Spagna/XIII

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XIII. Valenza

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XII

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XIII.


Il viaggio da Granata a Valenza, fatto tutto de un tiron, come si dice in Spagna, o d'un fiato, è uno di quegli spassi che un uomo ragionevole si piglia una volta sola nella vita. Da Granata a Menjibar, villaggio posto sulla riva sinistra del Guadalquivir tra Iaen e Andujar, è una nottataccia di diligenza; da Menjibar all'Alcazar di San Juan è una mezza giornata di strada ferrata, in un carrozzone senza tendine, in mezzo a pianure nude come la palma della mano, con quel po' po' di sole; e dall'Alcazar di San Juan a Valenza, tenuto conto di tutta una serata che si passa nella stazione dell'Alcazar aspettando il treno, è un'altra notte e un'altra mattinata, per arrivar poi alla sospirata città sul punto di mezzogiorno quando la natura, come direbbe Emilio Praga, raccapriccia all'orrida idea che ci siano ancor quattro mesi di estate.

Ma bisogna dire che il paese che si percorre sul principio e sulla fine di questo viaggio è così bello [p. 470 modifica] così bello che se si fosse capaci di un sentimento gentile quando si casca dal sonno e si va in acqua dal caldo, ci sarebbe da andare mille volte in visibilio. È un viaggio di vedute inaspettate, di cambiamenti improvvisi, di contrasti stravaganti, di colpi di scena, per così dire, della natura, di trasformazioni meravigliose e fantastiche, che lascia nella mente non so che vaga illusione d'aver percorso, non un tratto della Spagna, ma tutto un meridiano della terra, a traverso i paesi più disparati. Dalla vega di Granata, che attraversate al lume della luna, quasi aprendovi la via fra i boschi e i giardini, in mezzo a una vegetazione pomposa che par che vi s'affolli intorno come un mare gonfiato per avvolgervi ed inghiottirvi nei suoi cavalloni di verzura; riuscite in mezzo a monti brulli e dirupati ove non si vede traccia d'abitazione umana, rasentate l'orlo dei precipizii, costeggiate le rive dei torrenti, scorrete in fondo ai burroni, vi par di esservi smarriti in un labirinto di roccie. Di qui riuscite un'altra volta in mezzo alle colline verdi e ai campi fioriti dell'alta Andalusia, e poi tutto a un tratto spariscon campi e colline, e vi trovate in mezzo alle montagne di pietra della Sierra Morena, che vi pendon da ogni parte sul capo e vi chiudon tutt'intorno l'orizzonte come le pareti d'un abisso immenso. Uscite dalla Sierra Morena, vi si stendon davanti le deserte pianure della Mancia; uscite dalla Mancia, v'inoltrate nella florida pianura d'Almansa, svariata d'ogni maniera di coltivazioni, che presenta l'aspetto d'un vastissimo tappeto a scacchiere dipinto di tutte le [p. 471 modifica] sfumature di verde che possano uscire dalla tavolozza d'un paesista. E finalmente di là dalla pianura d'Almansa, s'apre un'oasi deliziosa, una terra benedetta da Dio, un vero paradiso terrestre, il regno di Valenza; dai confini del quale fino alla città, si trascorre in mezzo ai giardini, ai vigneti, a folte macchie d'aranci, a villette bianche coronate di terrazze, a villaggi allegri dipinti di vivi colori, a gruppi, a filari, a boschetti di palme, di melagrani, di aloè, a canneti di zucchero, a sterminate siepi di fichi d'India, a lunghe catene di collinette e di poggi di forma conica, coltivati a orticelli, a giardinetti, ad aiuoline, scaccheggiati minutamente di cima in fondo e variopinti come grandi mazzi di erbe e di fiori; e per tutto una vegetazione ardente, che colma ogni vuoto, che soverchia ogni altezza, che veste ogni sporgenza, che s'alza, che spenzola, che striscia, che si pigia, s'ammucchia, s'intralcia, vi impedisce la vista, vi chiude la strada, vi abbarbaglia di verde, vi stanca di bellezza, vi confonde coi suoi capricci e le sue follie, e vi fa l'effetto come d'una figliazione improvvisa della terra accesa d'una febbre voluttuosa dal fuoco d'un vulcano segreto.


