Storia d'Italia/Libro IX/Capitolo X

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro nono
Capitolo decimo

../Capitolo IX ../Capitolo XI IncludiIntestazione 22 maggio 2008 75% Storia

Libro IX - Capitolo IX Libro IX - Capitolo XI
Accanimento del pontefice per prendere Ferrara. Fazione franco veneziana presso Montagnana. I francesi minacciano Modena. Il duca di Ferrara occupa Cento e altre terre; quindi accorre ad impedire a’ veneziani il passaggio del Po. Le armi spirituali usate dal pontefice contro il duca di Ferrara e i suoi aderenti. Decisioni del clero gallicano; cardinali dissidenti dal pontefice.


Entrò il pontefice in Bologna alla fine di settembre, disposto ad assaltare con tutte le forze sue e de’ viniziani Ferrara, per terra e per acqua. Però i viniziani, ricercatine da lui, mandorono due armate contro a Ferrara; le quali entrate nel fiume del Po, l’una per le Fornaci l’altra per il porto di Primaro, facevano nel ferrarese gravissimi danni: non mancando nel tempo medesimo le genti del pontefice di scorrere e predare per tutto il paese, ma non si accostando a Ferrara, nella quale città oltre alle genti del duca erano dugento cinquanta lancie franzesi. Perché, se bene gli ecclesiastici fussino pagati per ottocento uomini d’arme secento cavalli leggieri e seimila fanti, nondimeno, oltre a essere la maggiore parte gente collettizia, il numero (come i pontefici comunemente sono malserviti nelle cose della guerra) era molto minore; e si aggiugneva che, avendo Ciamonte dopo la perdita di Modona mandate tra Reggio e Rubiera dugento cinquanta lancie e dumila fanti, erano per comandamento del pontefice andati con l’esercito alla guardia di Modena Marcantonio Colonna e Giovanni Vitelli, con dugento uomini d’arme e ottocento fanti. Però il pontefice faceva instanza che dell’esercito viniziano, il quale, essendo molto diminuite a Verona e per tutto le forze di Cesare, aveva senza difficoltà recuperato quasi tutto il Friuli, ne passasse una parte nel ferrarese, che di nuovo avea recuperato il Polesine di Rovigo, abbandonato per le molestie che il duca aveva intorno a Ferrara. Aspettava similmente il pontefice trecento lancie spagnuole, quali dimandate da lui per l’obligo della investitura gli erano mandate dal re d’Aragona, sotto Fabrizio Colonna; disegnando che, unite queste con l’esercito suo, assaltassino da una parte Ferrara e dall’altra l’assaltassino le genti de’ viniziani; e persuadendosi che ’l popolo di Ferrara, subito che l’esercito si accostasse alle mura, piglierebbe l’armi contro al duca: con tutto che i capitani suoi gli dimostrassino, il presidio che vi era dentro essere tale che facilmente poteva difendere la città contro agli inimici e contenere il popolo, quando bene avesse inclinazione di tumultuare. Perciò, con incredibile sollecitudine, soldava in molti luoghi quantità grande di fanti. Ma tardavano a venire, piú che non arebbe voluto, le genti de’ viniziani; perché avendo condotto per il Po in mantovano molte barche per gittare il ponte, il duca di Ferrara con le genti franzesi, assaltatele allo improviso, le tolse loro. Prese anche in certi canali del Pulesine molte barche e altri legni, insieme col proveditore viniziano. Nel quale tempo essendo venuto a luce uno trattato che avevano in Brescia per farla ribellare al re di Francia, vi fu decapitato il conte Giovanmaria da Martinengo. Ma molto piú tardavano a venire le lancie spagnuole; le quali condotte in su’ confini del regno di Napoli recusavano, per comandamento del re loro, di passare il fiume del Tronto se prima non si consegnava allo imbasciadore suo la bolla della investitura conceduta: la quale il papa, sospettando che ricevuta la bolla le genti promesse non venissino, faceva difficoltà di concedere se prima non giugnevano a Bologna. E nondimeno, né per le ragioni allegate da’ capitani né per queste difficoltà, diminuiva della speranza di ottenere con le sue genti sole Ferrara; attendendo con maraviglioso vigore a tutte l’espedizioni della guerra: non ostante che gli fusse sopravenuta nel tempo medesimo grave infermità, la quale, reggendosi contro al consiglio de’ medici, non meno che l’altre cose disprezzava; promettendosi la vittoria di quella come della guerra, perché affermava essere volontà divina che per opera sua Italia si riducesse in libertà. Procurò similmente che ’l marchese di Mantova, il quale chiamato a Bologna da lui era stato onorato del titolo di gonfaloniere della Chiesa, si conducesse con titolo di capitano generale agli stipendi de’ viniziani, partecipando il pontefice in questa condotta con cento uomini d’arme e con mille dugento fanti, ma con patto che questa cosa si tenesse occulta; ricercando cosí il marchese, sotto colore di essere necessario che prima riordinasse e provedesse il paese suo, acciò che i franzesi avessino minore facilità di offenderlo, ma in verità perché il marchese, sottomettendosi a questo peso non per volontà ma per necessità delle promesse fatte, cercava di interporre tempo all’esecuzione per potere, con qualche occasione che sopravenisse, liberarsene.

