Sopra le vie del nuovo impero/La sciabola e non il codice

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L’imponderabile della reggenza. La sciabola e non il codice.

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L’imponderabile della reggenza. La sciabola e non il codice.
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L’imponderabile della reggenza.
La sciabola e non il codice.


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Tunisi, 19 Marzo.

E pertanto, dopo quello che ho scritto sullo stato della Tunisia rispetto ai conflitti tra francesi, arabi ed italiani, c’è da aggiunger qualcosa: c’è da aggiungere che esiste qui, oltre a tutt’il resto, un elemento imponderabile: imponderabile come il capriccio e l’incoerenza. Questo imponderabile è il governo stesso.

Mercoledì scorso mi disponevo la sera a partire il giorno dopo, quando nelle prime ore della notte scoppiò una bomba: si propagò la notizia che sette dei maggiorenti Giovani Tunisini erano stati arrestati e parte incarcerati, parte espulsi. Si affermava che s’era scoperta una congiura contro i francesi.

Non partii più, curioso di stare a vedere se eravamo al principio della fine della [p. 58 modifica]famosa politica d’associazione su cui avevo fatto qualche prognostico.

In realtà, nei giorni successivi nulla di preciso è venuto in luce per il pubblico; ma sta il fatto che lo stesso residente generale più volte in discorsi ufficiali, o quasi, ha accennato a qualcosa che sarebbe stato macchinato dagli arabi. S’è detto che messi su dai Giovani Tunisini avrebbero avuta l’intenzione di detronizzare il vecchio bey per collocare al suo posto un altro di loro scelta. Il vecchio bey è troppo ormai della Francia mani e piedi, e i Giovani Tunisini avrebbero voluto in sua vece una loro creatura, magari uno dei loro, e s’è fatto il nome del signor Zanche che voi, lettori, conoscete, non compreso, del resto, tra i sette arrestati. S’è detto che il complotto era e contro i francesi e contro gli italiani, e prendendo l’argomento dal boicottaggio dei tranvai gli si è voluto conferire certo carattere economico. Sta il fatto che i capi dei Giovani Tunisini, prima dell’arresto, furon chiamati alla residenza e fu loro imposto di far cessare il boicottaggio; ma essi risposero che non potevan far nulla, nessun potere avevan sugli arabi, e infatti il boicottaggio dura ancora. Si è detto in fine che i turchi avevan lavorato sotto, che turchi, Giovani Tunisini e arabi eran d’intesa per i fini, palesi [p. 59 modifica]o reconditi, prossimi o remoti, del panislamismo. Nulla di preciso, ripeto, per il pubblico del quale noi pure siamo, ma per lo meno questo è evidente: che gli arabi, o i Giovani Tunisini per loro, hanno già dato prova di volere intendere la politica d’associazione a modo loro, come una politica di insubordinazione; e che a tanto sono giunti in questi ultimi mesi, durante la guerra italo-turca, per la licenza che s’è loro lasciata, anzi s’è in loro fomentata, d’agitarsi in pro della Turchia e contro l’Italia. Agitandosi così, gli arabi di Tunisi concepirono uno spirito sovversivo a cui i loro capi, sempre vigili da tempo, hanno dato un’altra mira, confusa, così sul cominciare, ma non tanto che non si possa scorgere essere lo stesso regime franco-tunisino. Menando i loro trionfi carnascialeschi intorno al Manouba e al Cathage i franco-tunisini fecero la loro brava politica d’associazione con gli arabi contro di noi: si sono accorti ora che hanno fatto un cattivo affare contro loro stessi. Il panislamismo non distingue sottilmente tra gli infedeli. E dovrebbero impensierirsi di ciò i francesi i quali nella sola loro vecchia colonia d’Algeri hanno quattro milioni e mezzo di musulmani, di contro a poco più di 200 mila dei loro. Vien fatto di riflettere che perseverando potrebbero prepararsi un ben triste [p. 60 modifica]avvenire islamico nel loro impero d’Affrica; non solo, ma potrebbero, il che è peggio, perchè tocca altri e non soltanto loro, potrebbero fare indirettamente il danno di altre civiltà europee che si sono stabilite, o stanno per stabilirsi in Affrica. Per la prima volta, soggiornando qui a Tunisi e incominciando a occuparmi dell’Algeria, ho una primissima visione generale del carattere sui generis che ha la colonizzazione francese, fatta di capitali soltanto e non d’uomini, veramente borghese, di sfruttamento borghese, nel senso più socialista della parola. Di contro ad essa, altre colonizzazioni, quella degli italiani in Tunisia e quella degli spagnuoli in Algeria, hanno un vero e proprio carattere proletario. È il principio delle classi che ha prodotto la lotta di classe, trasportato tra le nazioni, sopra le rive del Mediterraneo, tra l’Europa e l’Affrica. La colonizzazione plutocratica francese ha un fondamento d’ingiustizia sociale, direbbero i socialisti; e potrebbe darsi che essa dovesse pagare il fio di ciò ad una Nemesi storica, e che la via fosse quella politica d’associazione con l’islamismo che sì male esercitata ha dato in questi giorni sì cattivi frutti.

