Scritti vari (Ardigò)/Polemiche/La psicologia positiva e i problemi della filosofia/Dialogo II

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Filosofia

Dialogo II - Il filosofo ed un ignorante. ../I ../III IncludiIntestazione 26 aprile 2011 100% Filosofia

Polemiche - I Polemiche - III

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La psicologia positiva e i problemi della filosofia.

Dialogo II - Il filosofo ed un ignorante.


Ignorante — Dopo il primo nostro Dialogo mi è venuto il ticchio di fare il filosofo. Sarò l’asino che suonava il flauto, ma pazienza. Ditemi, signor filosofo. Abbiamo noi un’anima, sì, o no? Mi pare che diceste di no.

Filosofo — Ecco, intendiamoci: «Come la materia non è altro che una astrazione de’ fenomeni fisici, così l’anima non è, se non un’astrazione de’ fenomeni morali (Psicologia ecc. pag. 168)». [p. 93 modifica] Ignorante — Voi parlate un linguaggio per me troppo sublime. Spiegatevi. Io voglio p. e. andare al teatro. Chi è che vuole andare? Sono le mie gambe, o qualche cos’altro?

Filosofo — «Trattandosi della sensazione del volere... non c’è che riferirla a qualche cosa che non conosciamo, ma supponiamo esistere, dentro di noi e chiamiamo anima (pag. 251)».

Ignorante — Ma scusate, signor filosofo; si è finora creduto che le gambe camminassero, ma che fosse l’anima che le muovesse.

Filosofo — È vero, ma sapete voi a quante questioni dia origine questa falsa credenza? Prima di tutto «quante ne ha delle anime l’uomo? Tre, due, una sola? E non potrebbe un’anima sola bastare per tutti gli uomini? È essa una sostanza o una semplice forma? E di che è fatta? E dov’è prima d’entrare nell’uomo? E qual’è l’ora precisa che vi entra? E in qual parte di esso alloggia?... E in che consiste, e in qual modo si stabilisce, o si rompe la sua comunicazione cogli organi corporei?... E che farà quando se ne sarà svincolata? E potrà anche... (pag. 293)».

Ignorante — (interrompendolo). Basta, basta, signor filosofo. Ne avete trovati abbastanza degli imbrogli, molti de’ quali però m’insegnava a sbrogliarli il catechismo del signor Curato, e molti si possono senza danno lasciare da sbrogliare poi un giorno. Ma la più spiccia è sbrogliarsi dell’anima. Allora però che cosa sarà questa faccenda del muover le gambe per andare al teatro?

Filosofo — Prendiamo le mosse più dall’alto. «Il filosofo positivista si ferma subito ad un fenomeno; al primo che incontra; al più comune; alla sensazione (pag. 298)»

Ignorante — Sicuro! Mi vien data una bastonata, ed io mi volto subito a guardare chi me l’ha data.

Filosofo — Ci siamo! Voi ricorrete sempre «alle buffonate, invece delle argomentazioni scientifiche (Provincia, giornale n. 56)». [p. 94 modifica]Ignorante — Sapete pure che sono un ignorante.

Filosofo — State dunque attento se volete imparare, e non fare come quelli che «appena fiutano qualche bravo uomo, che cresce fra loro, si mettono a perseguitarlo, dichiarano le sue dottrine false e malefiche, ne mettono all’indice i libri...».

Ignorante — Sicuro «perchè non si sentono in caso di argomentare contro quel libro (ivi)» e confutarlo. Ma io sono qui per imparare.

Filosolo — Dunque sappiate che «la sensazione è inspiegabile in sè stessa».

Ignorante — Dunque anche voi siete un ignorante.

Filosofo — «È inspiegabile, ma ne ho conoscenza».

Ignorante — Conoscete dunque anche il non conoscibile.

Filosofo — Finitela colle buffonate. «Ne ho conoscenza, e in essa trovo la chiave che mi abilita a diciferare la cifra, prima illegibile, dell’umano pensiero... Datemi le sensazioni e l’associabilità loro, ed io vi spiego tutti i fenomeni della vita psichica... la successione ha luogo in seguito ad una sensazione, d’ordinario di più sensi in una volta... e vi concorrono numerosissime sensazioni già prima sperimentate».