Il primo edifizio che dà nell'occhio entrando in Valenza, è un immenso Circo di tori, situato a destra della strada ferrata, formato da quattro ordini sovrapposti di archi sorretti da robusti pilastri, tutto di mattoni, arieggiante, alla lontana, il Colosseo. È il Circo dei tori, dove il quattro settembre del 1871 [p. 472 modifica] il re Amedeo al cospetto di diciassette mila persone strinse la mano al celebre torero soprannominato il Tato, monco d'una gamba, che, essendo direttore dello spettacolo, aveva chiesto il permesso d'andargli a presentare i suoi omaggi nel palco. Valenza è tutta piena di ricordi del duca d'Aosta. Il sacrestano della cattedrale possiede un cronometro d'oro, colle sue iniziali in diamanti, e una catena imperlata, regalatagli da lui quando andò a pregare nella capella di Nuestra Señora de los Desamparados. Nell'Ospizio di questo nome i poveri si ricordano d'aver un giorno ricevuto dalla mano sua il loro pane quotidiano. Nell'opificio di musaici di un tal Nolla si conservan due mattoni, sull'uno dei quali egli incise di suo pugno il proprio nome, e sull'altro il nome della regina. Nella piazza di Tetuan il popolo addita la casa del conte di Cervellon, nella quale ei fu ospitato; che è la casa medesima dove Ferdinando VII firmò nel 1814 i decreti che annullavano la Costituzione, dove abdicò la regina Cristina nel 1840, dove passò alcuni giorni la regina Isabella nell'anno 1858. Infine, non v'è angolo della città nel quale non si possa dire: qui strinse la mano a un popolano; qui visitò un opificio, qui passò a piedi, lontano dal suo seguito, circondato da una folla, fiducioso, sereno, sorridente.

E fu appunto Valenza, poichè sono a parlare del duca d'Aosta, fu Valenza la città nella quale una bambina di cinque anni, recitandogli dei versi, toccò quel terribile argomento del Rey extranjero colle più nobili [p. 473 modifica] e più sensate parole che si sian forse pronunziate in Spagna da parecchi anni a questa volta; parole che se tutta la Spagna avesse raccolte e meditate, forse ella si sarebbe risparmiate molte delle calamità che l'hanno colpita e che l'aspettano; parole che forse, un giorno, qualche spagnuolo rammenterà sospirando, e che già fin d'ora traggono dagli avvenimenti una luce meravigliosa di verità e di bellezza. E poichè i versi son gentili e facili, io li trascrivo. La poesia è intitolata Dio e il Re, e dice così:

«Dios, en todo soberano,
Creò un dia á los mortales,
Y á todos nos hizo1 iguales
Con su poderosa mano.

No reconoció Naciones
Ni colores ni matices2
Y en ver los hombres felices
Cifró sus aspiraciones.

El Rey, che su imágen es,
Su bondad debe imitar
Y el pueblo no ha de indagar
Si es aleman ó francés.

¿Porqué con ceño3 iracundo
Rechazarle4 siendo bueno?
Un Rey de bondades lleno5
Tiene por su patria el mundo.

Vino6 de nacion estraña
Cárlos Quinto emperador,
Y conquistó su valor
Mil laureles para España.

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Y es un recuerdo glorioso
Aunque en guerra cimentado,
El venturoso reinado
De Felipe el Animoso.

Hoy el tercero sois Vos
Nacido en estraño suelo
Que viene á ver nuestro cielo
Puro destello de Dios.

Al rayo de nuestro sol
Sed bueno, justo y leal,
Que á un Rey bueno y liberal
Adora el pueblo español.

Y á vuestra frente el trofeo
Ceñid7 de perpetua gloria,
Para que diga la historia
— Fué grande el Rey Amadeo. — »

Oh povera ragazzina, quante cose saggie hai detto tu, e quante cose insensate hanno fatto gli altri!


