non furono ricevuti, come non era stato ricevuto l’anno prima il generale Bertolé-Viale. Furono accolti da Antonelli, cortesemente. E incentivo a contumelie fu l’occupazione dei locali intorno alla chiesa di San Vitale, fatta dal colonnello Garavaglia per ordine del commissario Gadda, al quale non risparmiarono improperii. La rappresentazione poi dell’Arduino d’Ivrea, del povero Stanislao Morelli, uomo onesto, intelligentissimo e colto, che morì povero e desolato di lasciar nella miseria le sue bambine, dette specialmente sui nervi a monsignor Nardi, perché Arduino inveisce contro il vescovo di Milano. Quella recita fu per Roma un avvenimento. Si dette più sere il dramma, interpretato dal Salvini, e tutti correvano a vederlo. Si dice che il Lanza, prima di concedere il permesso della recita, volesse assicurarsi che il fatto era storico e Arduino era stato proprio Re.

Nel mese di febbraio del 1872, si tenne a Roma nel palazzo dei Sabini, in via delle Muratte, una curiosa radunanza di cattolici e protestanti per discutere la tesi: «Se San Pietro sia stato a Roma». Era presidente il principe Chigi, maresciallo del Conclave e capo della Società per gl’Interessi Cattolici; accanto a lui sedevano il pastore Pigott, che ha anche al presente la chiesa metodista Welseliana di via delle Coppelle, l’avvocato De Dominicis-Tosti e il signor Philips. Il pastore Sciarelli apri la discussione, confutando la tradizione che sostiene San Pietro venisse a Roma, lo ribatterono monsignor Fabiani e il parroco Cipolla, citando la lettera di San Pietro ai cristiani di Cappadocia e di Alessandria, datata da Babilonia, sostenendo che con tale appellativo l’Apostolo voleva accennare Roma, nuova Babilonia per la sua potenza e per i suoi vizii.

L’uditorio, composto di protestanti e di cattolici, dava segni di approvazione e di disapprovazione.

Il pastore Riberti, che ora credo sia a Torino, ribattè le confutazioni del monsignor Fabiani, e la sera dopo il Gavazzi confutò a sua volta il Cipolla, sostenendo che gli argomenti biblici non dovevano esser negativi, ma positivi. I ministri evangelici rinunziarono dopo questo alla parola, dicendo che in seguito al riepilogo del professor Guidi, la discussione poteva esser chiusa, lasciando al sano giudizio del pubblico gli apprezzamenti. E le sedute si chiusero difatti col discorso del Guidi. La discussione fu raccolta dagli stenografi del Concilio Ecumenico e da quelli della Camera e stampato, ma in Vaticano fu stabilito di non partecipare più a siffatte dispute. Ma non è quello che in esse fu detto che interessa, bensì il fatto che il Papa, dando il suo consenso a queste riunioni, aveva con ciò sancito il diritto del libero esame nelle questioni religiose.

In quell’inverno le case del patriziato romano bianco si aprirono di nuovo a splendidi ricevimenti, ma il Re non andò in nessun luogo, e pochissimo si fece vedere la principessa Margherita. Ella era indisposta spesso e la curava il professor Maggiorani. Soltanto il principe Umberto era ovunque.

Ai Doria, ai Teano, ai Pallavicini, che ricevevano anche l’anno prima, si unirono altri. La signora Field, madre della principessa di Triggiano, dava balli nel palazzo Ruspoli; il duca di Fiano apri la sua grande sala, che aveva promesso di non aprire fin che Roma non fosse libera; la [p. 72 modifica]principessa Falconieri fece ballare nel suo palazzo in Via Giulia, Photiades Bey, ministro di Turchia, dette ricevimenti nel palazzo del Drago in via delle Quattro Fontane, e il marchese e la marchesa Gavotti-Verospi alle Tre Cannelle.

Il numero delle signore che intervenivano ai balli aumentava sempre e il pubblico con la solita curiosità notava le diserzioni del campo nero. In quell’anno comparvero nella società romana, oltre la principessa di Triggiano, la principessa Ginetti, nata duchessa di Valmy, che seguiva pure intrepidamente le caccie alla volpe, ed era ammiratissima per la bellezza e l’eleganza; donna Lavinia Boncompagni, non ancora maritata, bella, e graziosissima, il più delicato ornamento dei balli in casa della sorella, principessa Pallavicini; la principessa di Roccagorga, nata Hojos, che nonostante fosse di casa Orsini andava nel mondo bianco, e la contessa Di Carpegna.

Riceverono pure le tre sorelle Bonaparte, cioè la contessa Primoli, la marchesa di Roccagiovine e la contessa di Campello, quando il principe Napoleone venne a Roma e vi si trattenne qualche tempo. Il principe Carlo Bonaparte gli dette un pranzo alla sua villa ove assistevano anche diversi deputati italiani.

Di visite principesche ve ne fu gran dovizia e per questo numerosissimi furono i pranzi al Quirinale in loro onore.

Venne prima di tutte la granduchessa Maria di Russia, che fu subito seguita dal gran duca Michele e dalla granduchessa Olga. Giunse quindi il granduca di Mecklemburgo e dopo il principe Federigo Carlo di Prussia, nipote dell’imperatore, e queste due visite ebbero anche carattere politico, almeno si disse. Se ciò non è vero, esse servirono a dar nell’occhio alla Francia e a rafforzare i legami di amicizia fra le famiglie regnanti di Germania e d’Italia.

Il principe Federigo Carlo si era coperto di gloria a Alsen, nella guerra del 1864, in quelle di Boemia e di Francia. Non era bello come suo cugino, ma piacevole, amante delle caccie, degli esercizi del corpo, ammiratore delle antichità romane, come ogni buon tedesco, e conoscitore di esse. Egli visitava ogni luogo consacrato dalla storia o dall’arte, ma non piacevangli le riunioni eleganti. Abitava al palazzo Caffarelli, che non era ancora proprietà del Governo tedesco, ma era sede della legazione.

Quando egli giunse, il Re non era a Roma; si tratteneva a Napoli, volendo evitare che il principe Federigo Carlo s’incontrasse con suo genero, il principe Napoleone. Questi evitò sempre di vederlo, e finchè fu a Roma non visitò neppure il Foro, per non incontrarsi con lui. Le visite scambiate fra il principe Federigo Carlo e il principe Umberto furono cordialissime. Il principe Federigo Carlo andò dal Papa e vi si trattenne venti minuti. Pare che in quel colloquio si parlasse di Roma e Pio IX accennasse ai lavori che vi aveva ordinati deplorando di non poterli vedere; al che il principe si vuole rispondesse che faceva male di non uscire.

