Storia d'Italia/Libro XIV/Capitolo VI

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Libro quattordicesimo
Capitolo sesto

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Rammarico del pontefice e meraviglia generale per la decisione presa dai comandanti dell’esercito ispano-pontificio; posizione degli eserciti nemici. Sfortuna dell’esercito di Cesare in Fiandra. Nuovi piani di guerra degli ispano-pontifici. Cattiva fortuna e temerità dei fuorusciti milanesi. Vano tentativo di Giovanni de’ Medici contro il ponte di barche sul Po. L’esercito pronto a passare al di là del fiume. Gli svizzeri lasciati nelle terre della Chiesa e contro il duca di Ferrara.


Afflisse questa deliberazione maravigliosamente il pontefice, che aspettava che i suoi fussino entrati in Parma; parendogli di essere caduto, contro a ogni ragione, della speranza della vittoria, e trovandosi entrato in profondissimo pelago e sottoposto a peso gravissimo, perché, dalle genti d’arme e fanti spagnuoli in fuora, generalmente tutta la spesa della guerra si sopportava da lui; e, quel che era peggio, dubitando della fede de’ capitani cesarei. Nella quale dubitazione concorrevano ancora molti, i quali si persuadevano che il ritirare il campo da Parma non fusse stato timore ma artificio, come quegli che avessino sospetto che il pontefice, recuperata che avesse Parma e Piacenza, non gli appartenendo piú altro dello stato di Milano, raffreddasse i pensieri della guerra, né volesse per gli interessi degli altri sostenere piú tanta spesa e tanto travaglio: di che faceva fede il conoscersi quanto lentamente fussino proceduti a porre il campo a Parma; lo averlo posto in luogo impertinente, poiché presa la minore parte della terra si aveva con le medesime difficoltà a cercare di pigliare l’altra; vedere con quanta dilazione e lentezza avevano governato la oppugnazione, come se industriosamente dessino tempo alla venuta del soccorso de’ franzesi; e che ultimamente, essendo già in possessione di parte della terra, al nome solo dello approssimarsi Lautrech ancora che con esercito inferiore, l’avessino vituperosamente abbandonata. Alcuni altri dubitavano che, senza coscienza di Prospero, potesse essere stato artificio del marchese di Pescara, detrattore quanto poteva e invidioso della gloria sua. Nondimeno, fu forse piú sana opinione di quegli che credettono che si fusse proceduto sinceramente; né avergli mosso altro che il timore dello essersi approssimato Lautrech, ingannati in grande parte perché i primi avvisi significorono le forze sue essere molto maggiori. Certo è che piú che gli altri se ne maravigliorno i capitani de’ franzesi, ridotti in piccola speranza che Parma si difendesse; perché i svizzeri, regolandosi piú secondo la loro natura che secondo la necessità di quegli che gli pagavano, procedevano innanzi con grandissima tardità. Perciò molti di loro, non attribuendo la partita degli inimici a timore, interpretavano piú presto che Prospero come peritissimo capitano, sapendo in quanto disordine mette gli eserciti il sacco delle città e reputando molto difficile il proibire che i soldati non saccheggiassino Parma, giudicasse molto pericoloso, avendo gli inimici tanto vicini, il pigliarla. Quello che si sia, Lautrech, proveduta Parma di nuove genti, fermatosi a Fontanella, mandò tre dí poi una parte dello esercito a pigliare Roccabianca, castello del parmigiano vicino al Po; il quale poiché fu battuto con l’artiglierie, Orlando Palavicino signore del luogo, disperato di avere soccorso, arrendé la terra e la fortezza con facoltà di uscirsene. Distese poi l’esercito tra San Secondo e il Taro, per governarsi secondo i progressi degli inimici; avendo preso molto animo, parte per la difesa di Parma parte per essere i nuovi svizzeri arrivati a Cremona: la giunta de’ quali, ancora che Lautrech gli avesse fatto fermare a Cremona, fu cagione che lo esercito inimico, non gli parendo stare sicuro a San Lazzero, si ritirò in su il fiume di Lenza dalla parte di verso Reggio, con intenzione di allontanarsi ancora piú se i franzesi si facessino innanzi. Anzi arebbono i capitani, senza aspettargli altrimenti, fatto maggiore ritirata se le querele del pontefice e degli agenti di Cesare, e la infamia che sentivano avere per tutto lo esercito, non gli avesse ritenuti. Stettono in questo modo molti dí gli eserciti, facendo nondimeno Lautrech molto spesso correre i suoi cavalli e quegli che erano in Parma, per la via della montagna, insino a Reggio, con non piccolo impedimento delle vettovaglie le quali da Reggio si conducevano agli inimici, e con piccola laude di Prospero, lentissimo per natura a fare correre i cavalli leggieri e a tutti i movimenti benché piccoli.

