Satire (Persio)/Note/Alla Satira I

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Note alla Satira I

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Aulo Persio Flacco - Satire (I secolo)
Traduzione dal latino di Vincenzo Monti (1803)
Note alla Satira I
Note Note - Alla Satira II


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NOTE


Alla Satira I.


Riprende nei nobili la vanità del far versi, e gli sciocchi applausi, di cui onorano i poetastri. Attacca nel tempo stesso la marmaglia poetica e gli oratori forensi, deridendone l’affettazione nel recitare, nel perorare, nel correr dietro alle parole antiquate e alla pompa delle figure, trascurato il vero e il patetico dell’argomento. Accenna per ultimo le qualità, ch’ei desidera nel suo lettore. La Satira intera è un dialogo tra Persio e un Amico, che sorprende il poeta nell’atto che questi tutto solo sta declamando alcuni suoi versi sulla vanità delle umane sollecitudini.

polydamas. vers. 4. — In questo Polidamante principe Trojano e codardo gl’interpreti trovano disegnato Nerone. Quando la verità non è libera, o la sua nudità ferisce troppo la vista, ella prende il velo dell’allegorìa, che la rende piú piccante e piú bella. L’allegorìa è un’arme di riserva; ma la sciagura del Testi (se il fatto è vero) è un grande avviso per chi l’adopra.

troyades. ib. — Nessun nome suonava sì dolce all’orecchio degli antichi Romani come quello di Eneadi e Trojugeni. Questa origine tenuta per divina ne lusingava molto l’orgoglio; e il moderno Transteverino non l’ha per anche dimenticata, amando tuttavia di sentirsi chiamare sangue Trojano. Persio, che vuoi pungere gli effemminati Romani, li chiama Trojane, e con questa medesima derisione avevali già notati, prima di lui, Cicerone in una lettera ad Attico.

labeonem. ib. — Azzio Labeone poeta inettissimo, e a Nerone carissimo per una pessima sua traduzione dell’Iliade verso per verso. Questa ignominia della suprema potestà protettrice de’ Labeoni è stata spesso redenta da ottimi Principi, che favorendo regalmente le buone Lettere provvidero assai bene alla propria estimazione. Ma i Labeoni son tanti e sí coraggiosi e sì scaltri, ch’egli è gran Ventura e gran senno il sapersene sbarazzare. [p. 84 modifica]scribimus - v. 13. — Ecco un passo che fa girare il cervello nel cercarne la connessione con quel che segue.
     Gl’interpreti quanto abili nell’affogare il testo d’erudizione, altrettanto trascurati nell’indicare i legami quasi insensibili d’un pensiero coll’altro, allo scontro di questi vacui, o saltano il fosso prudentemente, o vi seppelliscono dentro se stessi e il lettore, di modo che, quando n’esci, ti pare d’aver visitato l’oracolo di Trofonio. Ma sparisce ad un tratto questa caligine se poniam mente, che qui Persio ad esempio d’Orazio nella Sat. III l. II. si crea ex abrupto un secondario interlocutore, il quale si assume la difesa de’ poeti e degli oratori, che Persio ha in animo di malmenare. Con questo adunque, e non più coll’amico col quale ha dato principio alla satira, introduce Persio nuovo dialogo; e quando con ironia, quando con serietà me lo sferza solennemente. A fine ancora di tirarne maggior partito sei finge un vecchio stolido e caricato, molto avido dell’applauso dei patrizi e del popolo. Non dissimulo che siffatto miscuglio d’interlocutori primari e secondari senza passaggi, ti fa spesso rinnegar la pazienza, e rende questa satira la più tenebrosa di tutte. Ma l’Edippo di questi enigmi è il buon senso, che cammina semplice e dritto. Qualche interprete per uscir d’imbarazzo non suppone altri attori in iscena che Persio, e il suo Amico. Ma questo ripiego genera spesso contraddizione di sentimenti. Di più le prese e riprese non corrispondono: e finalmente al v.53 Persio stesso apertamente ci dice, che la persona, con cui sin’allora ha parlato, è tutta fittizia. Quisquis es, o modo quem ex adverso dicere feci. Queste e più altre ragioni mi hanno consigliato ad interlineare il dialogo che ha luogo tra gl’interlocutori secondari e il poeta, unico filo, che possa condur salvo il lettore in questo malagevole labirinto.