Il principe ando una sera all’«Apollo» e il teatro, che in quella stagione era sempre vuoto, si empi per incanto, e gli evviva al vincitore, all’Imperatore e alla Germania non finivano più.

Il Re torno da Napoli appena partito il principe Napoleone, e dette un gran pranzo in onore del principe Federigo Carlo e gli fece rimettere le insegne della gran croce e del gran cordone dell’Ordine di Savoia. Il principe fu trasportato a Palermo su una nave della Marina Reale, la fregata «Principe Umberto» e il general Medici gli fece gli onori della città.

Tornando di Grecia vennero a Roma anche il re e regina di Danimarca, che viaggiavano sotto il nome di conte e di contessa di Falster. Essi erano accompagnati da numeroso seguito e presero alloggio all’Hotel de Rome. I Sovrani andarono al Vaticano e al Quirinale e dalla Corte [p. 73 modifica]nostra furono molto festeggiati. Il Principe Ereditario li accompagnò due volte alla caccia alla volpe. Qui a Roma i sovrani di Danimarca s’incontrarono con il principe e la principessa di Galles, che viaggiavano sotto il nome di conti di Chester, e ai quali la corte fece bella accoglienza. Vi fu a cura del municipio l’illuminazione del Colosseo e del Palatino e gli onori di quella festa furono fatti dalla principessa Margherita e dal principe Umberto.

A proposito della illuminazione del Colosseo nacque un incidente spiacevole. Il municipio manteneva tre bande e queste furono mandate all’anfiteatro Flavio per rallegrare la festa. Quando giunsero i Principi e i reali di Danimarca, invece di sonare la Marcia Reale, l’inno di Danimarca e il «God Save the Queen» i capi banda dettero retta alle grida popolari, insistentissime, così che durante tutto lo spettacolo non si udi suonar altro che l’«Inno di Garibaldi» e «Camicia Rossa». La cosa fu portata al Consiglio e il Grispigni, che funzionava da sindaco, destituì il Rosati, capo di una delle bande, e sospese un altro.

Roma non aveva mai veduto come in quell’inverno maggior numero di principi e di visitatori. Tutti quelli che solevano andare sul mezzogiorno della Francia o a Parigi, erano venuti qui, e gli alloggi mancavano addirittura. Oltre i personaggi che ho notati, fecero a Roma un soggiorno più o meno lungo la principessa di Rumenia, ora regina, il granduca di Sassonia-Weimar, il duca e la duchessa di Oldemburgo, la duchessa di Nassau, le principesse di Anhalt e di Lippe. Tutta questa affluenza di principi provava che in Europa si aveva fiducia che il Governo italiano fosse forte tanto da far rispettare l’ordine, e tutti questi testimoni della compatibilità di due poteri a Roma, tornando nei loro paesi, potevano asserire false tutte le voci che si facevano correre salla prigionia del Papa, e rassicurare le anime turbate dei cattolici.

Insieme col Re di Danimarca giunse a Roma il signor Fournier, ministro della Repubblica Francese presso il Quirinale, e il suo arrivo segnò una vittoria della politica estera del Visconti-Venosta.

Dopo l’occupazione di Roma, la Francia non era rappresentata presso il Re d’Italia altro che da un segretario di legazione, mentre presso il Papa aveva un ambasciatore, il marchese d’Harcourt, che abitava al palazzo Colonna, e si vuole brigasse non poco per favorire le mène dei clericali. È vero che da molto tempo era stato nominato al posto di Roma il signor de Goulard, ma quel diplomatico aveva lungamente tergiversato prima di partire, perché voleva attendere la discussione delle petizioni cattoliche, e fu lieto che gli fosse offerto il portafoglio delle finanze per non venirvi. Quelle petizioni sostenute dal generale du Temple e da monsignor Dupanloup erano tre: la prima, del signor Dulys dell’Havre, domandava che fossero fatte pratiche presso il Governo italiano acciocchè la chiesa di San Pietro, il Vaticano e le loro dipendenze, fossero radiate dal regno italiano e riconosciute come proprietà esclusiva della Santa Sede, e che dette dipendenze fossero aumentate da un territorio estendentesi sino al mare; la seconda, di alcuni abitanti di Prades, domandava all’Assemblea di protestare solennemente contro le violenze di cui si diceva fosse vittima il Pontefice; la terza era del signor di Chaulnes e domandava che la Francia protestasse contro gli attentati commessi dall’Italia contro la Santa Sede, non solo con parole, ma con un atto formale, che proteggesse in uno i diritti della Santa Sede, e l’onore della Francia, fatte le debite riserve per l’avvenire.

Le petizioni portavano la firma di 100,000 cattolici e il signor Thiers, se avesse permesso che fossero discusse, avrebbe certo eccitato a segno tale il risentimento dell’Italia, da spingerla alla guerra. Per nessuno era un mistero, che la Germania, che occupava ancora una parte del [p. 74 modifica]territorio francese, sarebbe stata alleata dell’Italia. Bisognava dunque evitare la discussione, per evitare un nuovo conflitto. Thiers dunque nominò Fournier, noto per essere un diplomatico di larghe vedute e di sentimenti liberali, lo fece partire e di aggiornamento in aggiornamento la discussione delle petizioni fu rimandata a tempo indefinito, ed esse non furono neppur lette all’Assemblea di Versailles. Il conte Nigra, con la sua condotta ferma aveva trionfato. Il celebre paladino del papato, Luigi Veuillot, scriveva nell’Univers: «Le centomila petizioni cattoliche in favore dei diritti del Papa sono aggiornate indefinitivamente, cioè definitivamente annullate. Per una sciagurata coincidenza dei fatti il signor Fournier giunge a Roma e si presenta ai piedi del trono di Vittorio Emanuele con questo regalo diplomatico fra le mani».

Poco dopo l’arrivo del signor Fournier, che era incaricato di esprimere sentimenti pacifici al Governo italiano, il grande protettore del Vaticano, il marchese d’Harcourt era mandato a Londra, e lo sostituiva il signor Bourgoing.

Un’altra vittoria diplomatica fu quella vinta per l’Italia dai suoi avversari, non volendo accettare come ambasciatore di Germania il cardinale principe di Hohenlohe. Si vuole che il Papa non avesse nulla in contrario, e neppure l’ Antonelli, ma che il parere di monsignor Nardi e di Luigi Veuillot prevalesse, e il Vaticano non accettò come rappresentante dell’impero germanico il cardinal Hohenlohe. Il conte Arnim venne da Parigi a presentare le sue lettere di richiamo al Papa, e non fu sostituito. Anzi, in quella sua gita ebbe frequenti abboccamenti con i ministri del Re, ai quali pare la politica non fosse estranea. Il Papa, che sapeva tutto questo, lo ricevė peraltro cordialmente e gli fece un ricco dono.

