Storia d'Italia/Libro XIII/Capitolo V

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Libro tredicesimo
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Il cardinale di Santa Maria in Portico legato pontificio all’esercito; tumulti per questioni fra soldati tedeschi e italiani; conseguente sospensione delle operazioni. Defezione di soldati spagnuoli dall’esercito pontificio. Strage di soldati tedeschi. Defezione di guasconi e di tedeschi dall’esercito pontificio. Consiglio dei capi dell’esercito di rimettere i Bentivoglio in Bologna e sdegno del pontefice per tale proposta.


Per la ferita di Lorenzo, costituito in gravissimo pericolo della vita, il pontefice mandò legato allo esercito il cardinale di Santa Maria in Portico; il quale, congiunta già la fortuna a’ pessimi governi, cominciò con infelici auspici a esercitare quella legazione. Perché il dí seguente che e’ fu arrivato allo esercito, essendo nata a caso una quistione tra uno fante italiano e uno tedesco, e correndovi i piú vicini e ciascuno chiamando il nome della sua nazione, si ampliò il tumulto per tutto il campo, in modo che, non si sapendo che origine avesse o che cagione, tutti i fanti per armarsi si ritiravano tumultuosamente agli alloggiamenti de’ suoi; ma quegli che nel ritirarsi si riscontravano in fanti di altre lingue erano molte volte ammazzati da loro: e, quel che fu cagione di maggiore disordine, essendo i fanti italiani andati in ordinanza verso il luogo nel quale era cominciata la quistione, furono da’ fanti guasconi saccheggiati gli alloggiamenti loro. Concorsono i capitani principali dello esercito, i quali allora erano nel consiglio, per porre rimedio a tanto disordine; ma vedendo il tumulto grande e pericoloso, ciascuno abbandonando i pensieri delle cose comuni per lo interesse particolare si ritirò a’ suoi alloggiamenti; e messe subito in ordine le loro genti d’arme, non pensando se non a salvare quelle, si discostorono con esse dal campo circa uno miglio. Solo il legato Bibbiena, con la costanza e prontezza che apparteneva all’officio e all’onore suo, non abbandonò la causa comune, riducendosi molte volte, per il furore della moltitudine concitata, in pericolo non piccolo della vita; per opera del quale, non senza molte difficoltà e interponendosene molti de’ capitani de’ fanti, cessò finalmente il tumulto; nel quale erano stati, in diversi luoghi del campo, morti piú di cento fanti tedeschi, piú di venti italiani e qualche fante spagnuolo. Questo accidente fu cagione che, dubitandosi che se l’esercito stava insieme i fanti esacerbati per le offese ricevute non combattessino per ogni piccolo caso l’uno contro all’altro, si deliberasse non procedere per allora a impresa alcuna ma tenere separato l’esercito. Però furono alloggiate nella città di Pesero le genti d’arme della Chiesa e de’ fiorentini e i fanti italiani; perché le lancie franzesi, non essendo ancora risolute le difficoltà tra il pontefice e il re, non si erano mai mosse da Rimini. Alloggiorono i fanti guasconi nel piano, presso a mezzo miglio di quella città; gli altri fanti furono distribuiti in su il monte della Imperiale, monte sopra Pesero dalla parte di verso Rimini, in su il quale è uno palazzo fabricato dagli antichi Malatesti. E furono alloggiati con questo ordine: gli spagnuoli in su la sommità del monte, i tedeschi piú a basso secondo che il monte scende, e i corsi alle radici del monte. Cosí stettono ventitré dí, non si facendo in quel mezzo altro che scaramuccie di cavalli leggieri; perché Francesco Maria, non potendo sperare di rompere alla campagna sí grosso esercito né tentare, per la vicinità loro, l’espugnazione di alcuna terra, attendendo a conservare quello che aveva acquistato, si stava fermo. Ma il vigesimo quarto dí, partito di notte da Montebaroccio, arrivò all’alba del dí in su la sommità del monte negli alloggiamenti degli spagnuoli; co’ quali, o con tutti o con parte di loro, si credette, per quello che dimostrò il progresso della cosa, che avesse avuta secreta intelligenza. Venuto quivi, subito i suoi spagnuoli gridorno agli altri che se volevano salvarsi gli seguitassino, alla quale voce la maggiore parte, messosi ciascuno in sul capo uno ramuscello di fronde verdi come aveano loro, gli seguitò: soli i capitani con circa ottocento fanti si ritirorono a Pesero. Cosí uniti andorono agli alloggiamenti de’ tedeschi, i quali non facevano da quella parte custodia alcuna, per la sicurtà che dava loro la vicinità de’ fanti spagnuoli; trovatigli cosí incauti n’ammazzorno e ferirno piú di secento, gli altri fuggendo negli alloggiamenti de’ corsi si discostorono insieme verso Pesero: i guasconi, sentito il tumulto, messisi in ordinanza, non volleno mai muoversi del luogo loro. Uccisi i tedeschi e tirata a sé la maggiore parte de’ fanti spagnuoli, Francesco Maria fermò l’esercito tra Urbino e Pesero; pieno di speranza che con lui s’avessino a unire i guasconi e quegli fanti tedeschi i quali, levati nel tempo medesimo del campo di Lautrech, erano sempre andati, alloggiati e proceduti insieme.