Ma l’ardore che aveva il pontefice di offendere altri si convertí in necessità di difendere le cose proprie, la quale sarebbe stata ancora piú presta e maggiore se nuovi accidenti non avessino costretto Ciamonte a differire le sue deliberazioni. Perché, poi che l’esercito viniziano si era levato d’intorno a Verona, Ciamonte, il quale era venuto a Peschiera per andare a soccorrere quella città, deliberò voltarsi subito con l’esercito alla recuperazione di Modena, dove le genti che erano a Rubiera avevano presa la terra di Formigine di assalto; il che se avesse fatto arebbe facilmente, come si crede, ottenutala, perché dentro erano piccole forze, la terra non fortificata né tutti amatori del dominio della Chiesa: ma accadde che, quando era per muoversi, i fanti tedeschi che erano in Verona, per essere mal pagati da Cesare, tumultuorno; onde Ciamonte, perché non rimanesse abbandonata quella città, fu costretto a soprasedere insino a tanto avesse fermato gli animi loro, per la qual cosa pagò novemila ducati per lo stipendio presente e promesse di pagargli medesimamente per il mese seguente. Ma non rimediato prima a questo disordine, sopravenne subito un altro accidente. Perché essendosi le genti de’ viniziani ritirate verso Padova, La Grotta che in suo nome era governatore di Lignago, parendogli avere occasione di saccheggiare la terra di Montagnana, vi spinse tutte le lancie e quattrocento fanti; da’ quali mentre che gli uomini della terra, impauriti del sacco, si difendono, sopravenneno molti cavalli leggieri de’ viniziani, e, trovandogli disordinati, facilmente gli ruppono con gravissimo danno, perché era stata impedita la fuga per la rottura fatta dagli inimici di uno ponte: per il quale caso, essendo spogliato quasi Lignago di gente, non è dubbio che se vi si fussino volte subito le genti viniziane l’arebbeno preso; la quale opportunità passò presto perché Ciamonte, inteso il caso, vi mandò con grandissima celerità nuova gente. Ma tolsono a lui questi impedimenti l’occasione di recuperare Modena, nella quale in questo spazio di tempo erano entrati molti fanti e fatte sollecitamente molte reparazioni. E nondimeno, per la venuta sua a Rubiera, fu costretto il pontefice mandare a Modena l’esercito destinato contro a Ferrara: dove, essendo unite tutte le forze sue sotto il duca di Urbino capitano generale, e legato il cardinale di Pavia, e condottieri di autorità Giampaolo Baglione Marcantonio Colonna e Giovanni Vitelli, faceva instanza che si combattesse cogli inimici; cosa molto detestata da’ capitani, perché erano senza dubbio maggiori le forze de’ franzesi e di numero e di virtú, perché la fanteria ecclesiastica era raccolta subitamente e nell’esercito non era né ubbidienza né ordine conveniente, e tra ’l duca di Urbino e il cardinale di Pavia discordia manifesta. La quale procedette tanto oltre che il duca, accusandolo di infedeltà appresso al pontefice, o di propria autorità o per comandamento avuto da lui, lo condusse come prigione a Bologna; ma purgate con la presenza sola tutte le calunnie, rimase appresso a lui in maggiore grado e autorità che prima.