Era curiosa del resto quella diplomazia. Il conte Thomar, ambasciatore di Portogallo presso la Santa Sede, si faceva presentare al Re, e i due ambasciatori d’Austria abitavano in comune il palazzo di Venezia; i giovani addetti d’ambasciata andavano ai balli ov’erano i Principi; la commedia della doppia rappresentanza si faceva farsa.

Verso la metà di febbraio un dolore grave colpi i Principi di Piemonte. Il generale Efisio Cugia, primo aiutante di campo del Principe Ereditario, morì improvvisamente. Aveva assistito dal terrazzino «dell’Albergo di Roma» al Corso carnevalesco, insieme con i Principi. Nello scendere di carrozza barcollò e appena portato nel suo quartiere moriva. Il Principe ne fu addoloratissimo e nel comunicare la notizia al Re disse di aver perduto «il migliore dei suoi amici». Gli ordinò solenni funerali e volle seguirne le esequie nella chiesa di SS. Vincenzo e Anastasio, dove la principessa Margherita si trovava già a pregare e scoppiò in lagrime vedendo giungere la bara. Roma ammirò il sentimento del Principe e vide con meraviglia che al trasporto si associassero lunghe file di preti e frati. Il Papa, contrariamente all’opinione dei gesuiti, volle che al Cugia non mancassero le preci del clero. Quella morte subitanea fece mettere in giro voci di sinistre predizioni fatte al Cugia, di offerte di mazzi di fiori avvelenati e di cartellini trovati nei confetti, nei quali gli si pronosticava la morte. Tutte fandonie. Il Cugia era indisposto da diverso tempo, e soccombè ad una malattia di cuore.

La casa reale ordinò pure solenni funerali al Sudario per il general Cugia e i Principi e molte dame assistettero.

I signori del patriziato romano, si ritiravano a poco a poco dalle cariche accettate in momento di penuria di uomini e in uno slancio d’entusiasmo. Il duca di Sermoneta usciva dal municipio, il principe Pallavicini dava le dimissioni da sindaco, il principe Doria lasciava la carica di prefetto di palazzo e di gran mastro delle cerimonie.

[p. 75 modifica]La morte di Mazzini, avvenuta a Pisa, ov’egli era stato celato da diverso tempo sotto il nome di Brown, non poteva non promuovere qui una commemorazione e questa era facile degenerasse in tumulto, dopo che l’Internazionale si era rafforzata sotto la bandiera della Capitale e del Ciceruacchio di Raffaele Sonzogno. Ma non fu cosi. Il corteo, composto della «Legione romana del 1848», dei «Reduci», del «Battaglione Universitario del 1849», delle diverse .«Società operaie,» delle rappresentanze della Massoneria, dei «Liberi Pensatori,» dei diversi Circoli, dei «Reduci dei Vosgi con bandiera rossa, guidati da Ricciotti Garibaldi, traversò tutta la città, senza che nulla avvenisse di spiacevole. I cordoni del carro, sul quale troneggiava una statua dell’Italia, che incoronava di lauro un busto di Mazzini, erano retti da un lato da Benedetto Cairoli, dal Rusconi e dal Calandrelli, e dall’altro dal generale Fabrizi, dal generale Avezzana e dal Petroni. Sulla piazza del Campidoglio il corteo si fermò, e parlarono l’Avezzana e il Cairoli. Questi disse che Mazzini aveva avuto prima il Calvario e poi il Campidoglio.

Il busto di Mazzini fu preso dal carro e portato nella sala della Protomoteca, ove il Grispigni non era a riceverlo. Accorsero gli assessori Gatti e Renazzi, ai quali fu fatta la consegna, poi il corteo si sciolse senza nessun disordine, benchè certi nomi di martiri italiani posti nelle insegne intorno al carro, avrebbero potuto far saltare la mosca al naso ai più tolleranti. Difatti in quelle tabelle vi erano i nomi di Monti e Tognetti, di Orsini e Barsanti. Si disse che il Governo aveva provveduto pel mantenimento dell’ordine ed era vero. Ma si sarebbe potuto dire anche con più ragione che Roma era molto cambiata dal 1867 in poi e immensamente dal 1850, così che le dimostrazioni mazziniane lasciavano molti indifferenti, e il popolo non voleva saperne di agitazioni.

Alla cerimonia funebre per Mazzini tenne dietro la commemorazione degli studenti caduti nelle guerre del 1848 e 1849 e fu scoperta una lapide dal general Fabrizi, quale rappresentante di Garibaldi, che avevali guidati. Questa lapide si vede ancora nel secondo arco del portico dell’università, a sinistra dell’ingresso. Un’altra ne era stata posta nella chiesa di Santa Costanza, alla villa Potenziani, ov’erano stati sepolti dodici soldati uccisi nel 1870. Ma queste lapidi patriotiche non erano sufficienti pei romani, presi dalla mania di metterne in ogni luogo. Bastava che si dicesse che in una aveva abitato un uomo celebre, sia d’Italia o di fuori, perchè la lapide vi fosse murata. Si comincio con quella a Goethe, dettata dallo Gnoli, che fu posta sul palazzo Rondanini al Corso, di faccia all’ambasciata di Russia, poi se ne posero all’Alfieri alla Villa Strozzi al Viminale, a Rossini, a Donizzetti a tutti insomma i grandi che erano stati a Roma.

Il 17 aprile si riuni qui il congresso operaio. Esso si radunò all’«Argentina» e funzionò da presidente don Onorato Gaetani, deputato di Velletri, eletto contro Garibaldi, e presidente della «Società Operaia» di Roma. Il Tavassi di Napoli era l’organizzatore del congresso; 537 società, di cui egli aveva conoscenza, erano state invitate; 268 mandarono rappresentanti, 9 rifiutaronsi; 12 non poterono intervenire per mancanza di mezzi. Nella elezione del seggio presidenziale, fu eletto presidente don Onorato Gaetani e vice-presidente il senatore Rossi, fabbricante di Schio, e il Pericoli di Roma. Le società avevano mandato 150 quesiti da risolvere, ma soltanto 17 furono posti in discussione.

Una parola di pace sociale parti dal quel congresso, nel quale su votato il patto di fratellanza e una petizione da presentare alla Camera per l’istruzione obbligatoria. Anima del congresso fu Achille Grandi, che tanto si adoprò sempre per le classi operaie.