La città di Valenza, se vi s'entra ripensando alle ballate dei poeti che ne cantarono le meraviglie, non pare che risponda alla bella immagine che ce n'eravamo formata nella mente; e d'altra parte non offre quell'aspetto sinistro al quale ci si prepara, se si bada alla sua giusta fama di città turbolenta, battagliera, fomentatrice di guerre civili e piuttosto vaga dell'odor della polvere che della fragranza dei suoi boschetti d'aranci. È una città costrutta sur una vasta e florida pianura, sulla riva destra del Guadalaviar, che la separa dai suoi sobborghi, un po' lontana dalla rada che le serve di [p. 475 modifica] porto, tutta strade tortuose, fiancheggiate da case alte, sgraziate e multicolori, e però di men gradevole aspetto che le strade delle città andaluse, e prive affatto di quella vaga aria orientale che muove così caramente la fantasia. Sulla riva sinistra del fiume si stende uno stupendo passeggio formato da maestosi viali e da bei giardini, al quale si giunge uscendo dalla città per la porta del Cid, fiancheggiata da due grosse torri merlate, chiamata col nome dell'eroe perchè per essa egli passò nel 1094 dopo avere scacciato i Mori da Valenza. La cattedrale, costrutta in uno spazio dove sorse un tempio a Diana al tempo dei Romani, poi una chiesa a San Salvatore al tempo dei Goti, poi una moschea al tempo degli Arabi, convertita daccapo in chiesa dal Cid, mutata una seconda volta in moschea dagli Arabi nel 1101, e per una terza volta in chiesa dal re Don Iaime dopo la cacciata definitiva degli invasori, è un vasto edifizio, straricco di ornamenti e di tesori; ma che non può reggere il confronto colla maggior parte delle altre cattedrali spagnuole. V'hanno parecchi palazzi degni di esser visti, come il palazzo dell'Audiencia, che è un bel monumento del decimosesto secolo, nel quale si radunavano le Cortes del regno di Valenza; la casa de ayuntamiento, costrutta tra il secolo XV e il XVI, nella quale si conserva la spada di Don Iaime, le chiavi della città e la bandiera dei Mori; e sopra tutti la Lonja, la Borsa dei negozianti, per la sua celebre sala formata da tre grandi navate divise da [p. 476 modifica] ventiquattro colonne torte sulle quali s'incurvano con uno slancio ardito gli archi leggieri delle vôlte, e l'occhio riceve da quell'architettura una gradevole impressione di gaiezza e d'armonia. E infine v'è un museo di pittura che non è tra gli ultimi di Spagna.

Ma a dire il vero in quei pochi giorni ch'io rimasi a Valenza aspettando un bastimento, ebbi più il capo alla politica che all'arte. Ed esperimentai la verità delle parole che prima di partir dall'Italia avevo inteso dire da un illustre italiano, il quale conosce la Spagna come casa sua: «Lo straniero che vive, anche per breve tempo, in Ispagna, è condotto a poco a poco, senza quasi ch'ei se n'accorga, a scaldarsi il sangue e a beccarsi il cervello sulla politica, come se la Spagna fosse il suo paese, o le sorti del suo paese pendessero dalle sorti della Spagna. Le passioni son tanto ardenti, la lotta è così accanita, e in questa lotta è sempre così apertamente in giuoco l'avvenire, la salute, la vita della nazione, che non è possibile, a chi nulla nulla sia latino d'immaginazione e di fibra, il rimaner spettatore indifferente. Bisogna agitarsi, parlar nei crocchi, pigliar sul serio le elezioni, imbrancarsi nella folla che fa le dimostrazioni politiche, rompersi con qualche amico, formarsi una società di gente che la pensi come noi, e farsi, in una parola, spagnuolo fino al bianco dell'occhio. E via via che si diventa spagnuoli, si scorda l'Europa, come se fosse agli Antipodi, e si finisce col non veder più che la Spagna, come se [p. 477 modifica] la governassimo noi, e tutti i suoi interessi fossero nelle nostre mani.» Così è, e così m'avvenne. In quei pochi giorni era naufragato il Ministero conservatore, e i radicali avevano il vento in poppa; la Spagna era tutta in ribollimento; cadevano governatori, generali, impiegati di tutti i gradi e di tutte le amministrazioni; una folla di gente nuova irrompeva negli uffizi dei ministeri gettando grida d'allegrezza; lo Zorilla doveva inaugurare un'èra nuova di prosperità e di pace; Don Amedeo aveva avuto un'ispirazione dal cielo; la libertà aveva vinto; la Spagna era salva. Anch'io, sentendo suonar la banda dinanzi alla casa del nuovo governatore, sotto un bel cielo stellato, in mezzo al popolo allegro, ebbi un barlume di speranza che il trono di Don Amedeo potesse finalmente allargar le radici, e mi rammaricai d'essere stato troppo facile a pronosticar male. E quella commedia che rappresentava lo Zorilla nella sua villa quando non voleva a nessun costo accettare la presidenza del Ministero, e rimandava indietro amici e deputazioni, e finalmente, spossato dal continuo dir di no, cadeva in deliquio dicendo di sì, mi dava, allora, un alto concetto della fermezza del suo carattere, e mi induceva a bene augurare del nuovo Governo. E dicevo tra me ch'era un peccato partir dalla Spagna allora che l'orizzonte si faceva azzurro e il palazzo reale di Madrid si tingeva di color di rosa. E già ventilavo il disegno di tornare a Madrid per goderci la soddisfazione di poter mandare in Italia delle notizie consolanti, le quali m'avrebbero [p. 478 modifica] fatto perdonare l'imprudenza che avevo avuto fino allora di non dire delle bugie. E ripetevo i versi del Prati:

