Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799/Capitolo XVIII

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XVIII

RIVOLUZIONE FRANCESE



Io credeva di far delle riflessioni sulla rivoluzione di Napoli, e scriveva intanto la storia della rivoluzione di tutt’i popoli della terra, e specialmente della rivoluzione francese. Le false idee che i nostri aveano concepite di questa non han poco contribuito ai nostri mali.

Hanno voluto imitare tutto ciò che vi era in essa: vi era molto di bene e molto di male, di cui i francesi stessi si sarebbero un giorno avveduti; ma non hanno i nostri voluto aspettare i giudizi del tempo, né han saputo indovinarli. Si è creduto che la rivoluzione francese fosse l’opera della filosofia, mentre la filosofia aveva fatto poco men che guastarla. Ne giudicavano sullo stato attuale, senza ricordarsi qual era stata e senza preveder quale sarebbe un giorno divenuta.

La rivoluzione francese aveva un’origine quasi legale, che mancava alla nostra. Il suo primo scopo fu quello di rimediare ai mali della nazione, sui quali eran concordi egualmente il [p. 97 modifica]popolo ed il re; ed il popolo riconobbe la legittima autoritá degli Stati generali e poscia delle assemblee, non altrimenti che venerava quella del re, per di cui comando, o almeno col di cui consentimento, tanto gli Stati generali quanto le assemblee erano state convocate.

Quello stesso stato politico della Francia, che faceva preveder ai saggi da tanto tempo inevitabile una rivoluzione, produsse la disunione degli Stati generali; si formò l’Assemblea nazionale, ed il re fu dalla parte dell’Assemblea. Che vi sia stato solo in apparenza e costretto dal timore, ciò importa poco: fin qui non vi è ancora rivoluzione.

Essa incominciò allorché il re si separò dall’Assemblea: allora incominciò la guerra civile, ed il partito dell’Assemblea seppe guadagnare il popolo coll’idea della giustizia.

E fin qui il popolo francese fece sempre operazioni al livello, diciamo cosi, delle sue idee. I Stati generali gli sembravano giusti, tra perché la Francia conservava ancor fresca la memoria di altri Stati generali, tra perché erano convocati dall’autoritá del re, che egli credeva legittima. Il re stesso autorizzò l’Assemblea nazionale; il re contrattò con la medesima, allorché divenne re costituzionale; quando fu condannato, lo fu pel pretesto di aver mancato al proprio patto, a cui il popolo intero era stato spettatore. E quale era questo patto? Quello con cui avea egli stesso riconosciuta la sovranitá della nazione ed aveva giurata la sua felicitá. Il popolo, seguendo il partito dell’Assemblea, credette seguire il partito della giustizia e del suo interesse. Quando io paragono la rivoluzione inglese del 1649 alla francese del 1789, le trovo più simili che non si pensa: s’incomincia la riforma in nome del re; il re è arrestato, è giudicato, è condannato quasi dal re istesso; il popolo passa per gradi dalle antiche idee alle nuove, e sempre le nuove sono appoggiate alle antiche.

Le operazioni de’ popoli van soggette ad un metodo, non altrimenti che le idee degli uomini. Se invertite, se turbate l’ordine e la serie delle medesime, se volete esporre nell’Ottantanove le idee del Novantadue, il popolo non le comprenderá; ed invece di veder rovesciato un trono, vedrete esiliato un mezzo sapiente [p. 98 modifica]o venale declamatore. Al pari che l’uomo lo è nelle idee, un popolo è nelle sue operazioni servo delle forme esterne onde son rivestite; l’esattezza esterna di un sillogismo ne fa bever, senza avvedersene, un errore; l’esterna solennitá delle formole sostiene un’operazione manifestamente ingiusta. Incominciate per inavvertenza o per malizia da un leggerissimo errore: quanto piú vi inoltrerete, tanto piú vi discosterete da quella retta nella quale sta il vero; e vi inoltrerete tanto, che talora conoscerete l’errore, ma ignorerete la strada di ritornare indietro. Allora pochi ambiziosi dichiareranno giustizia e pubblica necessitá quello che non è se non capriccio ed ambizione loro; ed il delitto si consumerá non perché il popolo lo approvi, ma perché ignora le vie di poterlo legittimamente impedire. Quando l’errore vien da un metodo fallace, il ricredersene è piú difficile, perché è necessitá ritornar indietro fino al punto, spesso lontano, in cui la linea della fallacia si separa da quella della veritá; ma, ricreduti una volta gli animi, per cagion di un solo errore distruggeranno tutto il sistema. La Convenzione nazionale condannò Luigi decimosesto contro tutte quelle leggi che essa istessa avea proclamate. I faziosi ragionarono allora come avea ragionato Virginio quando Appio appellava al popolo; ed è cosa «di cattivissimo esempio in una repubblica — dice Macchiavelli — fare una legge e non la osservare, e tanto piú quando la non è osservata da chi l’ha fatta». Tutto il bene che poteva produrre la rivoluzione di Francia fu distrutto colla stessa sentenza che condannò l’infelice Luigi decimosesto.