La Capitale, che era il giornale dei rossi, osteggiò il Congresso, e fu notato a Roma. Diceva che vi erano senatori e deputati, che non vi appartenevano. Il senatore era il Rossi di Schio, [p. 76 modifica]capofabbrica, e benemerito dei suoi lavoranti; uno dei deputati, don Onorato Gaetani, dalle cui labbra uscirono parole nobilissime e che seppe parlare agli operai non solo dei loro diritti, ma anche dei loro doveri. Ma le ire della Capitale si spiegavano perché il Tavassi, che aveva promosso il congresso, era un operaio monarchico, e allo stesso partito apparteneva il Grandi.

Questa fu la scintilla che infiammò i rossi, i quali subito indissero un meeting al teatro «Corea,» per il quale la questura proibì l’affissione dei manifestini.

Il presidente Bobbio, appena riunito il meeting protestò contro il congresso che si teneva all’«Argentina» e volle negare la parola a Edoardo Arbib. Egli rispose di essere operaio, perché lavorava dalla mattina alla sera, ed era andato lì appunto per difendere il congresso. Il famoso Luciani, che abbiamo veduto entrare a Roma a cavallo il 20 settembre 1870, e che vedremo in seguito agitatore continuo, e poi condannato, volle che l’Arbib parlasse, e questi espose i lavori del congresso, concludendo che non aveva in mira altro che il miglioramento delle condizioni degli operai. Luciani non volle credergli e disse che quelli dell’Arbib erano sofismi. Costanzo Chauvet prese la parola per dichiarare che il congresso dell’«Argentina» e il meeting del «Corea» erano due accademie, e terminò il discorso proponendo un ordine del giorno così concepito: «Il meeting degli operai, di cui fu arbitrariamente impedito l’annuncio dalla questura, riconoscendo che nel Congresso operaio dell’«Argentina» non eravi rappresentata che una debole minoranza delle Società Operaie Italiane, e che nel medesimo l’elemento operaio era in grande minoranza, protesta contro le deliberazioni prese in quell’assemblea.»

Luciani propose un’aggiunta, Chauvet non volle cedere e l’ordine del giorno di lui fu votato.

Ho parlato della quistione della università di Roma, di cui il Parlamento doveva occuparsi e infatti se ne occupò. L’università di Roma e quella di Padova non erano pareggiate alle altre del Regno, ma se l’università di Roma era ordinata assai male, non così avveniva per quella di Padova, ordinata dal Governo austriaco su un concetto tutto moderno. La discussione sulla università romana fu aperta fuori del Parlamento dal Tommasi-Crudeli e dal Blaserna, chiamati a insegnare qui. Essi volevano che l’ateneo romano divenisse una scuola modello, con pochi professori fra i più stimati, e accanto a loro una schiera di liberi docenti, per creare un movimento scientifico, una vera vita intellettuale, una continua gara, nella quale gl’inetti e gl’inerti rimanessero vinti. Per provare che confusione fosse qui e con quali criteri il ministro Correnti avesse provveduto all’università chiamandovi a insegnare una turba di professori, basti dire che la facoltà di filosofia e lettere contava diciassette professori e uno studente.

Il Correnti non si sentiva forza da proporre una riforma generale delle università come i più reclamavano, e si contentò di proporre alla Camera che le due università di Roma e di Padova fossero pareggiate alle altre. Tutta la riforma si ridusse a stabilire che lo stipendio dei professori che già v’insegnavano, fosse pareggiato a quello delle altre, e ad abolire la facoltà di teologia, grave errore, gravissimo, perché equivaleva ad abbandonare il clero nelle mani dei gesuiti, perché equivaleva a lasciare che il Vaticano creasse un clero ubbidiente ciecamente ai suoi voleri e ciecamente preparato ad approvare ogni Dogma, dopo che si era veduto che soltanto il clero educato nei paesi ove l’insegnamento teologico era in mano dello Stato, si era opposto al Dogma della Infallibilità.

In quella discussione il Bonghi fece viva guerra al Correnti, ma il ministro vinse appoggiandosi sulla sinistra, alla quale prometteva l’istruzione obbligatoria, impegnandosi a presentare dentro l’anno il disegno di legge sulla riforma universitaria.

[p. 77 modifica]La campagna in favore della riforma universitaria e contro l’abolizione della facoltà di teologia, è la vera gloria del Bonghi come uomo parlamentare.

Dopo votata la legge universitaria cadde il Correnti, accusato di connivenza con la sinistra, poichè egli stava per presentare un progetto di legge per l’abolizione dell’insegnamento religioso nelle scuole secondarie e classiche, che il resto del Gabinetto non approvava. Ebbe l’interim dell’istruzione pubblica il Sella e disse che quel disegno di legge doveva essere maturamente studiato. E allora il Gabinetto, spinto dalla sinistra sulla via di riforme troppo affrettate, dovette incominciare un’opera di continua difesa. Si voleva la separazione della Chiesa dallo Stato, l’abolizione del macinato, il suffragio universale e altre riforme ancora. Il Ministero non poteva seguire la sinistra su questa via. Però il Sella, che si era accorto quanto malcontento avesse prodotto la legge sulla Università di Roma, propose una spesa di 500,000 lire, che fu approvata, per creare gabinetti sperimentali di fisiologia e di fisica e un laboratorio di chimica.

La tanto temuta alleanza fra l’Italia e la Germania andava formandosi. Sulla fine di maggio il Principe e la Principessa di Piemonte partivano per Berlino in forma ufficiale, per tenere a battesimo l’ultima figlia del principe Federigo Guglielmo e della principessa Vittoria, alla quale fu imposto il nome di Margherita. La nostra Principessa reale portò in dono alla madre della neonata un ricchissimo finimento d’oro, perle e rubini lavorato dal Castellani, e la corte di Berlino, della quale allora era capo venerato l’imperatore Guglielmo, trattò i nostri Principi non solo come amici proprii, ma come rappresentanti di una potenza alleata. Durante quel soggiorno a Berlino, l’imperatore creò il principe Umberto colonnello del 13° ussari.

Dopo Berlino, i Principi andarono alla corte di Sassonia e quindi la principessa Margherita si recò a Schwalbach e di là a Ostenda per una cura prescrittale dal professor Maggiorani, e il Principe ereditario tornò in Italia.