Tornando al governo della reggenza, altri minori fatti mostrano il suo stato disorganico, tra francesi, arabi e italiani; ed è [p. 61 modifica]sommamente istruttivo in questo senso il racconto che Venerdì scorso la Tunisie Française fece dell’atto di soppressione da cui essa era stata colpita, e che poi fu ritirato. Mercoledì sera, insieme con l’arresto dei sette Giovani Tunisini sapemmo che era stata anche soppressa la Tunisie Française, e ci domandammo perchè. Quel giornale aveva accanitamente combattuto i Giovani Tunisini, aveva cotidianamente incitato i poteri pubblici contro di loro, aveva svelato il carattere politico e antifrancese del boicottaggio dei tranvai, aveva svelato il carattere antifrancese della turcofilia araba e perfino della italofobia; era perfino giunto a buttar là qualche mezza parola su possibili congiure: perchè dunque si sopprimeva nella stessa ora in cui venivano arrestati, incarcerati, espulsi i Giovani Tunisini?

Si seppe dopo: fu decretata la soppressione della Tunisie Française, perchè questo giornale eccitava à la haine des races dans la régence. Ma il giornale raccontò come anche fu soppressa la sua soppressione. Amici suoi, deputati della conferenza consultiva e altri, andarono a intercedere presso monsieur Alapetite il quale rimandò dal general Pistor, comandante del corpo d’occupazione della Tunisia, ministro della guerra del governo tunisino, il quale aveva [p. 62 modifica]spiccato l’ordine della soppressione. Traduco dallo stesso foglio:

«Alle dieci eravamo a Dar-Hussein nel gabinetto del general Pistor che ci ricevette benevolmente. Alle nostre osservazioni che più o meno mettono in dubbio la legalità del suo atto, il generale risponde che questo non lo riguarda, che egli non è il codice, ma la sciabola, e che egli non crede di poter più tollerare la pubblicazione d’articoli che censurano con tanta violenza le più alte autorità del protettorato. Non tollererà più a lungo gli eccitamenti all’odio delle razze. Noi rispettosamente gli facciamo notare che egli crea così un delitto nuovo, inesistente; che si è già soppresso l’articolo del codice penale circa l’eccitamento all’odio dei cittadini fra loro, e che ora non si può tirar fuori in luogo di quello un altro articolo sull’eccitamento all’odio delle razze. Ma il generale Pistor tien duro; egli è la sciabola, non il codice, ci ripete sorridendo, e ciò gli basta».

A farla breve, tra il generale e la Tunisie Française si finì col venire a un accomodamento: la Tunisie Française dovè assicurare per iscritto «che essa avrebbe cessato la campagna iniziata sin dal Novembre scorso contro le più alte autorità del protettorato», e che per cooperare alla pacificazione degli animi avrebbe trattate le quistioni degli indigeni moderatamente; il generale aggiornò la soppressione. Ma nello stesso numero del giornale dov’erano le su riportate dichiarazioni e tutto il racconto, [p. 63 modifica]seguiva un paragrafetto intitolato La morale à tirer in cui, oltre il resto, si leggeva:

«Il regime speciale sotto il quale noi siamo stati posti sin dal 13 Novembre, sembra possa legittimare attentati simili contro giornali indipendenti; eppure, a dire dei giureconsulti, questo stesso regime manca di fondamento legale. E del resto, non sembra che il residente generale, in quanto comanda in Tunisia le forze di terra e di mare, possa conferire al comandante del corpo d’occupazione poteri superiori a quelli che egli stesso ha. Non sembra che egli possa non tener conto dei decreti che egli stesso ha promulgati, o hanno promulgati suoi successori. C’è qui qualcosa di veramente anormale, di cui il parlamento e la stampa di Parigi dovranno essere istrutti.»

La Tunisie Française non è stata soppressa più.

