Storia d'Italia/Libro XIV/Capitolo VII

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Libro quattordicesimo
Capitolo settimo

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I pontifici e gli spagnuoli a Casalmaggiore. Il cardinale de’ Medici legato presso l’esercito. L’esercito sull’Oglio. Questioni fra fanti italiani e spagnuoli; fazione fra Giovanni de’ Medici e gli stradiotti. Spostamenti degli eserciti nemici. Rotta delle genti del duca di Ferrara al Finale.


Passò l’esercito, il primo dí d’ottobre, di là dal Po e andò ad alloggiare a Casalmaggiore, avendo consumato nel passare non solamente tutto il dí ma non piccola parte della notte seguente, per la moltitudine inestimabile della turba inutile e degli impedimenti; rimanendo ingannato in questo non mediocremente il giudicio de’ capitani, che si erano persuasi dovere essere passati tutti a mezzo ’l dí: donde, per la stracchezza degli ultimi e per le tenebre della notte, si fermorno la notte, disperse tra ’l Po e Casalmaggiore, una parte delle artiglierie molte munizioni e moltissimi soldati, esposte preda agli assalti di qualunque piccolo numero degli inimici. Anzi non si dubita che se Lautrech, il quale, raccolti tutti i svizzeri, venne ad alloggiare a Colornio il dí medesimo che gli avversari alloggiorno a Bresselle, fusse, quel dí che essi passorno, passato per il suo ponte a Casalmaggiore distante tre miglia da Colornio, o veramente avesse a mezzodí assaltata quella parte dell’esercito che ancora non era passata (sono Bresselle e Colornio distanti sei miglia), arebbe avuta qualche preclara occasione. Ma nelle guerre si perdono infinite occasioni perché a’ capitani non sono sempre noti i disordini e le difficoltà degli inimici.

A Casalmaggiore pervenne, la notte medesima, il cardinale de’ Medici, mandato dal pontefice legato dell’esercito. Perché il pontefice, ancora che occultissimamente avesse già cominciato a prestare l’orecchie allo imbasciadore del re di Francia, temendo che i successi avversi e l’essere rimasto sopra lui quasi tutto il peso della guerra non dessino causa a Cesare o a’ ministri di dubitare che egli, per uscire di tante difficoltà e pericoli, non volgesse l’animo a nuovi pensieri, giudicò niuna cosa potergli tanto assicurare, e per conseguente indurgli a procedere piú ardentemente alla guerra. La persona del quale, perché era il piú prossimo di sangue al pontefice e perché, con tutto che dimorasse quasi continuamente in Firenze, niuna cosa grave del pontificato si spediva senza sua partecipazione, portava seco quasi quella medesima autorità che arebbe portata seco la persona propria del pontefice. Giovava questo medesimo a sostenere la riputazione declinata della impresa, e a provedere che con maggiore unione si deliberassino, per la presenza d’uomo di tanta grandezza, le cose da’ capitani: perché ogni dí appariva piú manifestamente la discordia tra Prospero Colonna e il marchese di Pescara; augumentata, oltre a altre cagioni, perché il marchese, levato che fu il campo a Parma, volendo trasferire in altri la infamia di quella deliberazione, aveva significato a Roma essere stato cosí deliberato senza consiglio o saputa sua.

Da Casalmaggiore, dopo il riposo di un dí, si mosse l’esercito per il cremonese per accostarsi al fiume dell’Oglio; al quale pervenne in quattro alloggiamenti; non essendo in questo mezzo accaduta cosa alcuna di momento, eccetto che, mentre alloggiavano alla villa che si dice la Corte de’ Frati, fu fatta grandissima quistione tra fanti spagnuoli e italiani, nella quale gli spagnuoli, piú col sapere usare l’opportunità dell’occasione che delle forze, ammazzorno molti di loro, pure per l’autorità e diligenza de’ capitani si sopí presto la cosa; e il dí dinanzi Giovanni de’ Medici, correndo verso gli inimici, i quali erano passati il Po piú alto verso Cremona, il dí medesimo che gli altri erano stati fermi a Casalmaggiore, roppe gli stradiotti de’ viniziani guidati da Mercurio, co’ quali erano alcuni cavalli de’ franzesi; de’ quali fu fatto prigione don Luigi Gaetano figliuolo di..., che ancora riteneva il nome di duca di Traietto, benché lo stato fusse posseduto da Prospero Colonna.