Non solo con la Germania, ma ancora con l’Austria, si erano creati eccellenti rapporti, e i movimenti della diplomazia lo provarono. Era stato accreditato presso la Santa Sede il conte di Trautmansdorff, il quale aveva prestato facile orecchio alle proteste Vaticane. Egli fu richiamato e gli si dette per successore il barone Kübeck, che era stato prima accreditato presso il re d’Italia ed aveva simpatie per il nostro paese. Ministro presso il re d’Italia si nominò il conte Wimpffen, uomo importante e intelligente. Il principe Umberto nel suo passaggio in Baviera, fu pure ossequiato dagli ambasciatori d’Austria e di Germania e il conte Andrassy, cancelliere dell’impero Austro-Ungarico, fece presentare al Principe le sue scuse per non aver dato ordine al governatore del Tirolo di andargli incontro al confine. Il re Vittorio e l’imperatore Francesco Giuseppe si scambiavano doni; e il Governo nostro invitato a partecipare all’esposizione mondiale di Vienna, vi mandava come commissari il Brioschi e l’Ellena.

Ma anche la partenza del principe Umberto per Berlino aveva dato luogo a un brutto incidente. All’ambasciata di Francia presso il Quirinale era addetto in qualità di terzo segretario, un certo signore di Hennessy, reazionario per la pelle. Egli andò alla stazione al momento della partenza e passò più volte villanamente dinanzi al Principe, gettandogli in faccia buffi di fumo. Lo vide il conte Giannotti, ufficiale d’ordinanza e ardente ufficiale, il quale non tollerò l’insulto e appena il treno fu partito, uscì dalla stazione e disse parole insultanti al de Hennessy dandogli la sua carta e ne aspettò i padrini. Questi vennero e si abboccarono con quelli del Giannotti, e il de Hennessy fu costretto a dichiarare di aver salutato il Principe e di non averlo voluto offendere passandogli davanti più volte per cercare una persona, che era nel treno. La cosa però si era risaputa in un [p. 78 modifica]momento per Roma, e la sera non si parlava d’altro nei caffè. Senza quella dichiarazione l’addetto di ambasciata l’avrebbe passata brutta, perchè a Roma i francesi erano tutt’altro che amati ed era noto che quel palazzo Colonna era stato sotto il d’Harcourt un covo di nemici nostri.

Quell’anno il Governo aveva proibito la processione al Gianicolo per la commemorazione della vittoria garibaldina del 30 aprile. I rossi ne menarono gran scalpore e la Capitale e il Ciceruacchio sbraitarono, ma essi non erano ascoltati altro che da una piccola parte di internazionalisti, dopo che erasi divulgato il brutto affare della sottoscrizione per la vedova del Ferrero, il cuoco del «Rebecchino» ucciso da un soldato di fanteria in seguito al tumulto della Minerva. La campagna contro Raffaele Sonzogno era stata fatta con grande acrimonia dalla Nuova Roma, che aveva pubblicato la lettera della vedova, dalla quale risultava che i quattrini raccolti non erano andati a lei, e le si erano anzi negati.

Un altro fatto doloroso avvenne fuori di Porta Cavalleggieri fra guardie nazionali non in servizio, e gendarmi del Papa. Uno di essi fu ucciso, due feriti. Questi, portati in Vaticano, non poterono essere interrogati per il rifiuto del Papa. Il processo in Corte d’Assise terminò con un verdetto di assoluzione per gl’imputati, che pare fossero provocati.

In mezzo a tanto agitarsi di partiti, a tanti ostacoli che il Vaticano poneva a ogni innovazione, come per esempio al matrimonio civile, acerbamente combattuto dai parroci e contratto solo da pochi, pure, per una inevitabile legge, la vita pubblica cominciava a manifestarsi a Roma e la città prendeva un altro aspetto. Già vi era un risveglio fra gli agricoltori e sotto la presidenza del ministro Castagnola, si tenevano pranzi agrari, nei quali i proprietari insieme con gli scienziati discutevano tesi riferentisi ai miglioramenti della cultura del suolo; già si sentiva il bisogno di creare più scuole a Roma, dove, come risulta da una inchiesta del Circolo Cavour, promossa da David Silvagni, vi erano appena 20 scuole municipali di fronte a 288 tenute da preti, frati, o monache, e frequentate da 19,321 alunni; già si sentiva il bisogno di maggior nettezza, di maggiori comodità e di lavori di abbellimento. Le vie principali, per la ripulitura delle case, per l’apertura di nuovi magazzini, erano trasformate. In via Condotti, la signora Emilia Bossi aveva aperto un magazzino di mode, decorato dal Barbetti di Firenze, e Jannetti pure vi aveva aperto un magazzino; il pellicciaio Grossi, gran dilettante drammatico, ne aveva aperto uno sotto l’albergo di Roma; l’orefice Marchesini sull’angolo di via Condotti e il Corso ov’è ora; Schostal era anche venuto a Roma a esercitare il suo commercio di biancheria; Rimmel vi aveva portato i suoi profumi. E oltre questi e molti altri che ora non ricordo, anche i romani avevano rese più belle ed eleganti le loro botteghe.

Il municipio metteva i candelabri per il gaz in piazza Colonna, costruiva ovunque marciapiedi, creava il giardinetto in piazza San Marco, erigeva le cancellate e i candelabri in piazza Navona, abbelliva quella del Popolo, e impediva ai mercanti ambulanti d’invadere il suolo pubblico e studiavasi di render più comoda e meno trasandata la città.

Intanto le società costruttrici mettevano mano ai lavori decretati. Il quartiere del Celio era dato in appalto alla Società Edificatrice Italiana, quello dei Santi Quattro alla Società Guerrini e compagni, il nuovo quartiere dell’Esquilino alla Società Costruttrice Genovese, quello operaio del Testaccio al signor Picard, il Castro Pretorio al Credito Immobiliare, rappresentato dal conte Berretta. Il palazzo delle Finanze era rimasto aggiudicato al Breda, rappresentante della Societa Veneta di Costruzioni.

Nel 1872, la via Nazionale era già terminata fino alle Quattro Fontane, ma per il secondo [p. 79 modifica]tronco di essa si era ancora incerti, perché alcuni opinavano che essa dovesse sboccare a piazza Sciarra, altri ove sbocca adesso. Anzi il consiglio comunale votò il progetto dell’ingegnere Viviani, con lo sbocco a piazza Sciarra. Una turba di operai lavorava alle opere di sterro, e la furia di edificare incominciava a manifestarsi.

Forse quel rimescolamento del suolo fu cagione di un rincrudimento di malattie, e come l’anno prima vi era stata una epidemia di vaiuolo, di cui fu vittima anche l’ambasciatore di Baviera, signor di Deellinges, quell’anno vi fu un numero così grande di febbri malariche, che gli ospedali non potevano più contenere i malati; in una compagnia di sede alla villa di Papa Giulio di 100 soldati, 61 erano colpiti di febbre. Questo imponeva che gli ospedali fossero ampliati e il Municipio se ne occupava, e requisì Sant’Antonio per farne un ospedale militare, come occupavasi della costruzione di case operaie al Testaccio, e del quartiere dei Prati di Castello senza peraltro venire a nessun resultato. La questione della sistemazione del Tevere, era stata studiata dall’ing. Canevari, col quale avevano lavorato il prof. Betocchi, l’ing. Partini e altri.