patranti fractus ocello. v. 18. — Patrare est veneri operam dare; unde pater. La Crusca alla lettera F ha registrato il verbo italiano, il cui participio attivo risponde perfettamente al patranti. Non sapendo io usurparmi i privilegi del Baffo e del Casti, ho fatt’uso d’un addiettivo innocente, che partecipa, se non erro, del patranti e del fractus.

caprificus. v. 29. — Fico selvatico. Lo vediamo allignare fra le muraglie screpolate e fra sassi, e romperli, separarli per farsi luogo. Giustissima e vivissima immagine del cacoete poetico. [p. 85 modifica]dictata. v. 33. — Non è inverosimile che qui Persio punga di furto la vanità del poeta Nerone, i cui versi per adulazione leggevansi nelle scuole dai pedagoghi. E i versi d’un poeta in trono son sempre bellissimi, arcibellissimi.

quid non intus habet. non hic etc. v. 50. — Qui pure i commentatori, nemine excepto, si sono stillati il cervello in traccia del vero senso, dal verso quid non intus fino all’O Jane, a tergo; ed hanno ottenebrato questo passo mirabilmente. Una delle precipue fonti dell’oscurità del nostro poeta procede dall’ommissione, in lui quasi perpetua, delle parole intermedie che incatenano un sentimento coll’altro, e non solo delle parole, ma pur delle idee, tacendo egli sempre quelle che formano conseguenza necessaria e spontanea, nella mente almeno di ogni culto lettore. Le quali ommissioni si suppliscono molte volte dal recitante col tuono della voce, coll’azione, col gesto; e di tale sussidio abbisognano tutte le satire, ma più quelle di Persio tendenti molto al drammatico. Dal difetto di questi anelli intermedi scaturendo adunque in gran parte il buio di cui tanto ci lamentiamo, reputo obbligazione, necessità d’ogni traduttore amante della chiarezza il supplirli, ogni volta che la connessione de’ sentimenti lo chiegga; ma il supplemento sia rapido, e tale che non isnervi la precisione del testo, o ne tradisca lo spirito. Lo Stelluti e il Silvestri, che in queste brevi lagune gettano perpetuamente tre e quattro versi del proprio per riempirle, han fatto di Persio una liscivia, un brodo lungo che stomaca. Il Salvini all’opposito che fa sempre le sue traduzioni col vocabolario alla mano, e non bada nè a chiarezza d’idee, nè a sceltezza di termini, il Salvini ci ha regalato un volgarizzamento di Persio assai più tenebroso del testo: e queste sono le ammirate sue fedeltà. Di che modo io mi sia governato fra queste secche, lo vedrà il lettore per se medesimo, nè mi accuserà, spero, di avervi aggiunto troppo del mio, se noterà che gran parte della presente versione duramente vincolata al patibolo della terza rima, è costantemente più corta della Salviniana, sciolta d’ogni legame. Il che piacemi d’annotare.

veratro. v. 51. — Persio fa spesso menzione dell’elleboro. Io ne farò quì un motto per tutte le future occorrenze. L’elleboro altrimenti veratro, quasi virus atrum per la sua violenza catartica, aveva voce presso gli antichi di ottima medicina per la pazzìa. Quindi il [p. 86 modifica]naviget Antyciras scritto sur i boccali. Oltre il molt’uso che ne facevano per curare l’indigestione, la stitichezza, l’etisía, l’idropisía ec., l’adoperavano anche per eccitare l’elasticità dell’ingegno, siccome leggiamo essersi praticato da Carneade quando scrisse contra Zenone. Altrettanto opravasi, se diam fede a Persio, da cotesto Azzio Labeone traduttor dell’Iliade. Quindi il satirico per ippalage ne chiama briaca d’elleboro la traduzione invece del traduttore.