Ma nell’alloggiare l’esercito in sul fiume dell’Oglio, la fortuna, risguardando con lieto occhio le cose del pontefice e di Cesare, interroppe il consiglio infelice de’ capitani; i quali aveano deliberato che dalla Corte de’ Frati andasse l’esercito ad alloggiare alla terra di Bordellano, distante otto miglia, pure in sul fiume medesimo: ma non essendo stato possibile che, per essere la strada difficile, vi si conducessino l’artiglierie, fu necessario fermarsi alla terra di Rebecca, a mezzo il cammino; la quale da Pontevico, terra de’ viniziani, divide solamente il fiume dell’Oglio. Nel quale luogo, mentre che si alloggiava, pervenne notizia che Lautrech, seguitato dalle genti de’ viniziani, lasciati i carriaggi a Cremona, era venuto il dí medesimo a San Martino, distante cinque miglia; deliberato, se gli inimici procedevano innanzi, di riscontrargli il dí seguente in sulla campagna. Turbò questa cosa maravigliosamente la mente del cardinale de’ Medici e de’ capitani; perché avendo il senato viniziano, quando uní le genti sue a Lautrech, significata questa deliberazione con parole tali che pareva muoversi non per desiderio della vittoria del re di Francia ma per non avere causa giusta di non osservare la confederazione, si erano e prima persuasi, e la venuta del cardinale avea confermata questa opinione, che Andrea Gritti avesse occulto comandamento di non permettere che quelle genti combattessino: il quale presupposito apparendo falso, era necessario partirsi da’ primi consigli; perché niuno negava essere superiore di forze l’esercito degli inimici, nel quale, oltre alla cavalleria molto potente e settemila fanti tra franzesi e italiani, erano diecimila svizzeri, ma nell’esercito del pontefice e di Cesare era tanto diminuito il numero de’ tedeschi, e in qualche parte degli spagnuoli, che a fatica ascendevano al numero di settemila, e de’ seimila italiani, perché erano la maggiore parte stati condotti di nuovo, si considerava piú il numero che la virtú. Deliberorno adunque Prospero e gli altri aspettare in quel luogo la venuta de’ svizzeri; i quali, perché erano già mossi e perché il cardinale sedunense che gli menava avvisava che non si fermerebbono in luogo alcuno, si sperava non dovessino tardare piú che tre o quattro dí. Perciò, la mattina seguente, i capitani, considerato diligentemente il sito del luogo, ridussono a migliore forma l’alloggiamento fatto quasi tumultuariamente la sera dinanzi; non gli movendo il pericolo di potere essere aspramente offesi con l’artiglierie dalla terra opposita di Pontevico, perché il cardinale de’ Medici, seguitando le prime impressioni, avea per cosa certa che i viniziani, non obligati al re di Francia ad altro che a concedere le genti per la difesa del ducato di Milano, non consentirebbono mai che dalle terre loro fusse data molestia all’esercito della Chiesa e di Cesare. Alla deliberazione di aspettare i svizzeri a Rebecca si opponeva manifestamente la difficoltà delle vettovaglie, perché quelle che si conducevano con l’esercito non potevano bastare molti dí e, per il terrore de’ danni che si faceano specialmente da’ fuorusciti milanesi e la fuga che era per tutto il paese, ne veniva piccolissima quantità, e questa ogni ora diminuiva. Perciò il commissario Guicciardino aveva ricordato che, non potendo per il mancamento delle vettovaglie sostenersi in quel luogo, e potendo accadere per molte cagioni che la venuta de’ svizzeri procrastinasse, essere forse piú utile, non soggiornando quivi, ritirarsi cinque o sei miglia piú indietro in sul fiume medesimo, a’ confini del mantovano; ove, avendo alle spalle il paese amico, non mancherebbono le vettovaglie: e questo, che al presente si poteva fare sicuramente, potrebbe essere che approssimandosi gli inimici non si potrebbe fare senza gravissimo pericolo. Non sarebbe dispiaciuto intrinsecamente questo consiglio a’ capitani, ma la infamia tanto recente della ritirata da Parma riteneva ciascuno da parlare liberamente; movendogli similmente la speranza che i svizzeri non dovessero ritardare a venire, i quali potevano scendere in cinque o sei dí da Coira nel territorio di Bergamo, onde insino all’esercito era brevissimo transito. Cosí fermato di aspettargli a Rebecca, si distribuiva misuratamente per tutte le bandiere del campo