Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799/Frammenti di lettere dirette a Vincenzio Russo/Frammento VI

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Frammenti di lettere dirette a Vincenzio Russo - Frammento V Frammenti di lettere dirette a Vincenzio Russo - Appendice

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FRAMMENTO VI

CENSURA


L’eforato è il custode della costituzione, e la censura lo è dei costumi. Pagano ha sostituita la censura ai tribunali correzionali, e, quando la censura potesse esser utile, io non ritrovo nell’istituzione di Pagano altro a desiderare, se non che vorrei che i censori non risiedessero nella centrale del cantone, ma bensí in ciascuna terra. Un censore, il quale non può osservare le cose da se stesso, deve dipendere da un accusatore; ma solamente il giudice può ascoltare un accusatore senza pericolo: il giudizio si occupa di fatti, la censura dei costumi; i fatti si provano, ma i costumi si sentono.

Come provare, per esempio, che un uomo viva poco democraticamente, che si comporti con soverchia alterigia, che sia prodigo, avaro, intemperante, imprudente?... Tu riaprirai di nuovo quei processi che assordavano i nostri tribunali nelle dissensioni tra i mariti e le mogli; processi, dai quali, dopo che le parti aveano rivelate le loro debolezze a chi non le sapeva ed a chi non volea saperle, altro non si conchiudeva se non che ambedue aveano moltissimo talento a scoprir le debolezze altrui e pochissima volontá di correggere le proprie.

Ma che sperare dalla censura in una nazione corrotta? Quando è perduta l’opinione pubblica, dice Rousseau, l’officio del censore cessa o diventa nocivo.

La censura potrá conservare i costumi di una nazione che ne abbia; non potrá mai darne a chi non ne ha. In una nazione corrotta tu devi incominciare dal risvegliare l’amore della virtú. Invece di darle dei censori, darei a questa nazione dei giudici ricompensatori pubblici del merito e della virtú; stabilirei delle [p. 261 modifica]feste, dei premi; e, piú che a prometter premi, mi occuperei a dirigere la stima della nazione e l’approvazione del governo: rimenerei l’uomo sul dritto sentiero, non tanto allontanandolo dal male, quanto ravvicinandolo al bene. L’amor della virtú, prima di diventar bisogno, deve esser passione; ma, prima di divenir passione, deve essere interesse.

Libertá! virtú! ecco quale deve esser la meta di ogni legislatore; ecco ciò che forma tutta la felicitá dei popoli. Ma, come per giugnere alla libertá, cosí la natura ha segnata, per giugnere alla virtú, una via inalterabile: quella che noi vogliam seguire non è la via della natura.

Per quale fatalitá lo stesso entusiasmo della virtú, spinto troppo oltre, può riuscir funesto all’umanitá! Noi siamo illusi dagli esempi dei popoli che piú non sono, e dei quali il tempo ha fatto obbliare i vizi e le debolezze: a traverso del velo dei secoli, essi appariscono agli occhi nostri quai modelli perfetti di una virtú che non è piú umana; e noi, per voler essere ottimi cittadini di Sparta e di Roma, cessiamo di esser buoni abitatori di Napoli e di Milano.

Ti dirò un’altra volta le mie idee sullo studio della morale, sulle cagioni per le quali è stato tanto trascurato presso di noi, sulle cagioni delle contraddizioni che ancora vi sono tra precetti e precetti, tra i libri e gli uomini; e forse allora converrai meco che di questa scienza, che tanto interessa l’umanitá, non ancora si conoscono quei princípi che potrebbero renderla ed utile e vera.

La virtú è una di quelle idee non mai ben definite, che si presentano al nostro intelletto sotto vari aspetti; è un nome capace di infiniti significati. Vi è la virtú dell’uomo, quella delle nazioni, quella del cittadino: si può considerar la virtú per i suoi princípi, si può considerare per i suoi effetti.

La virtú del cittadino altro non è che la conformitá del suo costume col costume della nazione; le nazioni antiche temevano egualmente l’eccesso del bene e quello del male. Quando gli efesi discacciarono Ermodoro, non gli dissero: — Parti, perché sei cattivo; — ma dissero: — Parti, perché sei migliore di tutti noi. — Dacché noi non abbiamo piú costume pubblico, la virtú è divenuta [p. 262 modifica]tra noi un’idea di astrusissima metafisica, e la morale soggetto di eterne dispute di scuole: abbiamo moltissimi libri, dottissimi libri, che c’insegnano i doveri dell’uomo, e pochissimi uomini che li osservano.