Ignorante — Scusate, ma ho paura che tutte queste sensazioni passate e presenti s’imbroglino nella mia testa. Ditemi; se mentre una palla corre per un verso io le do una spinta obliqua per un altro, essa non va nè per la prima nè per la seconda, ma per una terza direzione. Se mescoli assieme due colori, ne salta fuori un terzo, che non è nè il primo nè il secondo. Così ho paura che avvenga con tutte queste sensazioni.

Filosofo — Ma non sapete che vi sono tante fibre nervose che ricevono le sensazioni? «Nel solo nervo ottico sommano, come si crede, a cinquecentomila (pag. 303)».

Ignorante — Peggio, mio signore, peggio! Si farà maggior confusione. Una non saprà dell’altra; una [p. 95 modifica]imbarazzerà l’altra; e poi ricevuta una idea, la perderà e la guasterà sopravvenendone un’altra.

Filosofo — Voi vi annegate in un bicchier d’acqua. «Prima di tutto una parte della sensazione cosciente si fa per così dire latente, e si fissa in forma di tendenza... Perciò un pensiero che si ricorda... è una forza dissimulata che riapparisce».

Ignorante — Cioè è la memoria che la richiama.

Filosofo — Si credeva che fosse «una facoltà taumaturga chiamata memoria».

Ignorante — E lo credevano gli ignoranti, ma i filosofi positivisti ce ne hanno liberati. Bene; ma a che fine ciò?

Filosofo — Fo per dire che coll’ajuto delle sensazioni latenti, che si risvegliano e delle presenti combinate in infiniti modi «si spiegano le infinite forme del pensiero per mezzo della divisione del lavoro».

Ignorante — Ammirabile trovato! Spiegatemelo un po’ meglio.

Filosofo — Eccomi a compiacervi. Ecco una forza unica; una massa d’acqua corrente. «Mettiamoci, ad esempio, una ruota idraulica, a cui sia applicato un telajo alla Jacquard. L’acqua cadendo urta nelle pale della ruota, e questa gira... si muove il telajo... ogni organo del telajo ne piglia una parte e la trasforma diversamente... Infine ne esce un bel drappo a figure, a fiorami disegnati, disposti e colorati artisticamente. Il semplice peso dell’acqua è diventato l’intreccio dei fili...».

Ignorante — Scusate; se fate scorrere l’acqua da sè non formerà mica il drappo.

Filosofo — S’intende. «Questo è dovuto alle forme e alle disposizioni convenienti degli organi molteplici e diversi del telajo (pag. 307, 308)».

Ignorante — Scusate, signor filosofo, se v’interrompo; ma chi divise tra questi ordigni il lavoro?

Filosofo — Che domanda inopportuna! Furono «gli organi del telajo, che si divisero tra loro la forza pressata [p. 96 modifica]dall’acqua cadente, e appropriandosela la convertirono in tanti diversi lavori sapientemente coordinati».

Ignorante — Bello quel sapientemente coordinati! E bene, di tanti ordigni chi fu quel bravo, che ordinò gli altri?

Filosofo — S’intende; fu l’artefice.

Ignorante — Ah! fu l’artefice! Dunque nella vostra bella fantasmagoria della trasformazione, degli intrecci dei tanti fili nervosi eccetera eccetera, vi eravate dimenticato il più bello, cioè chi sia che li ordini, chi ne cavi delle conseguenze che non capiscono in quei fili nervosi, chi di tante sensazioni formasse p. e. un’Iliade, un Orlando Furioso, i Dialoghi di Platone. Voi paragonate questi sorprendenti lavori dell’umano ingegno, che non furono certamente opera nè del naso, nè delle orecchie, nè del palato, come dovrebbero essere, se il pensiero non fosse che un risultato di sensazioni variamente cucinate come fa il cuoco delle pietanze, li paragonate alla tela esilissima d’un ragno. Ma anche nel tessere a disegno quella tela vi è qualche cosa che non è nè la bocca, nè le gambe, nè lo stomaco del ragno e che dirige quell’operazione. Molto più poi vi deve essere, e vi è nelle mirabili operazioni dell’intelletto umano. Vorreste voi forse dire che il naso o la bocca mi danno idea della giustizia, dell’onore, della virtù, del tempo, dello spazio, idee che io, benchè ignorante, ho inteso chiamarsi astratte e che sono lavorio dell’intelletto? Allora dove va a finire tutta la vostra filosofia positivista? A negar l’anima, come hanno fatto da tanti secoli i materialisti, senza dare alcuna nuova spiegazione dei misteri dello spirito, ma soltanto illudendo gli sciocchi con prosaiche comparazioni, che zoppicano da quattro gambe. Scusate, ma la vostra filosofia somiglierebbe alla mia, se per andare a teatro volessi che la carrozza si muovesse da sè, o i cavalli mi vi conducessero senza cocchiere. Mi dareste allora del matto. E bene io non dico di più. [p. 97 modifica]