la munizione delle farine condotta con l’esercito; le quali, perché col campo non erano forni portatili, e le case, nelle quali erano i forni, occupate dagli alloggiamenti de’ soldati, ciascuno assava da se stesso in sulle brace la parte che gli toccava: la quale incomodità, aggiunta al distribuirsi scarsamente le farine, fu cagione che molti de’ fanti italiani, con tutto che vi abbondasse il vino e il carnaggio, se ne fuggivano occultamente. Ma il terzo dí, Lautrech, il quale si era fermato a Bordellano, passata una parte dell’artiglierie a mezzodí di là da Oglio le mandò a Pontevico; consentendo, benché simulando il contrario, il proveditore viniziano: onde il medesimo dí, benché già appresso alla notte, cominciorno a tirare negli alloggiamenti degli inimici. I capitani de’ quali conoscendo il pericolo manifestissimo, ancora che si fussino potuti trasferire in luogo ove alcune colline gli coprivano, nondimeno spaventati dalla carestia delle vettovaglie e augumentando il timore della tardità de’ svizzeri, mosso, la mattina seguente innanzi all’aurora, tacitamente l’esercito senza suono di trombe e di tamburi, e messi i carriaggi innanzi alle genti, procedendo molto ordinatamente e apparecchiati a combattere e a camminare, andorno ad alloggiare a Gabbioneta, terra distante cinque miglia a’ confini del mantovano; confessando tutti essersi salvati da gravissimo pericolo, parte per beneficio della fortuna parte per l’imprudenza degli inimici: perché certo è che, se il dí destinato a andare a Bordellano non si fussino fermati a Rebecca, rimaneva loro niuna o piccolissima speranza di salute; perché le medesime necessità o maggiori gli costrignevano a ritirarsi, e la ritirata, essendo piú lunga e con gli inimici piú vicini, aveva evidentissimo pericolo. Similmente è certo che Lautrech conseguitava indubitatamente la vittoria se il dí medesimo che mandò l’artiglierie a Pontevico fusse, come molti lo consigliorno e tra gli altri i capitani de’ svizzeri, andato ad alloggiare appresso agli inimici; a’ quali, per la propinquità sua, non rimaneva facoltà di partirsi sicuramente, non potendo massime, per lo impedimento che arebbono ricevuto dalle artiglierie di Pontevico, mettersi ordinatamente in battaglia né dimorare in quel luogo, per la fame, piú che tre o quattro dí. Ma mentre che, secondo la sua natura, dispregia il consiglio di tutti gli altri, accennando prima il pericolo che appresentandolo, dette loro causa di prevenire con la subita partita le sue minaccie. Dunque, non senza ragione i capitani de’ svizzeri, speculato il sito del luogo (perché Lautrech, mossosi per accostarsi agli inimici, trovandogli partiti, andò ad alloggiare a Rebecca), gli dissono che meritavano d’avere la paga che si dà a’ soldati vincitori della battaglia, perché per loro non era stato che e’ non avesse conseguita la vittoria. A Gabbioneta, fortificato eccellentemente l’alloggiamento, soprastettono molti dí; ma parendo che continuamente si allungasse la venuta de’ svizzeri e temendo della vicinità dell’esercito franzese, il quale, molto piú potente, faceva dimostrazione di volergli assaltare, passato l’Oglio, andorono ad alloggiare a Ostiano castello di Lodovico da Bozzole, con intenzione di non si muovere di quivi insino alla venuta de’ svizzeri. La quale deliberazione fatta con prudenza fu anche accompagnata dalla fortuna, perché l’esercito arebbe ricevuto non piccolo detrimento nello alloggiamento di Gabbioneta, posto in sito molto basso, dalle pioggie immoderate le quali immediate sopravennono.

Ma mentre che cosí oziosamente sopraseggono, l’uno esercito a Ostiano l’altro a Rebecca, il vescovo di Pistoia e Vitello, uniti insieme i svizzeri e i fanti italiani, assaltorono le genti del duca di Ferrara le quali erano alloggiate al Finale; e benché fussino in luogo forte per natura, e per arte molto fortificato, nondimeno i svizzeri, andando ferocissimamente incontro al pericolo, le roppono e messono in fuga, ammazzandone molti (tra’ quali fu morto combattendo il cavaliere Cavriana): con tanto timore del duca di Ferrara, che era al Bondino, che abbandonato subito quel castello fuggí a Ferrara; ritirando con la medesima celerità, perché gli inimici non lo seguitassino, le barche in sulle quali aveva gittato il ponte nel luogo medesimo.