Simile fortuna aveano le cose di Cesare di là da’ monti: perché, essendo dalla parte di Fiandra entrato nello stato del re di Francia con potente esercito, e posto il campo a Masera con speranza grande di ottenerla, trovando la espugnazione piú difficile e venendo il soccorso potente del re di Francia, si ritirò, con gravissimo pericolo che le genti sue non fussino rotte.

Ma in Italia non erano, per i successi infelici, allentati i pensieri della guerra; perché gli inimici de’ franzesi, non pensando piú alla espugnazione di Parma né di altre terre, deliberavano di entrare piú dentro, nel ducato di Milano; aggiugnendo all’esercito tanti fanti italiani che in tutto fussino seimila, i quali continuamente si soldavano. Alla quale deliberazione gli faceva procedere piú audacemente la speranza che agli stipendi del pontefice scendessino di nuovo dodicimila svizzeri: i quali se bene, da principio, il cardinale sedunense, che nelle diete procurava apertamente contro a’ franzesi, ed Ennio vescovo di Veroli nunzio apostolico e gli oratori di Cesare avessino recusati, perché non si concedevano se non per difesa dello stato della Chiesa e con espresso comandamento che non andassino a offendere lo stato del re di Francia, nondimeno, poiché altrimenti non gli potevano impetrare, gli aveano finalmente accettati eziandio con questa condizione; sperando, discesi che fussino in Italia, potere, mediante la loro avarizia e instabilità e le corruttele e l’arti che si userebbono co’ capitani, indurgli a seguitare l’esercito contro al ducato di Milano. Né in questa deliberazione dell’andare innanzi era di molta dubitazione a quale parte s’avessino a dirizzare, perché nel continuare la guerra di qua dal fiume del Po apparivano manifestamente grandissime difficoltà: disperata era l’espugnazione di Parma; lasciandosi a dietro quella città bisognava andare a combattere con gli inimici, cosa evidentemente perniciosa perché erano alloggiati in luoghi forti e agli alloggiamenti disposta opportunamente copia grandissima di artiglierie; dimorare tra Parma e loro o procedere piú innanzi senza combattere non si poteva, perché stando tra le terre possedute da loro e l’esercito sarebbono in pochissimi dí mancate le vettovaglie, non si potendo né averne del paese inimico né condurne da lontano. Queste difficoltà si fuggivano trasferendo la guerra di là dal Po: perché in quel paese, abbondante per sua natura e che non avea sentiti i danni della guerra, confidavano trovare vettovaglie copiosamente, e non dovere avere ostacolo alcuno insino al fiume della Adda, perché lasciando Cremona a mano sinistra e accostandosi all’Oglio non vi erano terre da resistere; e persuadendosi che il senato viniziano non volesse sottoporre le genti sue, per gli interessi d’altri, alla fortuna di una battaglia, credevano che i franzesi non ardirebbono opporsi se non al transito dell’Adda. Anzi era speranza di molti che, approssimandosi l’esercito a’ confini de’ viniziani, essi per sicurtà delle cose proprie richiamerebbono la maggiore parte degli aiuti dati al re. E oltre a tutte queste cose, quel che si stimava molto, il passare di là dal Po era opportunissimo a unirsi co’ svizzeri.

