Storia d'Italia/Libro VI/Capitolo II

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Libro sesto
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Successi de’ fiorentini nella guerra contro Pisa. Trattative del Valentino coi pisani e sua ambizione al dominio della Toscana. Politica ambigua del pontefice e del Valentino verso il re di Francia. Aspirazione del pontefice e del Valentino agli stati di Giangiordano Orsini.


Nel qual tempo non erano l’altre parti d’Italia vacue totalmente di sospetti e di fatiche. Perché i fiorentini, insino innanzi alle percosse che i franzesi ebbono nel reame, temendo le forze e gl’inganni del pontefice e del Valentino, avevano oltre a essersi proveduti d’altre armi condotto a’ soldi loro e per governare tutte le loro genti, benché senza titolo, il baglí d’Occan capitano riputato nella guerra, con cinquanta lancie franzesi; persuadendosi che, per essere uomo del re di Francia e menando con volontà del re le cinquanta lancie che aveva da lui in condotta, quegli de’ quali temevano avessino a procedere con piú rispetto, e che oltre a questo in ogni bisogno loro avessino a essere piú pronti gli aiuti regi: alla giunta del quale, raccolte insieme tutte le genti, tagliorono la seconda volta le biade de’ pisani; non però per tutto il paese, perché l’entrare nel Valdiserchio non era senza pericolo, essendo quella valle situata tra monti e acque e in mezzo tra Lucca e Pisa. Espedito di dare il guasto, andò il campo a Vico Pisano, il quale si ottenne senza difficoltà: perché il baglí, minacciando cento fanti franzesi che v’erano dentro che e’ sarebbono puniti come inimici del re e promettendo loro il soldo di uno mese, fu operatore che se n’uscissino; per la partita de’ quali furono costretti quegli di Vico Pisano arrendersi liberamente. Preso Vico, si circondò subito la Verrucola dove erano pochi difensori, perché non vi entrasse nuova gente; e condottevi di poi per quegli monti aspri con difficoltà grande l’artiglierie, quegli di dentro aspettati pochi colpi s’arrenderono, salvo l’avere e le persone. È il sito del monte della Verrucola, nella sommità del quale era stata fabbricata una piccola fortezza, nelle guerre lunghe che si fanno nel contado di Pisa, di molta importanza; perché, vicino a Pisa a cinque miglia, non solo è opportuno a infestare il paese circostante, e insino in sulle porte di quella città, ma ancora a scoprire tutte le cavalcate e genti che n’escono; e il quale, in questa guerra, e da Paolo Vitelli e da altri era invano piú volte stato tentato. Ma la confidenza che i pisani aveano avuta che avesse a difendere Vico Pisano, senza l’acquisto del quale non potevano i fiorentini mettersi a campo alla Verrucola, era stata cagione che non l’aveano proveduta sufficientemente. Spaventò molto i pisani la perdita della Verrucola; e nondimeno, ancora che e’ ricevessino tanti danni, avessino pochissimi soldati forestieri mancamento di danari carestia di vettovaglie, non si piegavano a ritornare all’ubbidienza de’ fiorentini, mossi principalmente dalla disperazione di ottenere venia per la coscienza dell’offese gravissime fatte loro. La quale disposizione era necessario che conservassino, con grandissima diligenza e infinite arti, coloro che nel governo erano di maggiore autorità; perché pure a’ contadini, senza i quali non erano sufficienti a difendersi, pareva grave il perdere le sue ricolte: perciò attendevano a nutrirgli con varie speranze, e insieme quegli del popolo che vivevano piú delle arti della pace che della guerra; con lettere finte e con diverse invenzioni mostrando (e le cose vere alle false mescolando, e ciò che in Italia di nuovo succedeva a proposito loro interpretando) che ora questo ora quell’altro principe in aiuto loro si moverebbono. Né erano però in queste estremità senza qualche aiuto e soccorso da’ genovesi e da’ lucchesi antichi inimici del nome fiorentino, e similmente da Pandolfo Petrucci poco grato de’ benefici ricevuti; ma, quello che importava piú, erano eziandio nutriti, con qualche aiuto occulto ma con molto maggiori speranze, dal Valentino. Il quale, avendo lungamente avuto desiderio di insignorirsi di quella città, offertagli da’ pisani medesimi, ma astenutosene per non offendere l’animo del re di Francia, ora, preso ardire dalle avversità sue nel regno di Napoli, trattava, con consentimento paterno, con gli imbasciadori pisani, i quali per questo erano stati mandati a Roma, di accettarne il dominio, distendendo, oltre a questo, i pensieri suoi a occupare tutta Toscana. Della qual cosa benché i fiorentini e i sanesi avessino grandissima sospezione, nondimeno, essendo impedito il bene universale dagli interessi particolari, non si tirava innanzi l’unione proposta dal re di Francia tra i fiorentini, bolognesi e sanesi; perché i fiorentini ricusavano di farla senza la restituzione di Montepulciano, come da principio era stato trattato e promesso, e Pandolfo Petrucci, avendone l’animo alieno benché le parole sonassino in contrario, allegava che il restituirlo gli conciterebbe tanto odio del popolo sanese che e’ sarebbe necessitato a partirsi di nuovo di quella città, e però essere piú beneficio comune differire qualche poco per farlo con migliore occasione che, per restituirlo di presente, facilitare al Valentino l’occupare Siena; e cosí non negando ma prolungando si ingegnava che i fiorentini accettassino la speranza per effetto: le quali scuse, rifiutate da essi, erano per opera di Francesco da Narni, fermatosi per comandamento del re in Siena, accettate e credute nella corte di Francia.