Nell’epoca istessa in cui la Francia credette acquistar piena libertá, incominciarono anche quelle riforme che noi chiamiam superflue. Qual effetto produssero queste riforme? Vi fu una continua lotta tra partiti e partiti; finalmente. i partiti non si intendevano piú tra loro, ed il popolo non ne intendeva nessuno. Si correva dietro una parola, che indicava una persona piú che una cosa, e talora non indicava né una cosa né una persona; e le controversie, che non potevano decidersi colla ragione, si decisero colla forza. Robespierre surse; ebbe una forza maggiore e contenne tutte le altre col timore. [p. 99 modifica]

Robespierre ritenne le parole per perdere i suoi rivali, ma attaccò a queste parole delle cose sensibili, sebbene tutte diverse, per guadagnar il popolo. Il popolo non intendeva né Robespierre né Brissot; ma sapeva che Robespierre gli accordava piú licenza degli altri, e scannava tutti quelli che Robespierre voleva scannati. Robespierre non poteva durar molto tempo, per la ragione che i suoi fatti non avean verun rapporto colle sue idee e si potevano conservar le cose senza conservar le idee. Che volle significare infatti quella parola di «oltrerivoluzionario», che i suoi rivali inventarono per caratterizzarlo e perderlo?

Robespierre salvò la Francia, facendo rivoltare tutt’i partiti contro di lui ed, in conseguenza, riunendoli1; ma Robespierre non salvò né potea salvare la sua persona, le sue idee, la costituzione sua.

Le idee erano giunte all’estremo e doveano retrocedere. Si era riformato piú di quello che il popolo volea; e, siccome queste riforme superflue non aveano in favor loro il pubblico costume, cosí conveniva farle osservare col terrore e colla forza: le leggi sono sempre tanto piú crudeli quanto piú son capricciose. Il sistema de’ moderati rimenava le cose al loro stato naturale e non dava loro altra importanza che quella che il popolo istesso lor dava; cosí il suo rigore e la sua dolcezza erano il rigore e la dolcezza del popolo.

L’uomo è di tale natura, che tutte le sue idee si cangiano, tutt’i suoi affetti, giunti all’estremo, s’indeboliscono e si estinguono: a forza di voler troppo esser libero, l’uomo si stanca dello stesso sentimento di libertá. «Nec totam Libertatem, nec totam servitutem pati possumus», disse Tacito del popolo romano: a me pare che si possa dire di tutt’i popoli della terra. Or che altro avea fatto Robespierre, spingendo all’estremo il senso della libertá, se non che accelerarne il cambiamento?

La vita e le vicende de’ popoli si possono misurare e calcolare dalle loro idee. Vi è tra l’estrema servitú e la libertá estrema [p. 100 modifica]uno stadio che tutt’i popoli corrono, e si può dire che in questo corso appunto consiste la vita di tutt’i popoli. La plebe romana era serva addetta alla gleba di pochi patrizi, non aveva proprietá né di beni né di persona. Incominciò dal reclamar leggi certe; ottenne la sicurezza delle persone e de* beni, ma rimaneva ancora senza nozze, senza auspici, senza magistrature; chiese ed ottenne la partecipazione a tutte queste cose, ma le chiese con temperanza, le furon concesse con moderazione; e ciò non solo prolungò la vita della repubblica, ma la rese, per la vicendevole emulazione delle parti che la componevano, piú energica e piú gloriosa. Pervenute le cose a quella che chiamar si potrebbe «eguaglianza di diritto», i tribuni pretesero anche l’eguaglianza di fatto: s’incominciò a parlar di leggi agrarie, e la repubblica perí. Si era giunto a quell’estremo oltre del quale era impossibile progredire. Nel primo anno della rivoluzione francese non si pensava che a stabilire quella eguaglianza di diritto, alla quale tendevano irresistibilmente gli ordini pubblici di tutta l’Europa; nel terzo però si pretendeva l’eguaglianza di fatto: in tre anni voi passate dall’etá di Menenio Agrippa a quella de’ Gracchi. Che dico io mai? Nell’etá de’ Gracchi, mentre si pretendeva eguagliare i beni, si riconosceva la legittimitá del dominio civile. Il rispetto, che il popolo ancora serbava per la legge delle doti, lo trattenne dall’eseguire la divisione de’ beni. In Francia le idee eran corse molto piú innanzi: erasi messa in dubbio la legittimitá delle doti, quella de’ testamenti, l’istessa legge fondamentale del dominio, senza la quale non vi è proprietá. Le idee della rivoluzione francese erano un secolo piú innanzi di quelle de’ Gracchi: ed ecco perché, contando da quest’epoca, la repubblica francese ha avuto un secolo meno di vita della romana.