Neppure i lavori archeologici erano trascurati e ora che il Palatino apparteneva al Governo, dopo aver appartenuto a Napoleone III, rinasceva l’amore per le antichità e si facevano scavi lassù e lavori al Colosseo.

Nel mese di luglio una grande notizia si sparse per Roma: i clericali partecipavano alle elezioni amministrative. Si era preveduto dopo una pastorale dell’arcivescovo di Napoli, lo confermò un manifesto firmato dai tre direttori dei giornali neri, dal marchese di Baviera per l’Osservatore Romano, da Pietro Pacelli per la Voce della Verità, che a Roma chiamavano la Voce delle Bugie, e da Filippo Tolli per La Stella. Un brano del manifesto diceva:

«All’autorità civile, proteggitrice del Pontefice, subentra la volontà, l’abnegazione, il coraggio individuale del cittadino. Ci è lasciata dai nostri padroni un’arma; è nostro dovere di raccoglierla e di difendere la nostra fede, la fede, la morale dei nostri figli, dei nostri fratelli. Ci si spezzerà in mano quest’arma dalla forza brutale: si romperà con le insidie, colle subornazioni, con ogni mezzo di corruzione, il fascio delle nostre forze: forse per ora non riusciremo. Che importa? Avremo fatto il nostro dovere; la non riuscita non ci avvilirà, ma ci darà lena a ritentare la prova, e se soffriremo qualche danno per la causa della giustizia, per cuori veramente cattolici sarà questo motivo di consolazione e di gloria. Intendiamoci dunque. I cattolici non giureranno mai il mantenimento e il rispetto delle leggi che hanno spogliato la chiesa, che ne distruggono le più sacre istituzioni. In quanto a questo crediamo che la loro bandiera sia sempre l’antica».

Questo manifesto dei clericali produsse una reazione nel campo liberale. La Libertà, giornale moderato, ma battagliero, propose che tutte le forze liberali si unissero, che tutti i Circoli di Roma formassero una lista unica di candidati per evitare il pericolo di vedere una invasione di reazionari al Campidoglio. L’appello fu ascoltato e il «Circolo Cavour» presieduto dal conte Lovatelli, quello «Bernini» dal signor Gori-Mazzoleni, quello «Legale» dall’avvocato Bussolini, quello «Nazionale» dal senatore Caccia, la «Società Operaia» ed anche il «Circolo Romano» presieduto dall’Ostini, proposero i loro candidati e poi riunitisi insieme alla sala Dante elessero fra tutte quelle liste tredici nomi di consiglieri comunali, e sei di consiglieri provinciali. I primi erano: Samuele Alatri, Eugenio Anieni, Augusto Armellini, Andrea Bracci, Giovanni Costa, Vincenzo Galletti, Giacomo Lovatelli, Terenzio Mamiani, Giuseppe Marchetti, Oreste Pestrini, Camillo Ravioli, Giuseppe Pocaterra, Augusto Silvestrelli. I secondi: Onorato Caetani, Felice Ferri, Francesco Giovagnoli, Achille Gori-Mazzoleni, Giuseppe Partini, Luigi Pianciani. Una lista nella quale erano raccolti nomi che [p. 80 modifica]rappresentavano opinioni così disparate, significava che tutte le sfumature del partito liberale, dalle più blande, come quelle designate dal nome del Silvestrelli, fino alle più rosse, come quelle indicate dai nomi di Giovanni Costa e dell’Anieni, erano state messe insieme per combattere la reazione.

Il «Circolo Bernini» prima di concordare questa lista unica, voleva che ogni frazione del partito liberale portasse una lista propria e contro quella proposta parlò il Crispi, dicendo che a voler seriamente la concordia occorreva che le speciali rappresentanze si fondessero davvero in una sola. Guido Baccelli combattè il Crispi, ma le idee del primo prevalsero.

Però la frazione più spinta del «Circolo Romano» volle separarsi dal grande partito liberale scandalizzata perchè Benedetto Cairoli non era portato nella lista, mentre da quella erano stati esclusi tutti i non romani, meno Terenzio Mamiani, che era la bandiera sotto la quale s’impegnava la lotta. La Capitale, naturalmente era l’organo di quella frazione e indisse un meeting all’Argentina presieduto dal general Fabrizi. In quel meeting ricompare sulla scena il Luciani, l’arruffapopoli di quel tempo, il quale dopo aver biasimato il lavoro della commissione si scagliò contro Francesco Crispi per essersi associato a un circolo composto di consorti. Crispi, che era in un palco, chiese la parola, ma Luciani continuò a inveire contro la consorteria, che per restare al potere, doveva appoggiarsi sui preti. Edoardo Arbib lo interruppe, ma Luciani e altri parevano invasati, tanto che il Parboni dovette intervenire per ristabilir la calma invocando un argomento infallibile: che i preti, cioè, avrebbero riso di quelle grida. Il Luciani potè terminare la sua diatriba contro la consorteria e presentare una mozione contro la lista democratica, che era stata letta dal segretario del meeling. L’avvocato Muratori volle difendere l’operato di Francesco Crispi, ma esso non ne aveva bisogno, e il deputato siciliano, alzatosi, disse, in mezzo a un religioso silenzio:

«Cittadini!

«Il mio nome è stato fatto segno a delle accuse che non possono rimanere senza una mia breve risposta. Il signor Luciani e un altro oratore dissero che ero venuto meno ai miei principii, e che avevo unito il mio nome a quello della consorteria, mentre il vero è che la consorteria mi ha sempre avuto fra i suoi più fieri avversarii; la mia vita, del resto, può testimoniare quali sono i miei principii, quale la parte presa agli avvenimenti politici; ormai sono troppo vecchio, perchè mi possano pungere accuse di questo genere e perchè debba ricominciare la mia carriera nei circoli e nelle associazioni, per cui mi affretto a dichiarare che non faccio parte di circoli nè di associazioni politiche, e se accettai il mandato conferitomi dal Circolo Nazionale, composto per la massima parte di persone non romane, ciò fu appunto perchè il Circolo che mi aveva conferito il mandato non aveva colore politico. Del resto, non ho decorazioni, non onori, nulla chiedo e nulla spero, se non che mi si lasci vivere in pace ed all’infuori dei rumori della politica, desiderio che ho già altre volte, e in modo non dubbio, manifestato. Ma perchè giudichiate con conoscenza di causa la inia condotta nella presente circostanza, permettete che io vi faccia un po’ di storia.

