Storia d'Italia/Libro IX/Capitolo IX

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Libro nono
Capitolo nono

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Altra vana spedizione veneto pontificia contro Genova. Ostinata pertinacia del pontefice malgrado gli insuccessi e sua deliberazione di recarsi a Bologna perché sian condotte piú efficacemente le imprese. Il re di Francia pensa alla convocazione di un concilio.


Ma le cose tentate infelicemente non aveano diminuito in parte alcuna le speranze del pontefice; il quale, promettendosi piú che mai la mutazione dello stato di Genova, deliberò di nuovo d’assaltarla. Però, avendo i viniziani, i quali piú per necessità seguitavano che approvavano questi impetuosi movimenti, accresciuta l’armata loro che era a Civitavecchia con quattro navi grosse, persuadendosi che il nome suo inducesse piú facilmente i genovesi a ribellarsi, aggiuntavi una sua galeazza con alcuni altri legni, benedisse publicamente con le solennità pontificali la sua bandiera: maravigliandosi ciascuno che, ora che scoperti i pensieri suoi erano in Genova molti soldati e nel porto potente armata, egli sperasse ottenere quello che non aveva ottenuto quando il porto era disarmato e nella città pochissima guardia, né si aveva sospetto alcuno di lui. All’armate marittime, le quali seguitavano i medesimi fuorusciti e di piú il vescovo di Genova figliuolo di Obietto dal Fiesco, si doveano congiugnere forze terrestri: perché Federico arcivescovo di Salerno, fratello di Ottaviano Fregoso, soldava co’ danari del pontefice nelle terre della Lunigiana cavalli e fanti; e Giovanni da Sassatello e Rinieri della Sassetta, suoi condottieri, aveano avuto comandamento di fermarsi colle compagnie loro al Bagno della Porretta, per potere quando fusse di bisogno accostarsi a Genova. Ma in quella città erano state fatte per terra e per mare potenti provisioni: e perciò alla fama dell’approssimarsi dell’armata degli inimici, nella quale erano quindici galee sottili tre galee grosse una galeazza e tre navi biscaine l’armata franzese uscita con ventidue galee sottili del porto di Genova si fermò a Porto Venere; facendogli sicurtà la diversità de’ legni, perché, inferiore agli inimici uniti insieme ma superiore o almeno pari di forze alle galee, poteva sempre con la prestezza del discostarsi salvarsi dalle navi. Accostoronsi l’armate l’una all’altra sopra Porto Venere quanto pativa il tiro delle artiglierie, e poi che alquanto si furono battute, l’armata del pontefice andò a Sestri di Levante donde si presentò innanzi al porto di Genova, entrando insino nel porto con uno brigantino Gianni Fregoso; ma essendo la terra guardata in modo che chi era di contrario animo non poteva fare sollevazione, e tirando gagliardamente all’armata la torre di Codifà, fu necessitata partirsi. Andò dipoi a Portovenere, e avendolo per parecchie ore combattuto senza frutto, disperati del successo di tutta la impresa ritornorno a Civitavecchia: onde partita l’armata viniziana, di consentimento del pontefice, per ritornarsene ne’ suoi mari, fu assaltata nel Faro di Messina da gravissima tempesta; andorono a traverso cinque galee, l’altre scorsono verso la costa di Barberia, riducendosi alla fine molto conquassate ne porti de’ viniziani. Non concorsono in questo assalto le forze disegnate per terra: perché le genti che si soldavano di Lunigiana, giudicando per la fama delle provisioni fatte da’ franzesi pericoloso l’entrare nella riviera di levante, non si mossono; e quelle che erano al Bagno della Porretta, scusandosi che i fiorentini avessino denegato loro il passo, non si feciono piú innanzi, ma entrati nella montagna di Modona, che ancora ubbidiva al duca di Ferrara, assaltorono la terra di Fanano: la quale benché nel principio non ottenessino, nondimeno alla fine tutta la montagna, non sperando essere soccorsa dal duca, si arrendé loro.