Amenità.

«Demolendo a pezzo a pezzo il cervello di un animale vivo, se ne diminuisce a pezzo a pezzo anche il pensiero (Filosofia ecc. p. 293)». Peccato che non si potessero raccogliere le scheggie del pensiero: che i fanciulli ne formerebbero dei bei castelletti come fanno di carte, di noci, ecc. e così farebbero più presto le loro piccole composizioni.

«Un pensiero piccolo è il consumo di poca forza: un pensiero forte di molta» p. 267. Quindi avendo lo scrittor di questa sentenza fatto un grande sforzo col forte pensiero espresso nella Provincia (n. 56) di collocare nella parte più augusta di persona che non nominiamo una corona indecorosa ed oscena di corna, speriamo che avrà consumata tutta la forza della sua bile, e diverrà in seguito più trattabile, e si mostrerà ancora più civile, più educato, meno digiuno del galateo.

(Dal n. 16, Mantova, 18 agosto 1872, del giornale Il Vessillo Cattolico).


Ancora la filosofia positiva e il vescovo signor Rota.


Mi perdonino i lettori della Provincia se torno di nuovo sul vescovo. Non occorreranno questa volta molte parole e saranno le ultime.

Nel mio articolo precedente, sul di lui primo dialogo, gli ho indirizzato alcune domande: qualcheduna anche relativa alla materia molto delicata della moralità più usuale. A queste domande, nella sua replica, nessuna risposta.

Nello stesso articolo ho fatto qualche argomentazione affatto semplice e chiara e soprattutto molto calzante sulla questione da lui mossa. Anche su questo silenzio perfetto.

Non può rispondere? Ma la questione allora è finita.

Ardigò - 7 [p. 98 modifica] Il vescovo signor Rota fa il sordo alle mie domande e scappa lontano dai miei ragionamenti. Io invece mi divertirò, tornando ancora una volta a notomizzare i suoi.

Quello (unico) che si contiene nel suo secondo dialogo è in sostanza così: — L’autore della psicologia positiva insegna che le sensazioni elementari sono moltissime. Ora, perchè con tutte queste sensazioni non si faccia confusione, è necessario che ci sia l’anima. Se non ci fosse l’anima, chi metterebbe in ordine le sensazioni? — Ecco il ragionamento del signor Rota. E io soggiungo. Ottimamente! Proviamo dunque a farne un altro colla stessa logica, per vedere cosa ne vien fuori. Una pianta di zucca per esempio si forma per l’aggregazione di un numero infinito di particelle di diversissime qualità tratte dalla terra, onde sorge, e dall’aria in cui si sviluppa. Tutte queste particelle precipitano sulle diverse parti della pianta per farla crescere e non vi fanno alcuna confusione, ma vi si distribuiscono con un ordine maraviglioso a formare i varj tessuti delle radici, delle foglie, dei fiori, del frutto e dei semi. Or come avviene ciò? A tale domanda il signor vescovo Rota, adoperando la sua logica, risponderebbe: perchè ogni zucca ha la sua anima, che mette a posto tutte quelle particelle e impedisce che facciano confusione. Bellissima questa! Non me la sarei proprio aspettata. Ma se le zucche, secondo la teoria di monsignor Rota, hanno l’anima, gli toccherà di andarle a cresimare, e di dare poi alle più grosse anche gli ordini sacri. E allora (ciò che a molti pare che tardi ormai troppo a succedere) la sua giurisdizione episcopale dalla ecclesia dei parlanti sarà trasferita ai campi delle mellonaie.

Prof. Roberto Ardigò

(La Provincia del 21 agosto 1872).