calve. v.6. — Il Fochelino seguito dal Salvini, e da altri di dolce pasta piglia questo calve per vocativo del nome Calvo, e mi va a trovare certo Calvo eccellente poeta, amicissimo di Catullo, e vivente ancora al tempo d’Ovidio, che lo ricorda con somma lode. Povero senso comune! Aveva ragione il Serassi, che chiamavalo senso raro.

o jane etc. v.8 e seg. — Accenna in tre versi tre modi antichi di derisione fatta dietro le spalle, cioè il collo della cicogna, le orecchie dell’asino, e la lingua del cane. Il secondo è in uso anche al dí d’oggi, e giova il non perderlo, essendo tante le occasioni di praticarlo.
     Raccontasi che s. Girolamo, disperato di poter intendere Persio, lo gittasse alle fiamme, dicendo: si non vis intelligi non debes legi; e si osserva d’altra parte, ch’egli usurpa frequentemente le maniere di Persio. Nella sua epistola a Rustico monaco leggesi inserito di pianta il passo che stiamo annotando: Si subito respexeris, aut ciconiarum deprehendes post te colla curvari, aut manu auriculas agitari asini, aut aestuantem canis protendi linguam. L’intendeva egli dunque, e non solo intendevalo, ma il copiava. Si ponga perciò quell’aneddotto accanto all’altro che narrasi a spese del medesimo Santo, ch’egli cioè venisse una volta bastonato dal diavolo, perché troppo studiava le eleganze ciceroniane; quando Erasmo è d’avviso, che quella battitura dovesse aver luogo per colpa tutta contraria.

quis enim? v.63. — Ecco un quarto interlocutore, e gli altri son sempre in iscena. È un corto dialogo tra il vecchio pazzo poeta e il suo adulatore, quel medesimo probabilmente a cui poco fa è stato dato da cena, e un frusto gabbano per guardarsi dal freddo. Costui parla fino al verso, ecce modo heroas.

venosus. v.75. — Con metafora presa dalle vene turgide e risaltanti nelle persone vecchie dice Persio venosa la Briseide di Accio, antico tragico; e con questo unico aggiunto molti difetti si esprimono [p. 87 modifica]dello stile di quel poeta, la gonfiezza, il torpore, e l’aridità. Per non diversa ragione chiama egli verrucosa, nel verso seguente, l’Antiope di Pacuvio, piena cioè di porri e bernoccoli, benché Cicerone ne porti giudizio molto onorevole.

fracta in trabe pictum. v.89. — I naufragati portavano appesa al collo una tavoletta su cui era dipinta la sofferta loro disgrazia, e in questo arnese cantando accattavano per le vie. Vera immagine di quei poeti e oratori che senza vero dolore, senza stile commosso pretendono di commovere.

berecynthius atin. v. 93. — Tutti d’accordo i commentatori ci dicono, che questa fine di verso viene censurata da Persio come viziosa, e niuno ci avvisa in che questo vizio consista. Il Monnier volendo darne ragione nota che cette fin de vers est ridicule. On y voit un grand mot suivi d’un petit. Con questa regola di giudizio peccherebbero dello stesso difetto Berecyntia mater, Berecyntia magnum, clausole Virgiliane; e molto piú le seguenti dello stesso poeta, Oceanitides ambae, circumfundimur armis, tempestatibus actus, servantissimus aequi e cent’altre, tutte con la penultima di due piedi, vale a dire un mezzo piede di piú che il Berecynthius. E Persio stesso non ha egli le finali impallescere chartis, purgatissima mittunt? E non ne troviamo noi pieni tutti i buoni poeti? Adottando col Casaubono, con lo Scaligero e il Forcellini la lezione Berecyntius Atin invece della comune Berecynthius Atys trovo allora in quell’Atits un vezzeggiativo affettato che giustamente può meritare la derisione. E tanto piú mi persuado esser questa l’intenzione di Persio, quanto che sappiamo esservi stata una insulsa poesia di Nerone intitolata l’Atino, alla quale è probabile che qui si faccia destramente allusione.