Ma non era l’intenzione del pontefice e di Valentino di mettere mano a queste imprese se non quanto dessino loro animo i progressi dell’esercito che si preparava dal re di Francia, e secondo che da essi fusse deliberato dell’aderirsi piú all’uno re che all’altro: sopra che si facevano per essi in questo tempo vari pensieri, differendo quanto potevano il dichiarare la mente sua, non inclinata, se non quanto il timore fusse per costrignergli, al re di Francia, perché l’esperienza veduta nelle cose di Bologna e di Toscana gli privava di speranza di fare col favore suo maggiori acquisti. Perciò avevano cominciato, innanzi alla vittoria degli spagnuoli, ad alienarsi con la volontà ogni dí piú da lui, e dopo la vittoria, preso maggiore animo, non avevano piú il rispetto solito alla volontà e autorità sua; e ancora che avessino, subito dopo le rotte de’ franzesi, affermato di volere seguitare la parte del re di Francia e fatto dimostrazione di soldare genti per mandarle ne reame, nondimeno tirati dalla cupidità di nuovi acquisti, né potendo levare gli occhi né rimuovere l’animo dalla Toscana, ricercandogli il re che si dichiarassino apertamente per lui, rispondeva il pontefice con tale ambiguità che ogni dí diventava piú sospetto, il figliuolo ed egli; la simulazione e dissimulazione de’ quali era tanto nota nella corte di Roma che n’era nato comune proverbio che ’l papa non faceva mai quello che diceva e il Valentino non diceva mai quello che faceva. Né era ancora finita la contenzione loro con Giangiordano. Perché se bene il Valentino, temendo la indegnazione del re, si fusse, quando ricevé il comandamento suo, astenuto da molestarlo, nondimeno il pontefice, dimostrandone dispiacenza grandissima, non avea mai cessato di fare instanza col re che o gli concedesse l’acquistare con l’armi tutti gli stati di Giangiordano o costrignesse lui a riceverne ricompenso, dimostrando muoverlo a questo non l’ambizione ma giustissimo timore della sua vicinità, perché, essendosi trovato nelle scritture del cardinale Orsino uno foglio bianco sottoscritto di mano propria di Giangiordano, arguiva che nelle cose trattate alla Magione avea avuto contro a sé la medesima volontà e intelligenza che gli altri Orsini. Nella qual cosa il re, avendo per fine piú l’utilità che l’onestà, avea proceduto diversamente secondo la diversità de’ tempi, ora dimostrandosi favorevole come prima a Giangiordano ora inclinato a sodisfare in qualche modo al pontefice. Però, avendo Giangiordano ricusato di deporre Bracciano in mano dell’oratore franzese che risedeva a Roma, dimandò il re che questa controversia fusse rimessa in sé, con patto che Giangiordano si trasferisse fra due mesi in Francia né si innovasse insino alla sua determinazione cosa alcuna; alla qual cosa acconsentí Giangiordano per necessità, perché avea sperato per i meriti paterni e suoi dovere essere in tutto liberato da questa molestia, e il pontefice piú per timore che per altro, essendo stata fatta la domanda nel tempo che l’arciduca in nome de’ re di Spagna contrasse la pace. Ma mutata per la vittoria degli spagnuoli la condizione delle cose, il papa, vedendo il bisogno che il re aveva di lui, dimandava tutti gli stati suoi, offerendo quella ricompensa che fusse dichiarata dal re; il quale aveva, per la medesima cagione, indotto Giangiordano, benché malvolentieri, a consentirvi e a promettere di dargli, per sicurtà d’eseguire quel che il re dichiarasse, il figliuolo: perché la intenzione sua era non dare questi stati al pontefice se nel tempo medesimo non si congiugneva nella guerra napoletana apertamente con lui. Ma avendo recusato quegli di Pitigliano, dove il figliuolo era, di darlo a monsignore di Trans oratore del re, il quale era andato a Portercole per riceverlo, Giangiordano medesimo, che era ritornato, andò a Portercole a offerire all’oratore la propria persona; il quale accettatolo, impudentemente lo fece mettere in su una nave; benché, subito che ’l re n’ebbe notizia, comandò fusse liberato.