Ma mentre che si preparano molte cose necessarie a questa nuova deliberazione, di artiglierie di munizioni di guastatori di ponti e di vettovaglie, mentre che in Toscana e in Romagna si soldano i fanti italiani, il conte Guido Rangone, per comandamento del pontefice, con una parte de’ fanti che erano già soldati e con le genti che erano appresso a sé, si mosse contro alla montagna di Modena: la quale montagna, né mentre che Modena era stata sotto Cesare né poi quando era stata dominata dalla Chiesa, aveva riconosciuto altro signore che il duca di Ferrara. Ma intesa questa mossa dagli uomini del paese, e che nel tempo medesimo si moveano molti fanti comandati di Toscana, senza aspettare di essere assaltati, chiamorno il nome della Chiesa. Nel tempo medesimo fuggí da Milano Bonifazio vescovo d’Alessandria, figliuolo già di Francesco Bernardino Visconte, perché vennono a luce alcune cose trattava contro a’ franzesi. Venne medesimamente a luce un trattato tenuto in Cremona per Niccolò Varolo, uno de’ principali fuorusciti di quella città; per il quale di alcuni cremonesi che ne erano consci fu preso il debito supplicio. Né so quale in questo tempo [fusse] maggiore, o la mala fortuna o la temerità e imprudenza de’ fuorusciti del ducato di Milano, de’ quali numero grandissimo seguitava l’esercito; perché non solamente tutte le cose tentate da loro riuscivano infelicemente ma, intenti a predare tutto il paese, difficultavano il venire delle vettovaglie: non ricompensando questi mali (io eccettuo sempre il Morone) con alcuna diligenza o intelligenza di spie. Anzi, avendo molto prima Prospero mandatigli verso Piacenza, poi che ebbono fatti danni grandissimi agli amici e agli inimici, venuti tra loro medesimi a quistione nel dividere la preda, fu da Estor Visconte e alcuni altri ammazzato Piero Scotto piacentino, uno de’ principali.

Tentò Prospero, in questo tempo medesimo, di abbruciare le barche del ponte de’ franzesi ridotte con poca guardia appresso a Cremona, per avere tanto maggiore spazio a procedere piú innanzi, mentre che Lautrech raccoglieva le barche necessarie a rifare il ponte; ma la lunghezza del cammino fu cagione che Giovanni de’ Medici, mandato a questa fazione con dugento cavalli leggieri e trecento fanti spagnuoli, non vi potette giugnere se non passata la notte: onde i nocchieri, sentito il romore levato da’ paesani, ritirorno le barche in mezzo al Po, sicuri di non essere offesi dagli inimici fermatisi in sulla riva.

Finalmente, preparate tutte le cose necessarie a passare il Po, l’esercito andò a Bresselle, ove era gittato il ponte fatto con le barche; nel qual luogo si dice il letto del fiume essere piú largo che in alcuno altro. Ma innanzi passasse, essendo a’ pensieri di offendere altri congiunta la necessità di pensare a difendere sé proprio, fu mandato alla cura delle terre della Chiesa che rimanevano indietro Vitello Vitelli, con cento cinquanta uomini d’arme e altrettanti cavalli leggieri e con dumila fanti dell’ordinanze de’ fiorentini: dove similmente andò il vescovo di Pistoia coi duemila svizzeri, perché non pareva sicuro menargli contro a’ franzesi co’ quali militavano tanti fanti della nazione medesima, conceduti per decreto e con le bandiere publiche; e tanto piú non avendo certezza quel che fussino per deliberare i nuovi svizzeri, de’ quali, congregati a Coira, s’aspettava a ogn’ora la certezza che fussino mossi. Al vescovo e [a] Vitello fu commesso non solamente il difendere Modena e l’altre terre della Chiesa, se alcuno si movesse contro a quelle, ma d’assaltare il duca di Ferrara: il quale, attribuendo a sé la gloria d’avere liberata Parma, occupato il Finale e San Felice non procedeva piú oltre. Perché il pontefice, augumentato per questo insulto l’odio, procedeva, con le censure e monitori ecclesiastici contro a lui, alla privazione del ducato di Ferrara.