Cosí non era, insino a questo dí, riuscita al pontefice cosa alcuna tentata contro al re di Francia: perché né le cose di Genova avevano fatto, come egli si era promesso certissimamente, mutazione; né i viniziani, tentata invano Verona, speravano piú di fare progresso da quella parte; né i svizzeri, avendo piú presto mostrate che mosse l’armi, erano passati innanzi; né Ferrara aiutata prontamente dai franzesi, e sopravenendo la stagione del verno, si giudicava che fusse in alcuno pericolo: solamente gli era succeduto furtivamente l’acquisto di Modena, premio non degno di tanti moti. E nondimeno al pontefice, ingannato di tante speranze, pareva che intervenisse quello che di Anteo hanno lasciato gli scrittori fabulosi alla memoria de’ posteri, che quante volte domato dalle forze di Ercole toccava la terra tanto si dimostrava in lui maggiore vigore: il medesimo operavano l’avversità nel pontefice, che quando pareva piú depresso e piú conculcato risorgeva con l’animo piú costante e piú pertinace, promettendosi del futuro piú che mai; non avendo per ciò quasi altri fondamenti che se medesimo, e il presupporsi (come diceva publicamente) che, per non essere l’imprese sue mosse da interessi particolari ma da mero e unico desiderio della libertà d’Italia, avessino per l’aiuto di Dio ad avere prospero fine. Imperocché egli, spogliato di valorose e fedeli armi, non aveva altri amici certi che i viniziani, che correvano per necessità la medesima fortuna; de’ quali, per essere esausti di danari e oppressi da assai difficoltà e angustie, non poteva sperare molto; e dal re cattolico riceveva piú tosto occulti consigli che palesi aiuti, perché secondo l’astuzia sua si intratteneva con Massimiliano e col re di Francia, facendo a lui varie promesse ma sospese da molte condizioni e dilazioni. La diligenza e fatiche usate con Cesare per alienarlo dalla amicizia del re di Francia e indurlo a concordia co’ viniziani apparivano del continuo piú inutili; perché Cesare, quando l’esercito del pontefice si mosse contro al duca di Ferrara, v’aveva mandato uno araldo a protestare che non lo molestassino, ed essendo andato in nome del pontefice Costantino di Macedonia per trattare tra lui e i viniziani aveva ricusato udirlo, e dimostrando di volere unirsi maggiormente col re di Francia ordinava di mandargli, per convenire seco della somma delle cose, il vescovo Gurgense: né gli elettori dello imperio, benché inclinati al nome del pontefice e alla divozione della sedia apostolica, alieni dallo spendere e volti co’ pensieri loro solo alle cose di Germania, erano di momento in questi travagli. Poco piú pareva potesse sperare del re d’Inghilterra, benché giovane e desideroso di cose nuove, e che faceva professione di amare la grandezza della Chiesa e che aveva non senza inclinazione d’animo udite le sue imbasciate; perché, essendo separato da Italia per tanto spazio di terra e di mare, non poteva solo deprimere il re di Francia: oltre che, aveva ratificato la pace fatta con lui e per una solenne imbasceria, che a questo effetto gli mandò, ricevuta la sua ratificazione. Nessuno certamente, avendo sí deboli fondamenti e tanti ostacoli, non arebbe rimesso l’animo; avendo massime facoltà di ottenere la pace dal re di Francia, con quelle condizioni che, vincitore, appena arebbe dovuto desiderare maggiori. Perché il re consentiva di abbandonare la protezione del duca di Ferrara, se non direttamente, per onore suo, almanco indirettamente, rimettendola di giustizia ma in giudici che avessino pronunziato secondo la volontà del pontefice; il quale, come fu certo di potere ottenere questo, aggiunse volere che oltre a questo lasciasse libera Genova: procedendo in queste cose con tanta pertinacia che nessuno, eziandio de’ suoi piú intrinsechi, ardiva di parlargli in contrario; anzi, tentato per ordine del re dallo oratore de’ fiorentini, si alterò maravigliosamente; ed essendo venuto a lui per altre faccende uno uomo del duca di Savoia, e offerendo che il suo principe, quando gli piacesse, si intrometterebbe in qualche pratica di pace, proruppe in tanta indegnazione che, esclamando che era stato mandato per spia non per negoziatore, lo fece sopra questo incarcerare ed esaminare con tormenti. E finalmente, diventando ogni dí piú feroce nelle difficoltà e non conoscendo né impedimenti né pericoli, risoluto di fare ogni opera possibile per pigliare Ferrara e omettere per allora tutti gli altri pensieri, deliberò di trasferirsi personalmente a Bologna, per strignere piú con la sua presenza e dare maggiore autorità alle cose, e accrescere la caldezza de’ capitani inferiore allo impeto suo; affermando che a espugnare Ferrara gli bastavano le forze sue e de’ viniziani: i quali, temendo che alla fine, disperato di buono successo, non si concordasse col re di Francia, si sforzavano di persuadergli il medesimo.