Orbene, c’è in simili commenti del giornale tunisino e in tutto il racconto della sua avventura col generale Pistor l’accenno d’un fatto, e il fatto è questo: il governo franco-tunisino, in questo momento, sudamericanizza alquanto. Lo stesso generale Pistor pute d’argentino alquanto, allorché dichiara che egli è la sciabola e non il codice. E non è privo d’edificazione scoprire su questa riva d’Affrica un pezzetto di Sud-America della Francia repubblicana. Il sudamericanismo nei governi significa arbitrio e significa disordine, e qui a Tunisi è così. [p. 64 modifica]Noi davvero, pochi giorni fa, quando a Susa, come accennai nelle lettere precedenti, sentivamo lo stesso residente generale blandire e in certo qual modo, per quanto gli era lecito al suo posto, incitare gli arabi contro di noi, non avremmo potuto prevedere che sì presto gli sarebbe toccato di ordinare l’arresto dei Giovani Tunisini. Con quale oculatezza e con quale misura il signor Alapetite fa la sua politica? E che politica è? Sappiamo che è stata sin qui la politica d’associazione ordinatagli da Parigi, ma non si può non dire che egli l’ha maneggiata a capriccio e senza nesso. L’ha vuotata di tutta la sua seria necessità francese. Da un tale capriccio, sbizzarrentesi fino a pochi giorni fa in una italofobia male larvata e male mostrata dai foglietti ufficiali; da un tale squilibrio tutto personale nasce per le cose di qui quell’elemento imponderabile di cui parlavo in principio. E quindi i giudizii sulle cose di qui, comprese le italiane, sono oltremodo difficili, per non dire impossibili; perchè io posso prevedere ciò che farà un uomo di carattere, ma non un uomo senza carattere. Ed io son tornato più volte col pensiero inquieto alle considerazioni fatte nelle mie lettere precedenti, sin dal momento in cui mi sono accorto che alcune eran poggiate [p. 65 modifica]sull'imponderabile che mi è apparso dopo; l’imponderabile della reggenza. Non si può ponderare l’imponderabile. E l’imponderabile è qui, come dicevamo, il capriccio, l’arbitrio, l’incoerenza, l’improvvisata, quel qualcosa di extralege e di sud-americanamente squilibrato e disordinato che si respira in questa minima Buenos-Aires, sbocco, anch’essa, agro-pecuario d’una minima Argentina affricana in cui si giocucchia da mane a sera per i caffè e si beve l’assenzio verde dei boulevards parigini e marsigliesi. L’imponderabile sta su tutti, francesi, arabi e italiani, dominatori, indigeni ed emigranti: su tutti e tre i popoli e il loro dramma etnico. Sta, appunto, come sul dramma la farsa.

Una cosa son contento d’aver visto giusto: che la levata degli arabi contro gli italiani e il boicottaggio celavano un principio di riscossa contro il dominio francese. Anche troppo presto i Giovani Tunisini si son fatti prendere nel giuoco doppio.

E dopo ciò continuerà a Tunisi la politica d’associazione franco-araba? Chi può sapere che cosa si continuerà a fare qui? Non si pondera, ripeto, l’imponderabile.

La politica d’associazione che si crede nata a Tunisi in questi ultimi anni, nacque invece in Algeria, o meglio a Parigi in un senatus-consulto del 1863. Il primo arabofilo [p. 66 modifica]fu allora l’imperatore Napoleone III il quale in una lettera che precedeva il senatus-consulto, scriveva:

«Bisogna convincere gli arabi che noi non siamo sbarcati in Algeria per opprimerli e spogliarli, ma per apportar loro i benefizii della civiltà. Cerchiamo in tutti i modi di conciliarci quella razza intelligente, fiera, guerriera e agricola. L’Affrica è molto vasta, e tutti potremo trovarci posto e esercitarvi la propria attività, ciascuno secondo la sua natura, i suoi costumi ed i suoi bisogni. Agli indigeni l’allevamento dei cavalli e del bestiame, le culture naturali del suolo. All’attività e all’intelligenza degli europei le foreste e le miniere, i prosciugamenti, le irrigazioni, l’introduzione delle culture perfezionate, la importazione di quelle industrie che precedono e accompagnano tutti i progressi dell’agricoltura. Io lo ripeto, l’Algeria non è una colonia propriamente detta, ma un regno arabo. Gli indigeni hanno come i coloni diritto alla mia protezione, ed io sono l’imperatore degli arabi come sono l’imperatore dei francesi».

L’imperatore instaurava così l’umanitarismo coloniale, e nella sua persona sacra incarnava la politica d’associazione franco-araba, il che non può fare la repubblica impersonale.

Ma questo è avvenuto in Algeria: gli indigeni che all’arrivo dei francesi erano meno di 2 milioni, sono oggi più di 4 milioni e mezzo, e i francesi, di vera origine francese, in 82 anni non hanno raggiunto i 300 mila. Hanno essi anche laggiù i loro siciliani, e [p. 67 modifica]sono gli spagnuoli. Nella provincia d’Orano la colonia francese, ottenuta alla francese, con ogni sorta, cioè, d’artifizii e di benefizii dello stato, supera di poche migliaia la libera emigrazione spagnuola che sbarcò, lavorò, prolificò. Così essendo, bisogna che i francesi facciano la loro politica d’associazione con estrema intelligenza e con estrema cautela.

Non si può disconoscere la grande missione che la Francia, nazione plutocratica per eccellenza in repubblica democratica, ha esercitata ed esercita nell’Affrica settentrionale; è stata ed è la grande borghese di due proletariati: il proletariato islamico indigeno e il proletariato latino emigrante.

Ma ora l’islamismo si risveglia, e i due popoli latini, la Spagna e l’Italia, prendono il loro posto ai fianchi della Francia, l’uno al Marocco, l’altro a Tripoli. Voglio concludere che il sud-americanismo di Tunisi è quanto di meno ci vorrebbe per il buon avvenire dell’impero francese in Affrica.

E per il nostro.


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