Una nazione si dirá virtuosa, quando il suo costume sia tale che non renda infelice il cittadino; e se tutte le nazioni potessero essere sagge a segno che, invece di farsi la guerra e di distruggersi a vicenda, si aiutassero, si giovassero, questa sarebbe la virtú del genere umano. Il fine della virtú è la felicitá, e la felicitá è la soddisfazione dei bisogni, ossia l’equilibrio tra i desidèri e le forze. Ma, siccome queste due quantitá sono sempre variabili, cosí si può andare alla felicitá, cioè si può ottener l’equilibrio o scemando i desidèri o accrescendo le forze. Un uomo, il quale abbia ciò che desidera, non sará mai ingiusto; perché naturale e quasiché fisico è in noi quel sentimento di pietá, che ci fa risentire i mali altrui al pari dei nostri, e questo solo sentimento basta a frenare la nostra ingiustizia, sempre che la crediamo inutile. L’uomo selvaggio non cura il suo simile, perché non gli serve: egli solo basta a soddisfare i suoi bisogni, che son pochi. Debbono crescere i suoi bisogni, perché si avvegga che un altro uomo gli possa esser utile, ed allora diventa umano. Per un momento nel corso politico delle nazioni le forze dell’uomo saranno superiori ai bisogni suoi; allora quest’uomo sará anche generoso. Ma questo periodo non dura che poco: i bisogni tornan di nuovo a superar le forze; l’uomo crede un altro uomo non solo utile, ma anche necessario: ed allora non si contenta piú di averlo per amico, ma vuole averlo anche per schiavo.

In qual epoca noi ci troviamo? I nostri bisogni superano di molto le nostre forze; ed i nostri bisogni non si possono diminuire, perché non possono retrocedere le nostre idee. Che speri tu, predicandoci gli antichi precetti ed i costumi semplici, che non sono i nostri? Invano tu colla tua eloquenza fulminerai il nostro lusso, i nostri capricci, l’amor che abbiamo per le ricchezze: noi ti ammireremo, e ti lasceremo solo. Ma, se tu ci insegnerai la maniera di soddisfare i nostri bisogni, se farai [p. 263 modifica]crescer le nostre forze, c’ispirerai l’amore del lavoro, schiuderai i tesori che un suolo fertile chiude nel suo seno, ci esenterai dai vettigali che oggi paghiamo per le inutili bagattelle dello straniero, ci renderai grandi e felici: e, senza esser né spartani né romani, potremo pure esser virtuosi al pari di loro, perché al pari di loro avremo le forze eguali ai desidèri nostri.

L’amor del lavoro mi pare che debba essere l’unico fondamento di quella virtú, che sola può avere il secol nostro. La cura del governo deve esser quella di distruggere le professioni che nulla producono, e quelle ancora le quali consumano piú di ciò che producono; e ne verrá a capo, se stabilirá tale ordine, che per mezzo di esse non si possa mai sperare tanto di ricchezza quanto colle arti utili se ne ottiene. Quando un cittadino non cercherá negl’impieghi la sua sussistenza, quando il servir la patria non sia lo stesso che far fortuna, come oggi si crede, voi avrete distrutti tre quarti della pericolosa ambizione. L’amor del lavoro ci toglierá mille capricci e mille debolezze che oggi ci disonorano, perché cangerá la nostra femminile educazione. L’amor della campagna, che succederá al furore che oggi abbiamo per la capitale, ci libererá da quella smania per le bagattelle della moda, per quel lusso tanto piú dispendioso quanto piú frivoli ne sono gli oggetti; e l’uomo impiegherá il suo superfluo in un lusso di arti, piú durevole, piú glorioso all’individuo, piú utile alla nazione. Le belle arti sono state gustate e favorite dai nostri ricchi in altri tempi, quando le loro mogli non consumavano in cuffie, in veli, in nastri, in vesti di un giorno tutto il superfluo e talora anche il necessario di un anno; quando la classe ricca non era, come è oggi, la classe degl’ignoranti, né si credeva ancora che la dottrina ed il gusto dovessero essere un mestiere per far vivere i poveri, anziché un dolce trattenimento per lusingare coloro i quali per favore di fortuna aveano diritto di rimanersene in ozio. Il lavoro ci dará le arti che ci mancano, ci renderá indipendenti da quelle nazioni dalle quali oggi dipendiamo; e cosí, accrescendo l’uso delle cose nostre, ne accrescerá anche la stima, e colla stima delle cose nostre si risveglierá l’amor della nostra patria. Amor di patria, [p. 264 modifica]stima di noi stessi, gusto per le belle arti e per la gloria, che è inseparabile dalle medesime, educazione piú maschia, ambizione piú nobile, facilitá onesta di sussistere, la quale, accrescendo nell’uomo l’emulazione, diminuisce l’invidia, tutte le altre virtú che da queste dipendono e che l’accompagnano...: se la virtú e la felicitá non sono un nome vano, che altro ci rimarrebbe allora a desiderare?