Era tra’ guasconi Ambra, emulo del capitano Carbone; il quale, giovane di sangue piú nobile e parente di Lautrech, aveva appresso a loro autorità maggiore. Costui aveva trattato occultamente, molti giorni, di passare con quei fanti a Francesco Maria; e gli dava occasione che, non contenti di avere accresciuti immoderatamente gli stipendi, dimandavano di nuovo insolentemente condizioni molto maggiori: alle quali repugnando i ministri del pontefice, si interponevano per concordargli Carbone e il capitano delle lancie franzesi, venuto da Rimini a Pesero per questa cagione. Ma cinque o sei dí da poi che era succeduto il caso degli spagnuoli e tedeschi al monte della Imperiale, Francesco Maria con tutto l’esercito si scoperse vicino a loro. Una parte de’ quali insieme con Ambra, messasi in battaglia, con sei sagri e seguitata da’ tedeschi, si uní con lui; ingegnandosi invano Carbone con prieghi e con parole ardenti di ritenergli: col quale rimasono sette capitani con mille trecento fanti; gli altri tutti, insieme co’ tedeschi, l’abbandonorno. E come nelle cose della guerra si aggiungono sempre a’ disordini nuovi disordini, i fanti italiani, vedendo la necessità che s’avea di loro, la mattina seguente tumultuorno: i quali per quietare bisognò, ne’ pagamenti, concedere dimande immoderate; non essendo né piú vergogna né minore avarizia ne’ capitani che ne’ fanti. Ed era certo cosa maravigliosa che nello esercito di Francesco Maria, nel quale a’ soldati non si davano mai i danari, fusse tanta concordia ubbidienza e unione; non dependendo tanto questo, come con somma laude si dice di Annibale cartaginese, dalla virtú o autorità del capitano quanto dallo ardore e ostinazione de’ soldati: e per contrario, che nello esercito della Chiesa, ove a’ tempi debiti non mancavano eccessivi pagamenti, fussino tante confusioni e disordini, e tanto desiderio ne’ fanti di passare agli inimici. Donde apparisce che non tanto i danari quanto altre cagioni mantengono spesso la concordia e l’ubbidienza negli eserciti.

Spaventati da tanti accidenti, il legato e gli altri che intervenivano nel consiglio, esaminato lungamente quello che per rimedio delle cose afflitte fusse da fare, né essendo piú prudenti o abbondanti di modi abili a provedere dopo i disordini seguiti che fussino stati a provedere che non seguissino, movendogli ancora gli interessi e le cupidità particolari, conchiuseno essere da confortare il pontefice che restituisse i Bentivogli in Bologna innanzi che essi, preso animo dalla declinazione delle cose o incitati da altri, facessino qualche movimento: al quale come si potrebbe resistere, mostrarlo le difficoltà che avevano di sostenere la guerra in uno luogo solo. Però avendo, per dare maggiore autorità a tale consiglio o per piú giustificazione, in ogni evento, di tutti, fatto distendere in iscrittura il parere comune e sottoscrittolo di mano del legato e dell’arcivescovo Orsino (l’uno de’ quali era congiunto d’antica amicizia a’ Bentivogli, l’altro di parentado) e da tutti i capitani, mandorono, per il conte Ruberto Boschetto gentiluomo modonese, al papa questa scrittura. La quale non solo fu disprezzata da lui, ma si lamentò con parole molto acerbe che i ministri suoi, e quegli che da lui avevano ricevuti tanti benefici o potevano sperare a ogn’ora di riceverne, gli proponessino, con tanto piccola fede e amore, consigli non manco perniciosi che i mali i quali gli facevano gli inimici; risentendosene principalmente contro all’arcivescovo Orsino, per essere forse stato principale stimolatore degli altri a questo consiglio: il quale sdegno si crede che forse fusse cagione di torgli la dignità del cardinalato, la quale gli era promessa da tutti nella prima promozione.