dirimebat nerea. v.94.— La gonfiezza di questo modo di dire è assai piú sentita e visibile che l’antecedente. Dirimere aequor, non avrebbe nulla d’improprio; ma dirimere Nerea, personificando il mare, allora il translato perde tutto il decoro, né lo salva l’esempio di Stazio, Spumea porrecti dirimentes terga profundi, peccante del medesimo vizio.

subduximus apennino. v. 95. — Il Monnier s’inganna a partito cacciandosi in testa che qui Persio abbia in animo di censurare i versi spondaici, e segnatamente quello d’Ovidio.

...nec brachia longo
Margine terrarum porrexerat Amphytrite.

[p. 88 modifica]E poeti greci e latini son tutti pieni di questi spondaici, che danno splendore e forza mirabile alla poesia imitativa. E chi ardirà condannarli, quando ne fa uso si spesso il piú castigato, il piú aureo artefice di versi, Virgilio?

Cara Deum soboles, magnum Jovis incrementum,


questo solo non è egli d’assai per assolverii tutti quanti e raccomandarli?
Nè piú felice parmi il Farnabio, nè chiunque con esso pensa che il vizio del verso censurato da Persio consista nelle due cadenze consimili, longo-Apennino, l’una alla metà, l’altra alla fine; poichè nel citato verso Virgiliano anche magnum fa cadenza con incrementum. E se questo non persuade, persuaderà il seguente, pure di Virgilio, e sonoramente rimato,

Cornua velatarum obvertimus antennarum,


e chi finalmente di piú ne desidera, consulti Omero, ed esca d’errore. Il ridicolo adunque del verso in questione sta nella stranezza della metafora. E di vero sottrarre una costa al monte Apennino, personaggio ben diverso da Adamo, parmi translato sovranamente pazzo, e degno soltanto di fantasia energumena.

torva etc. v. 99. — Ogni orecchio (quando non fosse quello del cantore d’Omolato) sente subito come sian tumidi e affettati di cadenza e uniformi di ritmo i quattro versi seguenti. Tutti gl’interpreti l’uno dopo l’altro, come le pecorelle di Dante, gli attribuiscono fermamente a Nerone. E certamente fino dal bel principio di questa satira abbiam veduto che Persio, deliberato di frustare i cattivi scrittori de’ tempi suoi, non va a cercarli tra la vil plebe, siccome Orazio e Despreaux (impresa senza pericolo, e piena piú di viltà che d’onore), ma bensi tra i magnati e i potenti. Con tutto ciò a me sembra potersi sanamente ragionare di questo modo. È egli vero, che sul fine di questa satira avendo Persio scritto auriculas asini Mida rex habet, il suo precettore ed amico A. Cornuto sostituí auriculas asini quis non habet? temendo che il sospettoso Nerone non si applicasse quel motto, tuttochè passato in proverbio? Che così andasse la cosa ne fa certi l’antico autore della vita di Persio, e cel persuade la circospetta prudenza del suo censore. Ora come mai combinare una tanta delicatezza col poco giudizio di lasciar correre liberamente l’amara ed aperta derisione di quattro interi versi tolti di peso a Nerone? tanto scrupolo nel [p. 89 modifica]sopprimere un semplice equivoco, e tanta sfrontatezza nel permettere, dirò così, uno schiaffo sul viso? Il principe de’ critici, il Bayle, che nulla crede senza il consenso della ragione (e un poco di scetticismo non fu mai danno), il Bayle colpito da queste contraddizioni niega tutto, anche la correzione attribuita a Cornuto del surreferito emistichio, auriculas etc. Io non ardisco averla per falsa, poichè la trovo conforme ai tempi e al discreto carattere di quel saggio. Ma giovandomi dello stesso argomento d’induzione, da questa medesima correzione deduco esser favola che i presenti quattro versi derisi siano tutta farina di Nerone. Altrimenti Cornuto è un censore, non saggio, ma inconseguente. Parmi più ragionevole il giudicarli una studiata imitazione dello stile ampolloso di quel coronato e stolido poetastro; il che non è poco argomento di libertà e di coraggio nel giovinetto nostro Satirico.
La favola, che tutti sanno, d’Agave e di Penteo, non ha bisogno di nota per l’intelligenza di questo passo. Ma il verso censurato da Persio: Torva mimalloneis implerunt cornua bombis, non è egli fratel carnale del Catulliano: Multi raucisonis infiabant cornua bombis? Io getto questo pomo di discordia tra i sottili pedanti, e mi tiro in disparte a godere della baruffa.