«Oh qual destin t'aspetta
Aquila giovinetta!»


e salvo un po' di gonfiezza negli appellativi, mi pareva che racchiudessero una profezia, e immaginavo di vedere il poeta in piazza Colonna, a Roma, e di corrergli incontro per dargli il mi rallegro e serrargli la mano....


La più bella cosa a vedersi in Valenza è il mercato. I contadini valenzani sono di tutta la Spagna i più artisticamente e bizzarramente vestiti. Per fare una bella figura in mezzo alle maschere dei nostri veglioni, non avrebbero che da entrare in teatro tal quale si trovano i giorni di festa e di mercato per le strade di Valenza e per le vie della campagna. Al vedere i primi così vestiti, vien da ridere, e non si può credere in nessuna maniera che sian contadini spagnuoli. Hanno non so che aria di greci, di beduini, di giuocatori di pallone, di danzatori di corda, di donne mezzo spogliate per andare a letto, di comparse da tragedia non finite di vestire, di gente faceta che voglia far ridere a spese sue. Hanno una camicia bianca ed ampia che tien luogo di giacchetta, un panciottino di velluto di vario colore aperto sul petto, un par di calzoni di tela, della forma di quei degli zuavi, che non arrivano al ginocchio, e paion [p. 479 modifica] mutande di donna, e svolazzano come le gonnelline d'una ballerina; una fascia rossa o azzurra intorno alla vita; una specie di uose di lana bianca, ricamate, che lascian vedere il ginocchio nudo; un par di sandali di corda come i contadini catalani; e per copertura della testa, che portan quasi tutti rapata come i chinesi, un fazzoletto rosso, o turchino, o giallo, o bianco, avvolto a modo di cartoccio e annodato sulle tempie o sulla nuca; sul quale metton qualche volta un cappelletto di velluto, di forma simile a quello che s'usa nelle altre provincie di Spagna. Quando vanno in città portan quasi tutti sulle spalle o sul braccio, ora a guisa di scialle, ora di mantellina, ora di ciarpa, una capa di lana, lunga e stretta, a striscie di vivissimi colori, per lo più bianco e rosso, ornata di fiocchi di frangie e di rosette. L'aspetto che presenta una piazza dove siano raccolti qualche centinaio di uomini così vestiti, è facile a immaginare; è una scena carnevalesca; una festa, un tumulto di colori che mette allegrezza come la musica d'una banda; uno spettacolo nello stesso tempo ciarlatanesco, gentile, pomposo e ridicolo; al quale i volti accigliati e gli atteggiamenti maestosi, che distinguono i contadini valenziani, aggiungono una sfumatura di gravità che ne accresce la stravagante bellezza.


