Scali. Viaggi di solo ritorno

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Carlo Cecchi

1996 Indice:Scali. Viaggi di solo ritorno.pdf arte Letteratura Scali. Viaggi di solo ritorno Intestazione 2 giugno 2012 100% Da definire

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scali


viaggi di solo ritorno





carlo cecchi







C/O

[p. 1 modifica] [p. 2 modifica]Posti al limite dell’ospitale, costosi, meno umani e allettanti. Ho indugiato sulle porte con i portachiavi appesi, i mobili vuoti, la carta da lettere, qualche bruciatura di sigaretta sul tavolo. Il letto sa di lavanderia e il bagno profuma di pulito, di chimico mughetto, i lampadari emettono una luce giallastra che tutte le volte, mi sembra di essere più stanco di quello che sono. Spesso i muri esprimono zanzare colpite dal sonno e un rivestimento in legno mi ha saputo dare il giusto conforto del livore. Di solito le sedie hanno una collocazione forzata, stanno sempre nei punti cardinale per appoggiare gli abiti, quelli sbagliati. Ho la sensazione del provvisorio definito come il non aver pace nel silenzio della piccola stanza. La luce s’infila sotto la porta e descrive lo stesso trapezio sul pavimento dove si affollano le ombre della notte. Bianco o giallo. Al momento non ho memoria dei rumori dei vicini di camera, confesso che a volte mi sarebbe piaciuto sentire voci estranee parlare d’amore, ma lo “scalo” si sa è “merci” e gli altri sono come me, soli da lavoro. Sul portiere si può scrivere tutto ciò che non si vuole, spesso si mostra gentile, credo lo sia veramente, ho l’incertezza di credere che il suo cassetto sia colmo di versi romantici. Può avere i baffi, comunista da sempre, può avere amici pittori che lo vanno a trovare anche di giorno. l nomi dei clienti li scrive a matita per poi cancellarli così la carta si strappa sull’ultima "a" dell’ultima donna perduta, perciò ritrovata.

[p. 3 modifica]Un’insegna a bandiera illumina il palazzo di blu e disegna le finestre chiuse come fossero finte. La gente passeggia poco lì davanti, ogni tanto si ferma qualche macchina, si apre il finestrino, qualcuno guarda dentro, si chiede quanto costa o se c’è il bagno in camera. Le donne delle pulizie sono bionde, sulla cinquantina, cantano vecchie canzoni di nostalgia che si perdono nel rumore dei tram. La fermata si trova proprio davanti all’ingresso, salgono e scendono poche persone a viso aperto, solo ora ritrovo un vecchio cinema. Vicino a me un tipo dorme dall’inizio, non si può fumare e il film è noioso. Bevo una coca, ma non ho voglia di andare, fuori piove e dovrei tornare in albergo. Mentre penso a niente mi accorgo che una grande ceramica fa da cornice al lato basso dello schermo, scene di guerra, Indiani, mandrie che si rincorrono in una prateria. I miei vestiti dentro quell’armadio, lo spazzolino da denti nel bicchiere di plastica sterile, il rasoio elettrico ancora attaccato alla spina, i pensieri sul cuscino e la pioggia che mi separa cinicamente dal letto, ciò che è dentro di noi sta sempre più lontano. Sono già le otto e sono ancora in mezzo a questo secondo tempo.


[p. 4 modifica]Non ho mangiato niente, mi avvio verso un caffè. E’ una città dove esistono ancora vecchie pasticcerie che ti servono tranches di torte allo zabaione in piccoli piatti di porcellana blu. Incontro quasi subito una giovane amica che veste abitualmente di giallo. Rimango ancora una volta stupito dalla sua fronte spaziosa. Ha trent’anni, un po’ amara, non ancora provata dalle grandi prove della vita, ma, credo ne abbia forti i presentimenti. Le scarpe basse come barchette ballerine, capelli lunghi ondulati, innamorata di suo padre. Marito già dimenticato a casa. Non rientra per il pranzo e cerca di far tardi a cena. Infatti siamo qui che giriamo intorno allo zabaione quasi senza parlare. Nessuno di noi ha qualche interesse al di là di quello che appare, così mi ritrovo a passeggiare sul lungofiume col fiato lungo di chi appanna ritmicamente quella comparsa di luna.
Le coppie che incrociamo assorte e assortite sembrano indifferenti al laconico passaggio, ma sono attenti a ciò che può accadere. L’acqua riflette i raggi luminosi, le ombre adulte si sporgono dal muretto come principi immateriali.
Mi hanno invitato in un circolo culturale, una zona malfamata, presente qualche artista, uno scrittore, un vecchio amico al banco che sorride per niente al mondo. Accanto alla parete, il profilo di una bella ragazza che allude.

[p. 5 modifica]Oramai s’è fatto tardi, comincio ad avere fame, cammino sotto una incessante pioggia cercando di individuare il ristorante, dove di solito mi fermo a cena. Appare la scritta ‘Mariola’, una bella donna di quasi settant’anni occhi azzurri trasparenti davvero come l’acqua del mare, capelli rossi da sempre come le unghie consumate in cucina. E’ sola con un’aiutante della sua età e un cameriere. Olimpio. Uno che consiglia in ogni caso patate bollite ché contengono zolfo. La luce al neon trasmette il bianco calce sui visi pallidi dei clienti, qualcuno esce per qualc’altro che entra, i presenti se ne sono andati, stalattiti, seduti da ieri, sono annosi cresciuti in quel posto, tre di essi hanno un trattamento diverso anche dagli affezionati. Mi piace pensare che siano ancora innamorati della locandiera e che alla fine, per la sua ostinazione, si appagano col suo pasto caldo. La pioggia di prima picchia forte sui vetri, le raffiche, come le domande di Mariola, sono infinite, là fuori è rigido, è scuro, ma si sta meglio che al mare. D’altronde ho sempre odiato i cieli limpidi, di quelli che la mattina presto si vede anche la Yugoslavia. Mi piace la pioggia, la nebbia e le giornate uggiose, il fango invece della polvere che mi fa allergia. Quattro amici ubriachi discutono d’arte, mi allontano.


[Pagine mancanti]

[p. 8 modifica]accende una sigaretta mentre uno di fianco impreca. Ha i capelli dipinti a mano libera, tante rughe sulla fronte, non distinguo il distintivo all’occhiello della giacca. Seguo con lo sguardo la linea lieve del fumo che taglia in due il vetro del finestrino: così intravedo il mio albergo, la mia camera di qualche ora fa, accanto alla stazione. Quella figura dietro ai vetri che potevo essere io, guarda il mio treno ormai da un quarto d’ora. Sembra una signora, dormirà nel mio stesso letto come me che ora so di essere sul suo stesso treno.




CARLO CECCHI