Mentre che queste genti stanno a fronte l’una dell’altra, Ciamonte alloggiato con la cavalleria a Rubiera, i fanti a Marzaglia, gli ecclesiastici a Modena nel borgo verso Rubiera, facendosi tra loro spesse correrie e scaramuccie, il duca di Ferrara, il quale aveva prima senza resistenza recuperato il Polesine di Rovigo, con Ciattiglione e con le lancie franzesi, riprese senza ostacolo il Finale; e dipoi entrato nella terra di Cento, occupata prima dal pontefice, per la rocca la quale si teneva per lui, la saccheggiò e abbruciò, e si preparava per andare a unirsi con Ciamonte: per il quale timore le genti della Chiesa si ritirorno in Modona, avendo messo una parte delle fanterie nel borgo che è volto alla montagna. Ma essendo il duca appena mosso, fu necessitato di fermarsi a difendere le cose proprie; perché le genti viniziane, in numero di trecento uomini d’arme molti cavalli leggieri e quattromila fanti, erano venute per acquistare il passo del Po e dipoi unirsi colle genti del pontefice, a campo a Ficheruolo, castello in sul Po, piccolo e debole ma celebrato molto nella guerra che ebbeno i viniziani con Ercole duca di Ferrara, per la lunga oppugnazione di Ruberto da San Severino e per la difesa di Federigo duca di Urbino, capitani famosissimi di quella età. Ottennonlo i viniziani per accordo avendolo prima battuto con l’artiglierie, e dipoi presono la terra della Stellata che è in su la riva opposita; e avendo libero il passo del Po, non mancava a passare altro che gittare il ponte. Il quale Alfonso, che dopo la perdita della Stellata si era con lo esercito ridotto al Bondino, impediva si gittasse, con artiglierie piantate in su una punta donde facilmente si batteva quel luogo; e scorreva oltre a questo il fiume del Po con due galee. Le quali presto si ritirorono, perché l’armata viniziana, impedita da principio di entrare nel Po perché le bocche del fiume erano guardate per ordine del duca, venuta per l’Adice contr’acqua vi entrò: in modo che dalle due armate de’ viniziani era infestato gravemente il paese di Ferrara. Ma cessò presto questa molestia, perché il duca uscito di Ferrara assaltò quella che, entrata per Primaro, si era condotta a Adria con due galee due fuste e molte barche minori; e rottala senza difficoltà si voltò a quella che non avendo se non fuste e legni minori, entrata per le Fornaci, era venuta alla Pulisella. La quale, volendo per uno rivo vicino ridursi nello Adice, fu impedita di entrarvi per la bassezza dell’acque; donde assaltata e battuta dall’artiglierie degli inimici, la gente che vi era non potendo difenderla l’abbandonò, attendendo a salvare sé e l’artiglierie.

In questi movimenti dell’armi temporali cominciavano a risentirsi da ogni parte l’armi spirituali. Perché il pontefice avea sottoposti publicamente alle censure Alfonso da Esti e insieme tutti quegli che si erano mossi o moveano in aiuto suo, e nominatamente Ciamonte e tutti i principali dell’esercito franzese: e in Francia la congregazione de’ prelati, trasferita da Orliens a Torsi, aveva, benché piú per non si opporre alla volontà del re, che molte volte intervenne con loro, che per propria volontà o giudicio, consentito a molti articoli proposti contro al pontefice; modificato solamente che, innanzi se gli levasse la obbedienza, si mandassino oratori a fargli noti gli articoli che aveva determinati il clero gallicano e ad ammunirlo che in futuro gli osservasse, e che in caso che dipoi contravenisse fusse citato al concilio; al quale si facesse instanza con gli altri príncipi che concorressino tutte le nazioni de’ cristiani. Concesseno ancora al re facoltà di fare grande imposizione di danari sopra le chiese di Francia; e poco poi, in una altra sessione che fu tenuta il vigesimo settimo dí di settembre, intimorono il concilio per al principio di marzo prossimo a Lione: nel qual dí entrò in Torsi il vescovo di Gursia, ricevuto con sí raro ed eccessivo onore che apparí quanto la sua venuta fusse stata lungamente desiderata e aspettata. Scoprivasi ancora già la divisione de’ cardinali contro al pontefice. Perché i cardinali di Santa Croce e di Cosenza spagnuoli, e i cardinali di Baiosa e San Malò franzesi, e Federigo cardinale di Sanseverino, lasciato il pontefice che per la via di Romagna andò a Bologna, visitando per il cammino il tempio di Santa Maria dell’Oreto nobilissimo per infiniti miracoli, andorono con sua licenza per la Toscana; ma condotti a Firenze e ottenuto salvocondotto da’ fiorentini, non per alcuno tempo determinato ma per insino a tanto che lo revocassino e quindici dí dappoi che la revocazione fusse intimata, soprasedevano con varie scuse lo andare piú innanzi: del soprastare de’ quali insospettito il pontefice, dopo molte instanze fatte che andassino a Bologna, scrisse uno breve al cardinale di San Malò e a quello di Baiosa e al cardinale di Sanseverino che sotto pena della sua indignazione si trasferissino alla corte; e procedendo con piú mansuetudine col cardinale di Cosenza e col cardinale di Santa Croce, cardinale chiaro per nobiltà per lettere e per costumi, e per le legazioni che in nome della sedia apostolica aveva esercitate, gli confortò con uno breve a fare il medesimo. I quali, disposti a non ubbidire, avendo invano tentato che i fiorentini concedessino, non solo a loro ma a tutti i cardinali che vi volessino venire, salvocondotto fermo per lungo tempo, se ne andorono per la via di Lunigiana a Milano.