Se v'è un proverbio insolente e bugiardo, è quell'antico proverbio spagnuolo che dice: in Valenza la carne è erba, l'erba è acqua, gli uomini son [p. 480 modifica] donne e le donne nulla. Lasciando da parte quella della carne e dell’erba, ch’è un bisticcio, gli uomini, specie del basso popolo, sono alti e robusti ed hanno un aspetto ardito quanto i catalani e gli aragonesi, con qualcosa di più vivo e di più luminoso negli occhi; e le donne sono per consentimento di tutti gli Spagnuoli e di quanti stranieri hanno viaggiato in Spagna, le più classicamente belle del paese. I valenziani, i quali sanno che la costa orientale della penisola fu prima occupata dai Greci e dai Cartaginesi, dicono: è chiaro! Aqui se quedó el tipo de la belleza griega. (Qui rimase il tipo della bellezza greca.) Io non ardisco dire nè sì nè no, perchè il definire la bellezza delle donne d’una città in cui si son passate alcune ore, mi parrebbe una licenza da compilatore di Guide. Ma è facile accorgersi d’una differenza recisa che corre tra la bellezza delle andaluse e la bellezza delle valenziane. La valenziana è più alta di statura, più grassoccia, meno bruna, e ha tratti più regolari, e occhi più soavi, e andatura e atteggiamenti più matronali. Non è un pepino come l’andalusa, che fa sentire il bisogno di mordersi un dito quasi per sedare la subita e disordinata insurrezione di desiderii capricciosi che ci si desta dentro alla sua vista; ma è una donna che si guarda con un sentimento di più tranquilla ammirazione, e mentre si guarda, come dice dell’Apollo del Belvedere il La Harpe, notre tête se relève, notre maintien s’ennoblit; e invece di fantasticare una casetta andalusa per nasconderla agli [p. 481 modifica] occhi del mondo, si desidera un palazzo di marmo per accogliervi dame e cavalieri che vengano a renderle omaggio.


A sentir gli altri Spagnuoli, il popolo Valenziano è feroce e crudele oltre ogni immaginazione. Chi vuol disfarsi d’un nemico, trova l’uomo servizievole che, per pochi scudi, s’incarica della bisogna colla indifferenza con cui accetterebbe la Commissione di portare una lettera alla posta. Un contadino valenziano che si trovi ad avere il fucile tra le mani mentre passa uno sconosciuto per una strada solitaria, dice al compagno: — Voy à ver si acierto, — (Vediamo se tiro giusto,) e piglia la mira e spara. Si racconta questa che, da quanto mi fu assicurato, è storica e seguì non molti anni sono. Nelle città e nei villaggi della Spagna i ragazzi ed i giovanotti del popolo soglion giocar fra loro, com’essi dicono, ai tori. Uno fa il toro e dà le capate; un altro, con un bastone stretto sotto l’ascella, a modo di lancia, portato a cavalluccio da un terzo che rappresenta il cavallo, respinge gli assalti del primo. Una volta una brigata di giovani valenziani pensarono di far questo gioco con qualche novazione che gli desse un po’ più di somiglianza alle vere cose dei tori, e procurasse agli spettatori e agli artisti un po’ più di emozione che i giuochi consueti; e la novazione fu di sostituire al bastone un lungo coltello aguzzato e affilato, una di quelle formidabili navajas che abbiamo viste a Siviglia e di darne all’uomo che [p. 482 modifica] faceva la parte di toro, due altre un po’ più corte, le quali, tenute ferme da una parte e l’altra del capo, tenesser luogo di corna. Incredibile, ma vero! Si fece il gioco a coltellate, si sparse un lago di sangue, parecchi furono uccisi, altri feriti a morte, altri malconci, senza che il gioco si convertisse in rissa, senza che le regole dell’arte fossero una volta violate, senza che alcuno levasse la voce per far cessare la strage!

Relata refero, e son ben lontano dal credere tutto ciò che dei valenziani si dice; ma è certo che a Valenza la sicurezza pubblica, se non è un mito, come dicono poeticamente le nostre gazzette parlando delle Romagne e della Sicilia, non è neanco il primo dei beni che vi si goda, dopo quello della vita. Me ne persuasi la prima sera del mio soggiorno in quella città. Non sapevo andare al porto, credevo che fosse vicino, dimandai a una bottegaia per dove dovevo passare. Gettò un grido di meraviglia.

"Al porto vuol andare, caballero?"

"Al porto."

"Ave Maria purisima, al porto a quest’ora?" E si voltò verso un crocchio di donne che stavan accanto alla porta dicendo in dialetto valenzano:

"Donne, rispondetegli voi per me: questo signore mi domanda per dove si passa per andare al porto!"

Le donne risposero ad una voce: "Dio lo guardi!"

"Ma da che?"

"Non si fidi!"

"Ma per che ragione?"

"Per mille ragioni." [p. 483 modifica]

"Ditene una."

"Potrebb'essere assassinato."

Mi bastò una ragione sola, come ognuno può capire; e non cercai più in là.