Quando le pretensioni di eguaglianza si spingono oltre il confine del diritto, la causa della libertá diventa la causa degli scellerati. La legge, diceva Cicerone, non distingue piú i patrizi dai plebei: perché dunque vi sono ancora dissensioni tra i plebei ed i patrizi? Perché vi sono ancora e vi saranno sempre i pochi e i molti: pochi ricchi e molti poveri, pochi industriosi e moltissimi scioperati, pochissimi savi e moltissimi stolti. [p. 101 modifica]

Le idee di Robespierre non potevano star insieme né colle altre idee della nazione francese né con quelle delle altre nazioni di Europa. Togliendo, se però era possibile, alla sua nazione le arti, il commercio e la marina, avrebbe fatti de’ francesi tanti Galli: li avrebbe resi piú guerrieri, ma meno capaci di sostener la guerra; avrebbe potuto in un momento invadere tutta la terra, ma a capo di tempo la terra tutta si sarebbe vendicata e la nazione francese sarebbe stata distrutta. Di un antico si diceva che o doveva esser Cesare o pazzo; di Robespierre si avrebbe potuto dire che o doveva essere il dittatore del mondo o pazzo.

Ho cercato nella storia un uomo a cui Robespierre si potesse assomigliare. Alcuni de’ suoi amici ed anche de’ suoi nemici lo han paragonato a Silla; ma convien dire che i primi non conoscessero Robespierre ed i secondi non conoscessero Silla. Robespierre ha molta somiglianza con Appio. Differivano nelle massime che predicavano; non so se differissero nello scopo che si avean prefísso, perché per me è ben lontano dall’esser evidente che Robespierre, predicando libertá, non tendesse al dispotismo; ma ambedue egualmente ambiziosi e, nella loro ambizione, egualmente crudeli, egualmente imbecilli. Ambedue volevano stabilir colle leggi quel dispotismo, il quale non è altro che la forza distruttrice della legge. Ambedue ebbero quell’autoritá, che Macchiavelli chiama «pericolosissima», libera nel potere, limitata nel tempo, onde nell’uomo nasce brama di perpetuarla, né gli mancano i mezzi; ma questi, non essendosi dati dalle leggi a quel fine al quale egli li indirizza, debbono per necessitá divenir tirannici. Né l’uno né l’altra comprese la massima o di non offender nessuno, o di fare le offese ad un tratto e dipoi rassicurare gli uomini e dar loro cagioni di quietare e fermare l’animo; ma rinfrescavano ogni giorno ne’ cittadini, con nuove crudeltá, nuovi timori, e rendevan feroce quel popolo che volevan dominare. Ambedue volevan stabilire l’impero col terrore; non eran militari, né soffrivano la milizia della quale temevano, ma aveano alla medesima sostituita l’inquisizione ed una prostituzione di giudizi, che è piú crudele di ogni milizia, perché è costretta [p. 102 modifica]a punire i delitti che questa previene ed accresce i sospetti che questa minora. Questa specie di tirannide, che chiamar si potrebbe «decemvirale», è la piú terribile di tutte, ma per buona sorte è la meno durevole.

Per gli uomini che riflettevano, il «moderantismo» non era che uno stato intermedio, il quale ne dovea produrre un altro. La nazione respirava dopo la lotta che avea sostenuta con Robespierre, ma non ancora avea scelto il punto del suo riposo. Un eccesso di energia ne dovea produrre un altro di rilasciatezza. La guerra contro Robespierre era stata desiderata dalla nazione; ma era stata fatta da un partito, il quale poi, come suol avvenire, avea affidata la somma delle cose a mani perfide e sciagurate. La nazione sotto Robespierre fu costretta a salvar la sua libertá: sotto il Direttorio la sua indipendenza2.

Questo è il corso ordinario di tutte le rivoluzioni. Per lungo tempo il popolo si agita senza saper ove fermarsi: corre sempre agli estremi e non sa che la felicitá è nel mezzo. Guai se, come avvenne altre volte al popolo fiorentino, esso non ritrova mai questo punto!

Note

  1. Robespierre operò sulla Francia come lo stimolo opera sull’eccitabilitá umana, nel sistema di Brown.
  2. Questo punto oggi è provato.