Da altra parte il re di Francia, già certo per tante esperienze dell’animo del pontefice contro a sé, e conoscendo essere necessario provedere che non sopravenissino allo stato suo nuovi pericoli, deliberò di difendere il duca di Ferrara, stabilire quanto poteva la congiunzione con Cesare, e col consentimento suo perseguitare con l’armi spirituali il pontefice; e sostentate le cose insino alla primavera, passare allora in Italia personalmente con potentissimo esercito, per procedere o contro a’ viniziani o contro al pontefice, secondo lo stato delle cose. Perciò, proponendo a Cesare non solo di muoversi altrimenti che per il passato contro a’ viniziani ma ancora di aiutarlo, secondo si sapeva essere suo antico desiderio, a occupare Roma e tutto lo stato della Chiesa come appartenente di ragione allo imperio, e similmente tutta Italia, dal ducato di Milano, Genova, lo stato de’ fiorentini e del duca di Ferrara in fuora, lo indusse facilmente nella sentenza sua; e specialmente che si chiamasse, con l’autorità di ambidue e delle nazioni germanica e franzese, a uno concilio universale; non essendo senza speranza che, per non avere ardire di discostarsi dalla volontà sua e di Cesare, concorrerebbe al medesimo il re di Aragona e la nazione spagnuola: alla qual cosa si aggiugneva un altro grandissimo fondamento, che molti cardinali italiani e oltramontani di animo ambizioso e inquieto promettevano di farsene scopertamente autori. Per ordinare queste cose aspettava il re con sommo desiderio la venuta del vescovo Gurgense, destinato a sé da Cesare; ma in questo mezzo, per dare principio alla instituzione del concilio e levare di presente al pontefice l’ubbidienza del suo reame, aveva fatto convocare tutti i prelati di Francia, che a mezzo settembre convenissino nella città di Orliens. Queste erano le deliberazioni e i preparamenti del re di Francia, non approvati in tutto dal suo consiglio e dalla sua corte; i quali, considerando quanto possa essere inutile il dare spazio di tempo allo inimico, lo stimolavano a non differire il muovere dell’armi insino al tempo nuovo: il consiglio de’ quali se fusse stato seguitato si metteva subito il pontefice in tante molestie, e si perturbavano di maniera le cose sue, che non gli sarebbe per avventura stato facile, come poi fu, concitare tanti príncipi contro a lui. Ma il re perseverò in altra sentenza, o dominato dalla avarizia o raffrenato da timore che facendo da sé solo guerra al pontefice non si ritenessino gli altri príncipi, o avendolo forse in orrore per essere cosa contraria al cognome del cristianissimo e alla professione di difendere la Chiesa, che sempre ne’ tempi antichi aveano fatta i suoi predecessori.