angues. v. 113. — L’antica superstizione aveva consecrato i serpenti come immagine del genio tutelare, e simbolo dell’eternità. Solevano quindi dipingerli al muro ne’ luoghi pubblici che volevansi mondi d’ogni bruttura, onde gli adulti per riverenza, i fanciulli per paura non visi accostassero a far puzza.

discedo secuit. v. 114. — Persio dura poco nel suo proposito. Ha promesso di approvar tutto, e già si congeda. Poi strascinato dalla sua irresistibile inclinazione alla satira torna indietro, e prende improvvisamente a giustificarsi coll’esempio di Lucilio e d’Orazio. Quest’ultimo si era giovato dello stesso esempio prima di Persio. Venne Giovenale, e fece altrettanto; e cosi di mano in mano i Satirici posteriori. Questa guisa di scolpare la satira non mi garba. La sua giustificazione sta ne’ diritti sacri ed eterni della virtù contra il vizio. È statuito dalla natura, che la guerra tra questi due elementi morali debba durare perpetua. E allora la satira che percuote il vizio solenne, che perseguita il delitto sfuggito alla punizion della legge, allora, io dico, la satira è la vendetta della virtù, il sussidio della giustizia: e il marchio d’infamia, che il coraggioso scrittore [p. 90 modifica]imprime su la fronte a’ veri e pubblici mascalzoni, non può dolere che per consenso a coscienze poco sicure di se medesime. Ho già detto in altro luogo a un di presso la stessa cosa, ma certe verità non si ripetono mai abbastanza.

cum scrobe. v. 119. — È nota la storia del barbiere di Mida, e della buca ch’ei fece in terra per deporvi il segreto delle scoperte orecchie asinine del re suo padrone, e l’effetto che nacque da quelle sotterrare parole; donde venne il proverbio, parlar nella buca, vale a dire, in occulto.

mida rex. v.121. — Ho ritenuta col Casaubono la lezione Mida rex habet piuttosto che l’altra sostituita da Carnuto, come si è detto al v. 99; prima perchè questa è la originale di Persio, e non v’ha più motivo che vieti il ripristinarla; secondariamente perchè la sentenza è più vera.

iliade. v.123. — Sottintendi sempre di Labeone, cui Persio satirizza per la terza volta. E cosi va fatto.

cratino etc. ib. — Cratino, Eupoli, e il gran vecchio d’Atene, cioè Aristofane, liberissimi scrittori di commedie, e audacissimi riprensori de’ vizi degli Ateniesi. Il secondo essendo rimasto morto in battaglia navale, gli Ateniesi dolenti di questa perdita decretarono che i poeti non andassero più alla guerra. In fatti sembra bastante quella ch’egli si fanno, e si faranno eternamente tra loro.