Ma, filosofi! se volete condurci a questo punto, seguite il corso della natura. Non venite ad insultarci, come Diogene in Atene. Cosi ci farete ridere di quella virtú nuova che ci vorreste dare, e ci farete perdere quel poco dell’antica che ancora ci rimane. I nostri discorsi non distruggono i nostri bisogni, non accrescono le nostre forze; e noi rimarremo senza quell’equilibrio che solo produce la virtú, e senza quei princípi che possono frenare almeno in parte i vizi che abbiamo: i vostri princípi nuovi, dopo aver distrutti gli antichi, saranno da noi, come ineseguibili, disprezzati.

Per risvegliare un poco di virtú nello stato in cui siamo, invece di diminuir la cupidigia, vorrei anzi un poco accrescerla nelle classi inferiori, presentando loro la prospettiva di uno stato di vita piú agiato: cosí sarei sicuro di renderle piú attive e piú libere. Volendo usare il linguaggio dei matematici, potrei dire che la libertá sempre proporzionata all’eguaglianza sia in ragion reciproca della pressione delle classi superiori, e che tale pressione sia sempre in ragione diretta del superfluo che le classi inferiori hanno. L’oppressione perciò è massima, o dove la natura dia tanto superfluo, che tutta l’aviditá dell’uomo non possa assorbirla; o dove l’uomo sia tanto avvilito, tanto imbastardito, che non abbia se non pochissimi bisogni. Nei governi che sono piú liberi il basso popolo è piú agiato e piú attivo; ed il desiderio di quest’agiatezza, che si crede effetto della libertá, n’è stata sovente la cagione.

Io non so quale sarebbe stato il corso di quelle idee troppo esaltate, che talora si son rimescolate ed hanno interrotto e turbato il corso della rivoluzione francese; ma temo che l’effetto sarebbe stato quello di ridurre la Francia ad un bosco, dove [p. 265 modifica]gli uomini si sarebbero cibati di ghiande, ma i fiumi non avrebbero corso latte e mèle, come nell’etá dell’oro. Colla barbarie sarebbe ritornata la ferocia, e per i fiumi sarebbe scorso il sangue degli uomini. Tali opinioni caddero dal trono, ad onta della forza onde erano sostenute. Ma la loro natura è tale, che, quando anche rimangano tra l’ombra delle scuole, quando anche non sieno accompagnate dalla forza e dal terrore e non producano, come in Francia, la guerra civile, sono però sempre o cause o precursori della corruzione dei costumi. I greci per molti anni ebbero la virtú nelle loro azioni; Socrate dalla pratica ne formò il primo la teoria, e trasportò la virtú dalle azioni alle idee; ma, dopo che Antistene e Diogene produssero il massimo esaltamento in queste idee, la Grecia non ebbe piú costumi.

Ascoltami. Tu conosci la mia adolescenza e la mia gioventú; tu sai se io ami la virtú e se sappia preferirla anche alla vita... Ma quando, parlando agli uomini, ci scordiamo di tutto ciò che è umano; quando, volendo insegnar la virtú, non sappiamo farla amare; quando, seguendo le nostre idee, vogliam rovesciare l’ordine della natura: temo che invece della virtú insegneremo il fanatismo, ed invece di ordinar delle nazioni fonderemo delle sètte.....................................


   Io son dolente per non aver potuto conservare la lettera, che mi scrisse Mario Pagano dopo che Russo gli ebbe comunicate le mie idee. Sarei superbo dell’approvazione di un uomo, la di cui morte, se è funesta alla patria, luttuosa a tutt’i buoni, è amarissima per me, che piango non solo la perdita del buon cittadino e dell’uomo grande, ma anche quella dell’ottimo maestro e dell’amico.