«Eravamo nel 1848, ed il movimento nazionale incominciava col grido di «Viva Pio IX»; molti dei nostri amici ripeterono questo grido, fino al giorno in cui Pio IX, con la sua enciclica del 29 aprile, dichiarò di considerare anche gli Austriaci come suoi figli, si proclamò contrario alla guerra e quindi all’indipendenza d’Italia. Quei nostri amici, dei quali non avevamo divise le illusioni, si erano ingannati.

«Venne quindi il 1859, venne il 1860, e, malgrado il nostro patriottismo, noi abbiamo dovuto riconoscere che le nostre forze, le forze del partito democratico, erano insufficienti ad ottenere il riscatto del paese, e ci siamo schierati sotto una bandiera che non era la nostra, e Dio sa se ci costasse di rinunziare ai nostri principii. Era una transazione patriottica e necessaria per il grande scopo che si [p. 81 modifica]

MONUMENTO AI FRATELLI CAIROLI AL PINCIO

DI

[p. 83 modifica]voleva raggiungere. Garibaldi tirò fuori quella bandiera, sulla quale stava scritto: Italia e Vittorio Emanuele. Alcuni nostri amici a Genova non vollero approvare quella transazione e noi abbiamo detto loro: «Rispettiamo i vostri principii, lasciateci seguire il nostro impulso.» La bandiera che avevamo inalberata pochi mesi dopo ci condusse trionfalmente a Marsala, a Palermo, e più tardi a Napoli. A quella bandiera dichiarammo di voler restare fedeli anche per l’avvenire.

«Non sono mai stato a Pitti, come non sono mai stato al Quirinale, ma considero il Re come il primo cittadino dello Stato, come il capo riconosciuto da una grande nazione. Ora, venendo più direttamente all’argomento che oggi ci occupa, vi dirò adunque quali sono i criterii che, ispirandomi al passato, ho seguito nella presente circostanza. Ho detto tra di me: Il partito clericale in Roma è numeroso e dispone di molte influenze; bisogna dunque cercare di opporgli tutte le forze del partito liberale. Il partito democratico in Roma non ha forza sufficiente a combattere da solo, e voi lo riconoscerete facilmente; che vi era dunque di più naturale di associare gli sforzi di tutti mediante convenienti transazioni? Si trattava non già di democrazia o di non democrazia, ma di far fronte al nemico comune: il papato ed il clericalismo, e l’esperienza del passato c’insegnava quale doveva essere la via da seguirsi. Non ho più pensato a risentimenti personali, non ho curato i nomi, ma ho visto solamente i principii e gl’interessi del paese. D’altronde non si deve oggi nominare tutto il consiglio comunale, ma solamente il quinto di esso, per cui è vano il credere che se ne possa modificare l’indirizzo. Në bisogna scordare che nella rappresentanza del Comune e della Provincia non è solo la democrazia che deve essere rappresentata, ma anche la borghesia, la proprietà, il commercio e ogni ordine di cittadini.

«Eccovi dunque spiegato, senza reticenze, quale fu la mia condotta, quali i miei criterii. Tuttavia se l’Assemblea non condivide queste mie considerazioni, se crede che il partito democratico a Roma sia forte abbastanza per vincere da solo, essa è liberissima di proporre una lista in questo senso, ed io non potrò che augurarne la riuscita».


La professione di fede di Crispi era stata accolta in più punti da fragorosi e lunghi applausi all’Italia e a Vittorio Emanuele. Quando il deputato siciliano ebbe cessato di parlare, prese la parola l’Arbib in difesa del comitato elettorale dei Circoli riuniti.

Ricciotti Garibaldi, il più accanito fra tutti, dichiarò in risposta a Crispi, che la monarchia doveva cessare; Arbib rispose vivamente, incominciò un tumulto, alcuni si scagliarono sull’Arbib, si vide luccicare un lungo stile, ma il Parboni con le potenti braccia deviò l’arma e difese il direttore della Libertà. Intanto esortava l’assemblea alla calma, mostrando che i carabinieri e le guardie guidati da un delegato, erano sulla porta della sala, pronti a intervenire, e col delegato si fece garante lui del mantenimento dell’ordine. Prima di sciogliersi il meeting accettò una parte della mozione del Luciani, intitolando la sua lista «Lista Democratica» ed escludendo da quella alcuni nomi.

Ho estesamente parlato dell’adunanza all’«Argentina», prima per dimostrare come fosse violenta la lotta fra i partiti appena avevano un campo per combattere; in secondo luogo perchè queste elezioni furono davvero l’avvenimento più importante di quell’anno. Trionfò tutta la Lista Unica con grande prevalenza su quella dei clericali e dei rossi.

Fra i consiglieri comunali quelli che ebbero maggior numero di voti furono: Eugenio Anieni (5340) e Giovanni Costa (5291); fra quelli provinciali: Luigi Pianciani (5688) e Achille Gori-Mazzoleni (5290). Questi resultati provarono che se nel partito liberale vi era concordia, peraltro esso riuniva a preferenza i suoi voti su nomi che non avevano figurato nella precedente amministrazione.

La città si ornò di bandiere per questa vittoria dei liberali, in Trastevere si volle fare una dimostrazione, ma prevedoso pericoli che ne potevano nascere, alcune persone influenti s’intromisero affinchè non avesse luogo. Sangue era già corso il giorno delle elezioni, in una rissa fra [p. 84 modifica] popolani ed ex-gendarmi, e sarebbe probabilmente corso di nuovo se il popolo scendeva nelle vie dopo tanti eccitamenti.

L’inchiesta fatta dal «Circolo Cavour» sugli istituti di Roma diretti da religiosi o religiose, e la petizione mandata al Governo, portava i suoi effetti. Appena lo Scialoja andava al Ministero della Pubblica Istruzione ordinava che le alunne e gli alunni che si trovavano colà, e frequentavano le scuole delle suore in via dell’Arancio, della Divina Provvidenza a Ripetta, dell’Opera Pia delle Serve in via degli Ibernesi e delle Scuole Pie in Borgo, fossero rimandati a casa e gl’istituti fossero temporaneamente chiusi, non avendo voluto ricevere l’ispezione scolastica. Bastò quel decreto ministeriale, perchè l’ispezione scolastica fosse accettata da tre di quegli istituti, e siccome si capiva che il Governo non avrebbe permesso che insegnasse chi non aveva patente normale, così 90 monache di diversi ordini, frequentavano ogni giorno le lezioni dell’Ennio Quirino Visconti per ottenere quella patente e molte chiesero al Ministro di essere esaminate nei conventi. Il quarto degli istituti ribelli, quello della Divina Provvidenza a Ripetta, fu chiuso e ne prese possesso il Municipio. Questo fatto dette luogo a una protesta del Cardinal Vicario, come la rappresentazione della Monaca di Cracovia, dei Misteri della Inquisizione, del Fra Paolo Sarpi e di altri drammi di quel genere provocò una lettera dello stesso Cardinale al Lanza, e una risposta del presidente del Consiglio. Ma Roma non voleva altre rappresentazioni e lo stesso Cesare Rossi per empire il teatro doveva piegarsi alle esigenze del pubblico.