Del resto, a Valenza come altrove, per quel poco commercio ch'ebbi colla gente, non trovai che cortesia, come straniero, e come italiano, un'accoglienza amichevole, anche da coloro che non volevan sentir parlare di re stranieri in genere, e di principi di Casa Savoia in specie, e ch'erano i più; ma che mi usavano la finezza di dirmi prima: — non tocchiamo questa corda. — Allo straniero che, richiesto di dove sia, risponde: — Son francese, — fanno un sorriso garbato come per dire: — Ci conosciamo. — A quegli che risponde: — Son tedesco od inglese, — fanno un leggero cenno col capo come per dire: — M'inchino; — a quegli che risponde: — Sono italiano! — porgon la mano con un atto vivace, come se volessero dire: — Siamo amici, — e lo guardano con un'aria di curiosità come si guarda per la prima volta una persona della quale si sia inteso dire che ci somiglia, e sorridono piacevolmente al sentir parlare la lingua italiana come si sorride al sentir qualcuno che senza volerci mettere in canzonatura imita la nostra voce e il nostro accento.

In nessun paese del mondo un italiano sente meno la lontananza della patria che in Spagna. Glie la rammenta il cielo, la lingua, i volti, i costumi; la venerazione con cui vi si pronunzia il nome dei nostri grandi poeti e dei [p. 484 modifica] nostri grandi pittori; quel sentimento vago e gentile di curiosità con cui vi si parla delle nostre città famose; l'entusiasmo con cui vi si ascolta la nostra musica, l'impeto degli affetti, la foga del linguaggio, il ritmo della poesia, gli occhi delle donne, l'aria, il sole. Oh! bisogna che non ami neppur la sua patria, l'italiano che non prova un moto di simpatia per quel paese, che non si sente inclinato a scusare i suoi errori, che non deplora sinceramente le sue sventure, che non gli augura la buona fortuna. Belle colline di Valenza, sponde ridenti del Guadalquivir, giardini fatati di Granata, casine bianche di Siviglia, torri superbe di Toledo, e strade rumorose di Madrid, e venerande mura di Saragozza, e voi, ospiti affettuosi e cortesi compagni di viaggio, che mi parlaste d'Italia come d'una seconda patria, che dissipaste colla vostra festiva gaiezza le mie malinconie vagabonde; io avrò sempre in fondo al cuore un sentimento di gratitudine e di affetto per voi, e custodirò nella mente le vostre immagini come uno dei più cari ricordi della mia giovinezza; e penserò sempre a voi come a uno dei più bei sogni della mia vita.

Queste parole dicevo tra me, guardando a mezzanotte Valenza illuminata, appoggiato sul parapetto del bastimento il Genil, ch'era sul punto di partire. S'erano imbarcati con me alcuni giovani spagnuoli che andavano a Marsiglia, per far vela da quel porto alla volta delle Antille, dove sarebbero restati per parecchi anni. Uno di essi piangeva in disparte. A un tratto si alzò, e guardò verso la riva, in mezzo a due [p. 485 modifica] bastimenti ancorati, ed esclamò con un accento di desolazione: — Oh! Dio mio! speravo che non venisse! —

Dopo pochi momenti una barca s'avvicinò al bastimento, una figurina bianca, seguita da un uomo avvolto in una cappa, salì in fretta la scala, e mettendo un profondo singhiozzo, si gettò fra le braccia del giovane che le era corso incontro.

In quel punto il nostromo gridò: "Signori! si parte!"

Allora si vide una scena straziante; dovettero separare i due giovani a forza, e portar la donna quasi svenuta nella barca, che si scostò un poco e rimase immobile.

Il bastimento partì.

Allora il giovane si slanciò coll'impeto d'un disperato al parapetto, e gridò singhiozzando con una voce che passava l'anima: "Addio, cara! Addio! Addio!"

La figurina bianca tese le braccia e forse rispose; ma la sua voce non fu intesa. La barca s'allontanò e disparve.

Uno dei giovani mi disse nell'orecchio: — Son sposi. —

Era una bella notte; ma trista. Valenza disparve presto, e io pensai che forse non avrei mai più riveduto la Spagna, e piansi.

Fine.

  1. fece.
  2. sfumature.
  3. cipiglio.
  4. respingerlo.
  5. si legge glieno e significa pieno.
  6. venne.
  7. si legge segnid e significa cingete