Ho parlato della mania delle lapidi. A quelle già citate aggiungo che ne furono poste alle case abitate dagli Zuccari in via Sistina, da Vincenzo Monti, dal Leopardi. Non si poteva dimenticare Galileo e la lapide doveva esser posta sulla Villa Medici, ove il grande scienziato trovò rifugio presso l’Ambasciatore di Firenze. Ci voleva il permesso del Governo francese, e il signor Fournier pregò il signor Venturi, funzionante da sindaco, che dispensasse il suo Governo dall’accordargli quel permesso. Come fosse risolto quell’incidente, lo dice il luogo ov’è collocata quella lapide: essa non fu murata nel palazzo Medici, ma all’ingresso del Pincio, ov’è tuttora.

Le commemorazioni del 20 settembre e del 2 ottobre si erano compiute pacificamente. In occasione di quest’ultima il Re era a Roma ed ebbe una calorosa dimostrazione d’affetto dal popolo memore. I rioni Monti e Borgo specialmente dimostrarono la loro gioia di sentirsi liberi e uniti sotto l’egida della monarchia di Savoia. Anche la commemorazione di Mentana passò senza incidenti, perchè non vi fu chi protestasse contro i gridi sediziosi. In quel giorno si riunirono le ossa disperse dei caduti.

Ma i rossi, imbaldanziti dal comizio all’«Argentina», smaniosi di affermarsi, idearono un nuovo comizio al Colosseo per proclamare il suffragio universale. Di quel comizio si fece organo un giornale diretto da Raffaele Erculei, che s’intitolava appunto il Suffragio Universale, giornale cortese nella forma, come chi lo dirigeva, ma sovversivo per le idee. Esso fece capire che il suffragio universale non era lo scopo principale del Comizio, esso mirava ben più alto, e all’esempio della Francia, voleva rovesciere la monarchia, proclamare la sovranità popolare, e affermare la necessità di una costituente. Il giornale fu processato e condannato alle Assise, il Lanza proibì il Comizio, e per questo vi fu una interpellanza alla Camera del deputato Ferrari, e il prefetto Gadda mise sotto le armi la guardia nazionale e dispose le truppe al Campidoglio e in altri punti della città. Molti repubblicani e internazionalisti, dietro l’invito del Comitato del Comizio, firmato anche dal Cairoli, erano venuti a Roma, e il Governo fece atto provvido premunendo la città da disordini. Il loro intendimento, dopo sciolto il Comizio era di ritirarsi, come gli antichi Romani, sul Celio e di andare a Montecitorio a portare il voto popolare.

[p. 85 modifica]Quello spiegamento di forze non piacque al Nicotera, il quale interpellò il ministro Lanza, che rispose che le informazioni giunte al Governo, lo obbligavano a prevenire inutili conflitti.

Ecco il proclama che aveva emanato il comitato promotore del Comizio:

Al Popolo Romano!

Domenica 24 corrente i rappresentanti delle nostre associazioni, i delegati di tutte le Società operaie, democratiche e umanitarie d’Italia si riuniscono al Colosseo per affermare solennemente il gran principio della sovranità popolare, nella sua più legittima aspirazione: Il Suffragio Universale.

Una parola di redenzione pronunziata da Roma ha destato l’Italia.

Il popolo romano nelle sue manifestazioni pubbliche è sempre quello medesimo che coll’augusta santità delle leggi, votate nei liberi comizi, assimilo il mondo, improntandolo della sua civiltà.

È dunque al senno ed al patriottismo del popolo romano che la commissione promotrice affida l’esito del Comizio, dal quale l’Italia attende la conquista della sua dignità, colla emancipazione delle classi diseredate.

Romani!

Circondate l’Assemblea dei delegati italiani di tutta la maestà che v’ispira il vostro glorioso passato; riunitevi al Colosseo coll’ordine e la severità che distingue gli uomini liberi. Il 24 mostrate al mondo che la Roma del popolo, per maturità di consiglio e forza di propositi, è degna di custodire le splendide tradizioni della civiltà italiana.

   Roma, 18 novembre 1872.


Alessandro Castellani, PresidenteNapoleone Parboni, Vice Presidente.
Commissari:

Orazio Antinori — Alessandro Bottero — Alessandro CaranciniGiovanni Costa — F. degli Azzi Vitelleschi — Domenico Narratore — Vincenzo Rossi — Felice Scifoni.

Commissari Segretari:

Raffaele ErculeiRaffaele Giovagnoli — Torquato Tancredi — Federico Zuccari.

Cassiere: Giuseppe Lazzarini.

Intanto il ministro di Grazia e Giustizia De Falco aveva presentata la legge per la soppressione delle corporazioni religiose nelle provincie romane, secondo la legge sulle Guarentigie; ma la Camera non la discusse, forse perché il ministero Lanza, molto indebolito negli ultimi tempi, non si sentiva la forza di sostenerla.

La presentazione di questa legge dette motivo al Papa di fare una allocuzione latina ai cardinali, designando questa legge del Governo Subalpino una calamità per la Chiesa Universale.

Prima che l’anno spirasse, un nuovo incidente provocava le dimissioni del signor Bourgoing da ambasciatore di Francia presso la Santa Sede. Egli voleva che i marinari dell’«Orénoque», che era sempre a Civitavecchia a disposizione di Pio IX, venissero a Roma a presentare gli augurii del primo dell’anno al Papa. Thiers, che capiva quale doloroso effetto avrebbe prodotto a Roma l’invio dei marinari francesi al Vaticano, esigeva che prima andassero al Quirinale, dal momento che vi risiedeva il Re d’Italia; di qui il dissidio tra il Presidente della Repubblica e il ministro, e le sue dimissioni.

Roma però, in mezzo a tante lotte inutili, suscitate dagli uomini che volevano il ritorno all’antico e da quelli che vagheggiavano un nuovo ordine di cose, progrediva.